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Vecchio 05-30-2007, 06:43 AM   #1
enrichetto
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Predefinito Marco Travaglio

LETTERA A L.C. MONTEZEMOLO Gentile Luca Cordero di Montezemolo,
il presidente di Federmeccanica, che fa parte della Confindustria, dice che l’aumento di 100
euro all’anno chiesto dagli operai è “una proposta ridicola” perché ci metterebbe “fuori dal
mercato”. E lei ha dichiarato che la ripresa economica dell’Italia è “esclusivamente merito delle
imprese”. Eppure lei stesso ripete sempre che un’impresa non è fatta solo dagli imprenditori e
dai manager, ma anche dai lavoratori. Dunque tutti dovrebbero essere premiati per il loro
lavoro. Invece i manager in Italia guadagnano molto di più dei loro colleghi del resto d’Europa,
mentre i lavoratori molto di meno.
In Italia un operaio guadagna in media, al lordo, 21 mila euro, contro i 29 mila della Francia, i
32 della Svezia, i 35 del Belgio, i 37 dell’Olanda, i 39,7 della Gran Bretagna, i 41 della
Germania, i 42 della Danimarca.
Qualche anno fa, un tale disse: “se i nostri operai guadagnano poco, le macchine che gli
facciamo costruire chi se le compra?”
Tra il 2000 e il 2005, secondo l’Eurispes, in Europa gli stipendi sono aumentati del 20%, in
Italia del 13,7. Da noi gli stipendi dei lavoratori aumentano ogni anno del 2,7%, mentre quelli
dei manager del 17%, otto volte l’inflazione. Le stipendio medio dei primi cento top manager
italiani è di 3,4 milioni all’anno, 7 miliardi di lire: guadagnano 160 volte lo stipendio di un
operaio, prendono in due giorni quello che un operaio prende in un anno.
In ogni caso la Fiat, con le sue mani e con la cassa integrazione, s’è rimessa in sesto grazie a un
manager come Marchionne. Che dunque si merita tutti i 7 milioni di euro che guadagna
all’anno, poco meno di quelli che guadagna lei. Ma, se il mercato ha un senso, chi ottiene
risultati dovrebbe guadagnare molto e chi va male dovrebbe guadagnare poco, o farsi da parte.
Mi sa spiegare allora perché, visto come va la Telecom, il manager più pagato d’Italia è proprio
Carlo Buora della Telecom, con 18.860 milioni di euro nel 2006 tra stipendio e liquidazione
Pirelli? E perché Tronchetti Provera guadagna come Marchionne che ha risanato la Fiat? Poi
c’è Cimoli, che ha così ben ridotto l’Alitalia: guadagna 12 mila euro al giorno, quello che un
operaio guadagna in un anno. Il presidente di Air France guadagna un terzo: ma la compagnia
francese è in attivo, mentre la nostra perde un milione al giorno. Dopo 2 anni e mezzo
disastrosi, col buco Alitalia salito a 380 milioni, Cimoli per andarsene ha pure preso 5 milioni
di liquidazione. Alberto Lina è l’amministratore delegato dell’Impregilo, capo-gruppo della
ditta che smaltisce così bene i rifiuti in Campania: guadagna addirittura più di lei, 7,3 milioni.
Anche lui prende in un giorno quanto un suo operaio guadagna in un anno. Dov’è il mercato?
Dov’è la meritocrazia?
La prima regola del mercato è che tutti rischiano qualcosa, e chi sbaglia paga. Voi top manager,
invece, non rischiate mai nulla. Se avete successo, vi aumentate lo stipendio. Se fallite, ve lo
aumentate lo stesso. Se vi cacciano, ci guadagnate una fortuna con le superliquidazioni. Poi
passate a far danni da un’altra parte. E se non garantite la sicurezza o la salute dei vostri
dipendenti, loro pagano con la vita, per voi c’è l’indulto. Con la certezza di morire di morte
naturale, nel vostro letto. Gli operai invece muoiono al lavoro come le mosche, al ritmo di
quattro al giorno. Andare a lavorare, in Italia, è più pericoloso che andare in guerra. Ogni anno
muoiono 1250 lavoratori italiani, la metà delle vittime delle Torri gemelle, meno dei morti di
tutto il mondo per attentati terroristici. E un milione restano feriti.
Ora lei, dottor Montezemolo, è preoccupato che il tesoretto si disperda in mille rivoli. Giusto.
Ma perché non parlate mai del tesorone dell’evasione fiscale, 200 miliardi l’anno? E del
tesorone del lavoro nero e sommerso, il 27% del pil, cioè 400 miliardi? E del tesorone delle
mafie, 1000 miliardi di euro? La legge sul falso in bilancio varata dal governo Berlusconi e
finora confermata, in barba alle promesse elettorali, dal governo Prodi, consente a ogni impresa
di occultare dai bilanci fino al 5% dell’utile prima delle imposte, al 10% delle valutazioni e
all’1% del patrimonio netto. Centinaia di milioni di nero legalizzato per ogni grande gruppo.
Una sorta di modica quantità di falso in bilancio consentita, come per la droga, per uso
personale. Non vi vergognate di una situazione del genere, che vi rende tutti sospettabili? Il
“mercato” è anche 25 anni di galera per chi trucca i bilanci, come in America: o no? Perché
allora non avete detto una parola contro la depenalizzazione del falso in bilancio? Perché
Confindustria non fa una grande battaglia per importare in Italia la legge americana sui reati
finanziari?
Vedrà che, recuperando un po’ di evasione, si potranno garantire case, asili e pensioni al popolo
dei 1000 euro al mese, che con un giusto aumento di stipendio potrebbero fare un bel passettino
in avanti. Perchè, come diceva quel tale, “se gli operai guadagnano poco, le macchine che
costruiscono chi se le compra?”. A proposito: lo sa chi era quel tale? Non era Marx, e
nemmeno il subcomandante Marcos. Era l’avvocato Agnelli.
In attesa di un cortese riscontro, porgo distinti saluti
Marco Travaglio
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Vecchio 05-30-2007, 06:58 PM   #2
gioiamia
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Adoro Marco Travaglio Enriche'....

Pat...
__________________
La parte piu' lunga di un viaggio...e' la porta
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Vecchio 05-31-2007, 08:34 AM   #3
enrichetto
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Dal blog di Grillo,lettera di Marco Travaglio

"Caro Beppe,
vorrei comunicare a tutti gli amici del blog l'ultima notizia scomparsa di una lunga serie. Il 15 maggio 2007 la III Corte d'appello di Milano ha condannato il senatore forzista Marcello Dell'Utri e il boss della mafia di Trapani Vincenzo Virga a 2 anni per ciascuno per tentata estorsione. Nessun giornale, a parte l'Unità e il Corriere della sera, l'ha scritto. Nessun telegiornale o programma televisivo, tranne Annozero, l'ha detto. L'Ansa, onde evitare che qualcuno se ne accorgesse, ha dedicato alla cosa ben sette righe e mezza, sotto questo titolo depistante: "Sponsorizzazioni: confermata in appello condanna Dell'Utri". Come se il reato fosse la sponsorizzazione. Nel testo, si spiegava (si fa per dire) che l'estorsione riguardava imprecisate "modalità di sponsorizzazione della Pallacanestro Trapani". Quanto a Virga, l'Ansa "dimenticava" di spiegare che è un boss mafioso, vicinissimo a Provenzano, arrestato dopo lunga latitanza nel 2001 e condannato all'ergastolo per mafia e omicidio.
Riepilogo brevemente i fatti. Nel 1990 il presidente della Pallacanestro Trapani, Vincenzo Garraffa, medico e futuro deputato del Pri, cerca uno sponsor per la sua squadra, neopromossa in serie A2. Publitalia, la concessionaria Fininvest presieduta da Dell'Utri, lo mette in contatto con la Dreher-Heineken. Si firma il contratto: per 1 miliardo e mezzo di lire, i giocatori esibiranno sulle magliette il logo della "Birra Messina", marchio italiano della multinazionale tedesca. Garraffa paga la provvigione a Publitalia: 170 milioni. Ma due funzionari della concessionaria berlusconiana battono cassa e pretendono da lui altri 530 milioni, in nero. In pratica, Publitalia vuole indietro la metà del valore della sponsorizzazione, ovviamente sottobanco. Garraffa rifiuta e, ai primi del '92, incontra Dell'Utri a Milano. Gli spiega di non disporre di fondi neri e di non poter pagare senza fattura. Dell'Utri - come denuncerà Garraffa - lo minaccia: "Ci pensi, abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare". Garraffa non paga. E, qualche settimana dopo, riceve nell'ospedale di cui è primario una visita indimenticabile: quella del capomafia Vincenzo Virga, scortato da un guardaspalle. Virga è di poche parole: "Sono stato incaricato da Marcello Dell'Utri e da altri amici di vedere come è possibile risolvere il problema di Publitalia". Garraffa ribatte: "Senza fattura, non intendo pagare". E Virga: "Capisco, riferirò. Se ci sono novità, la verrò a trovare...".
L'anno seguente la Pallacanestro Trapani, nonostante i successi sul campo, non trova più uno sponsor. Garraffa s'inventa un'autosponsorizzazione antimafia, ovviamente gratuita, con lo slogan "L'Altra Sicilia". Che gli porta fortuna: la squadra viene promossa in serie A. Maurizio Costanzo invita lui e i suoi giocatori a parlarne al "Costanzo Show", su Canale5. Ma poi, all'ultimo momento, cambia idea e disdice l'invito. Garraffa ci vede lo zampino di Dell'Utri. E denuncia tutto ai magistrati di Palermo. Che trasmettono gli atti, per competenza, al Tribunale di Milano. Qui Dell'Utri e Virga vengono condannati per tentata estorsione aggravata a 2 anni a testa. L'altro giorno, la Corte d'appello ha confermato le condanne.
Ora manca soltanto la Cassazione. Dell'Utri intanto è stato condannato definitivamente a 2 anni per false fatture in altre sponsorizzazioni gonfiate e in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Naturalmente, visto il pedigree, rimane a pie' fermo in Parlamento e viene pubblicamente elogiato per la sua "intelligenza" da diessini dalemiani come Nicola Latorre (niente a che vedere con Pio La Torre, ammazzato dalla mafia) e ossequiosamente intervistato da giornali e tv su tutto lo scibile umano, fuorchè sulle sue condanne.
Come ricorda Daniele Luttazzi nel suo ultimo spettacolo, Daria Bignardi l'ha recentemente invitato alle "Invasioni barbariche" su La7 e ha subito premesso: "Non parliamo dei suoi processi". Dell'Utri, comprensibilmente, non ha avuto nulla da obiettare. Anzi, ha aggiunto che il suo giornalista preferito è Luca Sofri. Che, guardacaso, è il marito della Bignardi. Ecco, dei processi di Dell'Utri è meglio non parlare mai. Il senatore ha uomini e mezzi per convincere."



Marco Travaglio
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Vecchio 06-08-2007, 09:08 PM   #4
gioiamia
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Lettera di Marco Travaglio a Libero



Signor Direttore, ci eravamo lasciati qualche mese fa quasi ai materassi, dopo che lei mi aveva accusato assurdamente di voler coprire lo scandalo Parmalat per chissà quali mie losche connivenze con la sinistra (ora spero che la mia espulsione da tutte le feste dell’Unità per aver detto e scritto certe cose parli da sè). Le confesso dunque che la sua telefonata dell’altro giorno per chiedermi di commentare su Libero la vostra inchiesta sugli sprechi negli enti locali mi ha un po’ sorpreso. Avevo quasi deciso di lasciar perdere, quando un Guardasigilli sciocchino e un ex vicedirettore del Giornale ancor più sciocchino mi hanno dato dell’ “intellettuale di sinistra”. Nel dubbio se querelarli per “intellettuale” o per “di sinistra”, ho deciso di accogliere il suo invito.

Credo che abbia ragione Giampaolo Pansa: come già Affittopoli, anche Sprecopoli coglie nel segno perché scoperchia «un Vajont di nefandezze, etiche e di stile, se non giuridiche». Un Vajont trasversale, visto che «non esistono più barriere alle schifezze e sinistra e destra sono già omologate nell’impresa di spendere e spandere, con stupida arroganza». Ha ragione anche Antonio Di Pietro - che quando scrive di queste cose si rivela ben più fine del rozzo poliziotto che molti vorrebbero accreditare - nell’illustrare l’ “ingegnerizzazione” del sistema Tangentopoli negli ultimi anni.

Gli sprechi di comuni, province e regioni, su su fino al governo nazionale (con i consueti inciuci per tener buona l’opposizione sulle leggi di spesa) non sono una novità. Ma di novità ne contengono più d’una. La prima è che, nei consigli comunali, provinciali e regionali, ma spesso anche in Parlamento, non li denuncia più nessuno.

Quando ho cominciato a fare il giornalista, come vicecorrispondente da Torino per il Giornale di Montanelli, mi divertivo un mondo a fare le pulci ai bilanci delle varie giunte, con l’aiuto di due maghi dell’opposizione (qualcuno, allora, c’era): il missino Marco Zacchera e il verde Pasquale Cavaliere, due cani sciolti che, non avendo mai approfittato di una lira pubblica, potevano permettersi quelle battaglie corsare, sgradite tanto alla maggioranza quanto all’opposizione.

A Milano c’erano i De Corato, i Rizzo, i Veltri, seguiti dai leghisti (non tutti). E ogni tanto qualche tombino saltava. Mi appassionava soprattutto il capitolo viaggi & gemellaggi, che vedeva consiglieri e assessori granturismo di ogni colore perennemente in giro per il mondo a spassarsela a spese del contribuente con la scusa di improbabili missioni diplomatiche, umanitarie, ma soprattutto enogastronomiche. Mai che si recassero in Lituania o in Albania. Sempre ai tropici, e sempre nella stagione migliore.

La seconda novità è che quei trucchetti da rubagalline per andare in ferie con rimborso a pie’ di lista si sono col tempo affinati, e oggi pagheremmo volentieri di tasca nostra qualche viaggetto a lorsignori, se solo si limitassero a quello, rinunciando alla giungla di “consulenze” plurimiliardarie che si sono trasformate in un sistema aggiuntivo e abusivo di finanziamento pubblico, oltre a quello che, in barba al referendum del 1991, i partiti si regalano di anno in anno con il sistema truffaldino descritto l’altroieri da Di Pietro.

Ma oggi - terza novità - la figura dell’oppositore-oppositore, dello spulciatore di bilanci, dell’annusatore di mazzette e affini è estinta, anche perché i politici corsari hanno quasi tutti cambiato mestiere, o s’è fatto in modo di farglielo cambiare. E i partiti corsari non esistono più: si sono seduti tutti a tavola. Restano alcuni giornali e giornalisti corsari, ma appena azzannano un osso c’è subito chi urla al giustizialismo o ti piazza una bella causa civile per risarcimenti miliardari, per cui trovare qualcuno disposto a mettere nero su bianco un nome e un cognome è diventata un’impresa.

Anche perché, fra i consulenti più rinomati e trasversali, ci sono sempre più spesso dei giornalisti (Maurizio Costanzo “consiglia” la provincia di Roma su come farsi bella per la modica cifra di 150 milioni di lire all’anno e pare che faccia altrettanto per il comune di Genova, dopo aver prestato la sua preziosa opera alla Pivetti e a mezza leadership del centrosinistra, ma è solo il capostipite di una lunga stirpe).

La quarta novità è che dilapidare il denaro pubblico non è più reato. Pochi se ne sono accorti, anche perché la “riforma” passò con maggioranza bulgara del 95% (destra e sinistra a braccetto): ma nel 1997 l’abuso d’ufficio non patrimoniale - cioè il reato che comprendeva lottizzazioni, concorsi truccati, favoritismi, nepotismi, sperperi assortiti che con contemplano nulla in cambio, o almeno non lo lasciano trasparire - è stato depenalizzato, mentre quello patrimoniale (difficilissimo da dimostrare) è punito con pene talmente irrisorie che non consentono intercettazioni per acquisire le prove, nè custodia cautelare per tutelarle, nè i tempi necessari per arrivare a sentenza prima che scatti la prescrizione.

Quindi la sua indignazione contro le Procure inerti dinanzi a Sprecopoli va girata al Parlamento, che le ha appositamente disarmate per salvare quell’orda di amministratori locali multicolori che rischiavano la galera (e in alcuni casi ci erano pure finiti) per le loro malversazioni. Molti di loro, una volta miracolati, sono tornati al loro posto, altri non se ne sono mai andati, altri ancora sono stati promossi deputati o ministri e ora se la tirano da assolti, da povere vittime di errori giudiziari, solo perchè i fatti commessi non sono più previsti dalla legge come reato.

La quinta e ultima novità non c’è ancora, ma arriverà presto, non appena la devolution sarà legge dello Stato. Quante volte ci siamo sentiti ripetere che il federalismo è la panacea di tutto, perché avvicina le decisioni ai cittadini garantendo un controllo più accurato su come vengono spesi i loro soldi. Quel che sta accadendo nelle varie regioni d’Italia, dalla Sicilia al Piemonte, con l’approvazione dei nuovi statuti è il degno antipasto di ciò che ci riserva il futuro. L’assalto alla diligenza, la moltiplicazione dei pani e dei posti, fra consulenti, consiglieri supplenti, poltrone e strapuntini che spuntano come funghi per sistemare portaborse, amici, amanti, candidati trombati. Ce n’è per tutti, infatti non protesta nessuno.

Il Sole-24 ore ha calcolato i costi spaventosi in più che comporterà la devolution: dal governo, a parte alcuni suoni gutturali del cosiddetto ministro Calderoli, non è arrivata nessuna replica di senso compiuto. Chi, in buona fede, aveva sperato nel federalismo farebbe bene a scendere con i piedi per terra e a rammentare che siamo in Italia, un paese che riesce sempre a corrompere qualunque buona idea: l’esperienza del maggioritario insegna, o dovrebbe insegnare.

Ho l’impressione che questa devolution non devolverà un bel nulla. Aggiungerà poltrone a poltrone, uffici a uffici, stipendi a stipendi, scandali a scandali, sperperi a sperperi. Avremo venti regioni a statuto speciale al posto delle attuali cinque, più l’amministrazione centrale che non retrocederà nemmeno di un palmo. Se è vero che l’occasione fa l’uomo ladro, le occasioni si moltiplicheranno per venti.

Non so lei, direttore. Ma io, quando sento parlare di devolution, penso alle facce dei venti “governatori” e dei non si quanti ministri che dovranno gestirla. Poi, non avendo il porto d'armi, non metto mano alla fondina. Ma al portafoglio sì, per controllare di averlo ancora. Così divento un centralista sfegatato, bismarkiano, crispino. I prefetti di Giolitti, ci vorrebbero, altro che devolution. La devolution è una boiata pazzesca.


Marco Travaglio
La Repubblica
(26 novembre 2004)

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