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Vecchio 07-29-2005, 02:59 PM   #1
Terry
Amico*
 
Data Registrazione: Jun 2004
Messaggi: 3.310
Predefinito Il mio primo racconto

E' la prima volta che mi cimento a scrivere un racconto!
Forse non è la sezione piu' adatta, pero' mi piace l'idea che il significato che ha questo racconto, sia raccolto qui ...

Un abbraccio!

***

Quando decisi di suicidarmi mi sentii felice. Finalmente sollevato dal pesante fardello che m’angosciava ormai da mesi; dal momento in cui cominciai a perdere interesse per la vita e tutto ciò che essa comporta, finendo nella spirale di una cupa depressione.
Ovviamente, l’ardua e liberatoria decisione non era che un primo passo verso la realizzazione del progetto. Restava da stabilire il mezzo da usare per porre fine alla mia esistenza.
Esclusi subito il morso da aspide e il karakiri effettuato nel rispetto di antichi rituali, rinunziando a conferire alla mia dipartita quelle connotazioni storiche e coreografiche che avrebbero reso indimenticabile il mio gesto. Mi rendevo conto dell’obiettiva difficoltà di procurarmi un serpentello velenoso o un affilato spadone giapponese. Quand’anche avessi potuto reperire quest’ultimo, con la mia scarsa conoscenza dell’anatomia umana, avrei corso il rischio di affettarmi gli intestini, alla vana ricerca dell’arteria aorta ma senza raggiungere lo scopo finale.
Mi occorreva un sistema sicuro e nello stesso tempo alla portata delle mie possibilità. Per primo mi venne in mente quello sicuramente più economico e, in quanto tale, statisticamente più usato dalle persone anziane e, in generale, dagli individui economicamente indigenti; insomma, dai morti di fame. Un bel salto giù dal terrazzo.
Unico inconveniente: il caseggiato ove abito non dispone di terrazzo. Bisognava che ne individuassi uno abbastanza elevato e facilmente accessibile. Non potevo correre il rischio di essere sorpreso a forzare porte di accesso e magari finire in carcere scambiato per un ladruncolo di appartamenti. In alternativa al terrazzo rimaneva pur sempre il salto dal balcone, se non fosse stato che abito al secondo piano. Non cercavo certo fratture esposte agli arti inferiori e lunghe degenze in reparti di ortopedia. Né potevo andare a bussare dal vicino dell’ultimo piano per chiedere:
“Scusi, mi fa entrare: devo buttarmi dal suo balcone.”
Finì che scartai il volo dall’alto, anche per un altro semplice motivo. Sinceramente non m’andava di finire spiaccicato sul marciapiede come un moscerino contro il parabrezza ed essere raccolto con la paletta, lasciando pur sempre qualcosa di mio attaccato all’asfalto.
Per lo stesso motivo esclusi altre forme di suicidio quali gettarsi sotto un treno o sotto un grosso TIR. Mi venivano i brividi solo a pensare al mio corpo stritolato dalle ruote metalliche di una locomotiva o maciullato dagli enormi pneumatici di un camion. Per non parlare poi del fastidio che il mio atto avrebbe arrecato ai viaggiatori o all’autotrasportatore: blocco del mezzo, ritardi, mugugni, chessò, anche maledizioni nei miei confronti:
“Ma non poteva scegliere un altro treno, ‘sto stronzo!”
E non avrebbero avuto torto a lamentarsi nei miei confronti, giacché esistono tante forme di suicidio; e chi lo vuole porre in essere ha ampia possibilità di scelta, optando per quelle forme che non coinvolgano neppure minimamente persone estranee.
Mi resi quindi conto ben presto che era lungi da me l’idea di arrecare fastidio e che, nello stesso tempo, tenevo fermamente alla mia integrità corporea. Non volevo che il mio atto anticonservativo procurasse danni o alterazioni dei miei connotati. Avevo letto di cadaveri che erano stati riconosciuti soltanto dai documenti o, addirittura, grazie alle impronte dentarie o altri particolari tipo cicatrici o fratture subite.
E che è? Anche nella morte, anche nel supremo gesto del suicidio è necessario che l’uomo conservi la dignità.
Ecco perché esclusi in blocco tutti i tipi di armi da fuoco. A parte la difficoltà di procurarsi fucili o pistole, c’è un particolare non trascurabile. Per arrecarsi con certezza la morte corre l’obbligo di spararsi alla testa. In questo caso, tra forame d’entrata e quello d’uscita, sommato ai danni derivanti dalle schegge ossee che vanno dappertutto, il cervello subisce tante di quelle lesioni da non lasciare scampo. Però, c’è un però. Non credo che il mio volto ne sarebbe uscito bene da questa esperienza. Ve l’immaginate? Tutti a guardarmi e dire:
“E’ lui o non è lui?”
Perché noi siamo abituati a riconoscere le persone dalla faccia; e quando te ne manca metà e te ne stai con la testa scoperchiata e il cervello di fuori, qualche dubbio rimane.
D’altronde, spararsi al petto o all’addome, tante volte non serve. La cronaca nera è piena di persone ferite gravemente ma salvate da intrepidi chirurghi che non sanno farsi i cazzi loro.
E credetemi, c’è un bel dire, non esiste forse gesto più ridicolo del tentato suicidio. Chi lo tenta e non ci riesce, sarà sempre guardato come un buono a nulla, incapace finanche di ammazzarsi.

Mi posi dunque delle condizioni ben precise. Il suicidio doveva avvenire in casa e con un sistema tale che il mio corpo non subisse alcuna modificazione sostanziale. L’ideale sarebbe stato che i futuri visitatori, alla vista del mio cadavere potessero dire:
“Sembra che dorma.”

Iniziai l’esame dei mezzi casalinghi idonei all’effettuazione di un suicidio. A cominciare dalla impiccagione.
Una breve perlustrazione fu sufficiente a farmi notare che in un moderno appartamento non esistono appigli adatti ad agganciare una corda: non travi né architravi. Unicamente un anello metallico piazzato al centro del tetto per sostenere il lampadario, ma dall’aria così fragile da non indurre nessuno ad appendervi 80 chili. Qui avrei un’altra considerazione da sottoporre alla vostra attenzione. Una volta ho visto il cadavere di uno che s’era impiccato e ricordo ancora il suo volto gonfio e cianotico, con la lingua rimasta penzoloni fuori della bocca. Mi dissero anche che, al momento della morte gli si erano rilasciati gli sfinteri e aveva liberato vescica e intestino. Insomma, se parliamo di dignità, avevo deciso di suicidarmi ma non era mia intenzione farmi trovare appeso a ciondolare come una marionetta e con i pantaloni sporchi di cacca.

Passai alla disamina dei veleni. Anzi, no. Stazionando in bagno mi sovvenne di una morte che è definita dolcissima ed indolore, utilizzata fin dai tempi antichissimi anche da nobili personaggi. Ci s’immerge nella vasca da bagno ripiena di acqua calda e, con una lametta, si procede al taglio dei polsi fino ad incidere le vene e le arterie; a questo punto il sangue comincia a defluire più o meno rapidamente conducendo presto alla perdita della conoscenza.
C’è un problema. M’impressiono alla vista del sangue, degli altri, figurarsi il mio. Sono sicuro che, se attuassi questo sistema, svenirei alla prima goccia di sangue e sarei trovato privo di sensi nella vasca con un graffietto al polso. Niente da fare.

Dei veleni, dicevo. Non è facile procurarsi quelli maggiori, tipo arsenico, stricnina e cianuro. Come si fa? Non credo che esistano negozi o farmacie dove si possano acquistare. Ci vorrà un motivo valido, una ricetta, una giustificazione. E’ tutto molto complicato. Però, in casa se ne trovano di vari tipi: tra detersivi, smacchianti e stura lavandino, ogni appartamento abbonda di sostanze chimiche venefiche. C’è un ma. Sono sufficienti a sopprimere una persona? oppure procurano soltanto un gran mal di pancia e tutto si risolve in un ridicolo vomito?

Un altro metodo economico e di facile attuazione consiste nell’uso dell’elettricità. Una bella scossa elettrica e sei bell’e finito. Rapido e indolore. Gli Stati Uniti ce lo insegnano con la loro secolare storia di civiltà e con la sedia elettrica. Però, un momento. Sembra facile. Ho letto la procedura dell’elettrocuzione americana. Loro scaricano sul condannato 2000 Wolt per 30 secondi e, se ancora non è morto, gliene scaricano altrettante per altri 30 secondi. Se il contatto con gli elettrodi è imperfetto la corrente non attraversa il corpo e, tutt’al più, si ottengono scosse muscolari a tipo attacco di epilessia e qualche bruciatura. Se si pensa che in casa disponiamo di 220 wolt, possiamo concludere che chi muore fulminato è stato particolarmente sfortunato.

Ero giunto in questa fase della mia riflessione quando mi accorsi di una evoluzione del mio stato depressivo. Non mi sentivo più privo di stimoli perché ne avevo uno fortemente esistenziale: il suicidio. O meglio, la ricerca del metodo ideale per suicidarmi.
Ciò anima ormai la mia vita e mi dà la forza di continuare a combattere.
Terry è offline   Rispondi Citando
Vecchio 07-29-2005, 04:53 PM   #2
LadyO
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Data Registrazione: Jun 2004
Località: ....da quella stella lassù...dove nessuno può arrivare...
Messaggi: 674
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SEMPLICEMENTE BELLISSIMO E REALE
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" Teneteveli stretti i vostri ricordi,vi capiterà di averne bisogno una notte senza luna,quando tutto vi sembrerà inutile e avete la sensazione di essere davvero su questo pianeta,ma x fortuna in una posizione privilegiata x guardare le stelle...."
LadyO è offline   Rispondi Citando
Vecchio 07-29-2005, 06:24 PM   #3
sweety
Amico*
 
Data Registrazione: Oct 2004
Messaggi: 1.167
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senza parole...

continua piccola..
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"Sfortunatamente una sovrabbondanza di sogni comporta un crescente potenziale di incubi"
sweety è offline   Rispondi Citando
Vecchio 07-29-2005, 07:50 PM   #4
moby40
Senior Member
 
Data Registrazione: Sep 2004
Località: un bellissimo lago del nord Italia
Messaggi: 942
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E' un bellissimo racconto ma... ho la sensazione di aver letto qualcosa di molto simile tempo fa

Ad ogni modo è scritto molto bene.

Anna
__________________
"non si vede bene che con il cuore,
l'essenziale è invisibile agli occhi. "

da Il Piccolo Principe
di A. de Saint Exupery
moby40 è offline   Rispondi Citando
Vecchio 07-29-2005, 09:25 PM   #5
lucy
Amico*
 
Data Registrazione: Sep 2004
Località: Salerno
Messaggi: 2.520
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bellissimo... continua così...
__________________
.. vorrei che fossi qui, seduta, nel mio angolo di Vita .. vorrei che guardassi nel giardino dei nostri sorrisi ..
lucy è offline   Rispondi Citando
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