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#241 |
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Moderatore*
Data Registrazione: Nov 2006
Località: milano, più o meno...
Messaggi: 7.706
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strepitoso!!
grazieeeeeeeeeeeeeeeeeee!!!!! ehm... si... amo più la fantascienza che il genere fantasy, ma devo dire che nei miei centinaia... no, migliaia di volumi di fantascienza qualcosa di fantasy si trova.devo ricominciare a leggere con più assiduità: una volta leggevo come un pazzo, poi ho cominciato a lavorare nell'editoria e vivo a stretto contatto con editori ed autori, per cui...... mi sento come il pasticcere che non mangia più dolci!! ciao!!!
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L'unda de ieer porta l'unda de incöö l'öcc de un vecc l'era l'öcc de un fiöö giuseppe
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#242 |
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Amico*
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DAL DIARIO DI LADY TARA DI BRAY
Caro Diario, Ho cenato col Capitano Helmstrom anche stasera. E' un uomo molto più grande di me, ma sa come si debba trattare una dama del mio rango. E' gentile, nobile nell'animo e, se non fosse che il suo cuore è in lutto per la moglie morta di parto, probabilmente mi farebbe la corte come si conviene. Non si sbilancia mai, i suoi occhi tradiscono perennemente il dolore della scomparsa della persona amata, ma riesce a riempirmi delle attenzioni di cui ultimamente sento molto la mancanza. Quando tornerò a casa, nel Llael, spero che mio padre abbia scelto per me un uomo di nobili principi, proprio come il Capitano Helmstrom, anche se uomini del genere sono rari nella mia terra natale. Sto scrivendo queste pagine di diario per calmare i nervi, mentre sorseggio una tisana che Avross ha gentilmente fatto preparare per me. Stasera Rey ha superato ogni limite. Se fossimo stati nel Llael, probabilmente sarebbe stato sfidato a duello dai miei fratelli o dal mio stesso padre... e sarebbe morto! Quando sono rientrata dalla cena col Capitano Helmstrom, ho trovato Rey addormentato sul mio letto! Non so come abbia fatto ad entrare nella mia stanza, ma non ho intenzione di permettere ad un ragazzo di strada di screditarmi agli occhi dell'intera città, disonorando il fiore più bello e casto di Llael! Non importa se è un mio compagno di viaggio. E' stato Mastro Avross a chiedergli di viaggiare con noi, in virtù delle peculiarità che ha dimostrato, ma ha osato mancarmi di rispetto e, sinceramente, se dipendesse da me, ora lo scaricherei direttamente nelle fogne di Corvis! Dopo essermi fortemente lamentata coll'oste del fatto che un uomo fosse tranquillamente riuscito ad intrufolarsi nella mia camera, ho sorriso intimamente al pensiero che quello, per non perder la faccia e tanti clienti (inimicarsi il miglior bardo in circolazione non è mai una scelta saggia!), abbia chiamato le guardie, ignorando persino le parole di Nerywhen, intervenuto per mediare la situazione ed impedire all'amico Rey di cacciarsi in guai ancora più grossi. Col fuoco nelle orecchie, mi sono recata alla stanza di Mastro Avross ed ho bussato sperando che non fosse uscito. Morrow ha ascoltato la mia preghiera. Il mio maestro d'armi ha aperto immediatamente la porta e, dopo essersi fatto spiegare cosa sia successo, mi ha concesso di dormire nella sua stanza. E' un gentiluomo poiché lui si è seduto oltre la porta, fuori dalla stanza, facendomi chiaramente capire che avrebbe vegliato sul mio sonno. Sonno? Quale sonno? Ho già trascorso più di un'ora camminando avanti ed indietro, arrabbiata oltre ogni limite. Il mio Maestro deve aver sentito il rumore continuo dei miei tacchi sul pavimento, così si è fatto preparare una tisana rilassante e me l'ha portata di persona. E' rimasto un po' nella stanza ed abbiamo parlato, cosa che non facevamo da tanto, troppo tempo. Mi sono sfogata con lui, senza però lasciar scorrere nessuna delle lacrime che sentivo salirmi agli occhi. Mi ha parlato di come intenda insegnarmi ad utilizzare la pistola e di quanto sia importante che, prima di sparare, io impari a prendermi cura dell'arma. L'ho ascoltato affascinata, mentre osservavo i suoi occhi brillanti e l'inquietante maschera che ormai ho imparato ad amare. Ad un certo punto gli ho chiesto di lasciarmi sola, ma non perché mi sentissi stanca come gli ho fatto credere. Ho scoperto, all'improvviso, come la sua presenza riesca a calmarmi. Per un attimo è stato come se fossi seduta, in pieno inverno, accanto ad un fuoco scoppiettante e stessi ammirando, estasiata, le calde e bellissime lingue di fiamma. Gli ho chiesto di lasciarmi sola non perché mi sentissi a disagio o desiderassi veramente la solitudine, ma perchè ho compreso, in un istante, che in futuro rimpiangerò la serenità che la sua presenza mi trasmette. Sarebbe stato meglio se non mi fossi accorta di nulla! Un giorno le nostre strade si separeranno e stasera più che mai vorrei chiedere a Morrow di impedirlo, ma non posso farlo. Lady Tara di Bray ha un destino, un glorioso fato, ma non credo che Mastro Avross ne sia compreso... o che desideri farne parte... ... Un bacio Cassandra... e Lady Tara di Bray
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#243 |
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Amico*
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Ieri sera... o per meglio dire notte... stavo rimettendo a posto tutti i documenti nel mio computer, quando ho letto un titolo: Lady Tara di Bray... e mi sono ricordata che era da tanto tempo che non leggevo la sua meravigliosa ed affascinante storia... perciò sono tornata su questo sito... da tanto non mettevo piede qui e ho trovato un nuovo capitolo della vita della meravigliosa lady Tara! Come ringraziarti? Be, ti faccio ovviamente i miei più sentiti complimenti e ti devo assolutamente chiedere di continuare presto il tuo scritto! un bacio ed un abbraccio caloroso!
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#244 |
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Amico*
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Prometto che presto andrò avanti col racconto... per ora non è successo ancora niente che meriti di esser narrato!
Bacioni Cassandra
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#245 |
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Amico*
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MESSAGGIO DA AVROSS PER *LU*
In primo luogo Avross non sa nulla delle atenzioni di Tara, anche perchè quando siamo in publico (e questo significa una persona in più rispetto a noi due) lei si comporta in maniera assolutamente perfetta e antisettica. In secondo luogo Avross è il maestro di Tara (pagato dal padre in segreto per essere la sua guardia del corpo) e come tale deve mantenere un dignitoso distacco professionale. In terzo luogo: CHI HA DETTO CHE AD AVROSS PIACE TARA? Magari non il suo tipo. O magari Si. Chi può dirlo. |
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#246 |
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Amico*
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ERA UN ANGELO
Sedeva sulla sabbia fredda quello che solo un giorno prima era un angelo custode. Se si escludevano un pastore tedesco in cerca di attenzioni ed un ragazzo troppo preso da uno scambio infinito di sms per accorgersi del bisogno d'affetto del suo cane, non c'era nessuno in riva al mare. L'angelo tremava. Non credeva che, una volta spogliatosi delle ali piumate, avrebbe provato un tale gelo. Scosse lievemente il volto di porcellana. Una lacrima di cristallo andò a fondersi con l'oro dell'ormai letargica rena. L'inverno era alle porte, ma tutto il suo essere già era interamente ricoperto di brina. Un'anima in pena col cuore d'un essere umano. Il ragazzo col cane gli passò accanto, ma non lo degnò d'un solo sguardo. Un'altra lacrima rotolò lungo la sua pallida guancia. Il pastore tedesco si avvicinò e lo annusò. L'angelo caduto alzò lievemente gli occhi ed i loro sguardi si fusero. Il cane abbassò le orecchie e guaì sommessamente, poi strofinò il muso contro la mano della creatura. Il ragazzo lo richiamò, senza mai alzare gli occhi dal cellulare. Il cane drizzò le orecchie, ma non si mosse. "Vai!" gli sussurrò l'angelo, accarezzandolo dolcemente. "Vai!" ripeté, convincendolo a seguire il ragazzo col cellulare. Quando fu di nuovo solo, volse lo sguardo verso il mare. Le vide biancheggiare fra le onde, come una coppia di cigni innamorati. Le sue ali... strappate... buttate via... Scoppiò in lacrime e pianse fino a notte fonda. Cassandra |
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#247 |
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Amico*
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Dolce Sibilla, con questo breve racconto cogli intimamente un ancestrale stato d'animo... come se si fossero vissute vite, passaggi... percorsi millenari quasi senza tempo.
Le ali vengono strappate via... sì, ma... La notte fu lunga come il suo respiro glaciale, attraversò così l’oscurità dell’anima. All’alba si accorse di essere simile agli uomini, ma la sua aura possedeva ancora la luminescenza degli esseri celesti. Sapeva che quel bagliore si sarebbe tramutato nella sua condanna in un mondo colmo di spine e di solitudine. Così imparò a combattere come gli uomini e pur non possedendo più le ali… continuò a varcare il cielo con l’intimo pensiero della sua mente e con tutta l’energia che il suo cuore scaturiva. Michael
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![]() "Egli darà ordine ai Suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi " (Salmo 90/91) |
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#248 | |
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Amico*
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Citazione:
Foste un angelo in cielo, lo siete in terra e lo sarete anche in futuro, quando il vostro elemento sarà l'aria. Voi e quella luce siete un'unica cosa, intrecciati l'uno all'altra a dispetto di tutto e tutti... Ma io... io... io, mio Cavaliere, non sono che una fata incapace di tornare al proprio piano d'esistenza, una nuova Cassandra condannata a non esser mai creduta... e quella luce non fa che rivelare la mia presenza, conducendo a me altro dolore. L'infreddolito si avvicina scambiandomi per fiamma; l'uomo solo avanza nella mia direzione in cerca di compagnia, immaginando una chiacchierata a lume di candela... e tutti mi consumano, sottraendomi energie e lasciandomi svuotata... poi, come ogni volta, resto sola, mio Cavaliere, poiché prima o poi un uomo smette di tremare o, all'improvviso, la solitudine volge il suo sguardo altrove. Se ne vanno, tutti... e la Sibilla resta sola, con quella maledetta luce che, come una malvagia stella cometa, rivela perennemente al mondo la sua posizione. Cassandra |
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#249 | |
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Amico*
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Citazione:
Una pioggia di baci Michael
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![]() "Egli darà ordine ai Suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi " (Salmo 90/91) |
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#250 |
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Amico*
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Come fate ad esserne tanto sicuro, mio dolce Cavaliere?
E se un giorno dovessi svegliarmi... e scoprire che quella luce è stata del tutto prosciugata? Cassandra |
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#251 |
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Amico*
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http://victorian.forumfree.net/?t=20765943
Estratto dai racconti vittoriani de LA SIGNORA DEI CORVI (alias CASSANDRA) e dei suoi due fratelli di penna, IL CUSTODE DEL FATO e la REGINA DEL FORUM [...] MAXIMILLIAN CORNELIUS BOLTON (de Il Custode del Fato) Stanco, quasi stremato, mi accascio pesantemente sulla sedia morbidamente imbottita di broccato rosso trapunto. Quaranta minuti appena e già mi sento sfinito. Lascio ricadere la testa riversa sullo schienale in legno laccato, riccamente sagomato ed intagliato a volute e spirali, mentre mi slaccio i primi bottoni della stretta camicia, per poter meglio respirare. Lentamente, l'impugnatura del fioretto mi scivola fra le dita e cade sul pavimento di legno cerato con un sordo rumore metallico che, brevemente, riecheggia nella sala. Chi poteva immaginare che fosse questo il futuro di una giovane promessa della scherma londinese? Un fantoccio pallido e flaccido gettato su una sedia, questo sono, non dissimile da quello montato sul cavalletto, pieno di segatura, che fino a pochi minuti fa infilzavo con la mia lama. Le labbra si distendono in un sorriso di autoderisione. [...] [...] OLIVIA FILLMORE (de La Regina del Forum) Sono un'ombra. Un'ombra scura in una nebbia ancora più scura. Un uomo mi passa dinnanzi senza neppure accorgersi della mia presenza. Nota Marissa però, che lo invita a provare 5 minuti del suo “paradiso”, come lo chiamano le ragazze qui a Whitechapel. Non vedo l’espressione di lui. Ma tentenna per un attimo, poi passa oltre. E' un bell’uomo. Alto. Distinto. Ed io l'ho sicuramente già visto... Ma quando? E Dove? La vita mi si sta sgretolando dinnanzi ed io non so come impedirlo. Non ho più nulla e sono qui seduta in un angolo pensando al viso di uno sconosciuto. Uno sconosciuto... che però... sì... ora ricordo... ho visto la prima volta che ho incontrato Martha... [...] [...] VICTORIA ABIGAIL MARSHALL (de La Signora dei Corvi) Seduta in veranda, le mani posate sulla pregiata seta dell’abito color smeraldo che indosso, assaporo la quiete del giardino che mia madre e mio fratello Edward, da anni, curano con tanto amore. E’ una notte particolarmente umida. Le sculture di siepe, avvolte in abiti di nebbia che ricordano antiche tuniche romane, paiono agitarsi. Il cavallo impennato, dall’altra parte del giardino, sembra ardere dal desiderio di posare le zampe anteriori sull’erba e correre lontano. La piccola volpe, invece, freme all’idea di poter finalmente giocare d’astuzia, lasciandosi alle spalle delicate rose color latte e piccoli aceri rossi importati da un lontano continente, ingannando un vero cane che non sia il solito statico terrier di rametti e foglie. Riccioli di foschia si agitano intorno ai loro corpi e l’illusione è quasi perfetta. Per un attimo mi aspetto che la fiera aquila dispieghi le grandi ali e fenda la nebbia, ma nulla accade. I miei occhi si abituano all’oscurità madida di nebbia e la magia scema. [...] “Che sapore ha il bacio del vostro futuro marito?” mi sussurra all’orecchio. Mi tremano le gambe e la voce. “Di brandy!" gli rispondo, tentando di riprendere il controllo. Sorride. “Ed è un male, mia bellissima Victoria?” domanda, sempre bisbigliando. “Sì poiché non saprò mai se stasera sia stato il vostro bacio ad inebriarmi o l'acquavite!” rido, tentando di riprodurre quella risata che, di solito, fa impazzire gli uomini, ma il nervosismo la distorce. Sperare che il miglior capitano di Scotland Yard non se ne renda conto è più difficile che ottenere due miracoli nello stesso giorno! Un bacio La Vostra Cassandra |
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#252 |
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Amico*
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GIORNATA "NO"
Non lo guardo mai REALMENTE negli occhi poiché sono certa che, se lo facessi, potrebbe capire chi si nasconda dietro il nocciola dei lucernari che splendono sul mio volto. Ma ora non ho paura ed intensamente tento di penetrare il segreto che quelle due more sentinelle proteggono da trent'anni. Lo guardo negli occhi e non esito neppure nell'attimo in cui il suo sguardo si muta in un punto interrogativo. Voglio che sappia chi sono. <Ti prego, ascolta il mio cuore!> Voglio che si renda conto di quanto una sola sua parola possa cambiare il tempo atmosferico sull'emisfero del mio cuore. <Non farmi male, ti scongiuro!> Dio, come piove quando mi accusa di non fidarmi di lui! O quando si veste di mistero e mi lascia, come una bambina cattiva, a rimuginare in un angolo sul motivo del suo improvviso desiderio di tagliarmi fuori dal suo mondo! <Perchè non riesco a parlare questa maledetta lingua?> Lo amo, con l'innocenza d'una sorella, con l'intensità delle fiamme che sciolgono il metallo, ma sono una damìna di specchi e cristallo ed ogni mia parola si tramuta in schegge di vetro ed illusioni riflesse... <Perchè non posso gridare "ti voglio bene" senza che le mie parole, come uno stormo di indisciplinati gabbiani, si disperdan in un dedalo di insicurezze?> Con la biro traccio una serie infinita di scarabocchi su quanto stavo scrivendo. Lui non è qui e nulla ha senso. Fuori piove a dirotto. Lui ora starà dormendo, fra le calde braccia della Notte. Piove anche dentro... dentro di me... e fa tanto, troppo freddo. Cassandra
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#253 |
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Amico*
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Londra, 8 agosto 1888 - CASA MARSHALL - Ore 7.00 p.m.
La vecchia pendola, in salotto, batte sette rintocchi, lacerando ragnatele di silenzio, un bozzolo all’interno del quale esistevamo solo il mio telaio ed io. I volti severi di Arthur Marshall, mio nonno, ed Andrew Bartholomew Marshall, padre di mio nonno, dalle cornici intarsiate in cui sono stati costretti a vivere eternamente, la osservano senza batter ciglio. Non ha più alcun significato, per loro, lo scorrere del tempo e non avrebbe senso versare lacrime (anche se, nel loro caso, non si tratterebbe d’altro che d’una pennellata in più sui loro volti alteri!). Alzo per un istante il viso, desiderosa di sgranchirmi il collo, poi torno ad osservare il lavoro. Non è quello che avevo intenzione di ricamare! Fra le mie mani il ricamo ha preso vita, ma l’immagine non assomiglia affatto alle rose intrecciate, una nera, l’altra rossa, che avevo in mente! I due colori si sono allineati quasi di propria volontà, marziali e silenziosi come tante guardie di Sua Maestà, uno dopo l’altro, ed un’immagine, corvina ed amaranto, ha preso forma. E’ un drago! Posso vedere con chiarezza il punto in cui le mie dita hanno smesso di ricamare i fiori, per dar vita, invece, alla sinistra ed araldica creatura. Quello che, invece, non mi spiego, è come mai non ricordi di aver mai voluto fare una cosa del genere. Che strano! Persino la mano che ha ricamato quell’essere non pare del tutto la mia. E’ meno abile (i punti talvolta appaiono imperfetti) ma, al contempo, pare conoscere con maggiore chiarezza le sembianze d’un drago. Non avrei mai saputo figurarmene uno tanto dettagliato! “Signorina Victoria!” mi interrompe all’improvviso la voce di Grace. Sobbalzo. Presa dal drago, non l’avevo neppure sentita entrare. “Signorina Victoria, la cena sarà servita fra poco.” Annuisco, ma non sono certa di aver compreso ogni sua parola. Una voce, nella mia mente, si è improvvisamente sovrapposta alla sua. <il drago!> Di sicuro è frutto della mia fantasia, ma ha uno strano accento questo parto della mia mente! <il drago, amore mio, tornerà a prendervi ed in eterno vivrete sospesi tra lingue di ghiaccio e distese di fiamma!> Il ricamo, il telaio, la pendola, i dipinti, il camino spento… tutto vacilla, tutto gira intorno a me come se stessi danzando. <il Drago!> “Signorina Victoria, vi sentite bene?” mi domanda Grace avvicinandosi lentamente. “Siete pallida, signorina, ed i vostri occhi…” La voce svanisce. Dal nulla è giunta, nel nulla è tornata. Il battito del mio cuore è accelerato, sì veemente da farmi temere che tutti gli abitanti di casa Marshall possano sentirlo. Riprendo il controllo. Non voglio che la domestica vada in giro a raccontare pettegolezzi sul mio conto. “Cos’hanno i miei occhi, Grace?” le domando, tentando di nasconderle le mie tremanti mani. “Non li trovi all’altezza d’incantare il mio promesso sposo?” Abbassa gli occhi, arrossendo. “Nulla, signorina, sono bellissimi, solo che… il vostro sguardo pareva perso nel vuoto.” “I miei occhi sono solo stanchi, Grace! Ho ricamato per ore!” il tono della mia voce non ammette ulteriori repliche. Avanzo di un passo nella sua direzione. “Puoi andare, Grace!” esclamo, poi raggiungo l’arco che divide il salotto dalla libreria, mentre la domestica si avvia nella direzione opposta. Mi fermo un istante ad ascoltare le voci che si inseguono attraverso le grandi stanze di casa Marshall. Sorrido quando riconosco quella del Capitano Tobias Gregson, proveniente probabilmente dallo studio di mio padre. I due uomini stanno parlando, ma non riesco ad afferrare appieno l’argomento della discussione. Non che i discorsi degli uomini mi interessino particolarmente, comunque! Il tono autoritario di mio padre non spaventa affatto il mio promesso sposo che, con educata risolutezza, risponde a tono ad ogni frase del mio genitore. Come riesce a tenergli testa con eleganza e decisione! Le parole sono per Tobias Gregson come il più affilato degli stocchi ed il mio futuro sposo è uno spadaccino al di sopra di ogni immaginazione! E’ dannatamente piacevole esser considerata l’unica debolezza del grande Capitano Gregson! Torno in salotto ed osservo la mia immagine nella specchiera posta di fronte al camino. Con le mani ravvivo delicatamente i miei deliziosi boccoli ramati. Stasera il Capitano Gregson non potrà fare a meno di fissarmi per tutta la cena! L’abito verde smeraldo che indosso non fa che mettere in risalto i miei occhi e nessun uomo sa resistere alla mia risata cristallina. Anch’io, come il mio promesso sposo, sono abile nell’uso delle mie armi. Sorrido un’ultima volta all'incantevole immagine nello specchio. <bellissima!> Sussulto. <il drago sta tornando!> Mi guardo attorno, ma non c’è nessuno nella stanza, all’infuori della mia immagine riflessa. Sto forse sognando? O impazzendo? Sento l’improvviso desiderio di piangere, ma non posso concedermi tale lusso. Non vorrei mai presentarmi al mio promesso sposo con gli occhi gonfi ed arrossati! <il drago!> Istintivamente torno al telaio. Non ho ricamato nessun drago, ma due rose intrecciate, una rossa, l’altra nera, proprio come desideravo! “Che cosa mi sta succedendo?” penso. “Vadròzsàk!” sussurra dolcemente la voce nella mia mente. “Rose selvatiche, per voi!” “Sorella cara, vi stiamo aspettando!” esordisce all’improvviso una voce alle mie spalle. Sobbalzo. “Perdonatemi, non volevo spaventarvi.” Mi giro verso mio fratello Edward, ricacciando quelle lacrime che, insistenti, bussano ai miei occhi. “Vi sentite bene?” domanda. Annuisco. “Sono solo molto emozionata.” Mento. Non mi è stato mai difficile convincere la gente. “Voglio essere perfetta per il mio promesso sposo!” Edward sorride, comprendendomi appieno. Il suo animo è poetico, gentile e civettuolo quanto quello d’una donna. “Siete splendida, Victoria.” Risponde. Vorrebbe farmi una carezza o abbracciarmi come quando ero piccola, ma il mio sguardo lo induce a non farlo. “Raggiungiamo gli altri!” esclamo, riprendendo il controllo per la seconda volta. Edward mi osserva affettuosamente. Allungo il passo e lo precedo, diretta alla sala da pranzo. Non sono più una bambina. Peccato che ad Edward questo non riesca proprio a capirlo! Cassandra |
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#254 |
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Amico*
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Bello
Fabiola
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#255 |
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Amico*
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PER FABYKYSS75:
Mi fa piacere che ti piaccia! Se vuoi leggere anche i pezzi postati dai miei amici, vieni a trovarci nel forum che vedi nella mia firma. I loro personaggi sono molto, molto interessanti!!! ![]() Comunque sia, eccoti il seguito, tutto per te! Un abbraccio Cassandra Londra, 8 agosto 1888 - CASA COOPER - Ore 8.00 p.m. Dalle fredde ed annerite pareti della topaia che Becky ancora si ostina a chiamare casa, escono ovattati fasci di note, crome e biscrome abbracciate in accordi che non sempre soddisfano il mio orecchio raffinato. All'ennesima stecca, impreco e colpisco il pianoforte con inaudita veemenza. Nella camera attigua, l'unica stanza da letto della nostra fatiscente abitazione, Evangeline e Margareth piangono abbracciate, mentre James strilla come un maiale in procinto di essere sgozzato. Come sono caduto tanto in basso? "Finitela!" grido, portando le mani alle tempie. Come posso comporre qualcosa di decente con questa lacrimosa sinfonia che allontana la mia mente dalla Musa? Come posso pretendere di portare a termine la mia più bella opera, la "Victoria", con questi maledetti mocciosi che non fanno altro che deconcentrarmi? Becky si affaccia alla porta, col piccolo attaccato al seno. Ha gli occhi rossi, deve aver pianto, ma ha imparato a farlo senza distrarmi. E' possibile che in questa maledetta casa non si faccia altro che versare lacrime? "Che vuoi?" le domando con irritazione. "Le bambine hanno fame... Will, ti prego..." C'è un limite a tutto. Mi alzo di scatto e lo sgabello cade. Becky indietreggia di un passo, un'ombra di terrore le attraversa gli occhi. James riprende a strillare. Penso che prima o poi lo ucciderò con le mie stesse mani. "Evangeline, prendi James!" esclama mia moglie con un tono d'urgenza nella voce, porgendo l'infante alla mia primogenita. Mi avvicino a mia moglie nell'attimo in cui mia figlia si allontana col piccolo fra le braccia. "Le bambine hanno fame?" domando, sfiorando con la mano la sua guancia pesta. Annuisce, mentre le lacrime riempiono i suoi occhi scuri. Tenta anche di dire qualcosa, ma le manca il fiato. "E anche tu hai fame, sgualdrina?" le chiedo stringendo fra le dita una sua ciocca e tirando con rabbia quegli odiosi capelli arruffati. "Will, ti prego, no!" esclama con un fil di voce. I miei tre figli, in un angolo, piangono all'unisono, mentre la loro madre urla per il dolore. Sempre lacrime in questa casa! Sospiro, poi torno a portare la concentrazione su mia moglie. "Quando avrò terminato l'opera, allora mangerete!" le bisbiglio all'orecchio. "Will..." dice fra le lacrime che ora scendono copiose sul suo volto giovane, ma segnato dalle percosse e dalla sofferenza. La schiaffeggio così forte che finisce distesa sul pavimento. Nessuno si muove, è come se la scena si fosse congelata. Mia moglie a terra, le mani sul volto; Evangeline che tenta di fare scudo col proprio corpo alla sorella in lacrime, mentre stringe il piccolo James che, da un momento all'altro, potrebbe morire soffocato da una serie infinita di singhiozzi isterici. Di fronte a questi straccioni, un uomo ancora affascinante, in abiti mondani, il viso contratto in una smorfia che quasi rasenta la follia pura. Giro loro le spalle, rompendo l'illusione di un contorto museo delle cere. Becky piange, Margareth le corre incontro e l'abbraccia, mentre Evangeline culla il fratellino. Niente di nuovo, questa scena ormai si ripete all'infinito a casa Cooper. Come da copione, fra le lacrime, mia moglie domanda: "Dove vai ora? Torni da lei?" Pronuncia la parola "lei" come se si trattasse di qualcosa di sacrilego. Mi prudono le mani; è forte il desiderio di gonfiarla di botte, ma fra meno di un'ora devo essere a casa Marshall per la consueta lezione di piano. La Musa, la luminosa signorina Victoria Abigail Marshall, mi attende e non voglio che aspetti. Inoltre, ardo dal desiderio di rivedere l'unica donna che possa esser definita tale. Ignorando la domanda di Becky, lancio sul pavimento una moneta ed esco. Fuori il grigio e la nebbia inghiottono ogni cosa. Cammino quasi senza rendermi conto della direzione che stia seguendo, cammino per calmare i nervi prima di tornare a bearmi della presenza della bellissima signorina Marshall. Sul cornicione di una casa alcuni corvi, neri come la pece, sembrano osservarmi incuriositi. "Che avete da guardare, maledette bestiacce?" grido, agitando il pugno nella loro direzione. Gracchiano qualcosa, poi si alzano in volo e spariscono nella bruma. Mi fermo un istante per tentare di capire dove i miei piedi mi abbiano condotto. I vicoli di Whitechapel sembrano tutti uguali, sporchi, maleodoranti ed opprimenti. Mi ricordano mia moglie ed i miei figli. Mi guardo attorno alla ricerca di una carrozza. Dalla parte opposta della strada una prostituta, laida e non più giovane, ammicca nella mia direzione, sollevando la gonna per mostrarmi la mercanzia. Aggrotto le sopracciglia, poi tento di sorriderle, ma quella che si dipinge sul mio volto è solo un'ambigua pennellata sospesa fra il sadismo e la lascivia. Londra, 8 agosto 1888 - CASA MARSHALL - Ore 8.45 p.m. Seduta in veranda, le mani posate sulla pregiata seta dell’abito color smeraldo che indosso, assaporo la quiete del giardino che mia madre e mio fratello Edward, da anni, curano con tanto amore. E’ una notte particolarmente umida. Le sculture di siepe, avvolte in abiti di nebbia che ricordano antiche tuniche romane, paiono agitarsi. Il cavallo impennato, dall’altra parte del giardino, sembra ardere dal desiderio di posare le zampe anteriori sull’erba e correre lontano. La piccola volpe, invece, freme all’idea di poter finalmente giocare d’astuzia, lasciandosi alle spalle delicate rose color latte e piccoli aceri rossi importati da un lontano continente, ingannando un vero cane che non sia il solito statico terrier di rametti e foglie. Riccioli di foschia si agitano intorno ai loro corpi e l’illusione è quasi perfetta. Per un attimo mi aspetto che la fiera aquila dispieghi le grandi ali e fenda la nebbia, ma nulla accade. I miei occhi si abituano all’oscurità madida di nebbia e la magia scema. Oltre la finestra alle mie spalle, quella che si affaccia sul salotto privato di mio padre, gli uomini stringono fra le mani calici di cristallo ormai vuoti, in una stanza dove ogni suppellettile odora sempre più di tabacco. Di certo mio fratello Edward, con una scusa, avrà già trovato il modo di congedarsi, contribuendo per l’ennesima volta a far pendere la bilancia a favore del gemello James. Detesta l’alcool almeno quanto odia il fumo e questo non fa che sminuirlo agli occhi di mio padre. Quando sarà il momento, sono sicura che Richard Theodore Marshall investirà solo su uno dei suoi due primogeniti e, con certezza quasi assoluta, posso affermare che si tratterà di James. Edward e James sono gemelli, ma credo che in Inghilterra non esistano due uomini più dissimili. Questo, ovviamente, renderà a mio padre le cose molto più semplici in futuro. James è un duro uomo d’affari, scaltro e brillante, carismatico ed alla moda; Edward, invece, è un artista dal cuore tenero e dal viso d’angelo, un uomo che, agli occhi di mio padre, risulta del tutto inutile. James ha sposato Emily Emerson, nipote di una delle più importanti donne di Londra, lady Marian Emerson; Edward, invece, si rifiuta di prender moglie e questo, per la mia famiglia, è quasi un sacrilegio. Mio padre avrà acceso la pipa e, dopo aver scosso la testa di fronte all’ennesima uscita di scena di suo figlio Edward, si sarà sicuramente seduto sulla poltrona preferita, intento ad osservare con orgoglio quei due virtuosi giovani che porteranno lustro alla sua famiglia: suo figlio James ed il promesso sposo di sua figlia, il brillante Capitano Gregson di Scotland Yard. Sorrido amaramente. Mi dispiace per Edward, non merita tanto disprezzo, ma chi non sa nuotare nel fiume della gloria, non può che annegare. Mio padre pronuncia questa frase almeno una volta al giorno, da sempre, e, mio malgrado, mi trovo pienamente d’accordo con lui. Mi alzo e passeggio nervosamente sotto il portico. Si intravede una stella in cielo. In salotto, James starà tentando di accentrare le attenzioni su di sé, ma non credo sia semplice eclissare un uomo come il capitano Gregson. Sarebbe interessante assistere allo scontro fra la sua ambizione e quella del mio promesso sposo. Intelletto contro intelletto, senza esclusione di colpi! Appoggio una mano alla colonna e me ne resto lì, in silenzio, ad osservare quell’unica stella, in attesa che il mio promesso sposo riesca a raggiungermi, anche se solo per pochi istanti. Sobbalzo quando sento un peso posarsi sulle mie spalle. E’ un pastrano, caldo e pregno di un effluvio speziato a cui non saprei attribuire un nome, misto all’inconfondibile odore di tabacco. Rapita da quel familiare aroma, socchiudo gli occhi. Il cuore prende a battermi all’impazzata, quasi non ho il coraggio di girarmi ed affrontare gli occhi di Tobias Gregson. “Non dovreste trattenervi a lungo qui fuori, lady Victoria.” Esordisce. Sono lieta che stasera Edward vegli sul mio incontro con Tobias. Mio padre o James non lo lascerebbero mai avvicinare così tanto a me. Sono sicura che questo il brillante capitano l’abbia già capito da un pezzo. Stringendomi nel caldo indumento, mi giro nella sua direzione. “Siete gentile a preoccuparvi della mia salute!” rispondo, pentendomi immediatamente di aver pronunciato una tale banalità. Frequento i migliori salotti di Londra, conosco la frase giusta per ogni occasione... eppure stasera quasi non riesco a parlare! Il battito del mio cuore non accenna a rallentare. Dovrei chiedergli di tenere le giuste distanze, come si conviene ad un uomo onorevole, ma quando alzo lo sguardo, mi perdo nei suoi occhi e la capacità di ragionare svanisce d’incanto. Non so cosa mi succeda, è come se improvvisamente, per la prima volta in tutta la mia vita, stessi per perdere il controllo. Deve essere quel profumo... o, forse, la vicinanza del suo corpo. Non mi so spiegare come quest’inaspettata ondata di desiderio abbia spazzato via ogni traccia della mia innocenza. Vorrei che mi baciasse senza indugiare oltre. Lui mi gira le spalle e va a sedersi. “Sedete accanto a me, lady Victoria!” esclama. La sua voce è pacata, indecifrabile. Non riesco a comprendere se anche lui provi le mie stesse emozioni. Il tepore del suo pastrano non riesce a placare il lieve tremore che si è impossessato di me. Lentamente, con movimenti calcolati, lo raggiungo e mi siedo accanto a lui. Per un istante ce ne restiamo in silenzio, come se entrambi fossimo stati improvvisamente rapiti da pensieri divergenti. “Non siete curiosa di sapere com’è l’uomo di cui tutti parlano?” domanda. Le sue labbra si arricciano in un insolito sorriso. Non è quello che avrei voluto sentirmi dire, ma non so resistere ai pettegolezzi, sono la mia debolezza. “Oh, sì, vi prego! Parlatemi di lui!” rispondo con fervore. “Maximillian Cornelius Bolton è un uomo insolito, mia cara, un affascinante inglese che qualche scrittore, un giorno, potrebbe decidere di immortalare in un romanzo. Ha modi nobili e raffinati, ma quella tosse...” “Quale tosse?” domando incuriosita. “Non è di certo un uomo in salute, lo si può dedurre dal suo pallore accentuato e da quella fastidiosa tosse secca che lo tormenta.” Gesticolando, mi sfiora una mano. Provo un brivido. Lui finge che sia stato accidentale, ma in cuor mio sono sicura che desiderasse toccarmi. “Signorina Victoria!” ci interrompe improvvisamente una voce femminile. “Perdonate se vi disturbo, ma è appena arrivato il signor Cooper. “Va bene, Grace!” rispondo infastidita alla domestica. “Fallo accomodare in salotto, servigli qualcosa da bere e digli che sarò da lui fra poco!” “Sì, signorina Victoria!” risponde, poi si allontana. “Avete una lezione di piano stasera?” domanda Tobias. “Sì, l’avevo completamente scordato.” Abbasso lo sguardo. Sarei rimasta con lui fino all’alba. “Mi dispiace, Mr. Gregson!” “Non preoccupatevi, è un bene che la mia promessa sposa sappia suonare il pianoforte. Amo la musica e sarà piacevole ascoltarvi nelle fredde serate invernali.” Sorride. Gli rendo il pastrano e, di nuovo, le nostre mani si sfiorano. “Ora il mio cappotto ha il vostro profumo!” sussurra, mentre la pallida luce dell'unica stella accende piccoli fulmini nei suoi occhi intelligenti. Lo indossa e si sofferma a guardarmi, con un'intensità che quasi mi spaventa. “Sono sicuro che desideriate chiedermi qualcosa, prima che mi accomiati. Ve lo leggo negli occhi, mia cara!” La sua voce è ancora un bisbiglio. Prima che me ne renda conto, è il mio cuore a rispondere: “Vorrei sapere che sapore abbia il bacio dell’uomo che sposerò...”. Non lo volevo dire, non sono parole mie! Mio Dio, che mi succede? Provo un senso di vergogna e timore al tempo stesso, desidero solo correre via e nascondermi. Lui si guarda attorno, poi prende il mio viso fra le mani e, con dolce decisione, posa le sue labbra sulle mie. Per un istante, disegna il contorno della mia bocca con la lingua. Chiudo gli occhi certa che, se non lo facessi, non potrei mai lasciarmi andare. Dischiudo d’istinto le labbra ed accolgo quella stessa lingua che, per un battito di ciglia, incontra la mia. E’ qualcosa di umido e fugace, ma se Tobias non mi stringesse fra le braccia, penso che cadrei; le gambe quasi non mi sorreggono più! Il mio futuro sposo interrompe il rapido bacio. Qualcuno, ad esclusione di Edward che, di certo, sta fingendo di non essersi accorto di nulla (oh, dolce Edward!), potrebbe vederci. Abbasso velocemente gli occhi. Il battito del mio cuore è sì forte che non potrei udire nessun altro rumore. “Che sapore ha il bacio del vostro futuro marito?” mi sussurra all’orecchio. Mi tremano le gambe e la voce. “Di brandy!" gli rispondo, tentando di riprendere il controllo. Sorride. “Ed è un male, mia bellissima Victoria?” domanda, sempre bisbigliando. “Sì poiché non saprò mai se stasera sia stato il vostro bacio ad inebriarmi o l'acquavite!” rido, tentando di riprodurre quella risata che, di solito, fa impazzire gli uomini, ma il nervosismo la distorce. Sperare che il miglior capitano di Scotland Yard non se ne renda conto è più difficile che ottenere due miracoli nello stesso giorno! “Presto avrete tutto il tempo che vorrete per scoprirlo!” sussurra, poi, ad alta voce, esclama: ”Sarò onorato di accompagnarvi alla mostra dei pittori preraffaelliti al South Kensington Museum, la prossima settimana. Vi auguro una buona notte, lady Victoria!” Resto allibita. Era qualcosa che desideravo chiedergli, ma che per ovvi motivi era passato in secondo piano. “Buona notte, Mr. Gregson!” rispondo. Si allontana lasciando il connubio di spezie e tabacco a tenermi compagnia. Sfioro le labbra coll’indice della mano destra. Sento ancora il sapore del brandy. Sono lieta che non si sia girato a guardarmi. Ora ho le gote in fiamme! Mi appoggio alla colonna e torno ad osservare quell’unica stella. Mi sento ubriaca, ma non credo sia colpa del liquore! Dei passi che si avvicinano mi riportano alla realtà: non può che essere Edward! Vorrei raggiungerlo, ma un violento capogiro mi costringe a fermarmi. “Oh, no! Di nuovo!” piagnucolo, mentre tutto inizia a vorticare intorno a me. L’intero mondo si spegne e tutto diventa nero. |
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