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Vecchio 11-24-2013, 06:01 PM   #61
delfina
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Si può vivere tagliati in due? Io ci provai.
Decisi di lasciarti e poichè non avevo la forza di dirtelo te lo scrissi. Una lettera volutamente crudele, poche parole impietose:
"È stato bello ma è finito. Vivresti con una persona dimezzata e non è di questo che hai bisogno. Cancellami. Oppure ricordami per la dolcezza che abbiamo condiviso, per i pensieri che ci siamo scambiati. Il rosmarino per i ricordi, le viole per i pensieri".


Eugenio Scalfari - "L'amore, la sfida, il destino", pag.53
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Vecchio 11-27-2013, 08:28 PM   #62
delfina
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“sì?”
“il tuo seno è prepotente”

“scusa?”
“hai un seno aggressivo”

“lo devo prendere come un complimento?”
“mah, no, direi di no”

“quindi?”
“quindi senienicamente sei arrogante”

“senienicamente?”
“sì, da senieno, come penieno”

“non esiste senieno”
“ora sì”

“dovrei nasconderle?”
“cosa?”

“le tette”
“nel modo più assoluto no”

“mi hai dato dell’arrogante e della prepotente”
“non tu, il tuo seno”

“il mio seno sono io, anche”
“dici?”

“dico”
“e come possiamo fare?”

“guarda che sei tu che hai iniziato con questa storia”
“hai ragione”

“vuoi toccarne una?”
“di cosa?”

“di tetta”
“sei pazza?”

“perché?”
“perché in questo tipo di situazioni non è contemplato che la ragazza faccia un’offerta del genere”

“scusa, chi le decide le regole?”
“nessuno, ma esistono”

“dimmele dunque”
“non le so, le intuisco cammin facendo e anche tu dovresti”

“ti piacciono le mie tette?”
“puoi chiamarlo seno, per favore?”

“va bene, ti piace il mio seno?”
“provo un senso di attrazione-repulsione rispetto al tuo seno”

“più attrazione o più repulsione?”
“sinceramente più attrazione però c’è questa cosa della prepotenza”

“secondo te potrei fare qualcosa per rendere meno prepotente ai tuoi occhi il mio seno?”
“sì, dovremmo conoscerci meglio, frequentarci, fare delle colazioni assieme, delle gite, andare al cinema, al mercato, prendere confidenza, raccontarci dei segreti”

“io e te?”
“io, te e il tuo seno”

“questo è un dialogo assurdo”
“questo è un dialogo di meraviglia e di speranza”

“di speranza di cosa?”
“di speranza di frantumare l’impossibilità di dire”

“di dire cosa?”
“tutto”

“tu credi che sia possibile?”
“sta accadendo”

“anche nel mondo reale?”
“questo è il mondo reale e se non lo fosse significherebbe che io ti sto sognando o tu stai sognando me o fors’anche stiamo entrambi essendo sognati da una farfalla, la qual cosa genererebbe in me - non te lo nego - una certa qual frustrazione”

“dunque?”
“hai delle tette di rara bellezza”.



Ragazza dal seno prepotente - Guido Catalano
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Vecchio 11-28-2013, 10:03 AM   #63
Essenza
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Sii come il fumo: sali,
pensa che nell'evadere nessuno dirà
«ti ebbi e ho potuto misurarti».
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Vecchio 02-11-2014, 07:28 PM   #64
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"È così, vero? Due persone, nel bene e nel male. Due persone che si amano pigiate nel barattolo del matrimonio, dove ogni mio respiro le sottrae qualcosa. Inconsapevolmente, si tiene una contabilità meschina con la persona che si ama di più. Alla fine tutto diventa calcolo, bilancio. Credimi (benché ti rifiuti di farlo): non solo ci si rinfaccia chi guadagna e chi lavora di più, in casa o fuori, e chi prende più spesso l'iniziativa a letto. Anche i cromosomi finiti nella cassa comune vengono in qualche modo conteggiati: a chi il bambino somiglia di più, e chi invecchia prima mentre l'altro perde il passo.
Persino... Chi interrompe per primo un bacio.
Allora abbracciami ora (ora!) appoggia la testa sulla mia spalla. C'è un punto che sogno di baciare, a parte il neo segreto: la conca della spalla, vicino al collo. Voglio sentirne il calore, la pelle morbida come velluto, e l'arteria pulsante - la pulsazione silenziosa e incessante della vita che palpita in te.
Vieni, accucciati sotto la mia ala, non dire nulla ma ammetti in cuor tuo che è possibile immaginare il matrimonio anche così: due individui che si osservano, uno di fronte all'altro, in un rito prolungato, lentissimo - il rito dell'esecuzione della persona amata."

Che tu sia per me il coltello - D. Grossman
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Vecchio 02-11-2014, 08:47 PM   #65
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"È così, vero? Due persone, nel bene e nel male. Due persone che si amano pigiate nel barattolo del matrimonio, dove ogni mio respiro le sottrae qualcosa. Inconsapevolmente, si tiene una contabilità meschina con la persona che si ama di più. Alla fine tutto diventa calcolo, bilancio. Credimi (benché ti rifiuti di farlo): non solo ci si rinfaccia chi guadagna e chi lavora di più, in casa o fuori, e chi prende più spesso l'iniziativa a letto. Anche i cromosomi finiti nella cassa comune vengono in qualche modo conteggiati: a chi il bambino somiglia di più, e chi invecchia prima mentre l'altro perde il passo.
Persino... Chi interrompe per primo un bacio.
Allora abbracciami ora (ora!) appoggia la testa sulla mia spalla. C'è un punto che sogno di baciare, a parte il neo segreto: la conca della spalla, vicino al collo. Voglio sentirne il calore, la pelle morbida come velluto, e l'arteria pulsante - la pulsazione silenziosa e incessante della vita che palpita in te.
Vieni, accucciati sotto la mia ala, non dire nulla ma ammetti in cuor tuo che è possibile immaginare il matrimonio anche così: due individui che si osservano, uno di fronte all'altro, in un rito prolungato, lentissimo - il rito dell'esecuzione della persona amata."

Che tu sia per me il coltello - D. Grossman
che libro superlativo!!
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Vecchio 03-22-2014, 02:15 PM   #66
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Ti resto accanto anche quando non mi vedi.
E cerco di capire, tu che un giorno sei una rosa e quello dopo sei una spina. Ti resto accanto in questo tempo indefinibile, nel tempo che ti prendi per pensare, per trovarti e intanto se la ride, passa e se ne frega. Tempo troppo breve se ci scappa da ridere o da vivere, tempo troppo lungo se ti fai aspettare. Se ti volti non mi vedi. Neanche avanti non mi vedi. Io sono al tuo fianco, senza spingere né tirare, nel posto in cui ti puoi appoggiare quando perdi l’equilibrio. Di fianco, per dirti all’orecchio che ti voglio bene, per non perderti di vista neanche quando ti allontani. Di fianco, per non oscurare la tua luce, per non coprire la strada che vuoi fare, per solleticarti se ti chiudi nei pensieri. E non occorre che allunghi la mano per cercare la mia, non l’ho mai mollata. E non occorre che allungo la mano per cercare la tua, è sempre stata nella mia.

Enrico Cattani
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Vecchio 06-06-2014, 08:19 PM   #67
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- Dimmi, enigmatico uomo, chi ami di più? Tuo padre, tua madre, tua sorella o tuo fratello?

- Non ho né padre, né madre, né sorella, né fratello.

- I tuoi amici?

- Usate una parola il cui senso mi è rimasto fino ad oggi sconosciuto.

- La patria?

- Non so sotto quale latitudine si trovi.

- La bellezza?

- L’amerei volentieri, ma dea e immortale.

- L’oro?

- Lo odio come voi odiate Dio.

- Ma allora che cosa ami, meraviglioso straniero?

- Amo le nuvole… le nuvole che passano… laggiù… le meravigliose nuvole!

Charles Baudelaire - "Lo straniero"


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Vecchio 06-17-2015, 08:32 AM   #68
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"La nostra storia è durata esattamente dieci anni. Non ricordo mai gli anniversari, neppure i compleanni (neanche il tuo, ammetto, è solo segnato sul telefonino); eppure mi è venuto in mente all’improvviso, mentre facevo la valigia. Ho aperto l’armadio, cercavo i vestiti da portare con me: lo sai come faccio, la valigia sempre all’ultimo minuto, la lista da cui depenno man mano le cose, e stavolta era più difficile, visto che non è solo un viaggio, è un trasloco. Me l’ero dimenticata ed eccolo lì, in fondo all’armadio, l’abito rosso che avevo comprato la prima sera che siamo usciti insieme; comprato d’impulso, perché non avevo mai avuto un abito rosso, perché mi faceva allegria, perché quella seta frusciante mi sembrava la promessa di una carezza, delle tue carezze. L’ho tirato fuori: sull’etichetta, ancora spillato lo scontrino della tintoria; l’avevo messo così poco, dopo. Dopo quella nostra prima sera insieme, dopo la nostra prima notte insieme. Quasi non volessi rovinare il ricordo, la magia. Quel rosso fuoco e tutti quei baci, quello stupore.
E’ stato dieci anni fa. Tu eri sposato, lo sapevo. Eccome se lo sapevo. Non facevi altro che parlare di tua moglie, anzi dei tuoi bambini, dell’ultima nata da poco, delle notti insonni. Almeno è quello di cui parlavi tra colleghi, alla macchinetta del caffè, in quel mese in cui sei arrivato tra di noi, un corso di aggiornamento, lunghe ore ravvicinate insieme. Mi sei piaciuto subito. Sentivo il tuo sguardo addosso quando mi vestivo per venire in ufficio; mi guardavo allo specchio e pensavo a te, forse meglio un altro rossetto, troppo profumo? Starti vicino mentre parlavi. Guardare e non guardare. L’invito a cena è arrivato come per caso: saresti ripartito la mattina dopo, tornato nella tua bella noiosa città, dalla tua bella noiosa moglie. Mi hai chiesto se non avevo programmi, se avevo voglia di farti compagnia; eri stufo del ristorante dell’albergo. Certo, ho risposto. Certo, mi sono detta davanti allo specchio del negozio, comprando quell’abito che mi aspettava: ci passavo davanti da giorni, sapevo che era l’abito giusto per uscire con te, per farmi spogliare da te.
E’ cominciata così. E’ cominciata così e non mi sarei mai immaginata che sarebbe andata avanti così tanto, dieci anni. Io ne avevo 25, l’età giusta per un abito rosso fuoco. E’ cominciata così, con una notte, un’avventura. E poi sorprese e bugie e scenate, promesse e weekend meravigliosi e serate di Natale passate ad aspettare un tuo sms, come in un pessimo film di Hollywood. Mi dicevi: amo solo te. Mi dicevi: è troppo presto adesso, i bambini sono troppo piccoli, hanno bisogno di me. Mi dicevi: devi avere pazienza. Non subito: i primi anni ci sono stati solo incontri fuggevoli, pentimenti, lunghi mesi di niente o di desiderio. E altri uomini, ma questo lo sai. Poi, quattro anni fa, la prima domenica insieme, noi quattro: mi hai portato i tuoi figli, che fino ad allora erano solo voci e foto sul telefonino. Tua moglie? A quel punto sapeva. Separati in casa. Ma è stata una domenica così strana. C’eri ma non eri più tu, non sapevi come presentarmi, come guardarmi o toccarmi… Gli occhi dei tuoi bambini addosso: ora c’erano anche loro, da conquistare, se ti volevo, se volevo te. Pezzo per pezzo abbiamo provato a immaginare un futuro insieme. Io avrei dovuto lasciare il mio lavoro, certo; cercarne uno nella tua città, ovvio. Non potevi andare troppo lontano dai bimbi. E una casa: nello stesso quartiere, vicino a lei, la moglie quasi ex, la moglie che sapeva e perdonava e minacciava e poi alla fine ha detto d’accordo, separiamoci. Eppure che fatica, amore mio. Quante volte ti ho lasciato, mi hai lasciato; quante volte ho detto: basta, non voglio più aspettare. Quante volte ho cancellato tutti i tuoi messaggi dal cellulare e poi ho pianto perché ne avrei voluto almeno uno, da leggere e rileggere; ma non importava, perché i più belli li sentivo scolpiti nel cuore. Quante volte ti ho mandato mail disperate alle due di notte, e poi avrei voluto cancellarle, ma ormai avevo fatto clic. Quante volte ho pensato: adesso è finita, davvero.*
E invece, avevi ragione tu. Dovevo solo avere pazienza. Dovevo solo aspettare. E quando è arrivato tutto – la casa giusta, l’accordo di separazione, l’appuntamento con l’avvocato, un possibile colloquio di lavoro per me, il tuo coraggio – quando è arrivato tutto, ho detto di no. Perché è arrivato invece quel lavoro a Londra. Imperdibile, ti ho detto. Imperdibile, ho detto alle mie amiche. Così imperdibile che ho preferito perdere te. La verità è che ho preso l’aereo, sono andata al colloquio e ho firmato, senza neppure pensarci, come quando sei sullo scoglio più alto e pensi: o mi butto in acqua adesso o non lo farò mai più. Ho firmato e non sapevo come dirtelo. Forse non sapevo neppure come dirlo a me stessa. Ma ho firmato così come ho comprato quell’abito rosso: d’impulso. Lì a Londra, strade sconosciute, la pioggia, un caffè qualsiasi uscita dalla fermata della metropolitana, un caffè con le vetrate dove mi sono fermata a guardare la gente che passava… ho capito che era questo che volevo. Lasciarti. Andarmene. Ricominciare. No, non voglio una storia a distanza. Ti ho desiderato così tanto, ho pensato che avrei accettato tutto, rinunce e compromessi, dividerti con i bambini, non averti mai davvero per me… Ma il desiderio si è sgualcito, strappato. E no, non ti amo più. Ma ti ho amato tanto, davvero. Lo sai. Così come ho tanto amato quest’abito rosso che, sono sicura, non metterò mai più".

LISA CORVA


(raccontino scritto per D di Repubblica Gennaio )






G-MESH, “IN THOUGHT

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Vecchio 06-18-2015, 01:02 PM   #69
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Che storia triste. Testimonianza del fatto che ,purtroppo, troppo spesso per moltissime donne l'amore vero è quello che fa soffrire,quello che ti tormenta,quello che ti umilia, facendoti sentire sempre la seconda e mai la prima. Si vive in una bolla fittizia di sentimento e passione, il tutto pronto a scemare quando la realtà prende il sopravvento,quando la vita reale,e non quella immaginata, bussa alla tua porta.
Ti amavo alla follia solo se non potevo averti...nel momento in cui ti ho avuto, non ho sopportato il tuo bagaglio di normalità,e alla prima occasione me la sono svignata.
Tristezza,tristezza infinita!!! A queste donne mi verrebbe voglia di prenderle e scrollarle,farle svegliare , e spiegarle che il principe azzurro non esiste,e che spesso sono loro che vogliono vivere nel tormento perchè in un certo senso le fa sentire vive.
Tutta illusione.
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Vecchio 11-13-2015, 01:35 PM   #70
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Prima che si concluda questo amore
lascia che io ringrazi il mio destino
per il bene assoluto che m’ha dato,
per la fame dei sensi, per l’arsura
che mi ha preso alla gola. Prima di andare
lascia che ti riporti sul cammino
dove giungesti o mio sanato amore
così divino e immobile e lontano
ch’io non oso toccarti. Addio, mai Nume
fu più profondo e grande , mai d’altezze
tali giunsi al confine. Addio mio inganno.

Alda Merini da “Lettere al dottor G”


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Vecchio 11-30-2015, 01:12 PM   #71
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Questa e’ la lettera di un marito francese,Antoine Leires, che ha perso la moglie Helene negli attentati terroristici di Parigi ,al Bataclan.

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.


L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».


Dalla pagina Facebook di Antoine Leiris
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Vecchio 01-05-2016, 11:48 AM   #72
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Cara Nancy,
c’è un giorno che ricordo bene. Dev’essere stato a fine dicembre o gennaio, di sicuro durante le vacanze di Natale. Faceva molto freddo, e noi ci eravamo incontrati per caso in uno dei corridoi vuoti dell’università. Abbiamo deciso di uscire insieme. Volevi lasciare qualcosa a casa, io anche; volevi comprare una maglia; ho chiesto se potevo accompagnarti. Siamo passati prima a casa dei tuoi. Ti sei cambiata, hai dato da mangiare al gatto, hai messo su della musica. Ci siamo seduti per terra, su un tappeto. Vicini, ma non abbastanza... Poi ancora in metropolitana, a casa dei miei; volevo posare dei libri. Il concierge ci ha visto entrare; mi ha strizzato l’occhio, io ho fatto finta di non vederlo. In casa eravamo soli, mi hai chiesto se potevi avere un bicchier d’acqua. Te l’ho portato. Volevo baciarti allora, sai. Ma non ero sicuro che lo volessi anche tu. Ti ho fatto vedere la mia camera, il mio letto, che era rimasto sfatto; ti sei seduta sopra, ma anche allora non ero sicuro che tu quel bacio tu lo volessi davvero. Ti sei avvicinata alla mia scrivania, guardavi tra le mie cose, le mie penne; mi hai detto che ti piaceva tanto la mia Pelikan. Te l’ho regalata. Poi siamo usciti ancora, verso Broadway, abbiamo pranzato insieme. Siamo stati insieme tutto il giorno; eppure, quando ti ho riaccompagnato a casa la sera, neppure allora ci siamo baciati.
Qualcosa è successo - o non è successo - quel giorno. Qualcosa ha fatto sì che tu non mi abbia più voluto vedere. Mi dicevi che mi avresti chiamato, e poi non chiamavi. Ci ho provato io, un paio di volte. Poi ho smesso. Come sarebbe cambiata la nostra vita, se fosse successo qualcosa quel giorno, a casa dei miei o a casa dei tuoi? Non lo so, non posso saperlo. Ma so che in qualche modo sono ancora innamorato di te, così come lo ero in quel freddo giorno d’inverno.
So anche un’altra cosa. Da allora ho capito che non avrei mai avuto il coraggio di fare il primo passo con una donna. Ogni volta che incontravo una ragazza che mi piaceva, inconsciamente ripensavo a quella giornata di freddo, noi due a casa dei tuoi, e poi a casa mia. Il tappeto, la musica, il gatto, il bicchier d’acqua, il letto sfatto, la voglia terribile di baciarti insieme alla terribile sensazione di disprezzo per non avere il coraggio di farlo.
Qualche mese fa ti ho cercato su Facebook. C’eri. Ti ho riconosciuto subito. Anche se avevi troppo rossetto, anche se i tuoi capelli ormai sono bianchi. Del resto, sono passati cinquant’anni. Mezzo secolo fa. E io sono ancora quel ragazzo di diciassette anni che non ha il coraggio di chiamarti.


Andre' Aciman


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Vecchio 02-15-2016, 04:09 PM   #73
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Lettera di Napoleone Bonaparte a Giuseppina Beauharnais

primavera 1797

Non ti amo più; al contrario, ti detesto. Sei una disgraziata, realmente perversa, realmente stupida, una vera e propria Cenerentola. Non mi scrivi mai, non ami tuo marito; tu sai il piacere che le tue lettere gli procurano eppure non riesci nemmeno a buttar giù in un attimo una mezza dozzina di righe.
Che cosa fate tutto il giorno, Signora? Che tipo di affari così vitali vi privano del tempo per scrivere al vostro fedele amante? Quale pensiero può essere così invadente da mettere da parte l’amore, l’amore tenero e costante che gli avevate promesso? Chi può essere questo meraviglioso nuovo amante che vi porta via ogni momento, decide della vostra giornata e vi impedisce di dedicare la vostra attenzione a vostro marito? Attenta Giuseppina; una bella notte le porte saranno distrutte e là io saro.
In verità, amor mio, sono preoccupato di non avere tue notizie, scrivimi immediatamente una lettera di quattro pagine con quelle deliziose parole che riempiono il mio cuore di emozione e di gioia.
Spero di tenerti tra la braccia quanto prima, quando spargerò su di te milioni di baci, brucianti come il sole dell’equatore.

Bonaparte


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Vecchio 03-10-2016, 12:39 PM   #74
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Frida Kahlo incontra Diego Rivera negli anni Venti, quando lui era già un artista affermato e lei ancora una studentessa. Si sposarono nel 1929 ma dopo dieci anni divorziarono a causa dei continui tradimenti (tra le sue amanti ci fu anche la sorella di Frida, Cristina Kahlo). L’amore però non era finito: un anno dopo Rivera tornò da lei. Frida e Rivera si risposarono e furono insieme fino alla morte di lei nel 1954.


Frida Kahlo a Diego Rivera

Una certa lettera, vista per caso, in una certa giacca, di un certo signore, scritta da una certa signorina che viene dalla lontana e maledetta Germania, e che immagino dev’essere colei che Willi Valentiner ha mandato qui a spassarsela con scopi «scientifici», «artistici» e «archeologici»… mi ha causato molta rabbia e, a dir la verità, gelosia…
Perché dovrei essere così sciocca e permalosa da non capire che le lettere, le tresche, e insegnanti di… inglese, le modelle gitane, le assistenti di «buona volontà», le allieve interessate all’«arte della pittura» e le inviate plenipotenziarie da luoghi lontani sono solo avventure, e che in fondo io e te ci amiamo moltissimo, e anche se passiamo attraverso innumerevoli avventure, porte sbattute, insulti e lamenti a livello internazionale, continuiamo ad amarci? Credo che dipenda dal fatto che sono un tantino stupida perché tutte queste cose sono successe e si sono ripetute durante i sette anni vissuti insieme; e tutta la rabbia che ho ingoiato mi ha semplicemente fatto capir meglio che ti amo più della mia stessa vita, e che anche se tu non mi ami allo stesso modo, comunque un po’ mi ami – non è così? E pur se ne dubito, mi rimarrà sempre la speranza che sia così, e di questo mi accontento…
Amami un poco io ti adoro.

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Vecchio 04-20-2016, 12:08 PM   #75
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Quella che segue è una lettera che Ernesto "Che" Guevara scrisse ai suoi figli nel 1965, dopo essere stato in Congo e prima di spostarsi in Bolivia.







Cari Hildita, Aleidita, Camilo, Celia e Ernestino,
se un giorno dovrete leggere questa lettera é perché non sarò più
tra voi. Quasi non vi ricorderete di me e i più piccoli non mi
ricorderanno affatto. Vostro padre é stato un uomo che agisce come
pensa ed é stato certamente fedele alle sue convinzioni.
Crescete come bravi rivoluzionari (che vuol dire buona condotta, serietà,
amore alla rivoluzione, cameratismo). Studiate molto, per poter dominare
la tecnica che permette di dominare la natura.
Ricordatevi che ognuno di noi, da solo, non vale niente.
Soprattutto siate capaci di sentire nel più profondo di vuoi stessi ogni
ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo.
E' la qualità più bella di un rivoluzionario.
Arrivederci, bambini miei, spero di rivedervi ancora.
Un grande bacio e abbraccio da papà.

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