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#1 |
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Amico*
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Seduto sugli scogli, con le gambe incrociate e lo sguardo profondamente assorto, Duncan ascoltava la voce del mare mentre il cielo corteggiava una lattescente e timida alba. Le prime luci del giorno accendevano riverberi ramati fra i suoi capelli corvini, riflessi che il vento, geloso forse del fascino dell’uomo, si affrettava rapidamente a spegnere soffiandovi sopra con inaudita veemenza…
Nell’attimo stesso in cui l’aurora detronizzò l’alba, avvicinò la mano alla chitarra che giaceva silente al suo fianco. Una scintilla si accese nei suoi penetranti occhi grigiazzurri, specchi di un animo nel quale pensieri malinconici - plumbei come le nubi gonfie di pioggia - e pensieri gioiosi - cerulei come il cielo sereno – avevano imparato a convivere in armonia. Il momento si avvicinava. Il vento continuava a strofinarsi lascivo contro il mare, ma Duncan pareva non accorgersi della sensualità che la natura cercava di trasmettere a quell’inusuale spettatore. Il suo sguardo era sì rivolto alle onde spumose, ma la mente stava visitando antichi reami. Pensava a lei, al suo profumo di gelsomino ed alla sua risata perennemente sospesa tra la voglia di lasciarsi andare e la paura di farlo. Un gabbiano lanciò uno stridulo richiamo in direzione dell’astro nascente, quasi volesse essere il primo a rendergli omaggio, poi si allontanò alla ricerca di cibo. Duncan si strinse maggiormente nel cappotto. L’alito gelido della notte, non ancora mitigato dai caldi baci del sole, aleggiava fuori e dentro di lui. Quanto sarebbe stato liberatorio attribuirgli la colpa dell’improvviso tremito delle mani! Ma sapeva fin troppo bene che il freddo non ne era la vera causa. Il pensiero di lei era la fonte della sua agitazione. Quanto si sentiva vulnerabile! Prese la chitarra e la strinse a sé. Non era ancora giunto il momento di suonare, ma toccarla riusciva ad infondergli tranquillità. Quello strumento pareva essere l’unica cosa reale nell’onirico scenario in cui si stava muovendo. Il suo attaccamento morboso alla realtà e le sue convinzioni in merito avevano iniziato a vacillare nell’attimo stesso in cui l’aveva conosciuta. Lei pareva esser la protagonista di un bellissimo sogno finita per sbaglio nel mondo reale! Bastava averla accanto per pochi istanti per rendersi conto di quanto fosse ampio il divario tra i sogni e la realtà, di quanto fossero dolci i primi ed amara la seconda! Bastava parlarle per comprendere quanto sopportasse a fatica la prigionia all’interno della materialità della vita. Duncan sospirò. Se qualcuno avesse guardato nei suoi occhi si sarebbe immediatamente reso conto delle emozioni che lo stavano devastando. Ma chi lo avrebbe realmente fatto? Chi poi se ne sarebbe curato? Lei lo avrebbe fatto. Quante volte aveva distolto lo sguardo di fronte ai suoi grandi ed indagatori occhi, più simili a quelli languidi e liquidi di un cerbiatto che non a quelli di una qualsiasi donna, timoroso che lei potesse strappargli i più intimi segreti con un solo battito di ciglia! Quante volte era fuggito per paura di donarle spontaneamente una parte di sé! Quanto si sentiva solo ora che nessuno l’amava come la sua Giudy l’aveva amato! Duncan abbozzò un sorriso malinconico. Ora gli mancavano tutta la luce ed il calore di cui lei lo aveva inondato. Sentì le lacrime salirgli agli occhi. Le ricacciò con forza. Non voleva che lei giungesse prima del previsto e lo vedesse piangere. Il sole sbocciò in tutto il suo splendore illuminando lo sguardo triste di Duncan. Cosa avrebbe detto lei di fronte ad uno spettacolo del genere? “Se tu potessi vedere, Duncan! Dio è riuscito a far brillare il sole nei tuoi occhi coperti di nubi! Non è forse un miracolo questo?” oppure “Non temi l’ira di qualche invidioso dio minore quando ti rendi conto di quanto siano belli i tuoi occhi? Neppure il sole riesce ad eguagliarne la lucentezza ed il calore!”… Questo probabilmente avrebbe detto. Lei era fin troppo romantica e non sapeva vedere il mondo se non attraverso un velo di poesia. Era in grado di scorgere magia anche là dove tutti pensavano che non ce ne fosse. Questa volta Duncan lasciò che una piccola e salata stilla d’argento rotolasse lungo la sua guancia pallida. Se lei fosse giunta in quel momento, avrebbe sicuramente saputo cogliere la poesia di quel gesto. Sette in punto. La suoneria dell’orologio che portava al polso lo ricondusse alla realtà. Era giunto il tanto atteso e temuto momento. Si alzò a fatica stringendo la chitarra a sé ed attese. Tre anni prima lei era morta gettandosi in mare dallo stesso scoglio su cui Duncan era stato seduto fino a pochi istanti prima. Tre anni prima lei era morta alle sette. Tre anni prima lui si era odiato fino a rischiare di morire a sua volta per non averla saputa salvare in tempo. Lei era come un fiore. Aveva bisogno del sole per sopravvivere. L’aveva sufficientemente inondata di luce? L’aveva sufficientemente amata? Questa era una delle domande che avevano assillato Duncan in questi tre lunghi e dolorosi anni. Perché lo aveva fatto? Perché aveva posto fine alla sua vita? Forse si era resa conto che nessuno meritava il suo amore? Duncan pregava che non fosse così. Forse si era svegliata una mattina ed aveva compreso che i sogni erano il luogo da cui proveniva e che la realtà, invece, era un incubo nel quale era rimasta prigioniera come una vanessa nella tela del ragno? Una seconda lacrima seguì la prima. Duncan si era sentito in colpa ed ancora oggi, dopo tre anni, faticava a credere il contrario. Se solo le avesse dato modo di parlare maggiormente con lui! Perché non lo aveva fatto? Maledisse il destino che tratta gli uomini come pedine. Aveva dato scacco a lei, la regina bianca, e l’aveva eliminata dalla scacchiera con un rapido gesto della mano. Aveva spezzato il cuore del re bianco. Aveva separato due persone che, in un mondo fin troppo fittizio, realmente si amavano. Che senso ha una partita in cui il destino gioca contro se stesso e sceglie chi sacrificare sull’altare del Fato, sulla base di regole che agli uomini non è concesso conoscere? L’uomo scoppiò a piangere. Nell’attimo in cui lei arrivò nuotando, Duncan sentì poi le forze mancargli e si asciugò rapidamente le lacrime. Il delfino raggiunse lo scoglio sul quale si trovava l’uomo, saltò fuori dall’acqua per un istante ed il sole baciò la sua pinna triangolare ed il corpo pisciforme. Ebbe appena il tempo di far luccicare il dorso bruno-verde della creatura prima che il delfino rientrasse in acqua schizzando il volto e le mani di Duncan e ne uscisse poi solamente col capo e col muso. Duncan sapeva che si trattava di lei. L’aveva sognata due anni fa, la notte che precedeva l’anniversario della sua morte. Lei gli era apparsa in sogno in forma umana, molto più bella di quanto non fosse stata un tempo. Era radiosa ed il suo sorriso era finalmente completo. “Oh, Duncan! Non piangere per me! Io sono così felice ora! Non sono morta, non è come pensi! Ho semplicemente desiderato essere un delfino ed è accaduto! … Ma tu mi manchi, amore mio!” Aveva sussurrato quest’ultima frase con voce dolce e lievemente turbata. “Verrai a trovarmi?”. Duncan si era svegliato di soprassalto e, contrariamente alla logica, si era vestito e si era recato là dove lei era morta. Alle sette in punto era giunto il delfino… Duncan non aveva mai creduto che lei si fosse trasformata in un delfino. Forse si trattava di una coincidenza. Forse il suo spirito non riusciva a riposare in pace. Se solo avesse saputo quanto si sbagliava! Ciononostante, ogni anno era tornato su quella scogliera ed aveva aspettato con ansia l’arrivo della creatura. Il delfino restò in attesa ed i suoi occhietti vispi luccicarono. Duncan dedicò alla sinuosa creatura uno sguardo stillante miele. “Questa l’ho scritta per te, mia dolce Giudy!” esclamò con voce rotta dall’emozione. Lanciò un bacio al delfino, attese per un istante che le mani smettessero di tremare, poi, con le lacrime che scendevano copiose lungo il suo viso delicato, prese a suonare la più bella canzone che il mare, il cielo e Giudy avessero mai sentito… * * * Si lasciava accarezzare da un gelido vento il mare, mentre una gigantesca luna albicocca, affacciata come Giulietta sull’orizzonte, osservava vanesia il proprio volto riflesso nell’acqua. Gelose del suo splendore, alcune stelle si erano rintanate in un angolo e la sfidavano brillando e palpitando furiosamente. Altre, prive di vanità, avevano smorzato il loro lucore e ciondolavano pallide contro un cielo di velluto nero. Branchi di onde selvagge correvano all’impazzata verso gli scogli e la rena ed i loro nitriti –dolce sciabordio!- avevano allontanato il silenzio bramoso di addormentarsi fra cielo e mare. La notte lo aveva visto raggiungere indignato la terraferma e distendersi su pianure, foreste e case. La luna, simile nell’animo a Narciso, aveva continuato a rimirarsi nell’acqua, troppo presa dalla propria beltà per rendersi conto di qualsiasi altra cosa. Contemporaneamente, il mare aveva sorriso. Coccolati dalla spuma, stavano arrivando due dei suoi innumerevoli figli. Il mare ne riconobbe immediatamente uno: era il delfino al quale la creatura di terra aveva donato suoni probabilmente sottratti agli dei del cielo. Quando le pinne triangolari dei due delfini tagliarono a metà la sua immagine nell’acqua, la luna rivolse loro uno sguardo offeso. Il mare di nuovo sorrise. Giudy. Era la creatura di terra che lo aveva implorato di tramutarla in delfino tanto tempo prima. Seduta sugli scogli, con quello sguardo triste e profondo, pareva una sirena resasi improvvisamente conto di essere l’ultima della sua specie. “Mare, ti scongiuro!” aveva pregato la ragazza fra le lacrime. “Il mio cuore trabocca di amore, ma il mondo si spaventa di fronte ad un sentimento così grande. O lo fraintende.” Aveva inutilmente tentato di asciugarsi gli occhi. “ Ci sono giorni in cui il senso di solitudine è talmente opprimente da offuscare la ragione. Ci sono momenti in cui mi sento rifiutata, incompresa e, soprattutto, infelice. Quanto vorrei distruggere tutte le maledette barriere ed i vincoli che gli uomini hanno costruito in nome della libertà e del progresso! Siamo schiavi dei pregiudizi, siamo prigionieri di noi stessi e di quello che altri prima di noi hanno creato. Perché non posso semplicemente amare come il mio cuore vorrebbe che facessi? Perché i miei simili sono così dissimili da me? Non posso continuare a vivere in questo modo! Sono stanca di nascondermi dietro a maschere che neppure mi somigliano! E’ come chiedere ad uno spirito di luce di non brillare per non accecare chi non conosce che la semioscurità. E’ impossibile! Non voglio annullarmi solo perché gli altri non riescono a comprendermi! Oh, mare! Non ce la faccio più.” I singhiozzi le avevano impedito per qualche momento di continuare. Si era poi alzata in piedi, aveva tirato su col naso e si era passata una mano sugli occhi. Asciugate le lacrime, il suo sguardo era divenuto arido. “Voglio essere libera!” Aveva poi esclamato con voce atona. “Lascia che io diventi un delfino! I tuoi figli non conoscono vincoli, mare! Ti prego, lascia che io sia una di loro!” Terminate queste parole, si era gettata fra le onde ed il mare, forse più pietoso delle creature di terra ree di aver ucciso quella ragazza, aveva esaudito il suo desiderio. Il mare accarezzò la figlia adottiva con un’onda spumosa. Tenera Giudy! Il delfino, a sua volta, spiccò un balzo e la vendicativa luna colse l’occasione per bersagliarlo di dardi albicocca. Rientrò poi in acqua fra schizzi argentei e riprese a nuotare felice. Duncan! Al sorgere del sole avrebbe rivisto l’amico che tanto aveva amato, l’uomo che maggiormente si era avvicinato alla verità racchiusa nel suo cuore. “Giudy” esclamò improvvisamente Violet distogliendola dai pensieri tutti rivolti a Duncan. “Torniamo indietro!” Giudy eseguì una capriola nell’acqua. “Ma Violet, muoio dalla voglia di rivederlo!” Continuò a sollevare miriadi di spruzzi intorno a sé. “E poi ci resterà male non vedendomi arrivare!” Violet avrebbe voluto che fosse così, ma temeva che Giudy si sbagliasse. Se Duncan non si fosse presentato all’appuntamento, la sua amica avrebbe sicuramente sofferto tanto, forse perdendo per la seconda volta la voglia di vivere. Non poteva permetterlo! Duncan era l’unica debolezza di Giudy. Violet avrebbe volentieri reciso quell’ultimo legame con la terraferma se solo avesse saputo farlo senza causare dolore all’amica. Si limitò a colpire lievemente la compagna col muso poi, con un fil di voce, quasi temesse che le sue parole potessero rendere reale l’ipotesi, domandò: “E se fosse lui a mancare?” Duncan le aveva improvvisamente sorriso. Giudy aveva pensato che i suoi occhi fossero molto più belli quando sorrideva. “Giudy, tu ed io siamo amici?” aveva domandato con quel tono paterno che era solito usare con lei. Di quel giorno il delfino rammentava la luce che, filtrando dalla finestra alle spalle di Duncan, rendeva ogni cosa irreale. Quante volte, ripensando a quei momenti, si era chiesta se non si fosse trattato solo di un bel sogno! La ragazza aveva annuito pensando che, anche se non avesse risposto, probabilmente il suo sguardo avrebbe tradito quello che provava. Voleva bene a Duncan. Era il fratello maggiore che non aveva mai avuto, lo zio che l’ascoltava, che parlava e giocava con lei, la coccolava, la viziava, la spronava e, talvolta, la sgridava. Era la risposta alla sua disperata richiesta di affetto. Lui le aveva insegnato ad accettare le critiche e, soprattutto, a non arrendersi. Le aveva ridato la forza di continuare quando lei credeva di non averne più, ma questo lui non lo sapeva. Probabilmente non glielo avrebbe mai detto. “Bene. Allora devi promettermi che non mi farai mai più un regalo.” Queste parole l’avevano colta alla sprovvista. Avrebbe voluto fargli sapere quanto fosse stato divertente cercare un regalo per lui e che quel dono era il simbolo della loro amicizia. Non lo aveva fatto. Sapeva che non sarebbe stato facile rimanere legata ad una promessa che tanto si scontrava con il suo modo di essere, ma aveva deciso di accontentarlo. “Okay, ma tu devi promettermi che ripeteremo questa splendida giornata trascorsa insieme e che sarai tu ad invitarmi. Io non ti chiederò più di uscire con me.” Duncan le aveva sorriso per la seconda volta. “Sì, certo, ma non sempre! Ogni tanto.” Giudy aveva trascorso giorni rivivendo quei bei momenti trascorsi al suo fianco ed aspettando con ansia quell’invito che mai era giunto. Il delfino allontanò quei pensieri cupi. Era già morta una volta. Non voleva ripetere l’esperienza. Voleva essere felice. “Duncan sarà sulla scogliera, vedrai!” esclamò ad alta voce più rivolta a se stessa che non a Violet. Il mare pregò che fosse così. “Ed ora vediamo chi arriva prima!”. Iniziò a nuotare velocemente, ansiosa di raggiungere la meta. Sperava che Duncan avesse portato con sé la chitarra. Quanto sarebbe stato bello se lui avesse suonato una seconda volta la stessa canzone che le aveva dedicato l’anno precedente! Violet la raggiunse e le si parò dinnanzi decisa a farla ragionare. Non le piaceva affatto vedere l’amica succube di una creatura di terra. “Giudy, ragiona!” esclamò esasperata. “Non mi fido delle creature di terra! Non hanno niente in comune con noi!” Il delfino superò con un agile scatto il corpo affusolato dell’amica disegnando un arco di spruzzi albicocca contro il cielo corvino. Non voleva ascoltare le parole di Violet. Desiderava solo raggiungere al più presto la scogliera. Le avevano detto di prestare attenzione a Duncan. Le avevano detto che non ci si poteva fidare di lui, ma Giudy non li aveva ascoltati. Non sapevano quello che lei era riuscita a scorgere già al loro primo incontro. Duncan la intimidiva, questo sì, ma al tempo stesso la incuriosiva. Perché la voce di quell’uomo duro e misterioso le pareva incredibilmente carica di dolcezza? Perché la maschera granitica che indossava non riusciva a celare la bellezza del suo animo? E, soprattutto, perché gli altri si erano lasciati ingannare dall’apparenza? Si era fidata di Duncan quando ancora di lui non sapeva nulla. Come poteva non farlo ora? Voleva bene a Violet, ma non l’avrebbe ascoltata. Non voleva ripetere l’errore che aveva commesso quando aveva visto in Duncan un nemico. Duncan aveva inutilmente tentato di spiegarle che quello che aveva fatto, seppure in buona fede, era sbagliato. Giudy aveva ascoltato le prime parole, poi le fiamme l’avevano avvolta e non era riuscita ad udire altro che le proteste del proprio orgoglio ferito. Senza tante cerimonie aveva interrotto l’amico, poi era sprofondata nel buio quando lui le aveva girato le spalle e se ne era andato. Rabbia! Frustrazione! Il suo cuore sanguinava all’idea di aver completamente deluso Duncan nel tentativo di compiacerlo. Aveva poi tramutato il proprio dolore in parole di ghiaccio destinate a colui che invece avrebbe meritato sonetti di miele... “Ci sono rimasto male perché ti voglio bene…” aveva esclamato Duncan la sera successiva all’accaduto disarmando completamente la ragazza.. La sua dichiarazione di affetto l’aveva completamente colta alla sprovvista e, al tempo stesso, l’aveva resa felice oltre ogni immaginazione. Tutto il risentimento provato si era mutato d’incanto in senso di colpa. Quanto avrebbe voluto abbracciarlo e chiedergli mille volte perdono! Se solo avesse potuto, avrebbe rubato la clessidra a Dio ed avrebbe fermato il tempo. I giorni, i mesi e gli anni smorzano i ricordi e Giudy non voleva scordare nulla di quell’attimo divino. Ancora oggi, a distanza di anni, Giudy pensava a quelle parole e si odiava per averlo fatto soffrire. Violet non sapeva, quindi non poteva comprendere. Duncan era speciale. Duncan era proprio come Giudy aveva intuito che fosse guardandolo negli occhi. Era dolce, premuroso e sensibile. Non lo avrebbe mai più ferito. Per niente al mondo avrebbe ripetuto una seconda volta lo stesso errore. Violet la raggiunse e continuò a nuotare in silenzio al suo fianco. Delle creature di terra, la sua amica aveva mantenuto la caparbietà. Di una cosa era certa: Giudy non si sarebbe arresa. Avrebbe raggiunto ad ogni costo quella maledetta scogliera. Sarebbe rimasta tutto il giorno ad attendere un uomo che probabilmente non sarebbe venuto. Come far capire tutto questo all’amica? Per Duncan, Giudy era morta e l’unico posto dove lui avrebbe continuato a cercarla sarebbe stato nei meandri della mente o fra le pieghe del cuore. Mai e poi mai fra le onde del mare! Era stato solo un caso se l’anno precedente era tornato nello stesso punto in cui la ragazza si era gettata in mare. Era questo che disperatamente Violet aveva tentato di farle capire, ma Giudy si ostinava a voler dare ad ogni cosa una spiegazione romantica. Duncan l’aveva riconosciuta anche nella sua nuova forma e sarebbe tornato per rivederla. La loro amicizia era troppo forte per non sopravvivere alla morte. Queste erano le convinzioni di Giudy. Quanto era in errore! Violet voleva proteggerla ad ogni costo. Le voleva bene. Aveva trascorso momenti bellissimi accanto a lei e non sopportava l’idea di vederla soffrire. I delfini, dall’inizio dei tempi, sono il sorriso del mare e non possono vivere se non nella gioia, questo Violet lo sapeva. La tristezza li conduce inesorabilmente alla morte… “Giudy” esclamò improvvisamente il delfino attirando l’attenzione dell’amica con un’agile capriola nell’acqua. “Perché segui sempre con fervore le leggi del cuore e divieni sorda di fronte alle grida disperate del buonsenso?” Quando Giudy soffriva, tutte le cose intorno a lei parevano tingersi di grigio. Quel giorno, persino il sole si era rintanato dietro alle nubi incapace di sostenere il suo sguardo triste. Avrebbe voluto gridare al mondo il proprio dolore, ma non aveva forza se non per ricacciare le lacrime che continuavano ad affacciarsi minacciose ai suoi occhi. D’improvviso, Duncan era andato da lei ed era riuscito a farla sorridere. Nello sguardo luminoso dell’amico, Giudy aveva scorto la salvezza. Si era aggrappata a lui ed era riemersa dall’oceano di dolore. Di nuovo, come altre volte, Duncan l’aveva riportata in vita. “Se hai bisogno, stasera ho cinque minuti da dedicarti.” Le aveva detto senza guardarla negli occhi. “Ti adoro!” avrebbe voluto rispondere Giudy cingendolo in un abbraccio. “Grazie, sei carino!” aveva invece risposto mentre Duncan usciva dalla stanza. Aveva atteso che tutti se ne fossero andati, poi l’aveva raggiunto. Quanto aveva bisogno della sua compagnia! Duncan era l’unico in grado di farle vedere le cose sotto una luce diversa. Forse era l’unico a cui Giudy concedesse di contrastare le sue idee e convinzioni. Aveva tanto da imparare da lui! Quella sera, però, non cercava un confronto. Desiderava solo un po’ di conforto. Forse avrebbe persino pianto, nonostante detestasse farlo, finalmente libera di sfogarsi. Duncan non l’avrebbe giudicata come altri avrebbero invece fatto. Chissà, forse l’avrebbe coccolata. O forse l’avrebbe rimproverata, incapace di destreggiarsi di fronte alle sue lacrime. Questo, però, Giudy non l’avrebbe mai saputo perché il destino aveva improvvisamente afferrato la situazione stravolgendola completamente. “Ho deciso di accettare il tuo invito.” Aveva esclamato Giudy sedendosi di fronte a lui. Si sentiva sollevata all’idea di poter contare sulla sua amicizia. “Non qui.” Aveva risposto Duncan. Giudy non se l’aspettava. Avevano sempre parlato in quella stanza, uno di fronte all’altra. Se però Duncan le faceva una simile richiesta, doveva avere un buon motivo. “Dove?” aveva domandato la ragazza fidandosi completamente di lui. “Dove vuoi!” aveva replicato l’uomo. “No, dove vuoi tu.” Duncan si era soffermato a riflettere per qualche istante, poi le aveva proposto di incontrarsi lungo una deliziosa strada di campagna che la ragazza percorreva ogni sera per tornare a casa a patto che ci fosse una piazzola sulla quale sostare. La piazzola c’era, così i due amici si erano messi d’accordo per incontrarsi dieci minuti dopo. Giudy era subito partita, ansiosa di stare un po’ con Duncan. Mentre scendeva le scale, però, una domanda si era affacciata alla sua mente: “Ti rendi conto di quello che stai per fare?”. Aveva tentato di ignorare quella domanda dettata dal buonsenso per tutto il tragitto fino alla macchina, poi durante il breve viaggio sino alla piazzola, ma aveva miseramente fallito. Questa volta avrebbe dovuto dare ascolto alla ragione. A malincuore aveva telefonato a Duncan. “Vado a casa!” gli aveva detto tentando di nascondere quanto quella decisione fosse stata difficile. “Ho fatto tardi, ma sto arrivando!” le aveva risposto lui ignorando probabilmente il reale motivo del suo repentino mutamento. “No, vado a casa. E’ meglio.” “Sei sicura? Guarda che sono vicino!” aveva insistito Duncan facendo vacillare pericolosamente la già fragile convinzione di Giudy. “Cosa penserebbe il mio ragazzo se sapesse che tu ed io siamo soli in mezzo alla campagna?” aveva risposto la ragazza. Duncan si era scusato, cavaliere fino all’ultimo. Giudy aveva poi riattaccato, prima che l’amico potesse percepire il suo reale stato d’animo. Probabilmente aveva fatto la cosa giusta, ma come spiegarlo al cuore? Come convincerlo che Duncan le avrebbe chiesto nuovamente di trascorrere un po’ di tempo insieme? E come impedire all’anima di torturarsi immaginando ogni volta che passava di fronte a quella piazzola – quattro volte al giorno! – due macchine, una grigia, l’altra rossa, una di fronte all’altra e due amici fianco a fianco, persi in chissà quali fantastici discorsi? “Al diavolo il buonsenso!” rispose il delfino infilandosi sott’acqua. Quando riemerse esclamò: “E’ una delle tante prigioni costruite dagli uomini!” Violet tacque. Delle creature di terra non sapeva molto e non desiderava assolutamente approfondire l’argomento. Lanciò un’occhiata in tralice alla compagna. Giudy continuava ad esibirsi in gaie capriole. Erano spruzzi di felicità quelli che sollevava ogni volta che usciva dall’acqua! Persino la luna pareva non riuscire a rimanere indifferente di fronte a tutta quella gioia. Violet si sforzava di comprendere, ma proprio non riusciva a capire il perché di tanta eccitazione. Se Duncan teneva a Giudy almeno la metà di quanto lei teneva a lui, come aveva fatto a non accorgersi della disperazione che lentamente le stava suggendo il cuore? Perché non le aveva impedito di togliersi la vita? Non aveva il coraggio di chiederlo a Giudy, ma se solo fosse stato possibile, lo avrebbe domandato a quell’uomo. “Perché l’hai lasciata morire?” gli avrebbe chiesto tentando di imitare quel tono di disprezzo proprio degli esseri umani. Indugiando su quel pensiero, Violet non si accorse del pericolo che incombeva su Giudy. L’altro delfino, ebbro di euforia, non vide la rete e vi finì dentro. Tentò immediatamente di recuperare la libertà perduta, ma ogni suo sforzo fu inutile. Non riusciva a trovare il punto da cui era entrata! E la corrente continuava a spingerla contro la rete! “Violet!” gridò quasi isterica. “Aiutami!” Con uno sforzo sovrumano riuscì a riemergere per un istante ed a respirare una boccata d’aria. Violet tentò in ogni modo di liberare l’amica, ma tutto fu vano. “Non può finire così!” pensò in preda alla disperazione. “Giudy non può morire!” L’altro delfino interruppe l’affannosa ricerca dell’uscita, volse i propri occhi dalla pupilla a forma di cuore verso quelli dell’amata Violet ed esclamò: “Ho un ultimo favore da chiederti, amica mia.” La sua voce era sempre più debole. Sapeva di esser finita in una trappola mortale. “Raggiungi la scogliera e trova Duncan. Avvicinati a lui, spicca un balzo verso quei profondissimi occhi grigioverdi e sfiora il suo viso col tuo muso. Dagli quel bacio che avrei dovuto – e voluto! – essere io a dargli…” Violet si scagliò in preda alla disperazione contro la rete. “Deve esserci un modo per liberarti!” gridò in preda alla disperazione. “Non perdere altro tempo!” pregò il delfino combattendo per riuscire a risalire nuovamente in superficie. “Va’ da lui, ti scongiuro!” Violet obbedì. Posò un’ultima volta lo sguardo su Giudy e pregò gli dei del mare di risparmiarla. “Grazie, mia dolce Violet!” bisbigliò il delfino imprigionato prima di perdere completamente i sensi. Nell’istante che precede la morte, Giudy sognò. Il suo non fu il sogno di un delfino, bensì quello di una ragazza. Era uno splendido pomeriggio d’estate. Il sole rotolava fra le verdeggianti colline e Giudy, seduta su una scomoda sedia di legno, teneva in grembo un libro. Aveva letto per ore mentre tutt’intorno a lei le foglie ed i grilli si erano prodigati per impedire al silenzio di regnare sovrano. Poi, un po’ come era capitato ad Alice, il passaggio fugace di un gatto nero dalla coda mozza l’aveva distolta dalla lettura. Si era alzata, aveva posato il libro sulla sedia e si era incamminata nella stessa direzione seguita dal micio. Aveva oltrepassato il castagno poi, tentando di evitare le ortiche, si era soffermata a pochi passi da uno dei due pali che sostenevano lo spesso filo di plastica per il bucato. Del micio non v’era più traccia alcuna. Pareva esser sparito nel nulla. Giudy aveva fatto spallucce, aveva abbandonato l’infida erba incolta ed era tornata sulla stradina asfaltata che saliva verso la sua la casa. Vista da quella posizione, l’abitazione pareva molto più grande di quanto realmente fosse. D’improvviso aveva cambiato idea. Non aveva voglia di rientrare. Le piaceva sentire il calore del sole sulla pelle. Aveva girato le spalle alla casa. Di fronte a lei la piccola strada in discesa, dopo una stretta curva a gomito, andava a ricongiungersi alla strada principale. Decise di scendere. Non aveva una meta precisa: desiderava solo camminare un po’. Dopo pochi passi, aveva scorto una macchina proprio nel punto in cui la stradina toccava perpendicolarmente l’altra strada. Un’auto aveva abbandonato la strada principale e stava salendo nella sua direzione! Giudy si era accigliata. Odiava quando il suo paradiso si empiva di rumorosa gente. La sua espressione era però mutata quando si era resa conto di chi stesse arrivando. Duncan! Il suo amico aveva parcheggiato la macchina accanto al palo dove solo pochi minuti prima la ragazza si era soffermata a cercare il micio. Era poi sceso dall’auto e, sotto lo sguardo incredulo di Giudy, si era guardato intorno ed aveva esordito: “Carino qui!” Il suo sorriso aveva poi contrastato il lucore del sole. “Sei venuto a trovarmi!” aveva esclamato Giudy. “Allora sentivi anche tu la mia mancanza!” Possenti mano che tiravano su la rete e rauche voci che si esprimevano in una lingua sconosciuta la riportarono alla realtà. E l’aria! All’inizio provò un dolore lancinante, poi respirò avidamente, come se le fosse stato impossibile farlo per secoli. Qualcuno le puntò un faro direttamente sul muso. “Ehi, Jake! Guarda cosa diavolo è finito nella rete! Uno stramaledetto delfino!” “Toglilo di lì, dannazione!” “Ah, ah, ah! Il nostro comandante ha il cuore tenero?” “Va all’inferno, Drew! Kevin, René, ributtate in mare quel delfino!” Quando i pescatori la liberarono, Giudy impiegò diverso tempo prima di recuperare le forze. La morte l’aveva reclamata per la seconda volta, ma gli dei del mare l’avevano protetta. La luna tramontò, le stelle si spensero una dopo l’altra. La notte lasciò lo scettro alla perlacea alba, poi il sole inondò di luce l’intero mondo. Suo padre adottivo, il mare, la cullò dolcemente per tutto il tempo. Il vento si mutò in uno zefiro gentile per non provocare ulteriore dolore al delfino. A metà pomeriggio, Giudy decise di raggiungere la scogliera. Non aveva completamente recuperato le forze, ma confidava che il desiderio di rivedere Duncan le avrebbe impedito di cedere prima di esser giunta alla meta. Il mare e lo zefiro scossero la testa di fronte alla sua ostinazione, ma entrambi l’amavano, così non poterono che assecondarla. Così Giudy, in quella fredda giornata che rievocava la sua trasformazione, cavalcando una spumosa onda gonfiata da un forte vento, si rimise in viaggio. Per tutto il tempo non fece che pregare. “Fa’ che Duncan non se ne sia andato!” “Fa’ che Violet riesca a trattenerlo!” “Fa’ che io sia ancora in tempo!”. *** Un bacio Cassandra, un delfino
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#2 |
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Amico*
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Mi farebbe molto piacere se voleste lasciare qualcosa di voi... un commento... cosa avete provato leggendo il racconto... qualsiasi cosa.
Questo racconto è una finestra sul mio cuore, ma una finestra non serve a nulla se nessuno si sofferma a guardar oltre. Un bacio Cassandra |
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#3 |
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Amico*
Data Registrazione: Aug 2004
Località: un po' di qua un po' di la, ma soprattutto fuori di me
Messaggi: 4.638
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Heilà!!!!! Cara Cassandra, salvo tutto sul mio pc... leggo...e appena riuscirò posterò qui quel che penso di questa finestra sul tuo cuore.... anch'io ne ho scritto uno.. tempo fa, sulla sezione parliamo insieme però... l'ha letto solo una persona.. Per il momento ti abbraccio forte..... Presto sarò qui... Un bacio grande.... -Pooh-
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“Come fai a raccogliere le fila di una vecchia vita? Come fai ad andare avanti, quando nel tuo cuore cominci a capire che non si torna indietro? Ci sono cose che il tempo non può accomodare, ferite talmente profonde che lasciano un segno.”(Frodo) |
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#4 |
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Senior Member
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Ho stampato il tuo scritto.... ti farò sapere.... dalle prime righe ho capito che merita un "buona" lettura
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#5 |
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Amico*
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Grazie per aver lasciato la vostra luminosa impronta.
Per quanto riguarda il tuo racconto, Pooh, presto ci sarà una seconda persona ad averlo letto. Vi bacio entrambi La Vostra Cassandra
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#6 |
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Amico*
Data Registrazione: Oct 2004
Messaggi: 929
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Complimenti sinceri Cassandra per come hai "giocato" con le parole raccontando questa storia,ci si "sprofonda" dentro facilmente e sembra quasi di sentire il freddo abbraccio delle onde e il caldo e pulito amore di Duncan e Giudy rimasto allo stato latente.Tanti rimpianti tra le righe e tanta indecisione,ma anche tanta sensibilità,quella di un indifeso delfino che vive libero da tabù e pregiudizi come ha sempre desiderato ma non riesce a dimenticare quell'amore che tanto fa soffrire,sognare,volare le creature di terra.(Questa è la mia modesta interpretazione,o almeno ciò che il tuo racconto ha detto a me,ogni scritto parla al cuore del lettore secondo i suoi bisogni ed ogni scritto parla in modo diverso a chi lo legge anche se le parole sono le stesse.Perdonami se sono uscita da quello che volevi trasmettere.Comunque scrivi in una maniera meravigliosa.)
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#7 | |
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Amico*
Data Registrazione: Aug 2004
Località: un po' di qua un po' di la, ma soprattutto fuori di me
Messaggi: 4.638
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Citazione:
Thank you so much.... io dovrei riuscirlo a leggerlo.. entro la prossima settimana.. forse avrai notato la mia poca presenza al forum.....
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“Come fai a raccogliere le fila di una vecchia vita? Come fai ad andare avanti, quando nel tuo cuore cominci a capire che non si torna indietro? Ci sono cose che il tempo non può accomodare, ferite talmente profonde che lasciano un segno.”(Frodo) |
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#8 |
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Amico*
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Grazie, Rosarossa, per le tue parole. La tua interpretazione è quasi perfetta e questo mi commuove poiché significa che sono riuscita a trasmettere quello che volevo... Credo che non sarei riuscita neppure io a dare una migliore interpretazione del mio racconto!
Un amico mi ha chiesto: quando lo finirai? Non so dare una risposta. Un tempo ci ho provato, ma la mia Giudy ed io abbiamo vissuto un'esperienza fin troppo simile e Duncan, oggi, non è più quello che consideravo un vero amico, anzi si è guadagnato un posto fra le 10 persone più odiose sulla faccia della terra. Le situazioni cambiano, noi cambiamo. Restan solo il dolore o il ricordo di esso. Un giorno Giudy morirà e pure Duncan, ma il mare è eterno e chissà che, prima o poi, qualcuno non possa raccontare una bellissima storia a lieto fine. Ti mando un bacio Cassandra
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#9 |
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Amico*
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Accompagnato dalle voci eccitate della folla, l’Araldo raggiunse il centro della scacchiera. La sua pelle d’ebano luccicava sotto il dolce sole di Aprile mentre srotolava con disinvoltura (gli occhi lattiginosi erano in effetti l’unica prova della sua cecità!) l’Antica Pergamena. Una folata di vento increspò la sua lunga e folta chioma eburnea ed agitò lievemente la leggera tunica di seta bianca.
“Silenzio!” gridò improvvisamente con voce baritonale. La folla tacque all’unisono. Soddisfatto, l’Araldo rivolse i propri occhi lattescenti verso la pergamena e prese a leggere (ed erano in molti a chiedersi come questo fosse possibile) ad alta voce quello che molti altri Araldi avevano letto prima di lui: “I cento anni sono trascorsi.” Uno squillo di tromba accompagnò queste parole. “Un altro secolo è rimasto impigliato nel passato.” Un colpo di tamburo. “I D’Ivoire depongono oggi lo Scettro e la Corona ai piedi del Destino.” Una pausa di puro silenzio seguì questa dolorosa affermazione. “L’ombra degli Aile de Corbeau si allunga minacciosa sul trono di Damier.” Un secondo colpo di tamburo echeggiò sinistro nell’aria. “Riusciranno i D’Ivoire a prevalere sui loro eterni rivali?” Dalla folla si levò un grido eccitato: “Sì!” “O saranno gli Aile de Corbeau a prendere il controllo di Damier?” “No!” fu la parola che uscì da ogni bocca. “Come è tradizione dall’inizio dei tempi, solo una di queste due famiglie avrà il diritto di dettare legge sul Regno per un intero secolo. Così è stato deciso e così sarà in eterno. Che entrino coloro che aspirano al trono di Damier! Nobili Aile de Corbeau!” Plateale come ogni suo antenato, Re Noir Aile de Corbeau, signore della famiglia sconfitta cento anni prima, diede libero sfogo alla propria natura magica. Sotto una pioggia di palle di fuoco illusorie e sulle note della Marcia Trionfale dei Corvi, inno della famiglia, il re stregone materializzò uno dopo l’altro i membri del Casato. La prima fu la regina Minuit, bella e misteriosa oltre ogni immaginazione; seguirono la Somma Chierica di Mourir, la dea della morte, ed il Supremo Sacerdote di Sombre, signore della notte. A cavallo di unicorni interamente costituiti d’ombra, giunsero i due Paladini del re, i figli Orion e Sirius, stupendi nelle loro armature di piastre e nei loro elmi piumati. Molti cuori sobbalzarono alla vista di uomini tanto affascinanti. I golem di ematite, creati appositamente per l’occasione, suscitarono invece le grida di terrore dei bambini e delle fanciulle più sensibili. Gli ultimi ad entrare furono i membri della scorta personale del re, otto grossi e minacciosi orchi armati di morning star. Come era tradizione, Re Noir Aile de Corbeau salì sulla scacchiera e, dopo aver preso posizione, recitò le parole rituali che già i suoi antenati avevano pronunciato: “Io, Re Noir Aile de Corbeau, rivendico il diritto di regnare su Damier. Giustizia, speranza e carità saranno le tre parole bandite dal mio regno!” Un sorriso beffardo si accese sotto i folti baffi neri. Battè tre volte le mani come era consuetudine e, disobbedendo alle regole che vietavano la magia sulla scacchiera, fece materializzare i membri della famiglia al suo fianco. Quando tutti gli Aile de Corbeau, orchi compresi, ebbero occupato le caselle che spettavano loro, l’Araldo tornò a parlare: “Che entrino coloro che aspirano al trono di Damier! Nobili D’Ivoire!” Re Nivéen D’Ivoire , utilizzando la magia insita nel lungo bastone sormontato da un grappolo di piccole sfere di cristallo, dissolse l’incantesimo di invisibilità che proteggeva tutta la sua famiglia. La folla non riuscì a trattenere un caloroso applauso. I D’Ivoire avevano governato Damier in maniera impeccabile e, soprattutto, erano riusciti a far trionfare la giustizia e la pace. Re Nivéen rivolse a quelli che erano stati i suoi sudditi sino a ventiquattro ore prima, un sorriso colmo d’amore poi, nel rispetto delle regole, fece scomparire il bastone magico ed andò a prendere posizione sulla scacchiera. “Io, Re Nivéen D’Ivoire, rivendico il diritto di regnare su Damier. Giustizia, speranza e carità saranno i valori su cui si fonderà il mio regno!” La folla applaudì in segno di approvazione. Il sovrano batté le mani per tre volte, come era consuetudine, e tutto il Casato, scortato da otto robusti nani armati di grosse asce bipenni, prese posizione al suo fianco. Rispettivamente all’estrema destra ed all’estrema sinistra del re, presero posto i due giganti di madreperla, creature che parevano esser state strappate dal Piano dei Sogni. Soleil ed Arc En Ciel, Cavalieri del re, attraversarono il campo di battaglia sussurrando parole dolci alle loro magiche cavalcature e si frapposero fra i giganti ed i rappresentanti della Chiesa. I bianchi cavalli alati parevano più nervosi del solito, probabilmente a causa della presenza degli unicorni d’ombra. Il Sommo Pontefice ed il Profeta affiancarono rispettivamente Re Nivéen e la principessa Blanche. Quest’ultima, unica figlia del sovrano, avrebbe potuto oscurare il sole con la propria bellezza. Aveva occhi dello stesso colore del mare, ma non v’era traccia alcuna di freddezza in quello sguardo profondo e penetrante, solo promesse di affetto e comprensione. Lunghi capelli color miele incorniciavano un viso dai lineamenti minuti. Occhi a mandorla, zigomi pronunciati ed orecchie lievemente appuntite le conferivano un’insolita somiglianza con gli Elfi del vicino Regno di Feuilledor. Non più alta di un metro e settanta, era la più bassa dei D’Ivoire e raggiungeva a malapena le spalle degli Aile de Corbeau. Re Nivéen non l’avrebbe, però, voluta diversa. Blanche era identica in tutto e per tutto a sua madre, la bella Aube D’Ivoire, la ragazza elfica che il re, contravvenendo alle leggi che vietavano rapporti con gli Elfi, aveva segretamente amato al di sopra di ogni cosa e che era morta dando alla luce sua figlia. Blanche era la prima aspirante al trono di Damier nelle cui vene scorresse sangue elfico. L’Araldo, l’unico a rimanere completamente impassibile di fronte alla bellezza della fanciulla, lesse l’ultima frase ad alta voce: “Che la folla ammutolisca! Che il vento si plachi! E che il silenzio avvolga ogni cosa come un pesante sudario!” Un rullo di tamburi apostrofò queste esclamazioni. “Si dia inizio al gioco! Nobili Aile de Corbeau, a voi la prima mossa!” A queste parole, la pelle scura dell’Araldo prese a liquefarsi e la sostanza color pece che ne derivò svanì a contatto con una casella nera; gli occhi lattescenti, la nivea chioma e l’abito candido, invece, si fusero l’uno nell’altro e colarono lungo la scacchiera sino a scomparire completamente all’interno di una casella bianca. * * * Ovunque il suo sguardo spaziasse, non riusciva a scorgere che arcani simboli di sangue tracciati sulla scacchiera e corpi privi di vita. La folla ammutolita seguiva ancora la battaglia, anche se l’entusiasmo iniziale si era lentamente smorzato fino a spegnersi completamente. Le grida, le risate e gli incitamenti erano morti col cavaliere di Re Nivéen, l’eroico Arc En Ciel. Gli Aile de Corbeau stavano nettamente prevalendo sui D’Ivoire. Arc En Ciel giaceva esanime proprio di fronte a lei, col viso straziato dal colpo infertogli dal golem di ematite. Blanche sentì le lacrime empirle gli occhi. Il cavaliere era stato il suo maestro per anni. Era stato un fratello, oltre che un mentore, durante tutta la sua infanzia. C’era stato anche un periodo in cui aveva creduto di amarlo. Strinse i pugni. Di quel volto saggio ed abbronzato e di quegli occhi verdi come i prati di Damier, non restava ora che una crudele parodia grondante sangue. Chiuse gli occhi. Non poteva permettersi di piangere. Era la futura regina di Damier, sempre che gli Aile de Corbeau non riuscissero a vincere la sfida, e non poteva concedersi il lusso di farlo. La risata sguaiata di Re Noir lacerò il silenzio con violenza. Blanche aprì gli occhi per guardare in volto quell’uomo tanto malvagio, ma il principe Orion, con una rapida mossa ad “L” si frappose fra lei ed il padre, obbligandola a concentrarsi sul gioco. Sentì le guance infiammarsi, come se fossero baciate dal sole, ed il sangue ribollirle nelle vene. A fatica rimase ferma sulla casella che occupava. Non desiderava altro che raggiungere il Paladino di Re Noir e togliergli la vita per vendicare la morte di Arc En Ciel. Non le importava se così facendo si sarebbe a sua volta fatta uccidere da Sombre. La voce di Re Nivéen che impartiva ordini affinché Soleil la proteggesse, la riportò alla realtà. Suo padre sarebbe morto di dolore per la seconda volta se il sacerdote di Re Noir le avesse tolto la vita. Scosse la testa. Non poteva farlo. Rivolse un’occhiata colma d’odio prima al Re nemico, poi al Paladino. Quest’ultimo rispose togliendosi l’elmo. “Guardatemi negli occhi, principessa!” La sfidò il principe. “E’ troppo facile puntare lo sguardo su un freddo elmo che non sa rispondere alle vostre provocazioni!” Blanche trasalì. La profondità di quegli occhi di ghiaccio era tale che, per un istante, credette di sprofondarvi. Brillavano come due stelle di neve immerse in un bagno di luce lunare. “Il mio odio è sì forte, principe, che riuscirebbe a penetrare il vostro elmo e la vostra armatura raggiungendo senza difficoltà quella pietra che voi chiamate cuore! Ed i vostri occhi ne rimarrebbero accecati al solo passaggio!” rispose con rabbia, senza però distogliere lo sguardo da quei diamanti splendenti. Orion rise di gusto. Blanche si indispettì ulteriormente, anche se la risata non le parve crudele come quella del padre. Poco distante, un orco cadde prono sulla fredda scacchiera. Soleil si affrettò ad estrarre Lucente dal corpo della creatura morta e la rinfoderò con grazia e disinvoltura. “Tutto bene, mia Signora?” domandò il Cavaliere passandosi una mano sul viso madido di sudore. Blanche annuì distrattamente col capo. Tutta la sua attenzione era rivolta all’affascinante figlio del nemico che le si stagliava di fronte, alto, bello e misterioso come la statua di un dio intagliata nel firmamento. “Cosa vi fa tanto ridere? Solo gli stolti riescono a divertirsi in simili frangenti!” replicò pungente la principessa. Orion parve incupirsi. “Ridere non significa necessariamente esser felici, non credete? Mi sono semplicemente chiesto come tanta grinta ed arroganza riuscissero a stare in un corpo minuto come il vostro e la risata è sorta spontanea.” Blanche si accigliò. “Ora siete scortese! Non credevo che i paladini mancassero di rispetto alle dame!” “Vi chiedo scusa se vi ho offesa, Principessa. L’ironia cavalca perennemente al mio fianco.” Si prodigò in un inchino. “I paladini sono uomini solitari. Ci sono momenti in cui dimenticano come una signora meriti di essere trattata. Perdonatemi.” Orion Aile de Corbeau sorrise e tutto il mondo parve illuminarsi. Blanche si riscoprì ad osservare i lineamenti duri e sensuali dell’uomo. Non era bello nel vero senso della parola. Era molto di più. Avvolto in quell’alone di mistero che contraddistingueva tutti gli Aile de Corbeau e dotato di uno sguardo magnetico, era attraente oltre ogni immaginazione. Fugaci desideri di accarezzare quel volto, quel corpo e baciare quelle labbra sbocciarono improvvisamente nel suo cuore. Spaventata da un simile baccanale di emozioni, la principessa si affrettò a reprimerle. “Ora mi guardate in modo diverso!” esordì Orion con voce calda e profonda. “Non sembra che mi odiate quanto pochi istanti fa.” Confusa, Blanche distolse lo sguardo. Non doveva dimenticare che l’uomo di fronte a lei era il figlio di Re Noir Aile de Corbeau. Deglutì nervosamente. Ma come spiegare la differenza al cuore? Come riportare i battiti alla normalità? “Credete che a me piaccia tutto questo?” domandò improvvisamente il Paladino, chinando lievemente il capo per portare il proprio viso all’altezza di quello della principessa ed indicando con un rapido gesto il triste spettacolo che li circondava. “Lo stesso dolore che voi provate in questo momento, devasta anche il mio animo! Pensate che tutti gli Aile de Corbeau siano involucri incapaci di provare emozioni? E’ arrogante da parte vostra credere di avere l’esclusiva dei sentimenti!” Blanche lasciò che il profumo dolce e sensuale dell’uomo entrasse in lei e risvegliasse sensazioni da troppo tempo assopite. Dovette attendere qualche istante prima di rispondere per non rischiare che la voce tradisse il suo stato d’animo. Orion la anticipò: “Quando guardo questa scacchiera non scorgo D’Ivoire o Aile de Corbeau stesi a terra! In verità, vedo uomini privi di vita. Uomini che non torneranno a casa questa sera. Quante lacrime scorreranno! Ma ha forse un nome il dolore? Ha forse un colore? Entrambe le famiglie, indipendentemente da quale si guadagnerà il diritto di regnare su Damier, questa sera piangeranno i caduti.” Ad ogni parola, gli occhi del Paladino parvero empirsi di luce. Un alito di vento si insinuò fra i corti capelli corvini dell’uomo poi, incapace di scompigliarli, se ne andò stizzito ad increspare le tuniche dei sacerdoti. “E quando guardo voi, mia Signora, non scorgo la figlia di Re Nivéen, bensì una bellissima donna il cui sguardo mi ha incantato nell’attimo stesso in cui si è posato furioso su di me.” Scosse la testa. “E sapere che nessuno può comprendere tutto questo, mi fa impazzire!” “Vi chiedo perdono.” Sussurrò mortificata Blanche impedendo ai propri occhi di incontrare quelli del Paladino. “E per quale motivo?” rispose Orion. “Vi ho odiato e confesso che vi avrei ucciso se non fosse stato per la presenza di mio padre. Ma mi sbagliavo!” Blanche sentì nuovamente le lacrime empirle gli occhi. Il Paladino smontò dall’unicorno d’ombra e lo fece scomparire con un gesto della mano. Poi, contro ogni regola, si avvicinò, prese fra le sue la mano della principessa nemica e la baciò con estrema delicatezza. Contro ogni regola, lei lasciò che lui lo facesse. A lungo i due rivali rimasero senza parlare, mano nella mano come due antichissimi amici, incapaci di scorgere nulla se non l’uno la presenza dell’altro. La folla aveva perso interesse nella battaglia ed osservava ora con attenzione l’insolito spettacolo che si stava svolgendo al centro della scacchiera. “Se io non fossi io e voi non foste voi, vi corteggerei come il vento corteggia le stelle. Ma Lady Blanche D’Ivoire è prigioniera di una realtà che non può essere mutata a meno che non sia la stessa principessa a desiderarlo.” Le grida disperate del Vescovo dissolsero l’incanto. Blanche tentò di girarsi per vedere cosa stesse succedendo ad uno dei maggiori esponenti della sua Chiesa, ma Orion glielo impedì stringendola al petto. “Restate qui, mia Signora. Non c’è che dolore dietro di noi, non c’è che morte!” sussurrò il Paladino. Blanche obbedì. Rimase immobile nel protettivo abbraccio di Orion chiedendosi per quale motivo il destino li avesse fatti incontrare in un simile frangente. Si nutrì avidamente del suo calore, del suo profumo e della sua presenza per tutto il tempo che lui la tenne stretta a sé. “Devo andare ora!” esclamò Orion allontanandola dolcemente. “Ma non scorderò questo momento. Non so perché questo sia accaduto, mia Signora, e vi chiedo perdono. Mi rendo conto che essere umani comporta troppi svantaggi. ” Blanche indietreggiò tentando di celare l’eccitazione. Aveva l’impressione che il profumo di lui avesse impregnato tutta l’aria di Damier. “Siete perdonato, nobile Orion.” rispose riacquistando lentamente il pieno controllo della voce. Avrebbe voluto dire: “Potevo impedirlo, ma desideravo che voi mi abbracciaste.” Invece terminò: “E che Dio vi ascolti!” “Non credo nel vostro Dio, principessa, ma spero ugualmente che i miei desideri si avverino.” Una rapida mossa ad “L” e fu lontano da lei. * * * Soleil cadde al suolo trafitto dal pugnale avvelenato di Minuit. Morì tra spasmi di indicibile sofferenza. Per ogni suo grido di dolore, Blanche avanzò di un passo verso la follia. Di poco più vecchio di lei, il Cavaliere era stato per anni il suo fidato confidente. Aveva condiviso con quel ragazzo dai capelli castani e dagli occhi nocciola ogni desiderio, ogni speranza o timore. Avevano riso e pianto insieme. Blanche si sentì improvvisamente sola. Volse istintivamente lo sguardo verso Orion e tutto quello che c’era stato fra loro le parve frutto della sua immaginazione. Re Nivéen la chiamò al suo fianco e lei lo raggiunse. “Padre!” esclamò ricacciando quelle lacrime che parevano bruciare ogni volta di più. Il re la strinse a sé. “La situazione è drammatica, piccola mia!” sussurrò il buon sovrano accarezzandole la testa come quando era piccola. “Ma non dobbiamo arrenderci… Non tutto è perduto…. Fa’ attenzione, Blanche. Non sopporterei l’idea di perderti.” Rimasero così per qualche momento ancora, poi la principessa abbandonò l’abbraccio paterno e tornò a sfidare gli Aile de Corbeau. * * * Il pugnale ingemmato di Blanche strappò la vita a Minuit nello stesso istante in cui Orion nutrì Nocturna col sangue del Papa. Grida sacre e profane, guidate dalle urla disperate di Re Noir, si mescolarono in un unico inno alla morte. Gli Aile de Corbeau avevano perso la loro regina. Blanche lasciò cadere il pugnale ancora macchiato di sangue e con esso una lacrima d’argento. Aveva inferto un duro colpo ai rivali, ma questo non la faceva sentire meglio. “Mia Signora, era forse una lacrima quella goccia d’argento che ho visto stillare dal mare racchiuso dietro i vostri occhi?” Blanche trasalì. Non si era accorta che Orion si era posizionato a poche caselle di distanza da lei. “Essere umani comporta troppi rischi…” Cominciò la principessa ripetendo una frase che il Paladino aveva citato in precedenza. “Uno di questi è proprio quello di essere umani…” Orion annuì. Non sorrideva ed era forse per causa sua che il mondo pareva sì tetro. Blanche sentì il terreno mancarle sotto i piedi quando l’inebriante profumo di lui torno a solleticarle i sensi. In pochi istanti immaginò un’intera vita con lui. “Se la realtà non fosse così reale, mia Signora, vi bacerei e vi giurerei eterno amore.” Esordì improvvisamente, questa volta evitando il suo sguardo. “Ma non si può sfuggire al destino. Io sono Orion Aile de Corbeau e voi Blanche D’Ivoire. E già sapete cosa questo comporti.” Con una rapida mossa ad “L” le fu accanto e le cinse la vita con un braccio. “Mi avete ingannato…” esclamò la principessa con un tremito nella voce. “Mia Signora, siamo stati ingannati entrambi… dal destino.” Bisbigliò il figlio di Re Noir. “La mia vita finisce qui, fra le vostre braccia?” domandò Blanche faticando, anche in quel momento, a distogliere lo sguardo dagli occhi di ghiaccio dell’uomo. “Avete dato scacco al Re mio padre, mia Signora, ed il mio compito, in questo assurdo gioco, è quello di proteggerlo.” Rispose Orion con un fil di voce. “Avanti Orion, togliamo di mezzo la regina bianca!” gridò Re Noir con enfasi. Orion chiuse gli occhi, baciò la principessa sulle labbra e la trafisse con la spada. Davanti a quella scena, Re Nivéen cadde pesantemente sulle ginocchia, il volto contratto in una maschera d’orrore. Gli Aile de Corbeau superstiti esultarono di gioia. Orion depose il corpo senza vita di Blanche sulla casella bianca. Le accarezzò una guancia. “Essere umani comporta dei rischi.” Bisbigliò. “Uno di questi è di essere prigionieri della realtà… “ Si alzò, raccolse Nocturna e la rinfoderò. Infine, con un rapido gesto, si infilò di nuovo l’elmo piumato. Prese posizione sulla casella bianca e, finalmente celato al resto del mondo, lasciò che i ghiacciai nei suoi occhi si sciogliessero e cascate di lacrime inondassero il suo viso... * * * Spero vi piaccia... Ogni commento è sempre ben gradito... Un bacio Cassandra
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#10 |
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Amico*
Data Registrazione: Oct 2004
Messaggi: 929
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MAGICA CASSANDRA!!!!Questo racconto è ancora più coinvolgente del primo.Sei straordinaria!!!!Ti prego però.......FAI RESUSCITARE BLANCHE,e falla felice!!!!Scrivi un lieto fine a questa storia?Solo per me.
Lasciali abbracciati per sempre!!!!
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#11 |
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Amico*
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Dolcissima Rosarossa, sei così carina nei miei confronti che quasi non so dirti di no... Ti prometto che, prima o poi (lavoro permettendo... ho bisogno di un po' di tregua!!!
), scriverò un racconto tutto per te. Te lo meriti. Ah, un'altra promessa: avrà il lieto fine che mi hai chiesto.Un bacio alla mia tenera Rosarossa Cassandra
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#12 |
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Amico*
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Come umidi riccioli d’un angelo albino, spirali di nebbia danzavano sul freddo tappeto di foglie, rendendo inquietante il paesaggio attorno al capanno di caccia del duca. Cullati dall’odore primordiale dell’humus, salivano dal terreno, ipnotiche ballerine, mentre l’esercito del Silenzio, in punta di piedi, conquistava il mondo. Avvolti in un manto di foschia reso opalescente dal tocco fatato della luna, anche i Treant, gli antichi alberi custodi delle foreste elfiche, parevano dormire, ma il Seguace della Lama Danzante sapeva che non era così. Mentre si avvicinava al capanno del duca, sentiva i loro sussurri, semplici scricchiolii e fruscii per le sorde orecchie umane, malinconiche poesie per le sensibili orecchie degli elfi.
All’interno del capanno, dopo una lauta cena, il duca fumava la pipa, mentre nel camino, tra le fauci del fuoco, un grosso ceppo scoppiettava di dolore. Sul volto abbronzato del nobile, fiero ed appena segnato dal tempo, pareva essersi posata un’ombra; i suoi occhi, due piccoli smeraldi, erano cupi, persi in chissà quali malinconici o grevi pensieri. Al suo fianco, tramutata in demone dal riverbero del fuoco, una donna dal volto di gatto, avvolta nei più costosi tessuti provenienti dalla terra degli Gnomi, teneva sulle ginocchia, fra le ingioiellate mani affusolate, un grosso tomo aperto. Le sue pupille ambrate si spostavano continuamente dalla pagina del libro agli occhi dell’uomo. Se il duca avesse incontrato lo sguardo della donna-gatto, avrebbe di certo compreso le sue lascive intenzioni, ma l’uomo stava nuotando nel mare dei ricordi e si rendeva a malapena conto della presenza della provocante compagna. Il Seguace della Lama Danzante si fermò un istante ad osservare il fumo che usciva dal comignolo del piccolo capanno di pietra. Alle sue spalle, a pochi metri di distanza, l’altro viandante approfittò della breve pausa per sistemarsi il cappuccio. Il tocco della notte era umido e freddo, come se fra le sue dita fossero rimaste impigliate le lacrime e l’indifferenza degli uomini. Sotto l’inespressiva maschera nera dell’Ordine, le labbra dell’elfo si arricciarono in un sorriso al pensiero che, fra pochi istanti, avrebbe rivisto il duca. “Riesco ancora a sorridere?” domandò con stupore a se stessa, poi riprese a camminare in direzione del capanno, sussurrando, come se stesse salmodiando un incantesimo di protezione, il nome del duca Markus C. Drake. Dietro di lei, appoggiata ad un bastone nodoso, la dinoccolata figura incappucciata attese qualche istante poi, lentamente, riprese a seguire il compagno di viaggio. Mia’layr chiuse il tomo in un gesto stizzito, si alzò e, camminando lentamente per sottolineare ad ogni passo il movimento del proprio corpo, lo ripose sulla mensola accanto al camino. Si avvicinò al fuoco. Le fiamme accendevano riverberi d’oro sulla peluria color sabbia che la ricopriva dalla testa ai piedi. Si piegò sulle ginocchia, lo sguardo fisso nel cuore del fuoco. Attese a lungo che il duca dicesse o facesse qualcosa, infine si arrese. “Markus, io vado a letto.” Esclamò, lacerando il silenzio. Alle sue parole, le lingue di fuoco si incresparono lievemente. Abbandonò la posizione accosciata e, amplificando la sensualità della propria andatura per stuzzicare l’interesse dell’uomo, si diresse nell’altra stanza. Il duca ignorò il provocante movimento delle sue natiche rotonde. Quella era la notte in cui Gwyneldisin avrebbe bussato alla sua porta, lo sapeva, lo sperava, e tutto il resto non contava nulla. Dalla morte della duchessa, Markus C. Drake aveva avuto molte amanti, donne provenienti da ogni parte del continente, giovani e belle. La stessa Mia’layr, sua attuale compagna di letto, regina del popolo nomade dei Miamarr, gli uomini-gatto, si era spontaneamente offerta a lui un anno prima, attratta dal suo potere. Nessuno si fidava dei Miamarr, ma ciò che il duca voleva dalla donna-gatto non era di certo la sua fiducia. Alla fin dei conti, si trattava di uno scambio equo. Potere e ricchezza per Mia’layr, abiti, gioielli ed ogni comodità; una compagna giovane ed ambita da mostrare in pubblico, proprio come un diadema o un purosangue, e capace di soddisfare le sue voglie, invece, per il duca. Le arti amatorie dei Miamarr erano leggenda ed il duca Markus C. Drake era l’uomo più invidiato della regione. Quella notte, però, tutto questo non contava. Gwyneldisin era la purezza, l’acqua corrente che lavava via dalle sue mani e dal suo cuore la lordura del mondo. Gwyneldisin era l’innocenza, la sensibilità, il lato buono delle cose. Solo la rimpianta duchessa Elayne, morta dando alla luce suo figlio, e Gwyn avevano segnato la vita del duca. Tutte le altre donne, non erano state che un passatempo, frivoli giocattoli di cui ora, nella maggior parte dei casi, non ricordava neppure il nome o, semplicemente, surrogati dell’amore perduto. GWYNELDISIN. Quello, di certo, era un nome che non avrebbe mai scordato, una persona che non sarebbe finita nell’oblio. Il guanto di velluto nero attutì lievemente il rumore del suo pugno contro la porta. Bussò tre volte, come era solita fare, mentre alle sue spalle la figura incappucciata rimase nascosta nell’ombra. L’attesa le parve interminabile, cosa alquanto insolita per una creatura che aveva già vissuto più di trecento anni e che, per i canoni degli elfi, era ancora piuttosto giovane. Si guardò intorno. Agli elfi non era concesso il privilegio di vedere il volto di un Seguace della Lama Danzante, questa era la regola. Quando i Treant le confermarono che era sola, si tolse la maschera. Il duca aprì la porta e rimase a fissarla, incapace di parlare. Era trascorso solo un anno dall’ultima volta che l’aveva vista, ma del suo volto non ricordava che gli occhi, quegli enormi occhi a mandorla che racchiudevano due lune d’un verde trasparente ed intriso di magia aliena. “Mellonmin!” sussurrò l’elfo. “Amico mio!” Il duca, incapace di proferire una sola sillaba, seppur timoroso di sfiorare quella piccola ed apparentemente fragile creatura (l’elfa arrivava a malapena alle spalle del duca), la strinse fra le braccia e le posò le labbra sulla testa. I capelli di Gwyn, della stessa tonalità dei campi di grano, profumavano di rose e mughetti, erba appena tagliata e sole. L’elfo posò la guancia sul torace di Markus. La casacca oro ed amaranto dell’uomo, invece, era intrisa di fumo. “Sapevo che saresti venuta, Gwyn, amica mia!” esordì il duca liberandosi, seppur riluttante, dall’abbraccio. Alle loro spalle, mentre l’elfo rispondeva all’affermazione del duca con un sorriso di miele, la figura ammantata allungò una mano verso una grossa falena e l’accarezzò. La creatura alata, come se fosse improvvisamente divenuta di granito, cadde pesantemente al suolo e non si mosse più. “Quando un Seguace della Lama Danzante fa una promessa, deve mantenerla” disse l’elfo sedendo accanto al fuoco. Precedendo il duca che aveva aperto la bocca per replicare, continuò: “Io tengo a te, Markus. E’ per questo che stasera, nonostante tutto, sono qui.” Lo fissò con affetto. “Non vuoi che il mondo scopra il tuo lato dolce, amico mio, ma non puoi impedire ad un elfo di scorgerlo. E’ la prima cosa che ho notato quando ci siamo conosciuti: una dolcezza rara palpita dietro i tuoi occhi verdi!” Una folata di vento gelido riuscì ad intrufolarsi nel capanno prima che il duca chiudesse definitivamente il mondo oltre la porta Il compagno di viaggio dell’elfo posò il bastone in un angolo e sedette accanto al tavolo, dalla parte opposta del camino. Con un gesto posato, allontanò il cappuccio dal volto. I suoi capelli erano dello stesso colore del cuore delle tenebre; i suoi occhi, invece, erano lattescenti, luminosi come perle e completamente ciechi. Davanti a lui, una falena partì per l’ultimo volo verso l’invitante luce del fuoco. L’uomo dagli occhi lattescenti seguì il volo dell’insetto fino in fondo. Il duca prese una sedia e sedette accanto all’amica. “Questo è un segreto che dovrai custodire gelosamente, mia cara!” rise il duca. “Non vorrai intaccare la mia fama di duro, vero?” “Oh, non sia mai!” L’aria si riempì delle risate cristalline dell’elfa. “Questo è per te, Markus, è il mio regalo di compleanno, ma vorrei che lo aprissi solo domani, quando io sarò lontana, così mi penserai almeno un’altra volta...” Il duca prese il regalo avvolto nel velluto verde e, assecondando l’amica, lo nascose in uno scomparto segreto del tavolo, poi tornò al suo posto. Il cieco viandante non batté ciglio. “Solo domani? Sarai con me ogni giorno, come lo sei sempre stata...” un pensiero, come un fulmine che anima l’oscurità, attraversò la sua mente. “Domattina te ne andrai?” domandò pur sapendo già la risposta. “Conosci i miei doveri, Markus.” Rispose l’elfo prendendo fra le sue la mano destra del duca. “Così pura...” pensò il duca. “Così immacolata che la mia sola presenza potrebbe esser deleteria. Così insolita... Vorrei vederti con gli occhi di un elfo per capire cosa significhi trovarsi al cospetto di un Seguace della Lama Danzante, un paladino elfico per il quale la propria vita non è che una moneta di scambio per la felicità dei propri simili...” “Sì, li conosco.” Rispose abbassando lo sguardo. Non temeva di mostrare le proprie emozioni alla cara Gwyn. Inoltre, aveva sempre il dubbio che lei sapesse leggere nel suo cuore. “Così eterea... Chi sei realmente Gwyneldisin? I tuoi nemici devono temere la tua spada ageminata... i tuoi amici il tuo sguardo profondo... Io ti vedo come un essere fragile e dolce, troppo sensibile per questo mondo, sempre in lotta con tutto quanto si scontra coi tuoi ideali. La vita è una battaglia continua... Forse dovremmo risparmiare le forze...” Sempre tenendo la mano del duca, Gwyneldisin disse: “Mi sei mancato, Markus.” “Amica mia” pensò “A volte mi spaventa quello che vedo nei tuoi occhi, ma non ti vorrei diversa. Giusta? Sbagliata? E chi può dirlo? Di certo rara e ringrazio gli Dei per l’affetto e la lealtà che mi dimostri.” “Anche tu, Gwyn, lo sai.” Sì, Gwyneldisin, il Seguace della Lama Danzante, lo sapeva. E sapeva che avrebbero trascorso la notte raccontandosi gioie e dolori, aggiungendo un’altra maglia alla trama della loro amicizia, proprio come lo sapeva il duca Markus C. Drake. L’indomani mattina, col cuor leggero e l’anima in pace, Gwyneldisin avrebbe baciato il duca, avrebbe indossato la maschera nera dell’Ordine e, precedendo il taciturno compagno di viaggio, sarebbe ripartita. Il cieco viandante, proprio come con la falena, l’avrebbe seguita con lo sguardo fino alla fine del suo ultimo viaggio. L’elfo sarebbe scomparso per sempre appena svoltato l’angolo, sotto i nodosi occhi di un incredulo Treant. A due settimane di cammino, nella città elfica di Calen’Lasse, città natale di Gwyn, nello stesso istante in cui l’elfo salutava per l’ultima volta il duca, si stavano celebrando, da sei giorni, i funerali di Gwyneldisin di Redblade, Seguace della Lama Danzante, caduta con onore nella battaglia contro i Drow, gli elfi scuri del sottosuolo, nemici giurati degli elfi di superficie. * * * Un dolce bacio Cassandra
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#13 |
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Amico*
Data Registrazione: Oct 2004
Messaggi: 929
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Sono sempre io!!!Cassandra dove sei che vengo ti rapisco e ti chiudo dentro casa mia,così ti farò passare il resto della vita a scrivere questi magici racconti tutti per me fino alla fine dei miei giorni!!!!!Scherzi a parte,Cassandra sembri nata con la penna in mano!Non mi stancherei mai di leggerti,ma perchè tanta tristezza e malinconia in una ragazza "magica" come te?
E tu sai di esserlo......
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#14 |
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Amico*
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PER LA DOLCE ROSAROSSA: Questo non è un racconto. Questo è in realtà un mio pensiero più coraggioso degli altri. Come un impavido fiocco di neve. si è allontanato dai fratelli ed ha scelto di danzare per proprio conto. Ondeggia sulle note di una melodia Che non tutti sanno percepire. Appena nato, già non mi appartiene più, ma sono ugualmente felice. Ha scelto di donare la sua breve esistenza a qualcuno che lo merita. Ha scelto di danzare per te. Oh, no! Ecco che ricomincia... Ed ecco che di nuovo mi gira la testa (o è il mondo a girare?). Giuro che se non la pianta di suonare, sfondo la porta e le inchiodo le mani al pianoforte! Dico io, è mai possibile che quella non abbia nient’altro da fare? “Basta, per Dio! Non ne posso più!” urlo sforzando la mia già delicata gola. Non serve a nulla gridare, lo so, ma almeno mi sfogo. So anche che non giova alla mia salute, ma alla fin dei conti non m'importa più di tanto. Fino a quando continuerò a vivere in mezzo alla neve, non guarirò di sicuro. Dico io, cosa ho fatto di male per meritarmi una tale punizione? Sono anni che quella mi costringe ad ascoltare quel suo stramaledetto lago dei cigni! Deve essere piuttosto limitata se non riesce ad imparare nient’altro! All’inizio, devo ammetterlo, mi piaceva ascoltarla. Me ne stavo ore sulla gelida panchina, con lo sguardo fisso sulla neve e tutti i sensi solleticati dalla sua musica. Mi divertivo ad immaginarla seduta di fronte ad un pianoforte a coda talmente lucido da permetterle di specchiarvisi. Ogni giorno speravo che si affacciasse alla finestra. Dico io, mi sarebbe bastato vederla una sola volta! Non poteva che essere bellissima una creatura che sapeva produrre una melodia tanto dolce! Mi sarei innamorato di lei, l’avrei corteggiata e, probabilmente, l’avrei sposata. Avrei persino imparato a suonare per compiacerla. Lavoravo troppo di fantasia. Fortunatamente, vivere in mezzo alla neve ha congelato il mio cuore prima che fosse troppo tardi! Sono anni che abitiamo uno accanto all’altro, in un luogo addormentato sotto un manto lattescente e completamente isolato dal resto del mondo, e mai mi è capitato di incontrarla! Non è mai uscita in cortile e l’unica prova della sua esistenza sono le note che zampillano dalla finestra. Magra consolazione per chi, per tanti anni, non ha fatto che litigare con la solitudine! - Sospiro – “Piantala, stupida!” grido rivolgendo il pugno verso la finestra da cui proviene la musica. I capogiri non mi abbandonano (o è la terra stessa a vorticare sotto i miei piedi?). Seduto sulla panchina, alzo gli occhi al cielo. Sorrido soddisfatto, ma sul mio volto l’espressione non muta. Anche i miei lineamenti sono congelati, come tutto, qui, del resto. Tra poco nevicherà, ne sono certo. Capita ogni volta che lei inizia a suonare. Ripensando alla mia vita, mi rendo conto che non è stata altro che un susseguirsi di note, capogiri e neve. - Sospiro – Se fossi giovane mi alzerei da questa fredda panchina e sfonderei sul serio quella porta. Salirei al piano superiore e la costringerei a smettere di suonare. La implorerei poi di parlarmi per il solo gusto di sentire una voce diversa dalla mia. Le chiederei di raccontarmi i suoi sogni sì da farmi ricordare cosa siano in realtà. I miei, appesantiti dal ghiaccio, sono precipitati e marciti nella neve da chissà quanto tempo! Riuscirei a convincerla ad amarmi sì da sciogliere quel blocco di ghiaccio che ho al posto del cuore? - Vecchio idiota! – Ma chi voglio ingannare, dico io, con queste fantasie? Non sono mai stato giovane e mai lo sarò! - Sospiro – Se fossi vecchio, veramente vecchio, mi lascerei morire su questa panchina. Sarei talmente bianco che la natura non si accorgerebbe della mia umanità e, scambiandomi per un insolito mucchio di neve, giocherebbe con me fino a tramutarmi in una miriade di fiocchi di neve. Non riesco ad immaginare una morte migliore per chi ha trascorso una vita seduto su una panchina ad osservare fiocchi di neve! - Sospiro – Non sarò mai tanto vecchio! Chi voglio ingannare? - Sospiro – E non potrò mai morire! Qui le cose non cambiano. E’ come se il tempo ed il destino fossero congelati. E’ sempre stato così e sempre lo sarà. Siamo bloccati tra un battito di ciglia e quello successivo... - Sospiro – Di nuovo quella sensazione che il mondo si capovolga. Abbandono i miei pensieri cupi. Tra poco nevicherà di nuovo e non esiste nulla di più bello. Voglio godermi l’unico spettacolo concessomi. La neve si solleva dal suolo e torna verso il cielo. Tre, due, uno..... Eccole, centinaia, migliaia di gocce di neve! Mi sono sempre chiesto dove finiscano le lacrime mai spese ed ora, osservando quei delicati fiocchi, la risposta mi pare così ovvia. Non riesco a distogliere lo sguardo da quei minuscoli angeli. E’ quasi ipnotica la loro danza! Tra poco la melodia si interromperà, per l’ennesima volta, e la neve tornerà a riposare. Io me ne starò qui, sulla mia panchina, in attesa che nevichi di nuovo. Quella sicuramente ricomincerà a suonare il lago dei cigni costringendomi ad imprecare. Qui le cose non cambiano mai! Me ne starò sulla mia panchina ed aspetterò, ignaro che tutto il mio mondo non è altro che una piccola sfera di plastica trasparente disposta su un delizioso carillon. Aspetterò che nevichi, ignaro che nevicherà solo quando qualcuno capovolgerà di nuovo la sfera. Aspetterò che lei ricominci a suonare, ignaro del fatto che non abita nessuno in quella deliziosa casetta. Aspetterò evitando di chiedermi come mai abbia trascorso la mia vita seduto su una panchina in mezzo ad un deserto di neve. Aspetterò e, prima o poi, dico io, nevicherà di nuovo. |
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#15 |
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Amico*
Data Registrazione: Oct 2004
Messaggi: 929
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Cassandra.....non ho parole.Grazie dal profondo del cuore per quest'altro favoloso "viaggio".Una sfera di cristallo,un carillon....quanti sogni facevo da bambina osservandola.Anche questa volta,dopo tanti anni, sono "entrata" dentro quel mondo,ma da "spettatrice" e non da "regista"....e mi è piaciuto.Ti sono riconoscente per avermi regalato un soffio della tua delicata anima.Quasi mi vergogno a risponderti con le mie umilissime considerazioni,sono solo una piccola "fiammella" che cerca di fare dei complimenti al "sole".Sei.....non lo so....fantastica?E poco ma non trovo il termine giusto,o forse non esiste.
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