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#211 |
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Amico*
Data Registrazione: Oct 2004
Messaggi: 929
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Tesoro mio travolgi.Travolgi senza dimenticare che l'altro è comunque un essere libero,travolgi senza imporre il tuo amore,che sia un fuoco che scaldi e non sprigioni fumo che soffochi.
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#212 |
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Amico*
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Il silenzio può essere solo una pausa, non una condizione permanente... che tortura amare in silenzio
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![]() "Egli darà ordine ai Suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi " (Salmo 90/91) |
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#213 |
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Amico*
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Qualcuno disse: LIBERA L'AMORE O LIBERATENE PER SEMPRE.
I miei dubbi nascono dalle mie esperienze personali. Ho conosciuto persone che hanno così paura di essere amati da fuggire al primo accenno di affetto ed altre che, invece, bevono avidamente ogni goccia di dolcezza che l'altrui cuore riesce a stillare. Io faccio parte della seconda categoria, di quelle creature che, senza amore, morirebbero entro dieci secondo; di quegli esseri umani per i quali ogni esperienza è un carico di emozioni, ogni situazione viene filtrata prima dal cuore... poi, forse, dal cervello. Mi è difficile riuscire a comprendere come l'amore possa spaventare. Se ti dico "ti voglio bene", perché tu scappi? Cosa temi? Ho sentito una canzone, l'altro giorno, che cita qualcosa del genere: "ogni giorno 600 persone scrivono "ti voglio bene", ma solo 50 ricevono una risposta" Questa frase mi fa riflettere... A voi no? Un abbraccio a tutti Cassandra |
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#214 |
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Amico*
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Ho sempre amato il racconto CANTO DI NATALE di Dickens, sin da quando ero bambina.
Ora mi chiedo: se i tre fantasmi si presentassero in questo momento, cosa mi direbbero? Cosa mi mostrerebbe quello del passato? E quello del presente? Ma soprattutto, cosa mi farebbe vedere quello del futuro? Ed a voi, cosa direbbero? Buone Feste, miei dolcissimi Angeli Cassandra
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#215 |
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Amico*
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LADY TARA DI BRAY
Io sono Lady Tara, perla della famiglia Di Bray. Fra le mie mani un'arpa diviene magica, come se le mie dita affusolate fossero in grado di far vibrare a tal punto le corde di quello strumento da convincerne l'anima a cantare. Fra le mie labbra, ogni parola si tramuta in poesia, ogni poesia in successo. Il pubblico mi ama, ogni mia esibizione è uno spettacolo di cui nelle città si parla per mesi. Tutto questo, però, non mi basta: non sono mai stata brava ad accontentarmi! Mio padre, Lord Severus di Bray, dopo la prematura scomparsa di mia madre (morta dandomi alla luce), mi ha cresciuta come se fossi il suo più grande tesoro. Ero la prima femmina dopo quattro maschi e, considerando che la struttura della mia famiglia è matriarcale, appena nata già potevo pregustare il gusto del comando. Più passavano gli anni, più diventavo simile a mia madre (gli stessi capelli del colore del grano maturo, i medesimi occhi cerulei, lo stesso temperamento focoso) e questo, ovviamente, mi rendeva ancora più speciale agli occhi di mio padre. Mi ha cresciuta non riuscendo mai a negarmi nulla. Senza ombra di dubbio, dei cinque figli ero la prediletta. Deve esser quasi impazzito quando, a soli cinque anni, venni rapita da alcuni banditi interessati ai soldi della mia famiglia! I miei quattro fratelli maggiori non sono mai stati gelosi di me. La nobile famiglia Di Bray deve la propria forza anche al legame che ne unisce tutti i consanguinei. Quando, a diciott’anni, dissi a mio padre che non ero ancora pronta a convolare a nozze con nessuno e che, invece, desideravo divenire un'abile spadaccina ed un'esperta pistolera, come mi aspettavo, ricevetti la sua benedizione. Mi avrebbe concesso qualche anno prima di riportarmi a casa al fine di prendere quel posto che mi spettava di diritto. Accettai il patto. Ero certa che a Lady Tara Di Bray quel tempo sarebbe bastato. Gli chiesi di farmi fabbricare il più bello stocco di tutta la nazione e lui mi accontentò: chiamai Vyrydian quell'arma; gli parlai del mio desiderio di fondare, una volta ottenuta la necessaria esperienza, una scuola che combinasse l'arte dello stocco con quella della pistola e lui, fiero di me, fece il possibile per trovarmi un maestro che mi insegnasse l'uso delle armi da fuoco. Entrambi eravamo più che sicuri che la mia idea avrebbe portato grande lustro alla nostra famiglia, proprio come le imprese dei miei fratelli. * * * L'uomo che avrebbe condiviso con me l'arte delle armi da fuoco si chiamava Avross e non era un uomo, bensì un elfo. La cosa non mi dava alcun fastidio, non avevo pregiudizi nei confronti di quella razza. Mi importava solo che mi insegnasse a sparare meglio di chiunque altro. La prima volta che lo vidi, faticai a reprimere le mie emozioni. Indossava una maschera, proprio come Vyrydian Di Bray negli ultimi mesi di vita. Vyrydian, uno dei tanti cugini di mio padre, era un ventottenne dal volto abbronzato e dai lunghi capelli color miele. Fra tutti i Di Bray, prima della malattia, era sicuramente il più bello; ai miei occhi di dodicenne, Vyrydian comunque non perse mai quel fascino, neppure nei giorni in cui la malattia aveva deturpato a tal punto il suo viso da costringerlo ad indossare una maschera. Trascorsi più di un anno accanto a lui, mentre la malattia si nutriva avidamente delle sue energie, del suo fascino, della sua grande abilità di spadaccino e pistolero. Ogni giorno restavo per ore al suo fianco, suonando l'arpa o recitando le poesie che scrivevo esclusivamente per lui. In cambio, Vyrydian mi faceva sognare narrandomi le sue gesta eroiche. A dodici anni è difficile capire l'amore, ma ero comunque certa che ci saremmo sposati e che avremmo avuto tanti figli coi suoi stessi occhi verdi. A dodici anni è ancor più difficile accettare che i sogni possan morire, proprio come le persone che amiamo... Avross non è Vyrydian, ma è un elfo diverso da tutti gli altri, almeno da quanto narrano le leggende. Il suo cuore è grande, ma a volte ho l'impressione che un'ombra, parzialmente celata dalla maschera, attraversi il suo sguardo. Mi piacerebbe condividere con lui segreti e sensazioni, forse ho più bisogno di un amico di quanto voglia ammettere, ma Lady Tara Di Bray non è abituata ad abbassarsi a chiedere: lei si limita a pretendere ed il resto del mondo si fa in quattro per accontentarla. Avross ed io abbiamo viaggiato per qualche tempo assieme e mi sono resa conto che, da sola, sarebbe stata dura. Non lo ammetterò mai apertamente, ma così lontana da casa la vita non è semplice come mi aspettavo. La mia musica è sempre divina, le mie poesie sono una pioggia d'oro, il mio stocco implacabile, ma i miei talenti non sempre sono sufficienti a tenermi in vita. Avross mi guarda le spalle, spesso ho l'impressione che si prenda cura di me. Non lo ringrazio mai, non gli faccio capire che sono lieta che sia al mio fianco, non ne ho l'umiltà. Eppure, dentro di me, ogni volta che combattiamo schiena contro schiena, penso che prima o poi ce la farò e che mi vedrà come un'amica, non solo come un'allieva o come una nobile e viziata ragazza di Llael. Diverse volte, mentre lui riposava ed io restavo di guardia, mi soffermavo a guardarlo dormire. C'era una tale dolcezza nella sua espressione che dovevo immediatamente concentrarmi su qualsiasi altra cosa per impedire a strani pensieri di prendere forma nella mia mente. Mi piacevano i suoi lineamenti e non vedevo un volto deturpato quando lo guardavo, ma la bellezza del suo animo nobile. Una notte, mentre lui dormiva profondamente dopo il suo turno di guardia, ho fatto qualcosa di cui non parlerò mai a nessuno. Ecco, persino ora mentre riporto queste parole sul mio diario, arrossisco. Lui era lì, addormentato vicino alle braci del fuoco morente, la stessa espressione tenera di sempre sul volto. Quella notte non riuscivo a distogliere lo sguardo da lui e continuavo a pensare a tutto quello che, ogni giorno, faceva per me. Alla fine dei conti non mi doveva niente, pensavo, se non insegnarmi a sparare, come da accordi. Invece Avross non faceva che stupirmi con il suo comportamento premuroso, quasi paterno. All'improvviso, non ricordo come, mi accorsi di esser china sul suo viso, le labbra premute delicatamente contro le sue. Restai così per pochi istanti, poi Avross, illuminato da un raggio di luna, si lamentò nel sonno ed io, riportata improvvisamente alla realtà, mi allontanai di scatto, rossa per la vergogna e l'emozione. Il cuore mi batteva così forte che quasi faticavo a respirare. L'indomani, certa che lui non si fosse accorto di nulla, mi comportai come ogni giorno, ma evitai accuratamente il suo sguardo. L'eccitante sensazione delle sue labbra contro le mie era ancora troppo forte, non sarei stata in grado di non arrossire incrociando i suoi occhi e, solitamente, Lady Tara Di Bray non arrossisce come una giovane contadinella. * * * Avross ha ritenuto necessario reclutare altre due persone per la missione che ci è stata affidata, ovvero quella di scortare la carovana di un facoltoso mercante ad una città che si trova a quindici giorni di cammino da qui. In un certo senso, pur approvando la sua saggia scelta, mi sento triste. Perderemo quella sorta d'intimità che si viene a creare fra due persone che condividono per settimane la buona e la cattiva sorte. Fra le altre cose, sono già passati mesi da quando sono partita alla ricerca di gloria, ma ancora il mio maestro non mi ha fatto sparare un solo proiettile, mi chiedo cosa stia aspettando... Coi nostri nuovi compagni, Nerywhen (un misterioso e silente arciere che lascia intravedere solo i propri occhi) e Rey (una simpatica canaglia dalla lingua più veloce della mente, boccaccia che, sicuramente, prima o poi decreterà la sua condanna a morte), abbiamo deciso di dare un nome alla nostra compagnia di mercenari, visto che è questo ciò che in realtà siamo attualmente: ci chiamiamo "gli spiriti di metallo", leggeri ed intoccabili come spiriti, duri e letali come il metallo. Lady Tara Di Bray, ovviamente, non poteva che essere lo spirito d'oro... Un bacione affettuoso a tutti! La Vostra Cassandra
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#216 |
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Amico*
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E' una delle storie più belle che io abbia mai letto...vorrei che fosse un libro!!!
Per leggerlo e rileggerlo almeno un migliaio di volte... Quando lo continui?????????????????????????????????????????? ?????????????????????????????? E' stupendo, bravissimaaaaaaaaaa!!!
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#217 |
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Amico*
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Dolce Lu,
Mi fai arrossire! Prometto che presto lo continuerò, solo per te! Attualmente stiamo giocando questi personaggi di ruolo. Io, ovviamente, sono Lady Tara di Bray... In gioco ci sono anche Avross, Nerywhen e Rey. Al momento, Lady Tara è furiosa perché Avross le ha mancato di rispetto per difendere un'altra donna... che Lady Tara, così sicura di sé, così piena di sé, così viziata, sia gelosa? Come se non bastasse, Lady Tara ha scoperto che Avross soffre di insonnia e capita spesso che la notte non riesca a dormire... puoi immaginare! Ora ha l'atroce dubbio che QUELLA famosa notte, la notte in cui lo baciò, lui fingesse di dormire! Come andrà a finire? Lo saprai nella prossima puntata! Un abbraccio affettuoso Cassandra
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#218 |
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Amico*
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Sono curiosaaaa!
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#219 |
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Amico*
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DAL DIARIO DEL CONTE DONOVAN LACE
Ho sognato neve che non era neve, ma cenere. Vortici di cenere dal cielo, strati di cenere sulla terra, cenere su decine di paladini di Murlynd, facce tristi e braccia rivolte verso l’alto, eroi muti ed immobili come inquietanti alberi contro una luce rosa e malata. Anch’io facevo parte di quella foresta di uomini – o statue di lava solidificata? -, assolutamente incapace di muovermi o di parlare. Cenere sul mio capo, cenere sulle mie mani, cenere fra i miei pensieri. Mi sono svegliato con la sensazione di soffocare, come se avessi respirato tutta quella cenere. Ancora ansimante, mentre gli ultimi residui dell’incubo scivolavano via, mi sono seduto e, scostando le coperte, alla debole luce della lanterna posta sulla cassapanca che contiene i beni della defunta moglie di Christopher, ho scorto qualcosa che non mi sarei aspettato di rivedere tanto presto: il libro! * * * Il Cavaliere ed io ci siamo immediatamente allontanati quando Ank e Christopher hanno annunciato la loro intenzione di aprire il libro di magia di Odium-Ka. Siamo tutti a conoscenza delle catastrofiche conseguenze che potrebbe comportare un’azione del genere (pericolo generato dalle trappole di natura magica sicuramente a protezione del tomo in questione) e noi uomini d’arme e di fede, del tutto privi delle necessarie conoscenze per individuare o contrastare tali poteri, ci siamo posizionati a debita distanza, pronti comunque ad intervenire se le cose dovessero mettersi male. Mentre osservo Ank che maneggia con cura il prezioso libro, i miei pensieri si agitano, neri ed inquieti, nella mia mente. La situazione è più disperata di quello che ammettiamo a noi stessi ed ai nostri compagni, siamo in una fase di stallo, ma non ci possiamo concedere il lusso di attendere che le cose migliorino: ecco perché, talvolta, ci apprestiamo a compiere azioni tanto azzardate. Dobbiamo trovare, a tutti i costi, la salma del giovane Colleron, paladino di Ezra, in mezzo a migliaia di altri scheletri (ho sancito un patto di sangue col padre del ragazzo: i resti del figlio in cambio della vita di Christopher); dobbiamo escogitare un piano al fine di abbandonare questo maledetto luogo, ingannando il Treant che ci tiene prigionieri fra i confini del suo dominio. Ma dobbiamo fare in fretta! Sta succedendo qualcosa a Christopher. Lui afferma che il suo corpo stia lentamente perdendo materialità e temo che lo stesso bardo abbia decretato l’inizio di questo processo offrendo, a mio avviso in maniera del tutto sconsiderata, un po’ del proprio sangue al Treant. Se solo Christopher mi ascoltasse di tanto in tanto! Un boato assordante mi riporta alla realtà. Ank e Christopher non sono riusciti a contenere la furia degli incantesimi di protezione! C’è fumo intorno a loro, non riesco a scorgerli. Mi avvicino di corsa, ma una sorta di barriera invisibile mi impedisce di raggiungerli. Il fumo si comporta in modo strano, non si disperde, ma sembra piuttosto assumere la forma di una semisfera il cui centro, ad occhio e croce, dovrebbe coincidere col punto in cui, solo pochi istanti prima, si trovavano la sacerdotessa ed il libro. Anche il Cavaliere, come me, si sforza di scovare un varco nella magia che ci nega la possibilità di aiutare i nostri compagni, ma la fortuna non lo assiste. L’attesa e l’impotenza, seppure per una manciata di minuti, sono snervanti. Quando finalmente magia e fumo scemano, constatiamo con sollievo che Ank e Christopher sono ancora vivi, seppure feriti. C’è comunque qualcosa che non può non allarmarmi: lo sguardo di Christopher è quasi inumano, mi ricorda quello della sfortunata ragazza che preannunciò, a Miranda ed a me, l’arrivo dei marinai non-morti della Sea’s Revenge. Sembra spaventato a morte, ma è sempre difficile comprendere cosa passi per la mente di quell’uomo così profondamente segnato dalla morte della moglie e da una vita passata accanto allo spettro di quella stessa donna. “Che succede?” gli domando. Lui risponde, ma sembra non rendersi affatto conto della presenza dei suoi compagni: “Non sento più mia moglie!” * * * Kèrendon, il mio mentore, sosteneva che i futuri fossero molteplici, ma che a noi comuni mortali fosse concesso di viverne solo uno. “Conte Lace, dalla nascita alla morte” diceva “camminiamo lungo una linea retta; l’unica variabile che ci viene concessa è la possibilità di scegliere i punti in cui deviare e camminare poi su quella stessa linea retta fino al prossimo crocevia. Ogni scelta conduce ad un futuro differente, precludendoci inevitabilmente la possibilità di vederne realizzato un altro.” Forse Kèrendon aveva ragione, ma se avesse avuto l’onore di conoscere il Seraph di Hertz, capo della gilda dei maghi e veggente in grado di scorgere contemporaneamente tutti i possibili futuri, sicuramente avrebbe modificato il proprio punto di vista. * * * Il motivo per cui Christopher non riusciva più a percepire la presenza del fantasma della moglie era che lo spirito di Viviane, in seguito all’esplosione magica, era stato definitivamente distrutto. Era come se fosse morta una seconda volta ed il marito, incapace di accettare la situazione, non desiderava altro che porre fine alla propria vita. Non so ancora spiegarmi cosa possa aver convinto il Seraph ad intervenire in questo frangente anziché in altre situazioni di gran lunga peggiori; so soltanto che ci ha dato la possibilità di tornare indietro nel tempo per impedire a noi stessi di aprire il libro di magia, causando così la scomparsa di Viviane e l’inevitabile crollo di Christopher. * * * Ora, a distanza di un giorno dall’evento, mi ritrovo a mangiare controvoglia il gulasch di Christopher. Non ho appetito. Lancio un’occhiata in tralice ad Ank e mi rendo conto di quanto i pensieri della sacerdotessa debbano essere notevolmente più cupi dei miei. Fissa il piatto, in silenzio, con aria mesta. Christopher, invece, è radioso. E’ consapevole del fatto che Viviane sia ancora al suo fianco grazie all’intervento provvidenziale del Seraph ed alle nostre performance del giorno precedente. Di tanto in tanto intona una canzoncina, ma non ho voglia di stare ad ascoltarlo. Anche se sono lieto che lo spettro di sua moglie non sia stato distrutto - situazione che un tempo mi sarebbe parsa assurda, ma che ora ho accettato come dato di fatto - ho ben altro a cui pensare. Stamattina ho trovato il libro di magia nel mio letto. Solo Ank, Christopher ed io sappiamo cosa sia realmente successo ieri. Il Seraph ci ha permesso di tornare indietro nel tempo e ci ha dato la possibilità di impedire ai nostri alter ego del passato di esser vittime degli incantesimi di protezione di Odium-Ka. Li abbiamo astutamente ingannati, ma ora mi rendo conto che il nostro stratagemma ci abbia in realtà mostrato una verità che, finora, Ank ed io ci siamo sempre rifiutati di accettare. Ank, attraverso l’incantesimo “messaggio”, spacciandosi per la dea Bastet, ha intimato al suo alter ego di non aprire per nessun motivo il libro di magia; si è poi trasformata in un felino, animale totem della sua divinità, ed ha fatto tutto il possibile per convincere la sacerdotessa del passato a consegnarle il libro di magia anziché aprirlo. Ci è ampiamente riuscita, convinta anche dalla certezza di far la cosa giusta del mio alter ego (ho utilizzato il legame empatico con Damasco, la mia cavalcatura speciale, per trasmettergli inizialmente emozioni di pericolo, poi di serenità nell’attimo in cui i nostri alter ego del passato si sono liberati del libro). Christopher, invece, dal suo precario nascondiglio, si è servito della telecinesi per trasportare il libro il più lontano possibile dai nostri alter ego del passato, fra le braccia di Ank che, immediatamente, me l’ha consegnato. Grazie a Murlynd nessuno di noi è stato visto (il Seraph ci aveva avvertiti che le conseguenze avrebbero potuto esser devastanti); abbiamo impedito che si avverasse un futuro orribile per Christopher; abbiamo riportato la situazione alla normalità. Dovrei sentirmi lieto di tutto ciò, ma continuo a pensare a come è stato semplice ingannare i nostri alter ego, facendo principalmente leva sulla nostra fede… e non posso non preoccuparmi! La mia fede è forte ed incrollabile, ma se prima avevo dei dubbi (fomentati dalle affermazioni di Christopher e dall’aver visto Murlynd in compagnia di Easan, il folle signore di Vechor ansioso di metter fine alla vita di questo paladino), ora ho la certezza matematica che non sia saggio chiamare il mio Dio in questi luoghi. Forse Christopher ha ragione: i nostri Dei non riescono a parlare con noi, anche se ci sono vicini (percepisco la presenza di Murlynd in ogni momento); quando li chiamiamo non sono loro che ci rispondono, ma entità corrotte che tentano di ottenere ingannevolmente i nostri servigi... o le nostre anime. Guardo Ank e mi rendo conto di quanto, invece, si senta sperduta dopo quest’esperienza. Mi avvicino, portando con me il gulasch, e mi siedo, per terra, al suo fianco. Lei è l’unica a sapere del ritrovamento del libro e del fatto che io l'abbia nascosto per impedire agli altri di fare domande imbarazzanti (a parte noi tre, per tutti gli altri è scomparso dopo l'arrivo del felino!) o di aprirlo. Poso il piatto di fronte a me. Vorrei cingerle le spalle con un braccio, sciogliendo col calore – reale – di un uomo puro il gelo che ora sembra attanagliarle il cuore. Non lo faccio, come al solito son troppo cavaliere per seguire l’istinto. Karrwut, ancora posseduto da uno spirito bramoso di dolore, giace stordito all’interno del carro, sotto lo sguardo scrupoloso e spaventato della giovane guida; il Cavaliere, in groppa al suo destriero, si appresta a tornare alla fucina, seguito a debita distanza dal suo leone; Christopher suona un violino immaginario, perso in chissà quali ricordi. Damasco, come me, è nervoso ed agita aritmicamente la lunga coda di crine. E’ come se Ank ed io, in questo momento, fossimo del tutto soli. Ci lega qualcosa che i nostri compagni non posson capire: la consapevolezza che la forza della nostra fede, in questo orribile mondo, possa tramutarsi all’improvviso nel nostro punto debole. Sono un uomo maturo e la mia fede, consolidatasi nel tempo e cresciuta nelle avversità, è incrollabile, ma temo che sarà dura per la giovane sacerdotessa. Il seme del dubbio è qualcosa che può germinare più in fretta di quanto ci si aspetti e grande è il rischio di ritrovarsi, all’improvviso, a camminare al di fuori della grazia divina. Le starò vicino, non posso fare altro. Forse la battaglia contro le forze oscure di questi luoghi sarà meno gravosa per entrambi se sapremo affrontarle assieme. Sospiro. Lei alza lo sguardo nella mia direzione, i grandi occhi tristi ed umidi, e ce ne stiamo così, a lungo, senza dire una sola parola. Un bacio affettuoso Cassandra-Befana |
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#220 |
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Amico*
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LADY TARA DI BRAY
Quando Nerywhen, seguito da Rey, si alza dal tavolo ed esce dalla locanda sulle tracce dell'uomo incappucciato che pareva ascoltare con troppo interesse i nostri discorsi, mi rendo conto che è tempo di distrarre gli altri avventori. Afferro la piccola arpa che tenevo sulle ginocchia e, con un gesto malizioso, rubo il cappello ad Avross, poi mi alzo, con le stesse movenze di una regina, lenta e decisa, sicura di me e leggiadra, e mi avvicino al bancone. Col pollice e l'indice pizzico una corda per attirare l'attenzione generale, anche se gli sguardi degli avventori già mi seguono dal momento in cui ho abbandonato il tavolo. Lady Tara di Bray non passa mai inosservata! Lancio il cappello di Avross di fronte a me. In aria gira un paio di volte su se stesso, poi si posa sul pavimento, in attesa delle generose offerte del pubblico di Lady Tara di Bray. Al nostro tavolo, Avross scuote leggermente il capo e, seppur parzialmente celata dalla maschera, scorgo sul suo volto una debole promessa di sorriso. Pizzico ancora un paio di volte le corde, poi inizio a suonare. Il pubblico ammutolisce. Di nuovo l'esibizione di Lady Tara di Bray lascia il mondo a bocca aperta. Me ne compiaccio, ma l'espressione arrogante e contrariata sul mio volto non muta d'una virgola. Voglio che mi ricordino come la regale e superba arpista di Llael, la bella e fredda signora delle note. Mentre le mie mani intrecciano quella delicata melodia, con la coda dell'occhio scorgo un movimento al nostro tavolo. Non capisco cosa abbia catturato la mia attenzione fino a quando due sfere luminose sbocciano nell'aria intorno a me. Avross! Di certo deve trattarsi della sua magia! Le sfere sembrano danzare al ritmo della mia musica, due piccoli soli che orbitano intorno alla più luminosa delle stelle, io. Non sorrido. Non voglio che lui sappia che il suo gesto ha incontrato appieno la mia approvazione. Mi deve ancora delle scuse per la mancanza di rispetto nei miei confronti e, fino a quando non si deciderà a fare ciò che mi aspetto che faccia, si scontrerà col lato duro ed altezzoso di Lady Tara di Bray. Il pubblico applaude. Intimamente, anch'io lo faccio. E' stata un'esibizione divina ed il gesto di Avross l'ha resa speciale. Mi inchino agli avventori, mentre diverse monete finiscono nel cappello capovolto di Avross. Quando torno al tavolo, lui non dice nulla. Per un attimo sfido con arroganza il suo sguardo, ma quando l'immagine del raggio di luna sul suo volto addormentato - nella notte in cui gli strappai un bacio - torna a tormentarmi, abbasso gli occhi e mi siedo. Anche Lady Tara di Bray, evidentemente, ha un cuore... e deve essere d'oro poiché se fosse d'un metallo più vile, di certo lo cambierei! Cassandra (per Lu: è tutto per te!!!)
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#221 |
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Amico*
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Mi piace tantissimo!!!
Brava, continua!
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#222 |
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Amico*
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Dedicato a tutti coloro che, almeno una volta nella vita, hanno provato la triste sensazione di essere meno importanti di altri ed hanno sofferto profondamente per questo.
La gelosia non è lecita, diceva una vecchia canzone, una canzone che, di certo, non teneva conto del fatto che siamo esseri umani, dannatamente imperfetti e soggetti anche a sentimenti negativi... Da oggi in poi, quando vi sentirete meno importanti di altri, quando penserete a frasi del tipo "oltre il mio essere c'è sempre qualcuno, allora io sfumo e divengo nessuno", ricordate che siete unici... tutti voi... e che nessuno sarà mai altrettanto speciale... Delle parole di Cassandra potete fidarvi! BLACKOUT :P :P :P :P Quando restarono completamente al buio, lei si accorse che le tremavano le mani e, nonostante lui non potesse di certo vederla, tentò di nascondersele in grembo. Non le piaceva palesare le proprie debolezze. L’oscurità la spaventava, ma non osò dire nulla per timore che lui potesse giudicarla. Non era tanto l’assenza di luce ad intimorirla, quanto l’impossibilità di poter gestire la situazione. Di solito era bravissima a tenere sotto controllo l’intero contesto in cui si muoveva: era la classica ragazza incapace di vivere lasciando anche solo uno spiraglio al caso, un aracnide in grado di utilizzare i fili del destino per tessere la propria ragnatela. Non amava le sorprese, a meno che non fosse lei stessa a programmarle. Per questo motivo, ogni volta che si trovava a dover affrontare un Blackout, si sentiva smarrita. Il mondo si tramutava in una gigantesca macchia di oscurità, infinita e terribile, un palcoscenico per paure inconsce e fantasmi; i contorni delle certezze si sfumavano ed Emma, senza una realtà a cui aggrapparsi, tornava ad essere una bambina spaurita. Il fatto che Gianmarco fosse lì, nella stessa stanza, a pochi passi da lei, rendeva comunque le cose ancora più difficili. Avrebbe voluto alzarsi ed allontanarsi da lui, ma il bracciolo del divano su cui era seduta era l’unica cosa sicura che ancora pareva trovarsi nella stanza. Se l’avesse abbandonata, probabilmente sarebbe annegata in quel mare di tenebra. Gianmarco, invece, si sentiva più tranquillo ora. Il buio lo avvolgeva come un nero plaid di pile, proteggendolo dagli sguardi profondi della ragazza, vanificando l’umana necessità di apparire. In quel momento era solo Giammi ed Emma era solo… Emma. “Dove tieni le candele?” domandò il ragazzo avanzando a tastoni fino alla scrivania. Non ottenne risposta. “Emma, dove tieni le candele?” ripeté. “Nel secondo cassetto, a destra. Attento alla…” Tump! “Ahia, maledizione!” imprecò il ragazzo. “Ti sei fatto male?” rispose Emma. “No, no, tranquilla, ho solo sbattuto il ginocchio contro la sedia. Ecco, questo dovrebbe essere il secondo cassetto.” Si udì un rumore simile a quello del gatto che graffi ripetutamente la porta affinché qualcuno lo faccia uscire. “Che fai?” domandò la ragazza, sempre appollaiata sul bracciolo del divano come una sorta di polena futurista. Nel buio Giammi fece spallucce “Cerco le candele, ma qui non ci sono, il cassetto è praticamente vuoto”. Grattò nuovamente il fondo del cassetto. Lei abbassò il capo sconsolato. “Allora non ho la più pallida idea di dove si trovino. Mia madre deve averle spostate di nuovo.” Le tremavano ancora le mani. “Sai almeno se i tuoi hanno una torcia? Di solito in garage…” “No, non lo so.” Ora anche la voce era lievemente incrinata dall’emozione. “Un accendino?” “E che ne so? E’ da un pezzo che ho smesso di fumare!” Lui sospirò. “Niente candele, niente torce elettriche, niente accendini… Se mi dici dove tenete i fiammiferi, possiamo accenderli, uno per uno, finché non tornano i tuoi!” “Non mi fai ridere, Giammi!” rispose lei, quasi stizzita. In qualsiasi altra situazione avrebbe sorriso, ma l’idea di restare troppo a lungo al buio la rendeva nervosa. “Beh, ti ci vedo a fare la piccola fiammiferaia!”. Nell’oscurità si udì la sua risata spontanea. Emma, invece, restò imbronciata. “Ma che hai?” domandò lui tentando di tornare sul divano senza sbattere nuovamente le ginocchia (o qualche parte ancor più delicata) contro un altro mobile. Prima del Blackout entrambi sedevano sul divano, ovviamente distanti l’uno dall’altra, come sempre, e sorridevano gustandosi una puntata di X-Files, forse quella più assurda dell’intera serie, quella scritta dallo stesso Duchovny, almeno così Giammi aveva detto ad Emma. Erano arrivati al punto in cui l’agente Mulder, anziché rendersi conto di avere ancora in linea Skinner, il suo superiore, e pensando invece di aver pigiato il numero per parlare con l’agente Scully, esclamava: “Ehi, Scully, di sotto c’è Skinnerino…”, quando lettore dvd e luce si erano spenti all’unisono. “Emma, che ti prende?” domandò Giammi pensando che, forse, nell’attimo in cui era venuta meno la luce, la sua amica si era tramutata in un’altra persona. Nel buio cercò la sua mano, senza quasi rendersene conto. Era raro che si sfiorassero. Giammi, al contrario di Emma, non era abituato al contatto fisico e persino un abbraccio poteva metterlo in difficoltà. Eppure, in quel momento, forse per la prima volta da quando la conosceva, desiderò stringere la mano della ragazza fra le sue. Non la trovò. “Tu preferisci lei!” esordì all’improvviso la ragazza, con voce triste, una voce stranamente diversa da quella che lui ricordava. “Cosa?” domandò il ragazzo incredulo. “Io tento disperatamente di illuminare le tue giornate, ma che speranze ha la debole fiamma di una candela contro la luce del sole? Solo di notte posso sperare che tu mi apprezzi ma, ahimè, il tuo è un sole personale, di quelli che non tramontano mai!” Ora la voce le tremava vistosamente. “Qualunque cosa faccia, io non sarò mai lei… Non ce la faccio più! Continuo a fare il giocoliere per attirare la tua attenzione, ma…” la frase le morì in gola prima di poterla terminare. Lui la cercò nuovamente nell’oscurità, ma non riuscì a trovarla. “Emma, per favore, cosa stai dicendo? Di chi stai parlando?” Formulò la domanda, ben sapendo comunque a chi si stesse riferendo. Alessia. “Parlo di mia sorella Alessia.” Lui restò in silenzio per un attimo, tentando di capire dove volesse andare a parare Emma, poi le parole uscirono dalle sue labbra prima che il cervello potesse fermarle o renderle meno taglienti. Non sopportava che nessuno parlasse delle persone che amava in loro assenza, neppure Emma aveva il diritto di farlo. “Lei ed io abbiamo un rapporto fantastico, più bello di qualsiasi rapporto che io abbia mai avuto, ma non vedo perché tu ora debba uscirtene con queste affermazioni… Che c’entra, Emma?” La ragazza si accasciò sconfitta sul bracciolo del divano, ma lui non la vide. “Ogni giorno mi racconto che la nostra amicizia sia qualcosa di speciale, perché vorrei che fosse così, qualcosa di unico, di favoloso, di elitario… poi noto come tu la guardi… Quando Alessia parla, io smetto improvvisamente di esistere. Quando parli di lei, ti si illuminano gli occhi. Qualunque cosa faccia, qualunque cosa dica, nel tuo cuore avrò sempre il secondo posto, se sono fortunata! Il terzo o anche peggio quando ti innamorerai… Non sarò mai come mia sorella e mi chiedo come tu possa amare lei e dire di amare anche me. Siamo così diverse!” Restò un momento in silenzio, ma riprese a parlare prima che lui potesse intervenire. “Tu non te ne accorgi ed è per questo che non posso odiarti, così come non posso non amare mia sorella… ma finirò coll’impazzire se continuo a tenermi tutto dentro! Oh, Giammi, se solo potessi capire! E’ un continuo stillicidio. Io non ti posso amare come vorrei perché tu mi tieni a distanza, ma lei si prende tutto ciò che vuole e tu glielo concedi; io ti dico che ti voglio bene in mille modi differenti e tu spesso neppure mi rispondi, non c’è nulla di più doloroso, lo sai? Fa male, maledizione, te ne rendi conto? Lei, invece, ti offende e tu la inondi d’amore con un solo sguardo! Io ti abbraccio e tu quasi ti ritrai; lei ti si avvicina, e tu ti illumini di immenso. In un mio gesto d’affetto trovi solo calore, nel suo un intero universo. A volte mi chiedo se il prezzo da pagare per starti vicino non sia troppo alto…” Emma sperò per un istante che lui negasse tutto e che le chiedesse di piantarla di dire tutte quelle idiozie. Lui, gelato dalle sue affermazioni, non parlò. Emma strinse i pugni. Avrebbe voluto scappare in bagno, di solito piangeva da sola quando perdeva il controllo della situazione, ma era sicura che non ci sarebbe mai arrivata con quel buio. “Io non capisco.” Esclamò all’improvviso Giammi. “Sono qui con te stasera, come tante altre volte. Non ho mai fatto nulla per farti sentire meno importante. Perché ora questa scenata di gelosia?” All’improvviso si rese conto che la sua amica stava piangendo. “Emma, ti prego, non piangere, non ce n’è motivo.” Ora Giammi era veramente confuso e sentirla singhiozzare lo faceva impazzire. “Io ti voglio bene, non ti basta questo?” domandò continuando a cercarla nell’oscurità. “Io… non lo so…” Un singhiozzo le impedì per un istante di continuare. “Anch’io ti voglio un bene dell’anima <un altro singhiozzo>, ma muoio un po’ ogni volta che vi vedo assieme. Tu la ami profondamente, pendi dalle sue labbra; lei può trattarti male senza che tu ti ribelli; lei schiocca le dita e tu corri…” Emma si soffiò il naso. “Se anche tu schioccassi le dita, correrei anche per te!” rispose lui, lievemente alterato. “Ma tu non lo fai mai… è come se non avessi mai veramente bisogno di me…” “Ho più bisogno di te di quanto tu non creda, ma ogni volta che ci penso, mi sento come se mi fossi frapposta fra voi, come se non c’entrassi nulla, come se fossi un’intrusa… mi sento in colpa per il mio desiderio di monopolizzarti, di averti sempre accanto… e non è così che dovrei sentirmi, che vorrei sentirmi! E’ per questo motivo che mi ritraggo ferita e corro a nascondermi sotto il mio scoglio, in un contrariato silenzio. Giammi, io ti voglio troppo bene per trattarti come il mio schiavo personale o per abusare della tua bontà d’animo e mi fa male quando lei lo fa. Vorrei proteggerti, vorrei difenderti, per me sarebbe naturale farlo, ma non è questo che tu vuoi… A te piace essere una bambolina fra le sue mani, ti fa sentire utile ed amato… ma questa non è la mia concezione di amore e mi sembra di camminare a testa in giù ogni volta che realizzo che tu preferisci quella che per me è follia a quello che, invece, considero affetto dolce e puro…” “Emma, adesso basta! Il mio rapporto con lei non è cosa che ti riguardi. A me va bene così. Il nostro rapporto di amicizia è impostato in modo diverso da quello che ho con te, tutto qui.” Rispose lui, forse troppo duramente, arrivando persino ad alzare la voce. Se ne rese immediatamente conto, ma ormai era troppo tardi. Emma si zittì e ricominciò a piangere sommessamente. Gianmarco si chiese cosa dovesse fare ora. D’istinto, se si fosse trattato di una qualsiasi altra persona, avrebbe saputo come comportarsi, ma amava profondamente Emma e questo cambiava le cose. La consapevolezza di averla involontariamente ferita così a lungo lo faceva sentire dannatamente imperfetto ed indegno. Allungò la mano, trovò il divano e vi si lasciò cadere pesantemente. I singhiozzi della ragazza, come sadici folletti armati di forcone, continuarono a tormentarlo. “E’ tutto sbagliato!” singhiozzò Emma. “Io sono sbagliata!”. Di nuovo si soffiò il naso. “Emma, tu non sei sbagliata.” Rispose pazientemente. Stavolta la trovò, nello stesso punto in cui più volte l’aveva cercata, e l’attirò verso di sé. “Ti voglio bene, piccola! Vieni qui…” le sussurrò dolcemente. Lei non oppose resistenza e, dal bracciolo, si lasciò scivolare sino al divano, fra le braccia di Gianmarco. Quando il Blackout terminò, la luce li trovò addormentati. La prima a svegliarsi fu Emma. Si guardò attorno, ancora piuttosto stordita, e, arrossendo lievemente, si chiese come mai si fosse addormentata fra le braccia di Giammi. L’ultima cosa che ricordava era che, nel buio più totale, lui aveva sbattuto un ginocchio contro una sedia… poi il buio l’aveva circondata… Fece spallucce. Muovendosi lentamente per non svegliarlo, si sciolse dall’abbraccio e corse di nuovo ad appollaiarsi sul bracciolo del divano. Restò a lungo in quella posizione, osservando l’amico addormentato. Avrebbe voluto accarezzarlo, ma lui non amava particolarmente il contatto fisico, per cui lo rispettò e si limitò a coccolarlo col pensiero. Giammi si svegliò all’improvviso, come se avesse percepito quel gesto, e le sorrise. “Che è successo?” domandò, la voce ancora impastata dal sonno. “Ricordi? Blackout!” rispose semplicemente lei, evitando qualsiasi altra spiegazione che non avrebbe comunque saputo dargli. “Ah, già! Blackout totale anche per il mio cervello, a quanto pare!” rise Giammi. Si stiracchiò, poi si mise a sedere. “X-files?” domandò. Emma annuì. Giammi prese il telecomando ed azionò il lettore dvd. Emma scese dal bracciolo, spense la luce ed andò a sedersi accanto a lui, la testa sulla sua spalla. Giammi, in modo del tutto naturale, la cinse con un braccio e fece ripartire l’episodio di X-files. Skinner esclamò “Agente Mulder, sono sempre io!”. Entrambi risero di cuore, poi Emma, senza rendersene quasi conto, si strinse maggiormente a lui e Giammi, d’istinto, le scoccò un tenero bacio in fronte. Un bacio La Vostra Cassandra
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#223 |
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Amico*
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E' bellissima... |
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#224 |
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Amico*
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Ciao dolce Lu,
è sempre un piacere ritrovarti! Giammi cerca Emma nel buio, ma non la trova. Perchè? Emma, protetta dall'oscurità, apre il proprio cuore a Giammi e quello che ne esce è tenebra... che va a fondersi con la già totale assenza di luce. La quantità di oscurità liberata dal vaso di Pandora (finora nascosto nel cuore della ragazza!) è tale che Emma stessa ne viene assorbita, ecco perché Giammi non riesce a trovarla. La gelosia è umana, ma i sensi di colpa di Emma sono tanti. Anche sentirsi in colpa è umano, ma tutti questi sentimenti sono qualcosa che la ragazza non riesce più a controllare. Ogni volta che li vede assieme, lei distoglie lo sguardo perché, negli occhi di lui, vede una gioia tale di cui solo Emma vorrebbe esser l'artefice. E' gelosa, gelosa fino al midollo, ma la sua non è una gelosia cattiva, poiché, nonostante tutto, Emma ama Giammi ed Alessia. E la follia sta proprio nel contrasto che nasce dalla convivenza di questi sentimenti opposti nello stesso cuore, tutti figli dello stesso amore. Come dicevano i Queen "too much love will kill you". Meglio comunque bruciare al fuoco dell'amore che non soli ed assiderati, dico io. Un bacio Cassandra
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#225 |
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Amico*
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Il cavaliere con il suo possente cavallo si avvicinò, alla fata e le disse:
“Vedete, la mia corazza, il mio elmo, la mia spada e il mio mantello cavalcarono il trionfo, la gioia e la serenità… eppure fui all’improvviso spettro di brughiera. Un’anima che traboccò dall’Ade. Il mondo e la vita non ebbero più senso, ma fui di nuovo sulla breccia a narrar fiabe. Fui di nuovo nel cuore del sogno dove colui che ama non muore mai”. Avvolse con il suo mantello l’esile corpo della fata, si avvicinò al lago e sparì navigando in mezzo alla bruma diretto verso Avalon… dove nessun mortale poteva mettere piede, ma era l’unico posto dove una fata profondamente ferita dalla tristezza potesse guarire. Lui attraccò nella magica isola e l’incantesimo lo colpì, ma non fece effetto su di lui e non perì, perché egli attraversò gli inferi per ritrovare il suo cuore senza perdersi nell'oblio. Ad Avalon narrò la sua storia in attesa che la fata fosse guarita. Ti abbraccio forte, forte mia Sibilla Michael
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![]() "Egli darà ordine ai Suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi " (Salmo 90/91) |
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