nuvolescure
01-08-2007, 08:26 AM
Vittorio di Maurizio Blini
Che strana sensazione. Non riesco a comprendere nulla. Dove sono? Chi sono? Che cosa faccio?
Una tenue e opaca luce mi penetra tra le ciglia addormentate e rumori ovattati giungono da non so dove. Mi sento strano, come senza corpo, mi sento confuso, come ubriaco. No, narcotizzato. Non ho nemmeno la capacità di reagire ai miei stessi comandi. Sento del calore vicino a me, dei respiri forse, ma non riesco a muovermi. No, proprio non ce la faccio. Perché resistere invano quando si è impotenti? Lasciarsi andare, molto meglio lasciarsi andare, cullare dal destino. Lasciarsi trasportare dalla corrente impetuosa che non si è riusciti mai a vincere, nemmeno a resistere.
Chiudo gli occhi, non riesco a tenerli nemmeno socchiusi. Sprofondo nuovamente nei sogni, unica dimensione apparente che mi permette di percepire la libertà, unico mondo in cui è bello poter tornare, rifugiarsi.
…Ma il calore qui a fianco. E questi lamenti.
Comincio a realizzare, poco alla volta.
La lucidità, o quanto meno la parvenza, sembra riemergere dal profondo degli abissi mentali. Devono essere i miei compagni di sventura. Sì, sicuramente, sono loro. Non devono stare un granché bene.
Sì, ora li sento meglio, sento dei rantoli, delle sofferenze, dei lamenti, dei respiri pesanti, angosciati.
Poveri, poveri loro, povero me. Poveri noi tutti.
Riesco lentamente a riaprire gli occhi e ad intravedere una fioca luce azzurrognola che trasmette un incessante ronzio. Il sangue ricomincia a pulsare nel mio corpo distrutto, lo sento, da flebile a impetuoso, farsi strada con prepotenza nelle vene, nelle arterie e riscaldarmi lentamente. Sto piano piano tornando alla normalità.
Mi giro a fatica e li vedo. Poveri disgraziati compagni, questa volta è toccata a loro. Gino, quello più vicino a me, continua a tremare in un incessante spastico fremito, mentre più in là, giace Leo, completamente incosciente. Vedo altri due nuovi arrivi che non riconosco.
Dare un giudizio su questa situazione non è facile. Anticamera dell’inferno? No, forse peggio. Siamo molto più addentro all’inferno, e senza colpa alcuna da espiare.
Intravedo uno degli aguzzini che si avvicina alla nostra cella. Si sofferma ad osservarmi in silenzio. Lui guarda me ed io lui. Non riesco nemmeno a provare disprezzo per quell’uomo, odio, nulla, non provo nulla. Sono ormai arreso al mio destino.
Continua a guardarmi. Il mio respiro è affannato, sto male. Si allontana per tornare poco dopo con un suo collega. I due mi osservano come se fossi un insetto strano e curioso, discutono tra loro e poi decidono di prelevarmi in fretta e furia dalla cella per trasferirmi su di un gelido lettino operatorio. Nuovamente.
La sofferenza non conosce limiti. Al respiro che si rincorre zoppicando, si aggiunge ora la sgradevole sensazione di quel letto gelido d’acciaio. La luce accecante mi rende in completa balia di quegli uomini. Mi sento inondare gli occhi di un liquido anch’esso gelido. Uno strumento comincia la sua incessante ispezione all’interno dei miei occhi che ormai non vedono nulla, ma che, sentono, subiscono questo corpo estraneo che si dimena nervosamente sino alle periferie dell’atrocità. Mi aprono la bocca e, nuovamente un liquido denso e dolciastro mi viene iniettato con una siringa metallica. Sento il vomito che sale, la nausea che mi avvolge. Non respiro più, no, questa volta è la fine. Che cosa altro vogliono da me! Basta! Voglio morire!
Mi premono l’addome sino a farmi scoppiare. Urlo ma non serve a niente, piango, ma la forza, quel residuo di forza che mi restava, ora mi abbandona. Ed una sola, sterile e triste lacrima calda, abbandona il mio corpo e la mia mente, forse per sempre. Il buio compare puntuale.
“Vittorio! Vittorio! Rispondi! Vittorio, mi senti?”
Una sottile vocina mi sta chiamando non so da dove. Non riesco a rispondere. Sono immobile. Non riesco a capire nulla.
“Vittorio!, Vittorio, reagisci. E’ finita! E’ finita!…”
Il frastuono dei miei compagni dalle celle mi stimola ma non riesco a muovermi. Qualche cosa sta indubbiamente succedendo. Sento voci, sento rumori in lontananza.
“Vittorio, ci vengono a liberare!”
Con infinita fatica cerco di aprire un occhio ma non vedo che ombre. E qualche risolino isterico si comincia a sentire nel gruppo. Forse è la prima volta che accade da quando siamo stati imprigionati lì. Già, ma quanto tempo è passato. Quante torture abbiamo dovuto subire? Per chi? Per che cosa ?
“Su, Vittorio, oggi è come rinascere. Allegro Vittorio, oggi è un grande giorno.”
Le voci si rincorrono incredule e festose. Mi sforzo di mettere a fuoco. Un uomo mi sta osservando. Ho paura. Chiudo gli occhi per subito riaprirli: è un poliziotto. Si, lo vedo, in divisa blu. E ce ne sono tanti altri dappertutto.
Apre la porta della mia prigione, della mia libertà, della mia vita. Molti escono di corsa, entusiasti, facendo un gran baccano, mentre io non riesco a muovermi: resto coricato sul fianco e osservo il poliziotto. E’ molto giovane, porta occhialini tondi e si avvicina sussurrandomi: “Non ti preoccupare, ora sei libero…”
Sembra un sogno, sono felice e vorrei ringraziarlo. Ma sono davvero malconcio e la vita, ahimé, mi sta abbandonando.
Sento sensazioni strane, come se all’improvviso tutto si allontanasse velocemente da me. Troppo tardi mi ripeto, troppo tardi. Peccato. Il mio corpo torna in preda alle convulsioni. So che non supererò un’altra crisi.
Il poliziotto si accorge che per me è finita. Deve essere un bravo ragazzo, una persona sensibile. L’ ho letto nei suoi occhi commossi, mentre abbandonavo questa vita terrena. Lui ha pianto per me ed io ho cercato di rispondere con un sorriso di gratitudine. L’unico sorriso della mia vita.
Troppo tardi agente. Mi chiamavo Vittorio, e non ero altro che un topo di laboratorio.
Che strana sensazione. Non riesco a comprendere nulla. Dove sono? Chi sono? Che cosa faccio?
Una tenue e opaca luce mi penetra tra le ciglia addormentate e rumori ovattati giungono da non so dove. Mi sento strano, come senza corpo, mi sento confuso, come ubriaco. No, narcotizzato. Non ho nemmeno la capacità di reagire ai miei stessi comandi. Sento del calore vicino a me, dei respiri forse, ma non riesco a muovermi. No, proprio non ce la faccio. Perché resistere invano quando si è impotenti? Lasciarsi andare, molto meglio lasciarsi andare, cullare dal destino. Lasciarsi trasportare dalla corrente impetuosa che non si è riusciti mai a vincere, nemmeno a resistere.
Chiudo gli occhi, non riesco a tenerli nemmeno socchiusi. Sprofondo nuovamente nei sogni, unica dimensione apparente che mi permette di percepire la libertà, unico mondo in cui è bello poter tornare, rifugiarsi.
…Ma il calore qui a fianco. E questi lamenti.
Comincio a realizzare, poco alla volta.
La lucidità, o quanto meno la parvenza, sembra riemergere dal profondo degli abissi mentali. Devono essere i miei compagni di sventura. Sì, sicuramente, sono loro. Non devono stare un granché bene.
Sì, ora li sento meglio, sento dei rantoli, delle sofferenze, dei lamenti, dei respiri pesanti, angosciati.
Poveri, poveri loro, povero me. Poveri noi tutti.
Riesco lentamente a riaprire gli occhi e ad intravedere una fioca luce azzurrognola che trasmette un incessante ronzio. Il sangue ricomincia a pulsare nel mio corpo distrutto, lo sento, da flebile a impetuoso, farsi strada con prepotenza nelle vene, nelle arterie e riscaldarmi lentamente. Sto piano piano tornando alla normalità.
Mi giro a fatica e li vedo. Poveri disgraziati compagni, questa volta è toccata a loro. Gino, quello più vicino a me, continua a tremare in un incessante spastico fremito, mentre più in là, giace Leo, completamente incosciente. Vedo altri due nuovi arrivi che non riconosco.
Dare un giudizio su questa situazione non è facile. Anticamera dell’inferno? No, forse peggio. Siamo molto più addentro all’inferno, e senza colpa alcuna da espiare.
Intravedo uno degli aguzzini che si avvicina alla nostra cella. Si sofferma ad osservarmi in silenzio. Lui guarda me ed io lui. Non riesco nemmeno a provare disprezzo per quell’uomo, odio, nulla, non provo nulla. Sono ormai arreso al mio destino.
Continua a guardarmi. Il mio respiro è affannato, sto male. Si allontana per tornare poco dopo con un suo collega. I due mi osservano come se fossi un insetto strano e curioso, discutono tra loro e poi decidono di prelevarmi in fretta e furia dalla cella per trasferirmi su di un gelido lettino operatorio. Nuovamente.
La sofferenza non conosce limiti. Al respiro che si rincorre zoppicando, si aggiunge ora la sgradevole sensazione di quel letto gelido d’acciaio. La luce accecante mi rende in completa balia di quegli uomini. Mi sento inondare gli occhi di un liquido anch’esso gelido. Uno strumento comincia la sua incessante ispezione all’interno dei miei occhi che ormai non vedono nulla, ma che, sentono, subiscono questo corpo estraneo che si dimena nervosamente sino alle periferie dell’atrocità. Mi aprono la bocca e, nuovamente un liquido denso e dolciastro mi viene iniettato con una siringa metallica. Sento il vomito che sale, la nausea che mi avvolge. Non respiro più, no, questa volta è la fine. Che cosa altro vogliono da me! Basta! Voglio morire!
Mi premono l’addome sino a farmi scoppiare. Urlo ma non serve a niente, piango, ma la forza, quel residuo di forza che mi restava, ora mi abbandona. Ed una sola, sterile e triste lacrima calda, abbandona il mio corpo e la mia mente, forse per sempre. Il buio compare puntuale.
“Vittorio! Vittorio! Rispondi! Vittorio, mi senti?”
Una sottile vocina mi sta chiamando non so da dove. Non riesco a rispondere. Sono immobile. Non riesco a capire nulla.
“Vittorio!, Vittorio, reagisci. E’ finita! E’ finita!…”
Il frastuono dei miei compagni dalle celle mi stimola ma non riesco a muovermi. Qualche cosa sta indubbiamente succedendo. Sento voci, sento rumori in lontananza.
“Vittorio, ci vengono a liberare!”
Con infinita fatica cerco di aprire un occhio ma non vedo che ombre. E qualche risolino isterico si comincia a sentire nel gruppo. Forse è la prima volta che accade da quando siamo stati imprigionati lì. Già, ma quanto tempo è passato. Quante torture abbiamo dovuto subire? Per chi? Per che cosa ?
“Su, Vittorio, oggi è come rinascere. Allegro Vittorio, oggi è un grande giorno.”
Le voci si rincorrono incredule e festose. Mi sforzo di mettere a fuoco. Un uomo mi sta osservando. Ho paura. Chiudo gli occhi per subito riaprirli: è un poliziotto. Si, lo vedo, in divisa blu. E ce ne sono tanti altri dappertutto.
Apre la porta della mia prigione, della mia libertà, della mia vita. Molti escono di corsa, entusiasti, facendo un gran baccano, mentre io non riesco a muovermi: resto coricato sul fianco e osservo il poliziotto. E’ molto giovane, porta occhialini tondi e si avvicina sussurrandomi: “Non ti preoccupare, ora sei libero…”
Sembra un sogno, sono felice e vorrei ringraziarlo. Ma sono davvero malconcio e la vita, ahimé, mi sta abbandonando.
Sento sensazioni strane, come se all’improvviso tutto si allontanasse velocemente da me. Troppo tardi mi ripeto, troppo tardi. Peccato. Il mio corpo torna in preda alle convulsioni. So che non supererò un’altra crisi.
Il poliziotto si accorge che per me è finita. Deve essere un bravo ragazzo, una persona sensibile. L’ ho letto nei suoi occhi commossi, mentre abbandonavo questa vita terrena. Lui ha pianto per me ed io ho cercato di rispondere con un sorriso di gratitudine. L’unico sorriso della mia vita.
Troppo tardi agente. Mi chiamavo Vittorio, e non ero altro che un topo di laboratorio.