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#1 |
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Junior Member
Data Registrazione: Oct 2009
Messaggi: 13
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Condivido con voi altre cose che ho voluto scrivere. Grazie in anticipo per l'interessamento.
Vorrei precisare che questa è solo la prima parte di un discorso fra due lati di una stessa anima, quella "cattiva", rabbiosa, e quella "buona", matura, saggia. La poesia è spudoratamente intrisa di ironia, indirizzata a quella parte dell'anima che ha amato ed ora piange. Ma è solo rabbia, cm testimoniamo le parole consecutive aventi il fono "GR",proprio di chi è arrabbiato (gramo, ingrata, grave, grata). xD Del simigliar fame ignorante, accogliesti quel mio priego, Tu, che fuor dal tuo solente, risvegliasti me, alter ego, luce d'alba d'una mente, polo opposto a ciò che nego. Basta, patetico Di Luccio rientra e chiudi il pozzo per cui nascea il tuo cruccio, di que' sogni, e'l tuo singhiozzo languido,"toccante" braccio d'amore, inganno rozzo. Sparisci inutile metà pervasa da tuoi affanni, petal arso d'altrui pietà ove t'appaghi e trovi panni onde fu orto. Ecco verità ch'offuscò la vista e li anni. MUORI! MUORI insulso insetto e codardo, eunùco e falso, sbiadito immàgo del tuo petto, leon che tuba, a ruggir scarso, sai bruciare in un "bacetto". Nudo augello d'ali falso. Hai "amato", ed or sei franto, ma di frattur beffarda e vota, amor immerita'l tuo pianto perch'è "virtù" che zero quota che s'avvia in geniale incanto e in terremoto poi si rota. Oh l'amore, oh si, l'amore !! Acclamata ed osannata nella luce e nel torpore dei secoli, e cantata ed eterna di tremore fonte, e cercata e riamata madre adottiva d'ogni core voto di calcoli e di canti e di passioni debitore. Son solo vesti, a tanti ha "regalato" il bel dolore per cui ancora sono affranti e delusi quei tuoi tratti parenti vecchi più del mondo. Giunge sì d'attesi fatti, e per cui da questo fondo il più temuto e a cor intatti per me, vai via, la terra sondo. Parvente maturato frutto, credesti allor a quella polpa e alla gol che giace in lutto sì cedendo per tua colpa alla promessa di quel tutto che da tutto si discolpa. Spirto cupo, spirto teco ermo morituro, la cagion che intonò quel fatal eco, ossia l'"amore", tua ragion, portasti alto e fiero, cieco, sott'ora lo verbo e le stagion, ove cadi innocuo e spento, della lama più affilata e disarmato. Dal vento vien di vita abbandonata, rivelante dell'"Io mento", luce finora ben placata, esta lignea gabbia aurata. E nell'afferrar tu gramo quell'ingrata grave grata resistente men d'un ramo in infame cadi ornata scheggia d'odio d'un ricamo. E per ciò che non esiste, per ciò ch'è morto e che mai nacque piangi or gemma in cui persiste l'impuro VER che finor tacque di vizio e gioco qui mai viste, sensual piacer che move l'acque. Il prox componimento rappresenta la risposta della parte"buona",saggia, dell'anima( scritta perciò in endecasillabi, e con termini + ricercati, quasi a evidenziare la calma con la quale parla) alla parte invece accecata dal fumo della rabbia, rancore, rappresantato dalla precedente poesia (scritta in ottonari max in novenari, per meglio rappresentare il tono offensivo tipico di ki è arrabiato che t scaglia addosso qualsiasi cosa gli passi per la testa).Da notare, permettetemelo, l'omaggio al primo poeta (Dante Alighieri) nelle tre terzine ke iniziano per"Amor"e che ricorda il V dell'Inferno. No, no. Deh, quanta pièta'l cor mi bagna e lieve, di coscienza, soffia e lambe le fronde. Non t'affliggere alma stagna nell'ira folle ch'orbi ti fa l'ambe due occhi del veder lo ben di parte. Mòstrati quella ignudo e pur le gambe più del coverto piagner di tua arte. L'inveir è iettar fori Amor che truona. Somma voglia è l'odiar omai in disparte della vita, e amar contra persona. Non sdegnar, anima lesa, di cui c'è fiato l'esser vero ch'entro suona. Io son colui che t'alza poi che rùi. Io son colui che per gran tempo fosti. Colui che paga per l'errori tui. Ciò ch'al volere tuo fuggonsi ascosti sfregi e insulti come dannato in pena, perchè non sa del vin ch'ignora i mosti. Ritorna a tua matèr che in te si scena, pensa ciò che t'imbocca'l primo autore. E' l'or che tua memòr ti rieda plena. Amor artiglia lesta'l gentil core com'aquila suol far con la sua preda, e'l trofeo non molla pria che more. Amor sostène e abissa sanza meda, di luce tigne i giorni o di tempesta, per fato questi il pasce o li depreda. Amor da cenre dolce si ridesta maestoso in aer come fenice, e volando soave il mondo assesta. Il tuo penser ch'a Lei lo svago addice, è pellegrin che va per fioco viaggio. Ma questo metro a te e in eterno dice : "Ella è folle, ma in chi ne fa un oltraggio rifiutasi di porre sua radice. Arde non i fiacchi. Chi ha coraggio !". |
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#2 |
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Junior Member
Data Registrazione: Oct 2009
Messaggi: 13
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All'interno della prossima poesia si può capire il nome della mia cara amica. Lo so che può non importare, ma è piuttosto un modo divertente per analizzare due parole. VI HO DATO UN AIUTONE! XD
Quando spente son le luci e alme, sveglia se''n roseo albeggiar d'insonne immago; parmi al piovoso pianto fiacca e viva, assetata d'amor e affetto e vago desio ch'irradia ciò che'l cor ravviva, in la fiata che, come incantamento, si spiaggia, nudo, su festosa riva. Come stuol de l'audaci nauti intento a liberare de la santa terra ardenti, sì vegg'io quel viso e sento umile e altero l'obbligo alla guerra che non volge in lo fero accento'l sangue a l'arme, ma con maggior doglia atterra. Armato, priega e sì la speme e piangue: "Madre delle Madri, di tua fattur fattura, eterna morte e ciò che tangue vita d'om quant'alte intendi le mur che restano all'assedio del Felice, son, imponenti e 'mpietose. Sì dur è lo glorioso volo che si dice esse'l miracol de la dolce vita ! E par soave modo cui s'addice pietà beata'l piangere smarrita; or dunque come può cor che s'infama, fedele a lo segnor che l'ha accudita, intonar divo canto che reclama que l'unico convivio colmo e voto ov'è Amor il pane onde si sfama?". Qual fior, in pinte foglie, che di loto, e pur ontato da cotan fanghiglia, clarezza e purità non vende al moto così che più resplende e al sol s'infiglia, tal è'l ridente tuo e leggero volto ameno e vivo e terso cui s'abbiglia lo mondo ignaro e da buon fato colto, ma ver, venduto e avaro e perso, Dite, vorace e'nsoddisfatto pur s'è vòlto. Insigne Regia quanto calma e mite destasi fedel la face d'esse e alta e grave e cara veste in speme vite che lindo o lercio ogn'om eterno essalta. Destati allor da que l'armata veglia; in piedi, fera mostra la ribalta del desider potente che mai inveglia. All'alba e'n risi incanta a gui' di mago i cuor torpìdi con un dolce "Sveglia". |
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#3 |
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Junior Member
Data Registrazione: Oct 2009
Messaggi: 13
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Il seguente sonetto è una doverosa ricambio a quello scritto da un carissimo amico piemontese.
Lo sfilare sincer del vostro verso allieta sì d'Apollo e l'onor mio e d'aver il favore suo desìo che d'esto brio mai fu'l cor asperso. Saltella ancor, scodinzola riverso nella gioia d'un sogno've voi ed io solchiam de l'Amicizia ilar il rio cantando e toccan lieti l'universo. Bendetto sia gentile piemontese, bendetta la sua terra e sua favella, la sua Cuorgnè e l'Orco che fe' orto, e'l bel rimar, colore al viso smorto, in codesta loquela piana e snella che'l vostro nome adorna e fa "cortese". Nel mondo che non esiste ti ritrovo accanto muta, mi conosci invero e insiste su la pelle che mai muta su' calore'l tuo crudele sguardo'n piena come un fiume, come tale sazio in fiele, c'ha fame eterna in lerciume. Non fuggiasco e non distante; pervade, permea e invade del silenzio più'nquietante l'intelletto mio che cade, e qual vela prima in sosta perchè'l vento manca e scende quando torna va a sua posta, al suo voler così s'accende. M'al svegliare de la mente chiodo al cuore stilla il vero; così è un mondo che mi mente ? chè il mio pegno è sì severo ? Mai donna amai sì tanto, ma se amar in du' si suole in terra allora tal canto è p'Amor che non mi vuole. Sono un ombra al tuo passaggio, un dettaglio che non parla, pover om senza coraggio, un de' tanti e la sua ciarla. Ma se'l mondo sarà spento sì ti priego dolce vita donar pò del suo talento di parlarmi a li occhi aita ! |
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#4 |
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Junior Member
Data Registrazione: Oct 2009
Messaggi: 13
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La prossima poesia rappresenta il racconto di un sogno affiancato da ricordi del passato.
Correvano remoti i dì trascorsi a sognare di noi spettri banditi; abbozzare sbiaditi in altre e torsi di te eterni simùlacri scolpiti. A cader nei miraggi di Menzogna che fa del lercio petali graditi, che fa della paur ciò che si sogna quando al timido cuor così s'avvinghia come serpe alla preda che s'agogna. M'alla nube ch'annebbia e l'occhio adunghia lasciavo lieto acerbe esitazioni, quand'ignara graffiavi con altr'unghia. Crogiolavasi sciolta in bee visioni l'anima deliziata in tal dolcezza che gonfi fa ancor l'occhi e li polmoni. Parevi immortal ninfa in allegrezza a custodir piacente il bel giardino ove l'aere di mel dorate olezza, lontana a dimorar oltre'l confino dell'umana semenza e conoscenza quando rosso riflette il suol marino. Impaziente aspettavo tal scadenza, aspettavo, osservavo, m'incantavo, chè allor palesavi ogni parvenza. Oh indolente mio intelletto ignavo, giammai sì tanto ligio e attento fosti a seguir roba fuor l'oziare pravo ! Volteggiavi su que' color esposti, e danzavi legger con le Esperidi; benigna coccolavi i raggi ascosti ch'al tuo canto tacevano lor gridi, lenti giaceano sotto coltre d'acque, in men d'un "si" irradiavano altri lidi. Alle mie gaudenti guance piacque tanto'l mirar rapite il lieve passo che pinser se di gioia e un riso nacque, e'l cielo tacque prima del fracasso. Ma cara è la tormenta a quel che spera di veder coronato azzurro casso. Poscia la pioggia e prima della sera cignevasi il ciel di sperate tinte; allor scendevi come ancella d'Era. Mai d'arcobalen fur le dipinte luci così accese e così spesse chè mai'n morbido passo furo intinte. Iris il traversar miri le stesse ! Quando Notte silente il mondo avvolge nel brun mantello e suoni e l'odor tesse e vedi a cotal vel che invano volge la grassetta manin la bimba in spalla a coglier chè nel creder suo s'involge la stella esser coriandolo o farfalla così la mia tremante ad un bagliore che per corpo mortale in terra ha calla tesi ansioso sì che'l suo chiarore di sè fe' pregni lo spirito e le ossa. D'allora della tenebra il timore non spaventava più lo sonno e'ndossa ogni notte'l pensiero mio le vesti del rimembrar di quella luce grossa. Rischiaravano il tempo quegli onesti sussuri del re Eolo delicati quand'esortavi l'occhio a sguardi desti mentre alla silenziosa volta alati s'ergevan nivei fianchi di colomba; rifuggi Orion e l'omini affamati ! Oh beltà rara che le membra slomba scorsa è l'era spogliata del sfiorarmi, scappato è'l tempo del tubar che piomba su pulsanti ven più che illustri carmi; d'alitar che non frega questa pelle, di coscienza ch'abbassa li gendarmi allo sguainar dell'iride che svelle l'anima da le carni, e mai più torna. Non so se come Venere t'imbelle posarti dispettosa o se t'adorna de' suoi violetti fior la calma Malva; intessi'l mio destin eterna Norna ! Se come Cassiepea che ogni valva de' tuoi capei boriosa e vanitosa pettini e non sarìa fanciulla salva. Fermo sarìa Perseo chè qui si osa dir che ve n'è un tra le bellezze in terra pietosa più di quel del mare sposa. Se' cresciuta. Ed Or la mente m'erra. Convien ch'alcun rimedi alla disgrazia, chè non spiego l'amar chi non afferra. E come tal che per pazzia o grazia raffigur dianzi imagine divina, e rispetto e paura fa gol sazia, rivelamisi innanzi che abbacina sagoma in lume legger da ogni soma onde discernea nulla pur con trina sì che del dir si rischia Rom per toma, così a lei di spalle fui prostrato sudando freddo e senz'alcun idioma. Voltossi e'l guardo offeso e fulminato costrinsi a ritirarsi chè tal gloria era straniera all'occhio omai inquinato. Animose, affettuose e senza boria posò caro le mani sul mio viso, sicchè sconfisse ciò che'l cor fa mòria. Guardommi e donò allo stesso un riso e seguitando dolce a dir :"Figliuolo". |
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