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#256 |
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Amico*
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Londra, 8 agosto 1888 - WHITECHAPEL - Ore 8.45 p.m.
Sono un ratto. Mi muovo fra le luride vie di Whitechapel come un grosso sorcio, un'ombra acquattata al limitare del campo visivo. Nessuno fa mai caso a me e, se malauguratamente dovesse capitare, lo sguardo finirebbe comunque coll’esser rivolto altrove. Me ne fotto di quello che pensa la gente. Io sono un ratto ed ai ratti non interessa minimamente il parere degli uomini. Rosicchio indistintamente gli averi dei ricchi e dei poveri, dei nobili o della feccia. Sono un ratto ed i ratti prendono ciò che vogliono, senza distinzione. Puzzo anche come un ratto, ma qui a Whitechapel avere un buon profumo è un biglietto di sola andata per l'inferno. Ho appena superato Rachel La Rossa o, almeno, mi sembrava lei. Aveva la gonna sollevata fin quasi al naso; qualcuno se la stava scopando contro il muro sporco di merda. Buon per lei. Non capita tutte le notti di avere dei clienti paganti. Giro l'angolo. Qualcuno grida dall'altra parte del vicolo. Mi nascondo nell'ombra. Sono un ratto e nessuno mi può vedere se non voglio esser notato. E' Megga. Sembra disperata. Un uomo torreggia su di lei. Faccio spallucce. Se vivi a Whitechapel, prima o poi Whitechapel entra in te, in un modo o nell'altro. Un ghigno compare sulla mia faccia di ratto. Cazzo, me la sarei scopata anch'io la piccola Megga! Osservo la scena. Non appena l'uomo sarà dentro di lei, ne approfitterò per derubarlo. Non si accorgono mai di nulla mentre pompano, come macchine a vapore, fra le gambe di una donna. Resto in attesa, come solo i ratti sanno fare, ma ecco che, dal nulla, un’ombra, silenziosa come gli spelacchiati gatti di Whitechapel, letale come certe malattie che si contraggono solo in questo pezzo di terra dimenticato da Dio, si pone alle spalle dell’uomo. Una nuova pedina nel mortale gioco che si tiene, ogni giorno ed ogni notte, nel pidocchioso buco del culo di Londra. Sogghigno. Sarà una notte interessante. Londra, 8 agosto 1888 - CASA MARSHALL - Ore 9.45 p.m. Ninna-nanna della bambola. Il sig. Cooper passa una mano sullo spartito e fa scorrere l’indice sotto la scritta “non presto” che precede un nero susseguirsi di crome e biscrome. “Non presto, signorina Marshall! Vedete?” Dovete rallentare o la bambola non si addormenterà mai!”. Sorride e deliziose fossette si aprono agli angoli della sua bocca. Mi chiedo come faccia ad esser così serafico. Stasera sono la peggiore delle allieve; lo stesso Schumann si rivolterebbe nella tomba se potesse udire la mia pessima performance. “Due quarti, in chiave di sol, mia cara allieva. Rallentate. Fingete d’esser un’insonne bambola di pezza e concedete alle note di tramutarsi nella dolce ninna-nanna che vorreste sentirvi suonare.” Continua a guardarmi ed a sorridere, come se non potesse farne a meno. Vorrei accontentarlo, ma come faccio a concentrarmi? Ho avuto un’altra visione stasera… Il purosangue del Capitano Gregson, Folgore, eccitato dalla vicinanza e dall’odore della mia puledra, Regina dei Pirati, si era improvvisamente impennato; il mio promesso sposo, mostrando una notevole abilità, era rimasto in sella e, con due secchi colpi di frustino, aveva riportato il cavallo alla disciplina. Se fossi stata al suo posto, di certo sarei stata disarcionata! Cavallo e cavaliere mi avevano poi raggiunta ed avevamo trottato senza pensieri sotto un cielo a macchie grigie ed ambrate. “Signorina Victoria, mi state ascoltando?” domanda il mio maestro di pianoforte, pigiando ripetutamente un acuto e fastidioso bemolle per tentare di ottenere la mia attenzione. “Vi prego di scusarmi signor Cooper, ma per stasera ritengo che potremmo interrompere qui la lezione.” Rispondo atona. “Sono stanca…” Ad un certo punto, il capitano era smontato da cavallo e, dopo averlo impastoiato ad un albero, mi aveva porto le braccia. “Vi aiuto a scendere, mia signora!” aveva esclamato, con un sorriso sulle labbra che avrebbe potuto ingannare un leprecauno. Mi ero lasciata scivolare fra le sue braccia ed eravamo rimasti così, occhi negli occhi, per qualche istante. Pur vergognandomi dei laidi demoni che parevano impossessarsi della mia anima e del mio corpo ogni volta che mi avvicinavo a lui, non desideravo altro che mi baciasse, con la stessa passione della sera precedente, sotto la veranda di casa Marshall. “Ho saputo che non siete stata bene, signorina Marshall, perciò non dovete scusarvi. E’ stato comunque un piacere, come sempre.” Esclama il signor Cooper, dolce come il miele, quasi mellifluo. All’improvviso un vento rabbioso aveva iniziato a spirare da sud-est. Mi aveva strappato il fermaglio a forma di farfalla ed i miei capelli, finalmente liberi, si erano animati come i serpenti della mitica Medusa ed avevano preso a danzare davanti ai miei occhi come filiformi bandiere ramate. Sentivo Folgore e Regina dei Pirati nitrire terrorizzati. Come loro, anch’io ero spaventata. Capelli e polvere non mi permettevano di veder nulla. Il Capitano mi stava urlando qualcosa, ma non riuscivo a sentirlo. Era come se l’aria soffiasse con veemenza anche dentro di me. Avevo tentato di raggiungere il mio promesso sposo, ma avevo messo un piede in fallo ed ero caduta bocconi, inghiottendo una manciata di umida terra. <ora conoscete il sapore di casa, mia diletta> mi aveva schernito una voce dentro la mia testa, la stessa voce dal forte accento. “Vi ringrazio, signor Cooper, siete sempre tanto gentile e comprensivo. Perdonate se stasera non sono stata all’altezza delle vostre aspettative!” gli rivolgo un sorriso irresistibile. “Vorrei che tutti i miei allievi fossero come voi!” esclama, recuperando pastrano e cappello. Sorrido di nuovo. “Siete troppo buono con me! Prometto che la prossima volta non vi deluderò!” continuo con voce lievemente infantile. “Ne sono certo, signorina Marshall! Vi auguro una buona notte!” risponde, poi si accomiata, sognando di baciare il collo della sua musa e di scendere fino ai suoi bianchi seni ed oltre. Il vento, così come era iniziato, era poi scemato in un istante. Mi ero alzata e, sputando in maniera poco dignitosa la terra che avevo inghiottito, avevo tentato di restituire un po’ di dignità ai miei capelli scompigliati. Quando finalmente mi ero guardata attorno, l’avevo scorto: il capitano Gregson, le mani sul volto, giaceva ai piedi di Folgore. “Aiutatemi, Victoria, per l’amor di Dio, aiutatemi!” implorava, con voce che aveva perso ogni traccia di aplomb inglese. Le sue mani grondavano sangue. AL DI FUORI DEL TEMPO E DELLO SPAZIO Il tempo è un granitico anello, una trasparente creatura cieca ed amorfa, sorda come il Dio che ho rinnegato, al cui interno si agita un oceano di nebbia. Fra le fauci stringe perennemente la propria coda, sì che sia impossibile discernere l'inizio dalla fine. I comuni mortali nascono e muoiono in pochi attimi fra le sue viscere nebulose, incatenati alle loro rigide e patetiche leggi. I draghi no. Per me, il tempo non è più d'una transitoria prigione: ho già ingannato la morte e posso vincere anche questa sfida. Cammino avanti ed indietro, nel nulla, schiaffeggiando il passato, corteggiando il futuro, avanti ed indietro come se stessi sfogliando un grosso tomo, alla ricerca d'una breve frase scorta anni prima in chissà quale pagina. Inganno l'attesa bruciando di passione. Sento la mia àncora, la mia anima gemella e tento di proteggerla con tutte le mie forze. Nessuno deve farle del male, nessuno deve amarla! LEI E' MIA!!!Il drago ruggisce ed il cuore del tempo si riempie d'echi che, come pallottole, rimbalzano miagolando fra passanto, presente e futuro. La mia compagna è a Londra, ma ha di nuovo cambiato volto... e corpo. Non importa. Gli occhi dell'amore vedono oltre la carne e la mia consorte saprei riconoscerla fra mille. Ho già solcato gli oceani del tempo una volta per ritrovarla; stavolta evaderò dalla più sicura prigione mai creata, solo per lei. Lei è lo strumento che mi permetterà di tornare fra gli uomini; il suo spirito è un faro, il suo amore una mitologica sirena. Ne seguo la voce. Non posso perdermi. La troverò e, di nuovo, saremo marito e moglie, per l'eternità... e questa volta, lo giuro sulla mia immortalità, non ci sarà nessuno a frapporsi fra noi! |
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Junior Member
Data Registrazione: Nov 2007
Messaggi: 29
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Ancora non riesco a raccapezzarmi in questo vostro sito , sono una neofita ,però , posso assolutamente dire che mi piace molto , sto leggendo le vostre belle poesie e racconti …soprattutto i tuoi , Cassandra, mi piacciono molto e quindi mi congratulo con te …
sì , sei davvero brava antoniscal
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annaspante nel vento a rincorrere progetti |
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#258 |
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Amico*
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Cara Antoniscal,
se hai bisogno di una mano per muoverti meglio nel sito, non esitare! Qui siamo tutti amici, quindi ciascuno di noi ti aiuterebbe più che volentieri! Sono lieta che ti piaccia ciò che scrivo... grazie, sei stata gentilissima! Benvenuta nel contorto mondo di Cassandra!!! Un baciottino Cassandra
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#259 |
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Amico*
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9 AGOSTO 1888 – SALOTTO DI CASA MARSHALL-EMERSON – Ore 10.00 a. m. :P
Nella tazza di porcellana bordata d’oro zecchino, il the nero offertomi da Emily fuma senza ritegno. Rowena Abigail Marshall, mia madre, siede alla mia sinistra e, con un delizioso sorriso sulle labbra, ascolta interessata le parole dell’affascinante nuora. “Spiriti, vi rendete conto?” continua Emily, la moglie di mio fratello James, prima di addentare un pasticcino alle mandorle. Emily Emerson Marshall adora le mandorle, tutta Londra ne è consapevole. Sua zia, lady Marian Emerson, non perde occasione per parlare della sua bellissima nipote, senza omettere mai alcun particolare (tranne quelli concernenti la sorella minore di Emily, l’altra nipote, la pecora nera della famiglia)! Con nonchalance allontana alcune briciole dalla gonna. Alla mia destra, Amanda Emerson, di tre anni più giovane di Emily, con un cucchiaio d’argento crea piccoli vortici nel the. Sembra non essere affatto interessata ai nostri pettegolezzi. E’ una ragazza timida e riservata. Emily sostiene che nessun membro della Londra che conta si prenderebbe la briga di invitarla se non fosse la nipote di lady Marian. Come darle torto? E’ carina, ha un delizioso nasino alla francese, ma non ha la benché minima idea di come debba atteggiarsi una vera lady. Accanto a sua sorella o alla sottoscritta, non è che una sgraziata anatra in uno stagno di cigni. E’ inaccettabile che una ragazza della sua età, figlia di una famiglia altolocata, non segua la moda! I suoi lunghi capelli neri sono perennemente legati dietro la nuca, senza tener conto delle acconciature in voga, ed i colori che indossa raramente sono appropriati alle occasioni. Se fosse mia sorella la chiuderei in solaio e getterei la chiave! Emily è sicura che questi suoi atteggiamenti derivino dalla consapevolezza di aver ucciso la propria madre venendo al mondo, proprio come è certa che nessun uomo con un po’ di sale in zucca potrebbe mai innamorarsi di lei. “Parla con gli spiriti? Davvero?” domanda mia madre, probabilmente per la quinta o sesta volta. Non è tipo da credere ai fantasmi. “Oh, sì! Dicono che casa sua ne sia infestata!” esclama Emily con enfasi. “Li chiama... nessuno sa perché. Audra Sinclair mi ha raccontato di aver sentito da lady Blake che lui non possa fare a meno di contattarli, ma che poi non sia più capace di mandarli via!” “No, non ci credo!” la interrompe mia madre. “A cosa non credete, lady Marshall?” esordisce improvvisamente Amanda, alzando finalmente quei suoi grandi occhi verdi dalla tazza. La sua voce è flebile. “Che non sappia come ricacciare indietro gli spiriti! A meno che non sia pazzo, non credo che si prenderebbe la briga di farli tornare a Londra se non fosse poi capace di rispedirli nell’Aldilà!” “E se fosse una maledizione? O una mania?” domanda maliziosamente mia cognata. “Lady Etiennette Garmond, che come tutte ben sapete è nata a Parigi, mi ha parlato di un investigatore francese di nome Auguste Papin... no, scusate, la memoria m’inganna... Auguste Dupin che vive perennemente con le tende tirate e le candele accese, anche in pieno giorno. Non vi sembra strano? Chissà, magari anche in Francia ci sono persone come il nostro lord Bolton!” Sorseggio un po’ di the, in attesa di poter fare la mia entrata trionfale nel discorso. Come ogni volta, le mie rivelazioni lasceranno tutti a bocca aperta. Amanda scuote impercettibilmente il capo. Sarebbe molto più carina se imparasse a sorridere. “Forse si sente solo... diverso...” sussurra. Mi guardo attorno, ma penso di esser stata l’unica ad aver udito le sue parole. Appoggio la tazza di the sul tavolino. “Mie care signore, quelle che abbiamo sentito finora sono solo chiacchiere su lord Maximillian Bolton, verità che, passando di bocca in bocca, divengono ogni giorno più aleatorie. Ciò che invece sto per comunicarvi è una notizia di prima mano, un pettegolezzo innegabilmente veritiero poiché mi è stato confidato da uno dei cittadini più illustri e stimati di Londra.” Esclamo, recitando una parte che ben conosco. Mia madre ed Emily pendono dalle mie labbra; Amanda, invece, rivolge quei suoi tristi occhi verdi nel cuore della tazza. “E’ la salute il prezzo che il misterioso lord Bolton paga per potere entrare in contatto con l’Aldilà!” Resto in silenzio per un lungo momento, mentre mia madre ed Emily, con occhi quasi supplichevoli, continuano a fissarmi. “Sì, mie care signore! Lord Bolton è cagionevole di salute, ogni giorno più debole... e soffre di una tosse terribile che gli sugge tutte le forze, proprio come gli spiriti che contatta si nutrono della sua energia vitale! Intrattenere rapporti coi defunti” e qui mi lascio scappare una risatina “è qualcosa che lascia il segno!” Amanda si alza di scatto dalla poltrona e, involontariamente, rovescia il the sul tavolino di cristallo. “Perdonatemi!” esclama imbarazzata, tentando di detergere la macchia con un costoso tovagliolo bordato di merletti. “Quanto sei goffa, Amanda!” la rimprovera Emily, poi si rivolge a me: “Victoria cara, spesso ho dei dubbi sul fatto che Amanda sia realmente mia sorella! Non sai quanto tu sia fortunata ad avere solo fratelli maschi!” La giovane continua a strofinare con rabbia il tavolino... e continua... continua... anche quando, obiettivamente, del the non v’è più traccia alcuna. Con affetto... la Vostra Cassandra
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#260 |
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Junior Member
Data Registrazione: Nov 2007
Messaggi: 29
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C assandra
A ppari S tupenda quando S uoli A vviare N ovelle D otate e R eputate A vvincenti ………………………… .ma che brava che sei …. C’è un seguito a questo tuo racconto…tuo vero? la lettura scivola leggera … però ho notato che spesso i tuoi racconti si rifanno a nomi e luoghi di storia , di cinema e anche a personaggi famosi esempio lampante … Michael Emerson
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annaspante nel vento a rincorrere progetti |
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#261 | |
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Amico*
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Citazione:
Però dovrai avere pazienza perché, PURTROPPO, il tempo a mia disposizione è veramente poco. Mi fa piacere che anche tu ti diverta a leggere ciò che scrivo! Grazie per le belle parole, poi finisce che mi fai arrossire! Per quanto concerne i nomi "famosi", hai ragione in parte. Emerson è del tutto casuale, altri no... Dupin ad esempio, è un personaggio celebre, una sorta di Sherlock Holmes francese... Spero di trovarti ancora qui la prox volta che posterò un racconto! Cassandra |
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#262 |
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Amico*
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LA FAVOLA DI BIANCA E CORVINO
(dedicata ad Alessandro, il mio nipotino) C’era una volta, in un regno lontano che profumava perennemente di biancospino, una principessa dalla pelle di perla e dai grandi occhi neri. Viveva in un grande palazzo di cristallo, dalle torri alte e lucenti come specchi al sole; era l’erede al trono, primogenita figlia di Re Alessandro il Giusto, ed il popolo l’amava. Bianca, così si chiamava la giovane principessa, nei suoi sedici anni di vita aveva continuamente dispensato sorrisi e parole gentili a chiunque ne avesse bisogno. Indipendentemente dal rango, dal sesso o dalla razza, aveva sempre rispettato ogni singolo abitante del regno, umano, animale o fatato che fosse. Negli ultimi mesi, però, il sorriso della bella principessa si era spento, ogni giorno di più, e con esso la voglia di vivere della stessa. Bianca languiva nella torre più alta del palazzo di cristallo, nascosta al mondo dalle nubi di cotone inanellate nella gigantesca e svettante costruzione. Trascorreva le giornate camminando avanti e indietro, avanti e indietro, incapace di trovar pace, tracciando sul pavimento di marmo lattescente immaginari solchi sempre più profondi. Quando il sole si coricava, la principessa accendeva una candela e, sedendo dinnanzi ad essa, si perdeva in lacrime e sospiri. Una sera, di fronte agli occhi stupiti della principessa, la fiamma della candela prese vita ed assunse le sembianze di una piccola fata di fuoco. “Perché piangete, Principessa Bianca?” domandò la fiammella trasformata in fata. “Non trovo pace!” rispose la giovane dagli occhi neri colmi di lacrime. “Siete sempre stata buona con tutti, Principessa, ed il vostro cuore è grande e candido come la neve. L’intero regno vi ama. Cosa vi tormenta?” continuò la fatina di fuoco. Bianca prese un fazzoletto e si soffiò il naso, mentre una lacrima rotolava lungo la sua guancia pallida. “C’è una macchia nera su quello stesso cuore! Nella mia vita, in mezzo a distese di dolcezza e bontà, ho piantato un unico seme della discordia ed ora, a distanza di un anno, temo che possa esser germinato nel silenzio, alimentato dalla mancanza di chiarimenti. I cattivi sentimenti sono come la gramigna. Crescono incontrollati, rapidamente e privi della delicatezza e della perfezione che lega tutto il Creato.” Sussurrò Bianca, come se temesse che altri potessero udire le sue parole. La minuscola fata sedette a braccia conserte sulla candela ed una goccia di cera, come una bianca lacrima, scivolò lentamente lungo il corpo cilindrico della stessa. * * * Fuori, oltre i confini del regno di Re Alessandro il Giusto, nella notte nera come le profondità marine, un giovane dalla pelle scura e dai grandi e nervosi occhi di ghiaccio cavalcava in testa ad un nutrito gruppo di uomini e carri multicolori. Nessuna stella gli indicava la via, ma il ragazzo dal volto fiero non si sarebbe perduto. Corvino, questo era il suo nome, era il principe dei Gitani, signore indiscusso di tutte le tribù nomadi che, secoli prima, avevano conquistato quelle terre desolate che ora facevano parte del “Principato delle Meraviglie”. A differenza di Re Alessandro il Giusto, Corvino non viveva in un palazzo. Si spostava di continuo all’interno dei confini del suo regno; il cielo era il tetto del suo castello, la prateria il pavimento e Nerofumo, il suo stallone, il suo trono. I Gitani l’amavano ed ognuno di loro avrebbe dato la vita per lui. Il Principato delle Meraviglie accoglieva chiunque, senza distinzioni di sorta, senza domande. Chi ne entrava a far parte poteva lasciarsi alle spalle il passato e cominciare una nuova vita. Corvino, a gran voce, ruppe il silenzio della notte: “Ci fermeremo qui!” Gli uomini obbedirono e ben presto venne allestito il campo. Diversi fuochi vennero accesi per ravvivare la notte; ci furono musiche e danze, ma il principe dei Gitani se ne restò in disparte, gli occhi persi su un crepitante ciocco di legno avvolto in lingue di fuoco, tormentato da chissà quali cupi pensieri. Quando la fiamma prese vita ed assunse sembianze umanoidi, il ragazzo si alzò in piedi e portò istintivamente la mano alla daga che nascondeva sotto le vesti. La fata di fuoco, con voce cristallina, esclamò: “Principe Corvino, trattieni la tua mano. Vengo in pace.” “Pace?” domandò Corvino, quasi sputando quella parola. La fata di fuoco parve accendersi d’un rosso intenso, ma la sua voce non perse dolcezza. “Voi conoscete la pace, mio signore, poiché sotto il suo stendardo avete raccolto centinaia di persone. Eppure il vostro cuore ha scordato quale profumo abbia. Siete inquieto, Principe, e questo potrebbe portare voi e la vostra gente alla rovina. Come posso aiutarvi?” “E’ lei che vi manda?” domandò con disprezzo il principe dei Gitani, riferendosi alla Principessa Bianca. “No, Principe Corvino. E’ il vostro cuore che mi chiama a gran voce ogni notte. Non ho fatto altro che rispondere a quel richiamo.” Replicò la fata. “Principe,” continuò “se lasciate che l’orgoglio prenda il sopravvento, presto dimenticherete chi siete e quali siano i vostri princìpi. Avrete perennemente sete, sete di vendetta, e non sarete sazio finché non avrete trascinato la vostra gente nel sangue.” Corvino si portò le mani ai fianchi e sfidò la fatina. “La Principessa Bianca non ha neppure preso in considerazione la mia proposta di matrimonio. Come mi ha definito? Figlio del vento? Deve pagare la sua arroganza!” La fatina svolazzò intorno alle orecchie di Corvino e gli sussurrò: “E non è forse ciò che siete, Principe? Come il vento, non vi fermate mai; come l’aria, non fate che accarezzare la vostra terra, di continuo, senza tregua. Non c’è angolo del Principato delle Meraviglie che non conosca il vostro bel viso. La Principessa Bianca non voleva offendervi. Non ha rifiutato voi in quanto principe dei Gitani, ha semplicemente declinato la proposta di matrimonio di un uomo che mai resterà più di un battito di ciglia al suo fianco. Siete diversi, Principe Corvino, ma se entrambi imparerete ad amare e rispettare queste diversità, avrete siglato la più grande delle alleanze e, di certo, la pace tornerà a dimorare nei vostri cuori, impedendovi di avvelenare quella che già aleggia intorno a voi!” Corvino e la fatina sedettero l’uno di fronte all’altra, lui sull’erba umida, lei sul ciocco incandescente, e restarono ore a guardarsi senza favellare. * * * Con una candela in mano, nel cuore della notte, la Principessa Bianca scese le scale a spirale che conducevano alla base della torre. La fiammella era tornata ad essere una semplice fiammella e, sul moccolo di cera, ondeggiava ad ogni suo passo. A piedi nudi, sul freddo e bianco pavimento di marmo, raggiunse la stanza di suo padre, il re, e lo svegliò. “Che c’è, Bianca? Che succede, piccola mia?” domandò Alessandro il Giusto. “Padre, vi prego, mandate un messaggero fatato nel Principato delle Meraviglie. Ditegli di trovare il Principe Corvino e di consegnargli questa missiva. Desidero incontrarlo quanto prima!” rispose concitata la principessa. “E sia!” esclamò il re, mentre un sorriso si accendeva sulle sue labbra. Bianca posò un delicato bacio sulla guancia del genitore. “Desideri accettare la sua proposta di matrimonio?” domandò infine il monarca. “Oh, no, padre! Non si può imprigionare il vento! Il mio unico desiderio, per ora, è quello di riportare la pace fra noi. Bianca, figlia di Alessandro il Giusto, stanotte ha imparato l’importanza di chiedere scusa…” La fiammella della candela ondeggiò nuovamente, ma questa volta parve ingrandirsi e, per una frazione di secondo, sorridere. * * * Quando l’alba prese a sbiancare il nero ricordo della notte, Corvino si alzò in piedi e, indolenzito, si diresse verso l’accampamento. Del fuoco ormai non restavano che braci morenti. Non aveva chiuso occhio, ma la sua mente era alquanto lucida e le ombre che l’assillavano parevano divenire ogni istante meno tetre. “Quali sono i vostri ordini, Principe?” domandò Nikolaos, venendogli incontro. Corvino restò un attimo in silenzio, facendo spaziare lo sguardo sulla sua gente. Il suo cuore ebbe un fremito. Quanto li amava! “Prendi un cavallo, mio fidato amico, e dirigiti di gran carriera al palazzo di Re Alessandro il Giusto.” Così dicendo, gli porse una missiva vergata prima dell’avvento del mattino. Nikolaos, al corrente dell’incidente diplomatico avvenuto parecchi mesi prima, sgranò gli occhi. “Non temere, Nikolaos. Non ho intenzione di dichiarar guerra ai nostri vicini. Non desidero altro che la pace.” Sorrise e l’amico ricambiò di cuore. “Ed è per questo che metterò da parte l’orgoglio…” pensò. Fra le braci morenti, improvvisamente s’animò una lingua di fiamma. S’arricciò verso il cielo, parve danzare per un momento, come ebbra di giubilo, poi scomparve, lasciando la scena al sole nascente.
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Amico*
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9 AGOSTO 1888 – CASA MARSHALL – Ore 1.20 p. m.
La salsa ai mirtilli è deliziosa, ma quasi non l’ho toccata. Ogni volta che tento di avvicinarla alle labbra, mi torna in mente la visione della sera precedente e, con disinvoltura, per l’ennesima volta ripongo il cucchiaio nel piatto. Sangue… Sangue sulle mani del mio promesso sposo… Con un’occhiata abbraccio l’intera rosa dei presenti. Nessuno sembra far caso a me in questo momento e, per una volta, ne sono lieta. Mia madre si atteggia a deliziosa padrona di casa, troppo presa dal desiderio di apparir divina di fronte al proprio ospite per degnarmi anche solo di uno sguardo; mio padre illustra al più brillante ispettore di Scotland Yard le sue teorie in merito al coinvolgimento di Mrs. Beasant negli scioperi alla "Bryant & May", cercando di tanto in tanto di trascinare nella discussione un refrattario Edward. Mio fratello, oltre a schivare con stile i tentativi di nostro padre di estorcergli un parere, gioca nervosamente col tovagliolo. Sono certa che vorrebbe trovarsi altrove. Quando torno a spiare Tobias Gregson, nascondendomi come una bambina timida dietro le mie lunghe ciglia, mi accorgo di quanto la mia prima impressione fosse del tutto errata. Non sono invisibile come pensavo. Seppure alle prese col solito duello cerebrale che coinvolge lui e mio padre, il mio promesso sposo ricambia fugacemente il mio sguardo. Il suo volto è stanco, ombre nere invecchiano quegli occhi solitamente splendenti e maliziosi, ma l’appena percettibile sorriso che abbozza è quello di sempre. Mio padre mi ha narrato di come la stampa londinese oggi l’abbia definito un giovane capitano brillante ed all’altezza della situazione. Sono certa che stia lavorando ad un caso importante e che stamani il sollevarsi delle sue palpebre abbia decretato l’alba di Londra prima del risveglio dello stesso sole. Bella come metafora, probabilmente piacerebbe al caro, dolce Edward! Ricambio il suo sorriso, senza peraltro abbassare subito lo sguardo. Non voglio che mi giudichi una donna debole ed allo stesso tempo non desidero che mi consideri una puledra da domare. Victoria Abigail Marshall è la moglie perfetta: è semplicemente questo il messaggio che deve recepire! Il pranzo volge al termine senza altri particolari degni di nota. Quando mio padre si alza e s’appresta a raggiungere lo studio, seguito come al solito da Tobias e da un riluttante Edward, Tobias si schiarisce la voce e, prima di oltrepassare l’arco che conduce alla stanza attigua, esordisce con: “Signor Marshall, date le condizioni climatiche che oggi paiono voler favorire qualsiasi iniziativa, desidererei proporre a vostra figlia una breve cavalcata. Folgore e Regina dei Pirati hanno bisogno di sgranchirsi le zampe ed un po’ d’aria pura, nonché la preziosa compagnia della vostra gemma, non potrebbero che giovare ad un uomo che ultimamente trascorre le giornate immerso nel lavoro. Cosa ne pensate?” Mio padre si ferma ed attende che Tobias giunga al suo fianco. Si guardano negli occhi. Nessuno di loro abbassa lo sguardo, sono due titani che si fronteggiano e si studiano, senza timore alcuno. “Non trovate sconveniente che mia figlia cavalchi da sola con voi?” chiede mio padre. E’ quello che ci si aspetta che un padre dica in una situazione del genere, ma sono certa che non desidera altro che la Londra che conta ci veda perennemente assieme, sì da mostrare come la sua pupilla sia riuscita ad irretire definitivamente l’uomo più brillante di Scotland Yard. “Lo sarebbe se io non fossi un gentiluomo!” replica il capitano. Il suo tono ha assunto toni meno servili. Mi chiedo come appaia la sua voce nell’atto d’impartire ordini ai sottoposti. “Se vorrete, comunque, potrete accompagnarci voi stesso... o chiedere di farlo a vostro figlio Edward”. Sento un improvviso sapore di terra e sangue in bocca e nella mia mente echeggia una sinistra frase: <ora conoscete il sapore di casa, mia diletta> La visione! E se capitasse quello che ho visto? Mio padre diviene pensieroso. “E sia, Capitano, ve lo concedo. Edward vi accompagnerà. Amerei cavalcare Rubino del Sud, ma la gestione dei miei affari richiede la mia presenza altrove oggi, per cui non posso che declinare la vostra offerta. Il tempo è un impietoso padrone, non ne convenite?” Sorride, poi riprende a camminare verso l’ala della casa che maggiormente preferisce: “Signori, vogliamo raggiungere lo studio?” “Capitano!” esclamo con voce flebile. Mi sento quasi mancare la terra sotto i piedi. Tobias si gira nella mia direzione. Anche Edward, forse allarmato dal tono della mia voce, mi rivolge la sua attenzione. Mi avvicino di qualche passo ai due uomini. Sto tremando. “Capitano, perdonatemi, ma oggi non potrò cavalcare con voi.” Esclamo, senza guardarlo negli occhi per paura che comprenda i miei sentimenti. Vorrei stare da sola con lui, sono settimane che sogno un momento del genere, ma quella visione ha instillato nel mio cuore un terrore tale da rendermi inconcepibile l’idea che non si trattasse di un semplice sogno – o meglio, incubo – ad occhi aperti. Non potrei mai perdonarmi l’idea di aver ignorato un avvertimento del genere, ammesso che fosse tale. Mio Dio, sto impazzendo! Provo l’impulso di scoppiare a piangere. Mi obbligo a non farlo, non saprei come spiegare le mie lacrime al mio promesso sposo. “Perdonatemi, spero che non abbiate considerata sfacciata la mia proposta. Non avevo intenzione di mancarvi di rispetto, lady Victoria.” Si scusa il capitano. “Oh, no, no, non è quello che pensate! Avrei accettato con gioia il vostro invito, ma…” non so che scusa inventare. Non voglio mentirgli. Non voglio neppure dirgli la verità. “La colpa è mia, Capitano Gregson!” mi salva Edward. “Avevo chiesto alla mia amata sorella di posare per me oggi pomeriggio.” “Posare? Da quando dipingete?” domanda Tobias, aggrottando un sopracciglio. “E’ una passione che coltivo da sempre, Capitano, ma solo da poco ho avuto il coraggio di cimentarmi in tale impresa. Desidero ritrarre mia sorella e donare il quadro a nostro padre, ma è qualcosa che vorrei non si sapesse per ora… Capite? Una sorta di sorpresa per il suo compleanno.” Chiudo per un istante gli occhi. Sarà difficile che mio fratello riesca a portare a termine un ritratto mai iniziato in meno di una settimana! Edward è un pessimo bugiardo. Apprezzo il suo gesto, ma se al suo posto ci fosse stato James, sicuramente avrebbe avuto qualche chance d’ingannare Tobias Gregson. “Capisco.” Esclama freddamente il Capitano. I suoi occhi ora sono gelidi. Sa che Edward sta mentendo, come di certo si è reso conto della mia reticenza a spiegargli il motivo del mio rifiuto. Ma come posso dirgli che, ultimamente, una voce dal forte accento pronuncia strane frasi nella mia mente? O che strane visioni prendono vita nella mia testa, convincendomi a tal punto da impegnarmi affinché non succeda mai ciò che ho visto? “Come desiderate, lady Victoria!” si congeda il capitano, volgendomi le spalle e dirigendosi verso lo studio di mio padre. Istintivamente gli prendo una mano. Il contatto è elettrizzante. Quando, di nuovo, punta i suoi occhi nei miei, probabilmente cercando quella risposta che non ha avuto, mi sento come se fossi posseduta da un’anima che non m’appartiene. Sento il desiderio di baciarlo, nonostante mio fratello si trovi a pochi passi da noi ed i miei genitori nelle stanze attigue. “Cosa vi tormenta?” mi sussurra all’orecchio dopo essersi avvicinato maggiormente. “A tempo debito, amore mio!” bisbiglio “A tempo debito”. Non ho idea di come farò a spiegargli una cosa del genere. Poso per un istante il capo sulla sua spalla e chiudo gli occhi. Lui mi stringe a sé. Edward finge di non vederci e, al tempo stesso, veglia su di noi. Quando si schiarisce la voce, mi allontano repentinamente da Tobias. Il Capitano mi rivolge un sorriso indecifrabile. “Signori, vi sto aspettando!” esclama mio padre dallo studio. I due uomini si allontanano dalla sala da pranzo, mentre il mio cuore, inebriato dall’odore della pelle del capitano, scandisce i loro passi con veemenza inaudita. |
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#264 |
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Amico*
Data Registrazione: Nov 2006
Località: lassù sui monti
Messaggi: 2.967
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...che dire..senza parole onestamente c'ho messo quasi tutta notte a leggere tutto..(.bhè tanto detto sinceramente ero al lavoro!!,ed è stata anche una notte abbastanza tranquilla) ...sei spettacolare,devo dire che l'avventura londinese t'ha fatto bene,nella fredda londra ne esce sempre il tuo essere,il tuo calore,la tua luce magica...bhè lasciatelo dire... ora m'inchino a te...e come dici tu anche alla tua mente malata per congratularmi con te e per il tuo modo di scrivere,semplice e diretto,con spiegazioni dettagliate su tutto... ...e per riempirti di fiori e d'applausi!! ![]()
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Due cose al mondo non t'abbandonano mai: l'occhio di Dio che ovunque ti vede, e il cuore della mamma che sempre ti segue!! Pippy
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#265 |
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Amico*
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Piccola, dolce Pippy, il fatto che tu abbia dedicato ai miei racconti un'intera notte, mi lascia assolutamente senza parole, ma mi piace pensare che ora siamo ancora più vicine, che mi conosci meglio poiché ogni parola dei miei racconti è una "goccia di me".
Mi fa piacere se ti diverti a passeggiare per le strade di Londra accanto alla Signora dei Corvi, osservando (come Scrooge ed il fantasma dei Natali presenti!), ciò che succede nelle case di Victoria Abigail Marshall o Will Cooper, negli sporchi vicoli dove imperversa il misterioso e cinico Ratto, magari sospirando quando Victoria ed il Capitano sono ad un passo dal baciarsi... Ringrazio Dio per avermi fatto incontrare, seppur in maniera virtuale, una persona tanto dolce e reale quanto te! Ti abbraccio forte! La tua Cassandra
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#266 |
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Amico*
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Vi allego un racconto ahimé non mio, ma direi piuttosto azzeccato in questo forum! L'ho trovato bellissimo!
CASSANDRA di Carolyn J. Cherryh - Premio Hugo nel 1979 nella categoria Racconto Breve - Traduzione: Roberta Rambelli I fuochi. Lì erano diventati insopportabili. Alis cercò a tentoni la porta dell’appartamento: sapeva che era solida. Toccò il metallo fresco della maniglia tra le fiamme... tra il fumo che vorticava fuori vide le scale-ombra, abbastanza chiaramente per poterle scendere convincendo i propri sensi che avrebbero sostenuto il suo peso. Pazza Alis. Non si muoveva in fretta. I fuochi ardevano costanti. Li attraversò, scese i gradini incorporei fino al pianterreno solido.., non sopportava l’ascensore, quello spazio chiuso con il pavimento-ombra, che scendeva scendeva precipitosamente; raggiunse il piano terreno e distolse gli occhi dalle rosse fiamme senza calore. Un fantasma le disse buongiorno… il vecchio Willis, magro e trasparente sullo sfondo delle fiamme che lingueggiavano. Lei batté le palpebre, rispose al saluto... e non le sfuggì la scrollata di testa del vecchio Willis quando aprì la porta e uscì. Fuori scorreva il traffico di mezzogiorno, noncurante delle fiamme, delle carcasse che bruciavano per la strada, dei muri che crollavano. Anche l’appartamento crollò... i mattoni neri piombarono in quell’inferno. Un inferno tra gli spettrali alberi verdi. Il vecchio Willis fuggiva bruciando, cadeva.., si trasformava in una massa di carne annerita e sussultante... moriva, ogni giorno. Alis non gridava più, trasaliva appena. Ignorò l’orrore che la circondava, passò tra i mattoni sgretolati che non avevano sostanza, tra i fantasmi indaffarati e frettolosi che non volevano essere disturbati. Il Kingsley’s Cafe era intero, più del resto. Era il rifugio per il pomeriggio, una sensazione di sicurezza. Alis spinse la porta, sentì tintinnare un campanello perduto. I clienti fantasma la guardarono bisbigliando. Pazza Alis. I bisbigli la turbavano. Evitò le loro occhiate e la loro presenza, sedette in un separé nell’angolo, dove c’erano soltanto poche tracce del fuoco. GUERRA, diceva a caratteri cubitali il titolo del giornale nel distributore automatico. Alis rabbrividì e alzò lo sguardo verso il viso spettrale di Sam Kingsley. - Caffè - disse. - Sandwich al prosciutto. - Era sempre così. Lei non cambiava mai l’ordinazione. Pazza Alis. Era la sua malattia mentale a mantenerla. Ogni mese arrivava un assegno, da quando l’ospedale l’aveva dimessa. Ogni settimana tornava all’ambulatorio, dai dottori che adesso erano ombre come gli altri. L’ambulatorio bruciava intorno a loro. Il fumo ondeggiava nei corridoi celesti e asettici. La settimana prima un paziente era fuggito... avvolto dalle fiamme... Un tintinnio di porcellana. Sam posò il caffè sul tavolino, e poco dopo tornò e portò il sandwich. Alis chinò la testa e mangiò il cibo trasparente sul piatto sbreccato; la tazza era incrinata e macchiata dal fuoco, e il manico si vedeva appena. Mangiò: la fame era abbastanza forte per vincere l’orrore ormai abituale. Viste cento volte, le scene più terribili avevano perduto il loro potere su di lei: adesso non gridava più alle ombre. Parlava ai fantasmi e li toccava, mangiava il cibo che bene o male calmava gli stimoli tormentosi dello stomaco, portava lo stesso maglione nero troppo largo e la logora camicetta blu e i calzoni grigi perché erano gli unici capi d’abbigliamento che sembravano solidi. Ogni sera li lavava e li asciugava, e l’indomani mattina li indossava, lasciando gli altri appesi nell’armadio. Erano gli unici che fossero solidi, veramente. Queste cose non le diceva ai dottori. Un’intera vita passata dentro e fuori dagli ospedali l’aveva dissuasa dal confidarsi. Sapeva che cosa dire. La vista parziale le permetteva di sorridere alle facce fantasma, di manipolare astutamente i loro diagrammi e le loro carte mentre stava seduta fra le rovine che avevano incominciato a spegnersi nel tardo pomeriggio. Nel corridoio giaceva un cadavere carbonizzato. Lei non rabbrividiva quando sorrideva gentilmente al dottore. Le davano le medicine. Le medicine fermavano i sogni, gli ululati delle sirene, i passi precipitosi nella notte davanti al suo appartamento. Le permettevano di dormire nel letto spettrale, in alto fra le rovine, tra le fiamme che crepitavano e le voci che urlavano. Lei non parlava di queste cose. L’aveva imparato in quei lunghi anni negli ospedali. Si lagnava soltanto degli incubi e dell’irrequietezza, e loro le davano altre compresse rosse. GUERRA, diceva il titolo del giornale. La tazza tremò e tintinnò sul piattino, quando la prese. Inghiottì l’ultimo boccone di pane e bevve il caffè, cercando di non guardare oltre la vetrina sfondata, dove carcasse di metallo contorto fumavano sulla strada. Rimase, come faceva tutti i giorni, e Sam le riempì borbottando la tazza di caffè che lei avrebbe fatto durare il più a lungo possibile prima di ordinarne un’altra. Alis la sollevò, assaporando il contatto e dominando il tremito delle mani. Il campanello tintinnò. Un uomo chiuse la porta e andò al banco. Era integro, nitido ai suoi occhi. Alis lo fissò, stupita, con il cuore che le batteva forte. L’uomo ordinò un caffè, andò al distributore automatico a prendere un giornale, tornò a sedersi e lasciò che il caffè si freddasse mentre leggeva le notizie. AIis lo vedeva di spalle: la giacca di pelle marrone sciupata, i capelli bruni che arrivavano fin quasi al colletto. Finalmente bevve il caffè ormai freddo, tutto d’un fiato, mise il denaro sul banco e lasciò il giornale, con il titolo coperto. Una faccia giovane, in carne e ossa tra i fantasmi. L’uomo li ignorò tutti e si avviò verso la porta. Alis uscì dal separé. - Ehi! - le gridò Sam. Alis frugò nella borsetta mentre il campanello tintinnava, e buttò sul tavolo una banconota, senza attendere il resto sebbene fosse da cinque dollari. La paura le aveva messo in bocca un sapore di rame; l’uomo era andato via. Corse fuori dal caffè, girò intorno alle macerie senza riflettere, vide l’uomo che spariva tra i fantasmi. Lo rincorse, facendosi largo a spallate, sfidando le fiamme... gridò mentre le macerie le grandinavano addosso senza farle male, e continuò a correre. Molti spettri si voltarono a guardarla, scandalizzati... lui fece altrettanto, ed Alis gli corse incontro, sbalordita nel vedere la stessa espressione sulla sua faccia. - Cosa c’è? - chiese l’uomo. Alis sbatté le palpebre, stordita dalla scoperta che l’uomo non la vedeva in modo diverso dagli altri. Non riuscì a rispondergli, Irritato, l’uomo riprese a camminare ed Alis lo seguì. Le lacrime le scorrevano sul viso e respirava a fatica. La gente la guardava. L’uomo si accorse della sua presenza e allungò il passo, tra le macerie, tra le fiamme. Un muro incominciò a crollare ed Alis urlò, nonostante tutto. L’uomo si girò di scatto. La polvere e la fuliggine si alzarono dietro di lui come una nube. Aveva un’espressione sconvolta e incollerita. La guardava come la guardavano gli altri. Le madri trascinavano via i bambini. Un gruppo di ragazzotti si fermò ridendo. - Aspetti - disse Alis. L’uomo aprì la bocca come se volesse imprecare; lei rabbrividì e le sue lacrime si raffreddarono nel vento insensibile degli incendi. La faccia dell’uomo assunse un’espressione di pietà imbarazzata. Si mise una mano in tasca, tirò fuori un po’ di denaro, in fretta, cercò di darglielo. Lei scrollò la testa, furiosamente, tentando di arrestare le lacrime… guardò verso l’alto e tremò mentre un altro palazzo crollava tra le fiamme. - Cosa c’è? - chiese l’uomo. - Che cos’ha? - Per favore - disse Alis. L’uomo girò gli occhi sugli spettri che li guardavano, poi riprese a camminare lentamente. Lei gli si affiancò, imponendosi di non gridare nel vedere quelle rovine, le figure pallide che vagavano attraverso i gusci bruciati degli edifici, i cadaveri contorti in mezzo alla strada, dove si snodava il traffico. - Come si chiama? - chiese l’uomo. Alis glielo disse. Ogni tanto lui la guardava mentre camminavano, e aggrottava la fronte. Aveva una faccia sciupata per la sua età, e una piccola cicatrice vicino alla bocca. Sembrava più vecchio di lei. Il modo in cui la guardava la metteva a disagio, ma decise di accettarlo... di sopportare qualunque cosa pur di avere accanto quell’unica presenza solida. D’impulso, gli insinuò la mano nell’incavo del gomito, strinse le dita sulla pelle logora. L’uomo la lasciò fare. E dopo un po’ le passò il braccio intorno alla vita, e proseguirono camminando come due innamorati. GUERRA, gridava il titolo del giornale, all’edicola. L’uomo fece per svoltare in una strada, all’angolo del Tenny’s Hardware. Alis esitò, quando vide quello che c’era là. L’uomo si fermò appena se ne rese conto, si girò verso di lei, voltando le spalle agli edifici che bruciavano. - Non vada là - disse Alis. - Dove vuole andare? - Lei alzò le spalle, rassegnata, indicò la strada principale. Allora l’uomo incominciò a parlare, come se fosse una bambina, per placare le sue paure. Lo faceva per pietà. Certuni la trattavano così. Lei se ne accorse e accettò anche quello. Si chiamava Jim. Era venuto in città il giorno prima, facendo l’autostop. Cercava lavoro. Non conosceva nessuno. Alis ascoltò la sua loquacità impacciata. Quando lui ebbe finito, continuò a fissarlo, e vide la sua faccia contrarsi in un’espressione di sgomento. - Non sono pazza - disse Alis, ed era una menzogna, perché a Sudbury tutti sapevano, ma lui non sapeva perché non conosceva nessuno. Il viso era vero e solido, e la piccola cicatrice accanto alla bocca lo rendeva più duro, quando rifletteva; in un altro momento Alis avrebbe avuto paura di lui. Ora aveva paura soltanto di perderla tra i fantasmi. - È la guerra - disse lui. Alis annuì, sforzandosi di guardare l’uomo e non gli incendi. Jim le toccò il braccio, gentilmente. - È la guerra - ripeté. - È tutto pazzesco. Sono impazziti tutti. E poi le posò la mano sulla spalla, e la fece voltare nell’altra direzione, verso il parco dove le foglie verdi ondeggiavano sopra i rami neri e scheletriti. Passeggiarono lungo il laghetto, e per la prima volta dopo molto tempo lei respirò liberamente e si sentì accanto una presenza reale e razionale. Comprarono il pop-corn e sedettero sull’erba in riva al lago e lo gettarono ai cigni spettrali. I fantasmi dei passanti erano pochi, quei tanti che bastavano per mantenere un senso di frequentazione in quel luogo... quasi tutti anziani che facevano le solite cose con voluta tranquillità nonostante i titoli dei giornali. - Li vede? - si azzardò finalmente a chiedere Alis. - Tutti rarefatti e grigi? Jim non capì, non la prese alla lettera, e alzò le spalle. Per prudenza, Alis non insistette. Si alzò e guardò l’orizzonte, dove il fumo si sollevava nel vento. - Posso invitarti a cena? - chiese lui. Alis si voltò preparata, e riuscì a rispondere con un sorriso timido e disperato. - Sì, - disse. Sapeva che altro intendeva pagarsi, lui, oltre alla cena... ed era disposta ad accettare, e si detestava per questo, e aveva paura disperata che lui se ne andasse, quella sera, l’indomani. Non conosceva gli uomini. Non sapeva cosa poteva dire o fare per impedire che se ne andasse: sapeva soltanto che un giorno se ne sarebbe andato, quando si fosse accorto che era pazza. Persino i suoi genitori non ce l’avevano fatta a sopportarla... all’inizio erano andati a trovarla negli ospedali, e poi c’erano andati soltanto i giorni festivi, e poi non s’erano più fatti vedere. Alis non sapeva dove fossero. Un ragazzetto del vicinato era morto annegato. Lei l’aveva detto, che sarebbe annegato. L’aveva gridato. E tutti, in città, avevano detto che era stata lei a spingerlo. Pazza Alis. È affetta da fantasie, dicevano i medici. Non è pericolosa. L’avevano lasciata andare. C’erano scuole speciali, scuole dello stato. E di tanto in tanto... gli ospedali. I tranquillanti. Alis aveva lasciato a casa le compresse rosse. Quando se ne accorse, le sudarono le palme delle mani. Quelle compresse portavano il sonno. Bloccavano i sogni. Strinse le labbra per dominare il panico e decise che non ne aveva bisogno… non ne avrebbe avuto bisogno perché non era sola. Passò la mano sotto il braccio di Jim e camminò al suo fianco, sicura e stranita, su per i gradini che portavano dal parco alle strade. Si fermò. I fuochi erano spenti. Gli edifici spettrali s’innalzavano sopra i loro gusci schiantati e privi di finestre. I fantasmi si muovevano tra le masse delle macerie, e a volte erano quasi invisibili. Jim cercò di sospingerla, ma lei vacillò; la guardò in modo strano, allora, e la cinse con un braccio. - Tremi - le disse. - Hai freddo? Alis scosse la testa, cercò di sorridere, I fuochi erano spenti. Si sforzò d’interpretarlo come un buon auspicio. L’incubo era finito. Alzò lo sguardo verso quel viso solido e preoccupato, e il suo sorriso divenne quasi una risata folle. - Ho fame - disse. Indugiarono lungamente a cena da Graben’s... lui con la giacca sciupata, lei con il maglione sformato; gli avventori spettrali vestivano molto meglio, e li fissavano; i camerieri li avevano fatti sedere in un angolo vicino alla porta, dov’erano meno visibili. C’erano cristalli incrinati e piatti rotti sui tavoli incorporei, e le stelle ammiccavano fredde nello squarcio sopra lo scintillio pallido dei lampadari spezzati. Rovine: fredde, pacifiche rovine. Alis si guardò intorno, calma. Si poteva vivere tra le rovine, purché i fuochi non ci fossero più. E c’era Jim che le sorrideva senza un’aria di pietà, ma solo con un’aria di disperazione un po’ folle che lei capiva... Jim che stava spendendo da Graben’s più di quanto poteva permettersi, in quel ristorante che lei non aveva mai sperato di vedere all’interno... Jim che le diceva, prevedibilmente, che era bella. L’avevano detto anche altri. Alis provava un vago risentimento nel sentire quelle parole banali da lui... lui, di cui aveva deciso di fidarsi. Gli sorrise con tristezza, quando Jim lo disse, e poi aggrottò la fronte e quindi, temendo di offenderlo con le sue malinconie, sorrise di nuovo. Pazza Alis. Lui l’avrebbe scoperto e se ne sarebbe andato quella notte stessa, se non fosse stata prudente. Cercò di fingersi allegra, si sforzò di ridere. E poi nel ristorante la musica s’interruppe, e gli altri avventori smisero di colpo di parlare, e l’altoparlante diede un annuncio vano. Ai rifugi... ai rifugi.., ai rifugi. Grida. Urla. Sedie rovesciate. Alis si abbandonò inerte sulla seggiola, sentì la mano fredda e solida di Jim afferrare la sua, vide la faccia spaventata, la bocca che si muoveva chiamandola per nome. Lui la prese fra le braccia, la tirò a sé e si mise a correre. Fuori l’aria fredda la investì, ed Alis vide di nuovo le rovine, le figure fantasma correvano verso il caos dove gli incendi erano stati più furiosi. E comprese. - No! - gridò, tirandogli il braccio. - No! - ripeté, mentre la gente appena intravista passava intorno a loro e li urtava, in una fuga verso l’annientamento. Jim cedette alla sua certezza improvvisa, le strinse la mano e fuggì con lei controcorrente, mentre le sirene ululavano all’impazzata nella notte... fuggì con lei mentre correva lungo il percorso conosciuto tra le rovine. Entrarono da Kingsley’s, dove i tavoli erano abbandonati, i piatti dimenticati, le porte socchiuse, le sedie rovesciate. Entrarono nella cucina e scesero nelle cantine, al buio e al freddo, al sicuro dalle fiamme. Nessun altro li raggiunse. Finalmente la terra tremò, troppo profondamente perché si udisse un suono. Le sirene tacquero e non si fecero più sentire. Rimasero distesi nel buio, stringendosi e tremando, e sopra di loro infuriò per ore ed ore il rombo degli incendi, e a volte il fumo penetrava e pungeva gli occhi e le narici. C’erano gli scrosci lontani dei muri che crollavano, rombi che squassavano il suolo: poi vennero più vicino, ma non toccarono il loro rifugio. E alla mattina, quando nell’aria c’era ancora l’odore delle fiamme, risalirono nella luce fosca del giorno. Sulle rovine aleggiava il silenzio. Gli edifici spettrali adesso erano solidi, ridotti a gusci vuoti, I fantasmi erano scomparsi. Soltanto i fuochi erano strani, alcuni veri, altri no, e lingueggiavano sopra i mattoni scuri e freddi, e quasi tutti si andavano estinguendo. Jim imprecò sottovoce, più volte, e pianse. Quando Alis lo guardò aveva gli occhi asciutti, perché da molto tempo non aveva più lacrime. E lo ascoltò mentre lui parlava di procurarsi viveri e di lasciare la città, loro due insieme. - D’accordo - disse Alis. Poi contrasse le labbra, chiuse gli occhi per non scorgere ciò che gli vedeva in faccia. Quando li riaprì vide che era ancora vero: la trasparenza improvvisa, l’ondata di sangue. Alis tremò, e Jim la scosse, con un’espressione angosciata sul viso spettrale. - Cosa c’é? - chiese lui. - Cosa c’è? Non poteva dirglielo, non voleva. Ricordava il ragazzo che era annegato, ricordava gli altri spettri. All’improvviso si svincolò da lui e fuggì via, nel labirinto delle macerie che, questa mattina, erano solide. Un bacio Cassandra
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#267 |
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Amico*
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ANOTHER GINEVRA
di CASSANDRA Nonostante uno dei tre piccoli soli, Parsifal, fosse riuscito a fendere le garze scure che troppo spesso ingrigivano il cielo sopra New Camelot e, con delicatezza, avesse posato le sue dita oblique sulla capitale del regno, il ricordo di ininterrotti giorni di rovesci esitava a svanire. Il vestito della regina, distesa come una qualsiasi popolana sull’erba fradicia, si stava inesorabilmente bagnando. L’oro delle sue lunghe gonne si tinteggiava di sinistre chiazze d’ocra laddove le ultime gocce di pioggia, piccoli ricordi scintillanti stesi su fili d’erba ad asciugare, si posavano. A poche decine di passi, il lago di Viviana, forse per non disturbare i pensieri della regina, sciabordava sottovoce, screziandosi d’un metallico smeraldo sotto lo sguardo luminoso di Parsifal. Una libellula disegnava mistici arabeschi nell’aria, accompagnata dal frinire d’un promettente menestrello appartenente al clan delle cicale. Di tanto in tanto il vento soffiava una canuta opinione fra i giunchi, senza peraltro aspettarsi d’esser preso in considerazione da orecchie umane. Ginevra “la bella”, signora di New Camelot, piangeva. Il tempo rotolava, senza personalità, accanto a lei, intorno a lei, su di lei … e su qualsiasi altra forma di vita - animale, vegetale o minerale – che abitasse il pianeta Avalon. Ginevra “la bella” piangeva in silenzio poiché, sin da piccola, non avevano fatto altro che ripeterle che una vera regina piange solo col cuore, mai cogli occhi. Nonostante i loro sforzi, comunque, non aveva imparato del tutto la lezione. Non singhiozzava, ma lacrime lucenti rigavano le sue guance di porcellana, come se i temporali dei giorni precedenti avessero lasciato umidi ed indelebili segni sul viso più noto e sospirato dell’intero regno. “Forse,” le aveva detto un giorno Lancillotto, il suo cavaliere, asciugando col palmo della mano stille salate non molto dissimili da quelle attuali, ma di cui ora non rammentava la causa, “non vi hanno mai detto che il cuore di una regina si trova nei suoi occhi!”. Era scoppiata in singhiozzi a quelle parole, vergognandosi di lasciarsi andare a quel modo, ma sentendosi poi mille volte più leggera. Ginevra “la bella” si passò una mano sugli occhi gonfi e sconfitti. Si sentiva persa: non c’era più nessun paladino che, con qualche carezza gentile, potesse lisciare la sua anima stropicciata. Su di lei, alcune nuvole assunsero bizzarre forme, ma la regina neppure le scorse poiché la sua mente, come d’incanto, abbandonò i chiaroscuri del presente per tornare alle seppiate certezze del passato. Lancillotto. Ricordava ancora come Lancillotto, vincitore del torneo di primavera di quattro anni prima, l’avesse nominata sua regina di bellezza, omaggiandola d’una delicata rosa bianca. Quanto si era sentita importante in quel momento! Sapeva di avere addosso gli occhi di tutti i nobili di New Camelot, compresi quelli del suo promesso sposo, l’allora trentenne Re Arthur II, ma si era lasciata ugualmente rapire dallo sguardo di quello che, l’anno successivo, sarebbe divenuto il suo primo paladino. Come sfuggire all’innocente azzurro degli occhi immacolati di Lancillotto? Nell’attimo stesso in cui aveva concesso a se stessa di aprire una finestra su quel colore, se ne era sentita invadere. L’azzurro era entrato in lei, come un fiume di miele, come un esercito di angeli, e sul suo giovane cuore, ovunque si trovasse, il generale di quella milizia celeste aveva piantato il suo vessillo. Conquistata … conquistata dal giovane ed ignoto cavaliere di cui, ai tempi, neppure conosceva il nome. Ora quello stesso nome era divenuto una quotidiana preghiera, una litania da pronunciare a labbra strette, come il più casto dei baci, nei momenti di tristezza e solitudine. Lancillotto … Lancillotto … Ginevra aveva pregato a lungo affinché Lancillotto vincesse, l’anno successivo, il torneo che avrebbe designato il paladino della regina. La Dea l’aveva ascoltata ed il valoroso Lancillotto “figlio del lago” era stato proclamato Protettore della Regina di New Camelot. La prima azione del suo paladino era stata quella di porgerle una rosa color latte, quasi sussurrando le parole “Mia Regina …”. Ginevra gli aveva sorriso dolcemente, mentre allungava la mano destra per accettare quel dono delicato, ma in cuor suo avrebbe voluto che la rosa fosse rossa come la passione. Lancillotto … Negli anni seguenti lo aveva amato sopra ogni cosa, ma il cuore d’una regina, che batta nel petto o si nasconda dietro lunghe ciglia, nasce, cresce e muore muto. Così, come la fragile rosa del Piccolo Principe, protagonista d’una storia che la balia le aveva narrato anni addietro, quel sentimento era cresciuto sotto una campana di candidi momenti sottratti ad un fato avverso, ma non aveva mai potuto spiccare il volo verso l’infinito. Ginevra “la bella” si alzò faticosamente a sedere. Ciocche simili a ribelli riccioli di fuoco ondeggiavano al vento, finalmente libere di poter esprimere la loro vera natura. Abbassò lo sguardo. Le sue mani torcevano nervosamente la gonna dorata. Lancillotto … Per quattro anni aveva desiderato baciarlo e stringerlo a sé. Per quattro lunghi anni si erano accidentalmente sfiorati una sola volta, nulla di più. Lancillotto non era solo cavaliere di nome, ma anche di fatto, probabilmente il più nobile dei paladini. La regina, invece, era schiava delle proprie inibizioni e tremava all’idea di cosa avrebbe potuto farle il re se, per caso, avesse avuto il benché minimo sospetto sui suoi veri sentimenti. Così, quattro lunghi anni erano trascorsi, senza che quell’amore potesse spogliarsi della nera cappa del silenzio; come un triste cigno a cui fossero state strappate le ali, sopravviveva in un angolo dei loro cuori, depresso ed indignato, tormentato dalla consapevolezza che mai avrebbe potuto sfiorare la luce dei soli, volando a spirale su New Camelot e sui due giovani innamorati. Per un istante una nube conservatrice si frappose fra Parsifal ed il pianeta, riportando le riscoperte tonalità a gradazioni di grigio. L’abito dorato della regina, a dispetto d’ogni altra cosa, mantenne una luminosità intrinseca, conferendo alla nobile dama il ruolo d’unica stella in un universo ferrigno. Fu una visione fugace, quasi magica, ma riservata esclusivamente ad insetti ed elementi. Ginevra, ancora seduta sull’erba di smeraldo, si portò le mani al viso, scuotendo lievemente il capo in cenno di diniego. Avrebbe voluto aggrapparsi ad un bel ricordo, ma ogni situazione sfiorata dalle forti mani di Lancillotto grondava lacrime. Gli scacchi d’ebano ed avorio, compagni di tante serate davanti al caminetto, ora galleggiavano senza vita in un fiume di disperazione; nella sala da ballo che più d’una volta aveva visto esibirsi l’aggraziata signora di New Camelot ed il suo primo paladino, ora le loro risate cristalline rimbalzavano da una parete all’altra, trafiggendola come daghe affilate ogni volta che si trovasse costretta a recarvisi. Ogni libro che avessero condiviso, aveva perduto la magia delle parole: per quanto Ginevra si sforzasse di leggere i passi o i versi preferiti di Lancillotto, finiva col fallire ogni tentativo d’afferrarne il senso, come se l’inchiostro fosse dello stesso colore delle pagine ingiallite e le poche sillabe ancora leggibili formassero ormai solo frasi prive di significato. Una repentina folata di vento più grintosa delle altre spazzò via ogni dubbio dalla sua mente dilaniata. Con un guizzo di decisione, la regina si alzò in piedi e diresse lo sguardo arrossato verso il lago. Improvvisamente aveva compreso quale fosse la cosa giusta da fare. Sollevando appena le lunghe gonne, si diresse verso il dominio della dama del lago, passo dopo passo, ed il tragitto le parve interminabile e surreale. Si sfilò le calzature, le abbandonò sulla riva ed entrò nell’acqua. Ginevra “la bella” aveva smesso di piangere. Il suo volto pareva quello di una statua di marmo bianco, liscio e perfetto, ma privo d’ogni sentimento. “Lancillotto è morto per permettervi di continuare a vivere, Vostra Maestà!” esordì una voce pacata ed inquietante al tempo stesso, mentre una figura umanoide, interamente costituita d’acqua, prendeva forma al centro dello specchio liquido. Viviana, la dama del lago. Ginevra, pur aspettandosi qualcosa del genere, trasalì, ma non si lasciò intimidire. “Lancillotto è morto poiché io ho pregato che lui fosse il mio primo cavaliere!” rispose la regina, quasi sputando quelle parole. “Lo volevo tutto per me. La Dea ha ascoltato le mie egoistiche parole e lui è divenuto il mio paladino. Non gli ho mai chiesto se fosse ciò che desiderava!” Si fermò un istante attendendo una risposta, una condanna, il perdono, ma la dama del lago restò in silenzio. Allora proseguì il soliloquio. “Ho serrato le mie mani intorno al suo cuore poiché nessuna fiamma, oltre a quella del mio amore, potesse accendere una candela sul suo sentiero; l’ho tenuto fra le mie braccia poiché potesse respirare unicamente il mio respiro. Lo volevo tutto per me. Sono stata esaudita, ma il mio egoismo l’ha ucciso e …” Non riuscì a terminare la frase. Cadde in ginocchio nell’acqua gelida e scoppiò a piangere come una popolana qualsiasi, come una donna qualsiasi. L’elementale dalle sembianze quasi umane rivolse le braccia verso Ginevra. La regina chiuse gli occhi e, figurandosi una rosa rossa fra le mani del suo Lancillotto, avanzò verso la dama del lago. Camminò fino a quando l’acqua le sfiorò la gola, poi si lasciò cadere. A quel punto, lacrime e lago si fusero ed il dolore di Ginevra parve diluirsi. La dama del lago afferrò la signora di New Camelot e restò con lei fino a quando non ebbe restituito quella vita che, di fatto, apparteneva a Lancillotto “figlio del lago”. Infine, fredda come l’elemento di cui era costituita, tornò a riposare nelle profondità del suo regno. Quando Parsifal trovò una nuova via per illuminare New Camelot, a dispetto di Gawain e Bedivere ancora impegnati in tafferugli colle ultime falangi di nubi, accese trionfante mille riverberi sull’abito dorato di Ginevra. La regina, più bella della mitica Elena di Troia persino nella morte, galleggiava esanime, come la triste Ofelia d’un altro pianeta, in una tomba d’acqua. Sembrava dormisse. La cicala interruppe il suo canto e, in una lingua antica, pregò che la sfortunata umana sognasse, in eterno, il suo amore. 1 bacione a tutti! Cassandra |
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#268 |
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Amico*
Data Registrazione: Nov 2006
Località: lassù sui monti
Messaggi: 2.967
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....ma CASSANDRA...
inanzitutto grazie mille per le belle parole dedicatomi...veramente mi hai fatto imbarazzare.. sei sempre così dolce e gentile.. e poi che racconto meraviglioso!!! l'ho letto diciamo in 6 minuti tutto cos'ì velocemente mi sono fatta trasportare nella tua new camelot,mi sono immaginata nella regina ginevra e dell'amore per il suo ancilotto...stupendo racconto e scritto con piccoli particolari e semplici parole che arrivano al cuore... sei davvero bravissima...incantevole..dovresti scrivere racconti nella vita reale per qualche rivista...veramente...più ti leggo più rimango affascinata da tale qualità che hai! ma una cosa bruttina te la devo dire... all'inizio non capivo perchè ginevra piangeva...e poi...ma scusa PERCHè LI HAI FATTI MORIRE???!!! NO NO....modificane il finale e vai avanti con questa straordinaria storia!! potresti andare avanti dicendo che la regina del lago sconvolta e emozionata da tale amore li ha fatti risorgere...bhò..qualcosa di simile..dai dai... ![]() un grosso e affettuoso e in particolare bhè lo sò che se questo mio regalino te lo dava un bel ragazzo era meglio forse avresti sognato come ginevra e il suo ancilotto..ma accontentati dai.. ![]()
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Due cose al mondo non t'abbandonano mai: l'occhio di Dio che ovunque ti vede, e il cuore della mamma che sempre ti segue!! Pippy
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#269 |
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Amico*
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Mia romantica e dolcissima Pippy, non volevo che si capisse subito il motivo delle lacrime di Ginevra, sennò che gusto c'è?
Per quanto concerne il finale... uhm, ci penserò. Questo racconto è una mia emozione romanzata (molto romanzata) e l'emozione era, purtroppo, triste. Non potevo farlo finire bene, perchè quando l'ho scritto ero molto giù, sfiduciata e depressa. La morte nel lago mi pareva il modo migliore per far trovare pace alla mia aliena Ginevra. ![]() Per quanto riguarda il fiore, fa piacere riceverlo da un'amica. Di amiche femmine non ne ho molte degne di esser definite tali, visto che le donne sono infide, perciò da un angioletto come te lo accetto di buon grado e salto pure di gioia! Ti abbraccio forte, mia diletta fatina! Cassandra
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#270 |
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Amico*
Data Registrazione: Sep 2006
Località: Un'anima ferita dalla malvagità
Messaggi: 1.915
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Bellissimo racconto, Cassandra!
Di una bellezza assoluta! Sono incantata dalla tua creatività e dal tuo stile narrativo…….
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Tutte le cose sono collegate. Tutto ciò che accade alla terra, accade ai figli e alle figlie della terra. L'uomo non ha intrecciato il tessuto della vita; ne è solamente un filo. Tutto ciò che egli fa al tessuto, lo fa a se stesso. Capo Seattle |
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