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#271 |
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Amico*
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Cara Antilia, piccola anima ferita dalla malvagità, ti stringo fra le mie braccia e ti faccio scudo col mio cuore, cosicché tu possa restare un momento (o un'eternità) al sicuro, accanto a qualcuno che ha perduto ogni difesa sotto i colpi della cattiveria umana, ma che ha diretto ogni energia residua alla protezione degli altri.
Una sorta di paladino, se vuoi. ![]() Grazie per le belle parole, è un onore conoscerti! Cassandra |
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#272 |
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Amico*
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CASSANDRA
(liberamente ispirato a "Cassandra" di Carolyn J. Cherryh) Il fuoco. Lì era diventato insopportabile. La più bella delle figlie di Priamo, re di Troia, a piedi nudi uscì quasi di corsa dalla stanza da letto, coprendo rapidamente le pallide spalle con uno scialle di lino bordato d’oro, e nella foga finì dritta su un braciere fantasma. Lo oltrepassò come un raggio di luna attraversa un’illusione, senza neppure accorgersi della sua presenza, un incontro casuale di due elementi appartenenti a diversi piani d’esistenza. Pazza Cassandra! Camminò a passo spedito in direzione delle scale, poi si fermò un istante e tentò di fendere collo sguardo paratie di fumo, cercando disperatamente di cogliere nuovi particolari. Le sarebbe bastata una piccola, insignificante differenza. Per l’ennesima volta non ebbe fortuna. Inizialmente la scena le si riproponeva sempre allo stesso modo, identica nei minimi dettagli alle precedenti visioni. Le braccia le ricaddero lungo i fianchi, in un gesto di sconfitta. Lo scialle finì a terra, solido e reale in un universo di spettri. Il fuoco. Per quanto ormai avesse conquistato l’intera ala del palazzo, non riuscì a bruciare un solo lembo dell’indumento. Cassandra si accosciò e lo raccolse. Mentre tutt’intorno incorporee lingue di fiamma lambivano il suo piccolo mondo, lottò contro se stessa per non lasciarsi sopraffare dal terrore e dalla disperazione. Strinse al seno lo scialle, come fosse un infante. Sentì le lacrime rigarle il viso. Pazza Cassandra! Si alzò e riprese a camminare. I piedi le si erano congelati, eppure avanzava in mezzo alle fiamme. Nonostante lo scialle, iniziò a rabbrividire. A pochi passi dalle stanze di sua madre, si fermò e, attraverso caliginose cortine di fumo, la vide. Il fantasma di Ecuba sedeva allo scrittoio, i lunghi capelli argentati sciolti sulle spalle curve. Una spettrale servitrice, forse Demetra, continuava energicamente a spazzolare le folte chiome della regina. I suoi abiti erano laceri e l’asta di una freccia spuntava dalla sua schiena. Cassandra si appoggiò alla porta, in preda alle vertigini. Ecuba parve percepire la presenza della figlia e volse lo sguardo nella sua direzione. “Cassandra, figlia mia, entra pure!” esclamò con dolcezza, mentre il fuoco ingoiava le suppellettili della camera. Pazza Cassandra! La voce della madre le parve simile al latrato d’un cane! Cassandra arretrò e fuggì verso la balconata, superando senza fermarsi le stanze della sorella Polissena, attraversando la stessa eterea fanciulla intenta a sospirare lungo il corridoio. Polissena la chiamò più volte, ma Cassandra la ignorò. Non desiderava vedere di nuovo tutta quella tristezza velata di follia negli occhi della sorella, il medesimo sguardo di chi abbia deciso di farla definitivamente finita. Pazza Cassandra! Si fermò solo quando si ritrovò all’aperto, sulla balconata che si affacciava su un delizioso giardino interno, ora interamente coltivato ad arbusti infuocati. Andromaca, seduta su una sedia dall’alto schienale, ricamava alla luce di una candela. Cassandra si sentì morire. La moglie di suo fratello Ettore era solo in parte consistente; il ventre prominente al cui interno cresceva il piccolo Astianatte era traslucido. Si portò le mani al volto. Perché anche lui? Perché anche un bambino? Vacillò e dovette appoggiarsi alla balaustra di pietra per non cadere. Come ogni volta. Smise di lottare e sedette accanto alla cognata. Sotto di loro, i fuochi ardevano ovunque e spettri passeggiavano, lavoravano, chiacchieravano, tutto come se nulla fosse mutato. Pazza Cassandra! Si portò le mani alle tempie. Aveva rifiutato di concedersi al dio Apollo ed ora ne pagava le conseguenze: aveva il potere di conoscere in anticipo il futuro, ma nessun essere umano avrebbe mai creduto alle sue profezie. Non il grande Priamo, non la saggia Ecuba, tantomeno i suoi fratelli e sorelle! Nessuno, a Troia, le avrebbe mai dato ascolto. Talvolta si chiedeva se, da qualche parte, avrebbe mai incontrato qualcuno in grado di credere alle sue visioni. Triste Cassandra! Andromaca le sfiorò il braccio nudo per ottenere la sua attenzione. Fra le mani, come già Cassandra sapeva, stringeva delicatamente il suo ricamo. “Non è bellissimo?” domandò alla cognata. Lo sarebbe stato se fosse stato intonso, privo delle tre macchie di sangue che la giovane figlia di Priamo non poteva fare a meno di ignorare. Cassandra si alzò in piedi e, di nuovo, lo scialle cadde a terra. Questa volta, mentre le lacrime rigavano copiosamente il suo volto, lo ignorò. Pazza Cassandra! Andromaca, forse un po’ indignata per esser stata ignorata, tornò a ricamare, canticchiando fra i denti una canzone che spesso Ettore fischiettava nei corridoi del palazzo. Cassandra scavalcò la balaustra e si lanciò nel vuoto. Mentre cadeva, vide la luna piena. Sentì una stretta al cuore: era sempre bellissima, un gigantesco frutto che mai sarebbe mutato sotto lo sguardo della veggente. Dal giorno stesso in cui Apollo l’aveva maledetta, mai una volta la luna le era apparsa diversa. Sorrise, ancora in volo, immaginando Selene intenta ad immerger la grande sfera d’argento in un bagno d’eternità. Sfortunata Cassandra! La terra infuocata attutì la sua caduta. Cassandra, del tutto incolume, rimase riversa tra i fuochi, gli spettri e le rovine del suo piccolo mondo, a rimirar la luna. Buona parte della sua famiglia sarebbe stata sterminata, la sua gente massacrata, Troia stessa sarebbe caduta, ma la luna sarebbe sopravvissuta. “Sì, Cassandra!” esordì una voce maschile. La figlia di Priamo si alzò e, per un attimo, credette che Apollo fosse tornato a reclamare ciò che gli era stato negato. Istintivamente si portò le ginocchia al petto e le cinse in un abbraccio protettivo. “Dolce sorella!” sussurrò la figura, avvicinandosi lentamente. Cassandra ammiccò un paio di volte fino a quando, attraverso gli occhi ancora velati di lacrime, scorse Eleno, il suo gemello. Le due persone che avrebbero dovuto esser una sola, si scambiarono un sorriso delicato. Lui le porse la mano e l’aiutò a rialzarsi, poi la strinse con forza a sé. Cassandra chiuse gli occhi e rimase a lungo fra le braccia del fratello. Eleno non era uno spettro, era un uomo in carne, ossa e sangue. La fanciulla fu lieta che olezzasse come un uomo. “La luna resterà sempre tale, dolce Cassandra!” le sussurrò, accarezzandole i capelli. “Cambieranno tante cose, entrambi ne siamo consapevoli, ma lei non muterà.” I fuochi. I fuochi ardevano tutt’intorno, anche nell’attimo in cui il messaggero giunse ad annunciare a Priamo il ritorno di Paride. Eleno si sciolse lentamente dall’abbraccio e sollevò il volto della sorella con un dito, fissandola intensamente negli occhi. “Fino a quando il Palladio resterà fra le mura di Troia, saremo al sicuro.” profetizzò. “Gli dei ci hanno dato il dono di conoscere il futuro. Ora non ci resta che far sì che il Palladio resti dove si trova!” Pazzo Eleno! Avrebbe voluto dirle altre parole di conforto poiché, più di qualsiasi altro Troiano, comprendeva il tormento della fanciulla, ma ogni sillaba gli morì in gola, annegata nella sua stessa voce: Cassandra perse consistenza dinnanzi ai suoi occhi, fino a divenire uno spettro! Il figlio del grande Priamo vacillò. Avrebbe potuto sopravvivere a qualsiasi calamità, ma non alla morte della sua gemella! Sentì le lacrime salirgli agli occhi. Lo spettro allungò le mani verso di lui. “Dolce fratello, tu sei la mia speranza!” esclamò, tentando di accarezzarlo. Eleno si sentì morire. Tentò di stringerla di nuovo a sé, ma questa volta abbracciò l’aria. |
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#273 |
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Amico*
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Londra, 10 agosto 1888
- Solaio di Villa Emerson - poco prima dell'alba L'ultima stella ammicca lassù, nel cielo che, lentamente, s'accende dei colori della dolce aurora, sospesa fra i sogni ed i respiri di tutti i Londinesi ancora addormentati. Sarà splendido quando l'alba inonderà il solaio e, rimbalzando sul grande e vecchio specchio ovale, investirà il mio corpo in penombra, rendendomi simile ad una creatura di pura luce! Tendo la mano destra verso quell'occhieggiante fiammella: stringo dolcemente il pugno e, per uno strano scherzo della prospettiva, è come se potessi tenere quella stella fra le dita. Se volessi, potrei accarezzarla! Giro le spalle al cielo ed al lucernario che, perennemente, riesce a risvegliare poetici pensieri nella mia mente... persino a quest'ora! Non è più notte, ma nemmeno giorno. Sono sospesa in una sorta di limbo e, sinceramente, vorrei poter fermare il tempo poiché nessuno, in questo luogo al di fuori del tempo e dello spazio, può ridere della goffa, timida, ottusa Amanda Emerson. Siamo solo quella stella ed io e lei non è crudele come Emily (ma se lo fosse non cambierebbe nulla, poiché il Fato non le ha concesso il dono della voce, a differenza della mia splendida e perfetta sorella!). Torno ad alzare il capo verso il lucernario. L'ultima stella è ancora là. Ancora per poco. Impallidisce a vista d'occhio sotto il mio sguardo, ma resta ugualmente avvolta in un alone divino e la sua bellezza non scema. “Siete forse voi quella stella, Madre?” domando in un sussurro. Distolgo lo sguardo dall'abbaino e, come almeno altre cento volte, Lei è lì, di fronte a me. Ha i miei stessi occhi, grandi, impauriti e verdi come prati sconfinati. Indossa un abito indaco, proprio come il mio. La morte ha congelato la sua bellezza, concedendo a giovinezza e fascino il potere di resistere ai colpi del tempo. Sento freddo. Come ogni volta, lei apre la bocca e muove le labbra. Parla, ma non produce alcun suono. Come tremano le mie mani! Il fantasma di mia madre, come da copione, parla e gesticola, ma la piccola Amanda non capisce una sola parola.... Frustrata, non riesco a trattenere le lacrime che, disordinate, scendono lungo le mie guance. Anche nel dolore Amanda Emerson sa esser dannatamente goffa! Il fantasma si porta le mani al volto e piange con me. Il suo corpo è squassato dai singhiozzi, ma non un suono, non un gemito giunge alle mie orecchie. "Cosa tentate di dirmi, Madre?" domando, mentre sento le ginocchia molli come gelatina di ribes. Desidero questa risposta, ma la temo. E' colpa mia se lei è morta. Voglio davverso sapere cosa stia tentando di dirmi? Attraverso le lacrime, di nuovo la guardo... e lei guarda me. Come sono tristi i suoi occhi! Come tremano le sue mani! Allungo una mano nella sua direzione, sognando di stringere le sue dita fra le mie, come ho fatto poco fa con l'ultima stella... e mi ritrovo ad appoggiare la mano sul freddo specchio ovale. La mia immagine ricambia il mio sguardo venato di follia. Cado sul pavimento come un sacco e le mie certezze si sparpagliano intorno alle mie gonne. Non sono pazza, la donna che ho visto era mia madre! Resto a lungo immobile, per l'ennesima volta incapace di discernere realtà da fantasia, sanità da malattia. Infine, scuoto il capo. Alcune ciocche si liberano e, come neri corvi, si tuffano sui miei occhi. Non posso continuare così! Non esiste che una soluzione: devo trovare il coraggio di rivolgermi a lord Bolton! Solo lui puoi aiutarmi! Solo lui puoi comprendermi! Dio, come mi sento sola e persa! Come vorrei che, almeno lui, legato come me, seppure in maniera differente, all'Aldilà, potesse amare l'invisa Amanda Emerson! Non vorrei farlo, ma di nuovo le mie emozioni prendono il sopravvento. Forse ho ucciso l'unica che mai avrebbe potuto amarmi! In preda alla disperazione mi abbandono sul freddo pavimento del solaio e, mentre acqua e sale cancellano le ultime tracce di dolcezza dai miei occhi, per un istante mi pare di percepire una fredda e leggera carezza posarsi sul mio capo. Un baciottino a tutti Cassandra
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#274 |
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Amico*
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DAL DIARIO DI MARY KYSS, AGENTE DELL'FBI - Ambientazione "Il Richiamo di Cthulhu"
Washington, 2008-10-31 Sta per volgere al termine questa giornata orribile. Solo 24 ore fa, l’agente Ya ed io ci trovavamo in missione per conto dell’FBI a S. Francisco. Stamattina siamo stati richiamati a Washington; il caso che stavamo seguendo è stato affidato ad altri agenti e, grazie alla zelante signorina Anderson, fresca d’accademia, siamo stati sospesi ed attendiamo l’esito dell’inchiesta sul nostro conto. Omissione di prove, questa è l’accusa che ci è stata mossa contro. La verità è un’altra. Abbiamo pestato i piedi ad un uomo potente, un uomo che potrebbe diventare il nuovo Presidente degli Stati Uniti. Edward Chandler, il bambino allevato da colui che un tempo fu un templare e la cui età supera quella di qualsiasi altro essere umano, folle cultista di malvagie divinità aliene. Abbiamo rotto qualche uovo nel paniere ad alcune sette, sottratto loro alcuni oggetti importanti e scoperto pezzi di un puzzle di cui ancora non riusciamo a comprendere l’esatto senso. Siamo finiti nella tela del ragno e, nel tentativo di sopravvivere, l’abbiamo straziata in alcuni punti; il danno non è grave, ma il ragno è grosso e molto, molto incazzato. L’agente Anderson, ne sono quasi certa, è invischiata in questa storia più di quanto lasci intravedere. Sono certa che lavori per conto di Chandler e di queste maledette sette, ma non ne ho le prove. Skinner è dalla nostra parte, desidera aiutarci poiché ci ritiene bravi agenti, ma Ya non gli ha detto una sola parola. E’ vero, abbiamo omesso delle prove, ma come potevamo raccontare, nei nostri rapporti, di aver visto creature provenienti da altri piani, da altri mondi o da chissà quale incubo? Chi ci avrebbe creduto? Ya ha confermato che tutto quanto abbiamo scritto nei nostri rapporti corrisponde a verità e non c’è altro da aggiungere, poi se ne è andato. Abbiamo bisogno del supporto di Skinner così, senza entrare nel dettaglio, gli ho spiegato che abbiamo omesso di raccontare cose a cui nessuno avrebbe creduto e che, invece, non avrebbero fatto altro che contribuire a mettere al corrente i nostri nemici dei nostri progressi. Ha promesso di aiutarci. Spero solo che, schierandosi dalla nostra parte, non divenga un bersaglio come noi. Al mio rientro a casa, ho scoperto che mio figlio, negli ultimi 5-6 giorni, ha sviluppato la capacità di entrare nelle Dreamlands. Dai suoi disegni ho chiaramente potuto evincere come in sogno abbia incontrato la sua bisnonna ormai defunta (che un tempo fu una sciamana Cheyenne) ed il caro Richard Trelane, sognatore incallito e buon amico da quando ci aiutò a lasciare indenni le Dreamlands. Gli ho telefonato per avere conferma che non si trattasse di un caso, ma Richard mi ha confermato di aver incontrato Benjamin ed una vecchia indiana nel mondo dei sogni; mi ha rassicurata poiché la nonna lo protegge e gli insegna quanto necessario per muoversi in quell’onirico mondo e, al tempo stesso, ha chiesto al mio amico di essere il mentore di Benji. Richard mi ha comunicato che ha intenzione di trasferirsi negli USA per un po’ di tempo, principalmente per conoscere ed aiutare mio figlio (che, a quanto pare, ha sviluppato una dote naturale in grado di farlo entrare a suo piacimento nelle Dreamlands). Sarà nostro ospite. La mia preoccupazione è salita alle stelle quando Thomas mi ha comunicato che il nostro amico comune, il professor Mathieson della Miskatonic University (e membro della Theron Mark’s Society, con la quale collaboro attivamente da mesi) è stato investito. Fortunatamente non è grave, ma la dinamica dell’incidente lascia supporre che non si sia trattato di un caso. Il professore si è volontariamente buttato in mezzo alla strada, come se volesse essere investito… come se fosse un burattino nelle mani di qualcuno desideroso di toglierlo di mezzo. Sono scoppiata a piangere dopo questa notizia e Thomas Allen, il famoso scrittore, l’archeologo, nonché uno dei miei migliori amici, mi ha consolata come meglio ha potuto. Le brutte notizie, però, non sono scemate assieme alle mie lacrime. Quando l’agente Ya, prima di cena, è passato a trovarmi, mi ha raccontato di come un agente della CIA si sia recato a casa sua, ovviamente sotto mentite spoglie, e gli abbia consigliato di tenere la bocca chiusa e di lasciare il Paese, suggerimento che, ovviamente, era riservato anche alla sottoscritta. Neppure la recita di Benjamin, durante la festa di Halloween, è riuscita a portare un po’ di serenità. Ho appoggiato la testa sulla spalla di Thomas e lui mi ha abbracciata, ma quando gli ho chiesto cosa avesse significato per lui quel bacio datogli diversi mesi prima, mi ha semplicemente risposto che non è pronto per una storia seria e che si è sempre frenato per timore che io, un giorno, possa comportarmi come Elias nei miei confronti (ovvero preferire la carriera ed andarmene in Europa, lontana da lui). Non so chi gli abbia raccontato di Elias e di come abbia preferito il lavoro alla nostra storia d’amore, ma ho trovato di cattivo gusto, da parte di Thomas, tirare in ballo una cosa che mi ha fatto tanto male. Mi sono chiusa in me ed ho focalizzato la mia attenzione sulla recita di mio figlio, fingendo di non sapere che i miei genitori, seduti alle nostre spalle, probabilmente avevano sentito ogni singola parola ed ignorando, con tutte le mie forze, Thomas Allen seduto al mio fianco. Durante la serata sono successe tante cose, ormai è raro che non compaiano cultisti o mostri esattamente nel luogo in cui mi trovo. Non ho voglia di parlarne. Siamo tutti salvi e questo è l’importante. Ora Benji dorme beatamente nella sua stanza ed i miei genitori, nella loro stanza, probabilmente si staranno chiedendo cosa farò nel caso che l’FBI mi cacci. Thomas Allen è in piedi, sotto la veranda, ed osserva le stelle, un po’ sinistre in questa notte senza luna. Sono ancora amareggiata per le sue parole, ma resta pur sempre un buon amico e mi ha appena salvato la vita. “Grazie per avermi salvato la vita.” Gli dico. La mia voce suona fredda anche alle mie orecchie. “Dovevo ricambiare il favore per tutte le volte che tu hai salvato la mia. Se non l’avessi fatto, sarei morto tanto tempo fa, ucciso dal tridente di quella creatura, la prima volta che ci siamo incontrati.” Risponde. Mi siedo sul dondolo. “Non mi devi nulla, non sentirti in debito!” Sento una gran voglia di piangere, ma mi trattengo. “Non sono in debito con te solo perché mi hai salvato la vita, Mary. Tu mi hai dato molto più di quello che pensi. Sei una persona speciale, ma… Lasciamo perdere, meglio che non ti dica nulla, non stasera.” “Non stasera? Thomas, io non so neppure se arriverò a domani! Ya ed io abbiamo sollevato un vespaio! Forse perderò il lavoro, forse dovrò lasciare il Paese, forse mi uccideranno. Non posso concederti di rimandare nulla a domani poiché non so se ne avrò uno e questo dubbio mi accompagnerà ogni giorno! E come se non bastasse, ora devo anche trovare il modo per impedire a Benji di visitare le Dreamlands!” “Cosa?” sgrana quei suoi grandi, maturi ed un po’ spaventati occhi grigi. “No, non parliamo di questo ora. Non avrei dovuto raccontarti nulla, scusami! Cosa stavi per dirmi prima?” Resta un istante in silenzio. “Tu sei una persona fantastica, Mary. Hai cambiato la mia vita, solo che… “ Tentenna. “Solo che anche tu, come Elias, scegli la tua carriera… o te stesso. Non importa, preferisco restare sola piuttosto che essere un ripiego per lui o per te o per qualsiasi altro uomo.” Lo interrompo bruscamente. “Forse dovremmo lasciare le cose come stanno. Non è così che dovrebbe iniziare una storia.” Nascondo il viso fra le mani. Lui continua a guardare le stelle. Teme il mio sguardo. Dovrebbe temere le stelle, le infide stelle fra le quali si nascondono i peggiori incubi. “Sono d’accordo con te. Non si può iniziare una storia in questo modo, con così tanti problemi.” Non sembra molto convinto. “Io non ti chiesto nulla, Thomas. Non ti ho chiesto di sposarmi, non ti ho chiesto di restare con me tutta la vita. Ti ho semplicemente chiesto cosa avessi provato quando ti ho baciato. Avevo il diritto di saperlo, è successo sei mesi fa e, da allora, hai sempre evitato accuratamente l’argomento.” Ora il mio tono è risentito. “E’ stato bellissimo. Da allora non ho fatto che pensarci e…” “E?” “E mi sono tuffato nel lavoro!” Mi sento sconfitta. “Spero che tu abbia scritto il migliore dei tuoi libri!” rispondo. Un po’ di sarcasmo trapela dalle mie parole. “Non sono riuscito a scrivere nulla di decente, Mary, perché pensavo ad altro. Per un po’ di tempo mi sono isolato, poi ho cambiato il mio aspetto, ho comprato un’auto nuova…” “Sì, bella, l’ho vista!” Ora desidero che se ne vada. “Lasciami finire! Ho comprato tante cose ed ho modificato la mia immagine poiché sentivo che qualcosa era cambiato in me e non sapevo come gestirlo. Avevo paura.” “Credi che io non abbia avuto paura quando mi sono frapposta fra te ed i fucili di quei delinquenti, in Egitto? O quando sono venuta a cercarti nelle Dreamlands? La paura è qualcosa che ci accomuna in quanto esseri umani, Thomas, ma ogni volta ho fatto ciò che dovevo perché è bello superare se stessi per qualcuno a cui si tiene. Ho persino preso a schiaffi quell’investigatore privato per te!” E’ una strada a senso unico. Non ci sarà mai nulla fra Thomas Allen e me. Forse stasera si è anche incrinato il nostro bel rapporto d’amicizia. Mi alzo e mi preparo a congedarmi. Un pesante silenzio è caduto fra noi. Posso quasi sentirlo scivolare sulla mia pelle. Mi avvicino a Thomas e lo costringo a girarsi verso di me, lasciando che le stelle continuino a palpitare per conto loro. Non sono certa di cosa stia per dirgli. Fisso i suoi occhi grigi e, in un istante, mi si svela un mondo alieno. Vedo amore nei suoi occhi! Ora ho capito tutto! E’ innamorato di me, ma ancora non ha fatto i conti con questo sentimento. Distoglie timidamente lo sguardo. “Thomas,” gli sussurro “talvolta un bacio è solo un bacio!”. Avvicino le mie labbra alle sue e fremo di piacere quando lui mi stringe a sé e ricambia il bacio. Dopo un istante o mille eoni, ci separiamo. Le sue gote sono lievemente arrossate. “Un bacio è solo un bacio, Thomas. Se ora vorrai andartene, andrà bene. Se vorrai restare tutta la notte, andrà bene.” Ha scelto di restare e, dopo tanta solitudine, finalmente mi sono addormentata fra le braccia dell’amore, sottratta ad una giornata orribile dal dolcissimo sonno degli amanti. |
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#275 |
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Amico*
Data Registrazione: Sep 2006
Località: Un'anima ferita dalla malvagità
Messaggi: 1.898
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Adoro i tuoi racconti, Cassandra.
Sono uno più bello dell’altro…..
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Tutte le cose sono collegate. Tutto ciò che accade alla terra, accade ai figli e alle figlie della terra. L'uomo non ha intrecciato il tessuto della vita; ne è solamente un filo. Tutto ciò che egli fa al tessuto, lo fa a se stesso. Capo Seattle |
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#276 |
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Amico*
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IL SIGNORE DEGLI HAIKU
Quando le due guardie imperiali lo scortarono attraverso il Giardino di Giada, un gelido vento iniziò, veemente, a spirare da nordovest e, mescolandosi alle pallide luci dell’alba, come un incantesimo animò l’intero parco dell’Imperatrice. Le aiuole fiorite, le sculture di siepe, lo stagno di ametiste e lapislazzuli, le fontane di marmo, gli antichi salici ed i ciliegi in fiore parvero svegliarsi all’improvviso, fremere d’impazienza ed assumere la stessa glaciale bellezza della loro signora. Un airone, forse disturbato dalla presenza dei tre umani, prese il volo indignato, lasciandosi alle spalle un pugno di penne grigie. Un cattivo presagio, pensò Hiroshi scuotendo lievemente il capo, mentre le piume cenerine fluttuavano nella fredda luce del mattino. Avrebbe voluto fermarsi a raccoglierne almeno una, ma le due guardie, dietro le loro eburnee maschere dalle fattezze di volpe, lo incitarono a proseguire. L’Imperatrice non amava attendere, tutti lo sapevano. Si chiese cosa volesse da lui la Senza Sorriso. Doveva essere qualcosa di importante se due guardie imperiali, avvolte nelle loro sericee uniformi color panna, fieri draghi d’oro ricamati sulle schiene nervose, si erano prese il disturbo di raggiungere la sua abitazione in piena notte; l’avevano sottratto alle dolci carezze del sonno e, concedendogli appena il tempo di abbigliarsi in maniera consona, l’avevano condotto al Giardino di Giada, il tutto, ovviamente, senza alcuna spiegazione. Rabbrividendo, rimpianse di non aver scelto indumenti più pesanti. Era primavera inoltrata, ma quell’insolito vento gelido da nordovest pareva voler annunciare il ritorno dell’inverno. Sospirò. Il mormorio concitato di uno dei fiumiciattoli che attraversava il giardino dell’Imperatrice, il Tre-Gocce-d’Acqua, lo strappò per un istante alla realtà: era un poeta capace d’imbrigliare la magia del Creato in tre soli versi, diciassette sillabe madide di splendore e luce, un compositore di haiku, e, come tale, aveva il sacrosanto diritto di lasciarsi distrarre dalla natura, sua fonte d’ispirazione, concedendole di titillare la sua fantasia. Vide alcuni petali bianchi nell’acqua cristallina e sentì il cuore gonfiarglisi in petto. Avrebbe voluto avere inchiostro e fogli per scrivere qualcosa, ma le due guardie lo avevano costretto a prendere solo il minimo indispensabile. Stupidi! Il minimo indispensabile, per un compositore di haiku, sono il cuore (che funge da occhi), la bocca (per sospirare di fronte alla sfrontata beltà di ogni cosa), l’inchiostro e la carta (per tradurre in un linguaggio comprensibile a tutti la voce della natura, la bellezza dell’universo, la perfezione che solo i poeti sanno cogliere). Attraversarono il ponte ed Hiroshi ascoltò il canto del legno sotto i propri piedi. Lo udì duettare con la voce del Tre-Gocce-d’Acqua, melodie che orecchie inesperte avrebbero scambiato per fastidiosi scricchiolii e noiosi sciabordii. Sorrise. Sarebbe stato piacevole fermarsi lì, seduto con la schiena contro un ciliegio, una tazza di the fumante fra le mani, a rubare un po’ della loro essenza al Tre-Gocce-d’Acqua ed al ponte. Aveva ispezionato il giardino dell’Imperatrice in più occasioni, intrecciando la propria esistenza a quella di ogni meraviglia della natura, soffiando sull’inchiostro per infonder la vita ad ogni verso, ma ogni volta era come se fosse la prima. Più cercava di penetrare gli spettacolari misteri della natura, più avanzava spedito verso la comprensione di se stesso e delle altre persone, tutte tranne l’Imperatrice. Midori la Senza Sorriso, signora dell’Impero delle Tre Stelle, era bella e desiderabile come la neve, ma altrettanto fredda e spietata. “Lei non ha cuore, ma un pugno di ghiaccio che sa pulsare.” Socchiuse per un istante gli occhi, inebriato dal sensuale piacere che la nascita di ogni haiku gli provocava. Le poesie germinavano nella sua mente come fiori selvatici. Non aveva mai bisogno di soffermarsi a pensare a come disporre le parole: ogni volta le trovava già lì, perfetti bouquet di piccole, scintillanti lettere. Bastava che allungasse la mano e li cogliesse. “M’innamorai della neve e, pietoso, morii di stenti.” Annuì meccanicamente: è proprio quello che sarebbe successo se avesse permesso all’amore di legarlo al nome dell’Imperatrice! Una delle due guardie imperiali, l’unica delle due di cui avesse finora udito la voce, lo riportò bruscamente alla realtà. “L’Imperatrice non ama aspettare!” esclamò con voce dura e tagliente, strattonandolo rudemente per un braccio. Era la terza volta che, dal momento in cui era stato svegliato, gli veniva ricordata l’impazienza della Senza Sorriso e questo, di certo, non era un segnale positivo. Scostando gentilmente la mano della guardia dalla seta della sua camicia, allungò il passo. “Dovrei esser cieco per non veder le meraviglie che mi circondano!” pensò il poeta, sforzandosi però di non indugiare oltre collo sguardo e col pensiero. Contrariare l’Imperatrice poteva essere molto controproducente, soprattutto per chi fosse particolarmente legato all’idea di mantenere la propria testa sul collo. * * * Ancor prima di giungere al cospetto dell’Imperatrice, sentì la Voce impartire ordini ai sottoposti, manifestando la volontà della Senza Sorriso. Il suo cuore fremette, increspato dai ricordi. Hiroshi conosceva bene la Voce. C’erano stati giorni in cui l’aveva tenuta per mano o scritto poesie per lei; avevano camminato a piedi nudi in mezzo all’erba alta, lasciando impigliate fra gli steli decine e decine di parole e risate, o intrecciato cesti e speranze durante le lunghe sere invernali. Sorella, la chiamava. Dolce Yuki. Ora era la Voce, la persona in assoluto più vicina all’Imperatrice, ma distanze incalcolabili la separavano ormai dal resto dal mondo. Un grande onore, l’aveva definito Yuki. Una calamità, invece, aveva pensato Hiroshi. La dolcezza, la fantasia, la perspicacia e l’allegria dell’amata sorella sarebbero state fagocitate dall’Imperatrice. Quanta grazia sprecata! La notte antecedente la cerimonia d’investitura, seduto sulla riva del Tre-Gocce-d’Acqua, aveva pianto, mentre le pallide ed impudiche stelle, fingendo di non scorgere le lacrime che rigavano il volto del poeta, avevano continuato a giocare come silfidi nelle fredde acque del fiume. “Non si è più soli che fra lacrime amare: triste realtà!” L’indomani, la Senza Sorriso aveva imposto la bianca mano sulla fronte di Yuki. Hiroshi non avrebbe mai potuto scordare quel momento. Sullo sfondo di un impero che, fra tuoni e lampi, pareva volersi liquefare, mentre la cerimonia d’investitura giungeva al culmine, era stato tramutato in una statua di giada dalla frustrazione e dalla collera, un ragazzo in setosi abiti dorati, immortalato nell’atto di stringere eternamente i pugni e del tutto incapace di compiere una qualsiasi altra azione. Sua sorella era sfiorita dinnanzi ai suoi occhi, senza che lui potesse compiere persino il più insignificante dei gesti. Non avrebbe potuto far nulla, lo sapeva bene, ma quel giorno la ragione non era riuscita a prevalere sul sentimento, una sconfitta che gli sarebbe costata rimorsi e rimpianti negli anni a venire. Quando la mano dell’Imperatrice e la pelle della prescelta erano entrate in contatto, in un solo istante l’espressione di Yuki era mutata: dolcezza e lungimiranza avevano definitivamente spiccato il volo, concedendo a freddezza e cieca fedeltà di prender possesso del nido celato sotto le folte ciglia della fanciulla. Hiroshi aveva mantenuto la stessa posizione anche al termine della cerimonia, quando ormai la mente della sorella era stata invasa dalla cinica presenza dell’Imperatrice e tutti avevano abbandonato la sala delle investiture. In piedi, ritto come un crisantemo sul tappeto arabescato, i pugni ancora contratti, aveva continuato a fissare a lungo lo spazio vuoto in cui solo poco tempo prima la Senza Sorriso aveva sottratto l’anima a Yuki, rivivendo decine di volte la stessa identica scena, immaginando miriadi di eroici e folli interventi in grado di salvare la sorella. “Stinge l’anima d’un fratello straziato sul morto podio.” Intorno a lui, li ricordava bene, del tutto disinteressati alle umane agonie, aironi di tempera azzurra spiccavano il volo contro cieli grigi dipinti sulle pareti ed un solitario gong attendeva una mano amica che lo riportasse in vita. Hiroshi, protetto dal suono di un intero esercito di gocce riversatosi sulla città imperiale, senza correre il rischio d’esser udito da anima viva, non si era infine negato il privilegio di sciogliersi in lacrime, imparando al contempo ad amare anche il più furibondo dei temporali. “Cento lacrime di sale s’annidaron nel temporale …” Le due Volpi in uniforme gli intimarono improvvisamente di arrestarsi. Hiroshi obbedì, lo stomaco in subbuglio a causa dell’agitazione. Di fronte a lui, in testa ad un drappello di guardie scelte, come un esotico gioiello splendeva la Voce. Un’espressione triste ed orgogliosa al tempo stesso arricciò le labbra di Hiroshi. Era come se per Yuki il tempo non fosse mai trascorso. Aveva smesso di invecchiare il giorno stesso in cui la Senza Sorriso le aveva sottratto la consapevolezza. Accarezzò la sorella con un timido sguardo. La donna indossava un kimono amaranto costellato di minuscole farfalle bianche e rosa, cinto da un niveo obi. Le lunghe chiome corvine erano state domate da nastri dello stesso colore dell’abito, in tinta colle labbra voluttuose. La pelle lattescente della fanciulla pareva splendere di luce propria, rendendola più simile ad una creatura mitologica che non ad una donna. Furono gli occhi, però, a ferire maggiormente il poeta, occhi dannatamente belli, ma vuoti sotto le folte ciglia nere. Hiroshi si ritrovò, suo malgrado, a stringere i pugni. Incapace di guardarla ulteriormente, distolse rapidamente lo sguardo. Poco più indietro, protetta da decine di guerrieri fra i migliori di tutto l’Impero, la portantina imperiale, barocca oltre ogni immaginazione, contrastava nettamente con la delicata beltà del giardino. Hiroshi l’aveva sempre detestata, considerando quell’opera un insulto alla perfezione del legno ed alla nobiltà di oro e pietre preziose. La trovava pomposa e priva di poesia, eccessiva e singolarmente grottesca. Chinò lievemente il capo per impedire che la Voce potesse intuire uno qualsiasi dei suoi pensieri. Si fregò le mani. Erano gelate. L’Imperatrice, lo sapeva bene, se ne stava comodamente seduta all’interno di quel carnevale di alberi morti, oro fuso e gemme, osservandolo attentamente coi suoi occhi trasparenti. Non si sarebbe palesata, ma avrebbe manifestato la propria volontà attraverso la Voce. Hiroshi represse a fatica un atavico senso di panico, poi fece ciò che ci si aspettava facesse: si prostrò a terra. A quel punto la Voce avanzò, frapponendo fra sé ed il compositore di haiku non più di venti passi. Come da manuale, attese qualche minuto prima di parlare, lasciando che gli occhi del poeta indugiassero sulla nuda pietra. “Maestro Yato!” esordì con voce ferma. “Alzatevi!” Hiroshi obbedì. Gli dolevano le giunture. Tornò di nuovo in posizione eretta, ma lasciò che lo sguardo cadesse sulle punte dei suoi piedi ormai gelati. Silenzio. Attese. La Voce, dopo un tempo che al vate parve interminabile, riprese. “L’Imperatrice desidera che le doniate un ultimo haiku.” Ultimo? All’improvviso sentì vacillare ogni certezza. Tentò di aggrapparsi almeno ad una d’esse, ma fu come artigliare nebbia e fantasmi. Si domandò quale colpa avesse commesso, ma non seppe trovare risposta. Avrebbe voluto chiedere spiegazioni, lo desiderava con ogni fibra del proprio essere, ma saggiamente seppe ammantarsi di pazienza. Accantonando dubbi e timori, deglutì nervosamente e si preparò ad accontentare la richiesta dell’Imperatrice. Dalla gola, però, gli uscì solo un verso stridulo. Arrossì fino alla punta dei capelli. Si schiarì la voce e ci riprovò, ma Yuki lo interruppe prima che potesse recitare anche solo mezza parola. “Chiede che l’haiku parli della guerra.” Hiroshi sgranò gli occhi. Guerra? Tentò di concentrarsi. Peggio che andar di notte! Si morse un labbro cercando di riprendere il controllo. “Se Lei chiede di verseggiare, tu lo fai! Capito? Ed in fretta, Hiroshi Yato, in fretta, se ci tieni alla pelle!” intimò al suo cervello una fastidiosa ed isterica vocetta. Il primo haiku prese vita fra i suoi pensieri, ma lì morì. “<Inizio> scrissi quando la Guerra finì e Pace tornò.” La sua mente ne partorì un secondo, ma di nuovo gli mancò il fiato per declamarlo. “Fieri bandiron il bellico anatema i nostri eroi.” Le guardie si mossero a disagio. “Addio poesia! Anche una penna uccide … se guerra chiama!” Il suono d’una voce lo destò dal torpore. La sua voce! Pronunciò l’haiku in tono deciso, quasi senza rendersene conto, come se la Musa avesse preso possesso delle sue labbra e se ne stesse servendo per trasmettere i propri pensieri. La Voce ripeté l’haiku scandendo ogni singola parola; rimase poi qualche istante in silenzio, come se stesse ascoltando suoni presenti esclusivamente nella sua testa, infine continuò: “Grazie, Maestro Yato. L’Imperatrice è soddisfatta. Dice che oggi, più che mai, siete riuscito a colpire nel segno!” Hiroshi abbozzò un sorriso, ma le parole “ultimo haiku” continuavano a rimbalzare arrogantemente fra i suoi pensieri, rendendo meno dolce del dovuto il complimento della Senza Sorriso. “Prima di voi sono stati convocati il Maestro Dolinaj ed il Maestro Lei. Hanno entrambi abbracciato la causa dell’Imperatrice e so che così sarà anche per voi.” Profetizzò la Voce. Per quale motivo il sommo pittore ed il sommo musicista dell’Impero erano stati convocati? Perché né il Maestro Dolinaj né il Maestro Lei lo avevano messo al corrente della chiamata? Solitamente non c’erano segreti fra i membri del Triumvirato a capo dell’Ordine Celeste delle Arti. La cosa gli parve alquanto strana. Avrebbe voluto tempestare di domande la Voce, ma sarebbe stato come implorare la Senza Sorriso di condannarlo a morte. La Voce continuò. “Maestro Yato, il Ducato di Fennroh ha dichiarato guerra all’Impero. Mentre noi parliamo, le truppe nemiche collezionano le teste dei vassalli dell’Imperatrice. I territori di confine, ormai piegati dalla ferocia dell’esercito rivale, sono laghi di sangue ove galleggiano i corpi del nostro popolo.” Guerra? Smarrito nel proprio universo fiabesco, doveva aver perduto il contatto con la realtà. Negli ultimi tempi si era isolato, doveva ammetterlo, fin troppo preso dallo sbocciare della primavera, ma così facendo si era lasciato sorprendere. Da più di cinquant’anni lo spettro dell’ambizioso Ducato di Fennroh incombeva sull’Impero, ma il tempo aveva incancherito gli antichi timori, limando il senso di pericolo incombente. Sì, prima o poi sarebbe successo, era inevitabile, ma la tendenza generale, da decenni, era di pensare che sarebbe accaduto in futuro, di certo non oggi. Invece era accaduto! Fennroh aveva dichiarato guerra all’Impero delle Tre Stelle! Si chiese come i Maestri Dolinaj e Lei avessero reagito alla notizia. Una delle due Volpi lo sostenne quando un violento capogiro rischiò di farlo collassare. La Voce non batté ciglio di fronte alla sua debolezza. Guerra … “Morirò prima dell’ultima alba poiché pace è spirata.” “Maestro Yato!” la Voce richiamò la sua attenzione. “L’Imperatrice desidera porvi una domanda.” Non gli concesse alcun tempo per ribattere. “La nostra amata sovrana vuol sapere a cosa possa servire un poeta in battaglia.” Alle spalle di Yuki, i servitori posarono a terra la portantina; dieci Volpi, perfettamente sincronizzate, si strinsero intorno al punto in cui si sarebbe manifestata la donna più potente dell’Impero. La tenda venne scostata e Midori la Senza Sorriso, lentamente, si apprestò ad uscire. Un refolo di vento ghiacciato attraversò il giardino. Nonostante l’aria gelida, Hiroshi sentì una goccia di sudore imperlargli il volto. * * * Il cielo, in alto. Un’immane distesa di piombo, priva di qualsiasi colore, greve quanto l’attesa stessa della morte. Hiroshi, ancora incredulo, ammicca più volte. L’immagine non muta. Il cielo, in alto, niente più d’un lenzuolo grigio e sterile. Il dolore lo riporta alla realtà. Rantola. La baionetta del nemico si è fatta strada attraverso la do-maru, lacerando strati di stoffa e carne. Si porta una mano al fianco, nello stesso punto in cui la lama ha violato il suo corpo. Sangue, il suo sangue, lorda ora l’arto sgraziato e sottile, non più la delicata mano d’un poeta, piuttosto un feroce artiglio. Faticosamente tenta di rialzarsi. Non è morto, non ancora, per cui deve continuare a combattere. E’ il suo scopo ora, l’unica sua ragione di esistenza. Vivere per elargire morte, fino a quando anche un solo respiro animerà il suo martoriato corpo. Così ha decretato l’Imperatrice, Midori la Senza Sorriso. E’ un ricordo vago quello che, di tanto in tanto, si fa strada nei suoi sogni. La mano bianca dell’Imperatrice sul suo capo, decine e decine di guardie intorno a loro, la dolce Yuki immobile come una dea di marmo. E’ convinto che la signora dell’Impero delle Tre Stelle gli abbia sottratto l’anima, tramutandolo nell’ennesimo braccio capace di brandire una katana, ma ora non gli importa. La Senza Sorriso ha fagocitato l’intero impero, plasmando le menti di centinaia di uomini, uniformandole ad un unico standard. Non esistono più né poeti né musicisti, né pittori o danzatrici; uomini e donne combattono per la patria, bruciando dal desiderio di morire per essa. La stessa fiamma arde anche nel petto di Hiroshi Yato. Stringendo i denti, quello che un tempo fu il più grande compositore di haiku di tutto l’Impero, si rialza e si guarda attorno. Non c’è più nessuno qui, lo scontro deve essersi spostato all’interno del palazzo, l’ultimo baluardo dell’Impero, ma per quanto Hiroshi si sforzi, non sente alcun rumore. Dopo la battaglia di Ryu, avvenuta più di due mesi fa ed ormai conosciuta come la disfatta delle Tre Stelle, è quasi del tutto sordo. Eppure, spesso ha l’impressione di udire ancora l’eco dei cannoneggiamenti, proprio come nei giorni in cui le truppe nemiche hanno dissipato ogni speranza, impiegando armi sconosciute, micidiali e mostruose bocche da fuoco. Scuote il capo. Non è tempo di rimpianti. Ha perso l’udito, questo sì, ma può ancora fare affidamento sul proprio istinto. Annusa l’aria, come una belva, percependo ferro, sangue, polvere da sparo, sudore e putrefazione, poi osserva con attenzione quanto lo circonda. Riconosce facilmente il posto, nonostante l’odore non sia più lo stesso: è caduto a pochi metri dal Tre-Gocce-d’Acqua, in quello che un tempo era il più bel giardino di tutto l’Impero. Raccoglie la katana e si trascina lentamente sino alla riva del ruscello. La guerra ha sottratto la celeste anima al torrente, tramutandolo in un nastro d’acqua color ruggine. Hiroshi immerge il viso nel torbido, sperando di ritrovare un po’ di lucidità. L’acqua olezza di morte, ma è gelata ed il contatto lo strappa al torpore. Il dolore al fianco è ancora straziante, ma il guerriero in cui è stato tramutato ha il potere di relegare la sofferenza in un angolo della propria mente, deve farlo se vuole sopravvivere. Hiroshi alza la katana al cielo. Ogni fibra del suo corpo e della sua mente brama la guerra. Lancia un grido di incitamento, urlo che nessuno ode, incluso lo stesso Hiroshi. Lasciandosi una scia di sangue alle spalle, la katana sempre sollevata, le labbra contratte in una smorfia d’odio, quello che un tempo era un poeta corre in direzione del palazzo. Attinge a tutte le proprie risorse per avanzare rapidamente, ignorando deliberatamente la pista cremisi che dal Tre-Gocce-d’Acqua si dipana sino ai suoi piedi, scavalcando, senza degnarli d’un solo sguardo, corpi straziati dalla feroce battaglia, trascurando il dolore pulsante che quasi gli toglie il respiro ed il comparire, di tanto in tanto, di volti familiari nel mare di uomini esanimi. Poi, d’improvviso, un prodigio: sul suo cammino, miracolosamente scampato ad un infinito susseguirsi di scontri cruenti, in mezzo a cadaveri marcescenti, ecco ergersi un fiero e solitario crisantemo, una sfera di luce in un mondo ormai livido. Hiroshi si avvicina e, per un solo istante, rallenta la propria foga e lo degna d’uno sguardo, ma è come se non lo vedesse veramente. Non lo trova né delicato, né bellissimo; non lo vede risplendere come un piccolo sole. Nessun ricordo latente si risveglia in lui dinnanzi a quell’icona, nessun haiku increspa il suo cuor di poeta. Ai suoi occhi, quel fiore giallo non rappresenta più nulla d’importante, così lo calpesta senza pietà e continua a correre verso il palazzo dove si sta consumando l’ultima battaglia. Alle sue spalle, in mezzo alla più totale desolazione, anche il crisantemo d’oro, simbolo della vita e della rinascita, s’arrende e si lascia morire. Con affetto Cassandra
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#277 |
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Amico*
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ogni tanto ritorni con delle piccole gemme...
Bellissimo il tuo scrivere,complimenti
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L'AMORE E' UMILE
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#278 |
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Amico*
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Dal Diario di Nera Silhouette
[...] L'amore non può nulla, i grandi filosofi si sbagliano. E gli esseri umani piangono per molteplici ragioni, ma l'amore è ciò che veramente li terrorizza. [...] Un esempio? Sono finita in carcere per qualche anno, a consumar le sbarre del mio orgoglio con le unghie, giorno dopo giorno, a tracciare neri segmenti su quello che, un tempo, doveva essere un bel muro candido. E perché? Colpevole, mi hanno detto. Colpevole di aver amato troppo, nulla di più. Che rabbia! E' un mondo difficile per chi è solo cuore, maledizione! Grido di frustrazione. Non mi è quasi mai concesso d'amare veramente... l'unica cosa che mi riesce così spontanea e riempie la mia insulsa esistenza di significato. Sono così stanca di sentirmi dire ciò che dovrei provare! Che diavolo ne sanno gli altri di quello che c'è realmente dentro di me? Meno emozioni, meno passione, meno aspettative, meno dolcezza, meno affetto... ecco quello che tutti si aspettano da me. E come mi fanno sentire PATETICA e SBAGLIATA le affermazioni di chi rifiuta il mio amore o tenta di modificarlo, come se fossi un goffo e fastidioso albatros che incespica sui pontili dei loro cuori, disturbandone la piatta quiete. Così, ho preso una DECISIONE. Nella prossima vita sarò una creatura dagli occhi trasparenti, figlia di un gennaio tagliente e della regina delle nevi; creata, come una dea di marmo; incarnazione dell'assoluta mancanza di emozioni. Meraviglioso! Se tremerò, sarà solo per il gelo dell'inverno. Se arrossirò sarà esclusivamente a causa di un agosto cocente. Non mendicherò un abbraccio. Non sospirerò, non lo farò mai. Non sognerò. Nessuna aspettativa. E non ci sarà essere umano in grado di sfiorare la mia anima. Peserà troppo un cuore di marmo poiché la forza d'una carezza possa elevarlo. [...] ************************************************** **************** Cassandra è stata lontana troppo a lungo, prigioniera sulla nave del destino che non solca altro che oceani di grigia spuma e lacrime. <si guarda attorno e sorride> E' bello esser di nuovo a casa. |
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#279 |
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Amico*
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Mio Dolce Camaris,
Un giorno vagherete senza meta e ragione, è scritto nelle stelle. I vostri piedi non calzeranno più stivali, ma affonderanno, nudi, nella melma. Proprio come la vostra mente brillante. Per tutti sarete perduto, ma la Vostra regina sa che, in realtà, sarete finalmente libero. Libero dal rimorso d'aver tradito chi più V'amava in questo mondo surreale. Mi spiace solo di non poterVi essere accanto quel giorno, mia ombra, ma gli astri già parlano della prematura morte di questa regina. Vi precederò nell'Ultimo Viaggio, attraverso distese lilla e viali di smeraldo, lasciando piccoli diamanti alle mie spalle (come briciole lungo la strada, per condurVi alla mia nuova casa!), ma questa è una storia che ancora non mi sento pronta a narrare. Che penserete di me sapendo che, intimamente, tuttora allaccio l'aggettivo "dolce" al Vostro nome, mio primo cavaliere, nonostante sangue di cigno arrossi e scaldi la vostra lama? Voi m'avete tradita, Sir Camaris, e la ferita brucia più della stessa fiamma. Il liquido che ora imbratta le mie vesti è, in realtà, innocenza che si fa strada attraverso le mie carni ed esala l'ultimo respiro a contatto con l'aria del meriggio. Come potete ancora sostenere il mio sguardo? Me lo sono domandata a lungo mentre, faticosamente, ricucivo un cuore di regina lacerato o ricamavo raggi di sole su un manto di lacrime. Tradimento! Infine, quando l'uragano s'è placato, ho compreso. Avete pensato che la verità potesse ferirmi più della menzogna! Eravate in errore, mio primo cavaliere, ma capisco che non sempre gli uomini siano in grado di far la cosa giusta. Il cuore d'una donna è un delizioso rompicapo per tutti voi. Se il tempo sarà clemente, insieme passeggeremo per i giardini del palazzo e Vi mostrerò come i più bei fiori possan sbocciare solo su ricche zolle di sincerità. Neppure la più soave delle carezze potrebbe portar sollievo a ciò che cresce nella menzogna. Solo contorte piante, scheletriche dita immortalate nell'atto di lanciare anatemi. Ah, Sir Camaris! Sono convinta pure che, in parte, abbiate avuto paura della Vostra regina. Paura della sua reazione, timore di perderla. Avete fatto ciò che Vi avevo implorato di non fare mai... tradire colei che, invece, avevate giurato di proteggere. Eravate terrorizzato, proprio Voi, il Cavaliere impavido, ma non Vi biasimo. La Vostra è una regina di fuoco, ma sa tramutarsi in ghiaccio tagliente se necessario... o abbandonarVi per sempre, come un indignato vortice d'aria che s'allontani suggendo sabbia e realtà... o divenire sfuggente, come gelida acqua fra le mani. Avevate paura e la paura rende gli uomini stupidi. Ecco perchè Vi ho perdonato. Perchè ho compreso che può nascondersi amore dietro il più bieco dei tradimenti. Allora, Sir Camaris, è con rinnovata luce che mi avvicino a Voi e Vi imploro - anche se la Vostra regina potrebbe ordinarVelo - di guardarmi negli occhi e giurarmi che mai più mi tradirete. Avrò la conferma che ogni Vostro gesto altro non sia che il frutto del seme d'un sentimento buono - ed in natura, si sa, ogni vita splende d'imperfetta beltà! - e tutto il dolore sarà dimenticato. Tornate al mio fianco, Sir Camaris. E' quello il Vostro posto. ************************************************** ************* Cassandra |
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#280 |
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Amico*
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Lo tiene per le orecchie, ad un palmo di distanza dal proprio naso.
"Joker, Joker, ne abbiam passate tante assieme!" esclama, sorridendo a quella bianca creatura di Dio che mai fa caso al suo spiccato accento romagnolo. Come al solito Joker non risponde. Si limita a muovere il naso ed a sgranare quelli che sembrano due piccoli rubini, sospeso a mezz'aria, ma per nulla indignato. Il Prestigiatore gli rivolge un insolito ed amorevole sguardo, poi si china e lo posa sull'erba. "Va', Joker, bello, sei libero!". Il tramonto arrossa le due figure. Lo accarezza sulla schiena. Il coniglio annusa l'erba e si guarda attorno. Non si allontana. Non sa cosa significhi la parola "libero", c'era da aspettarselo. Lo stesso vale per l'Illusionista, perennemente schiavo delle proprie magie, a lungo prigioniero delle aspettative di chi si nutre di stupore. A pochi balzi dalla bestiola, oltre il serpente di fazzoletti colorati, alcune carte si apprestano a passar una notte sotto le stelle. Quasi tutte giacciono prone, spaventate, tranne il due di picche che, supino e curioso, si sforza d'osservare e comprendere ciò che esuli dal nero o dal rosso. Proprio come il Prestigiatore, finora incapace di concepire le sfumature dell'universo. Un cilindro taglia l'aria e danza sotto nubi nottilucenti, nel più totale silenzio, poi si posa sulla terra e lì rimane, forse incredulo, ma rassegnato. Non immaginava di certo che sarebbe finita così. Proprio come il Prestigiatore. Forse incredulo... ma rassegnato. Neppure lui si aspettava che, un giorno, avrebbe scelto di non esser più un mago. La notte s'accende infine su un lungo, sottile e perfetto bastoncino bicolore, piantato nel terreno, come se il vento avesse portato l'ennesimo seme e la Madre Terra, impazzita, avesse allevato una bacchetta magica anziché il solito fiore. Uno, due, tre, dieci passi. Il Prestigiatore si lascia alle spalle l'unico mondo che conosce. E' un po' come se si fosse spogliato della propria anima e, nudo e leggero, si avviasse verso una nuova esistenza. Cammina per pochi istanti, poi siede sotto le stelle, improvvisamente esausto. Sommessamente piange. Stavolta, però, tutto è diverso. Nessuno lo ascolta, a parte Joker, forse. E' una sensazione bellissima. Per la prima volta, da anni, non deve stupire nessuno. Per la prima volta, da anni, nessun gioco di prestigio. "La magia più grande è estrarre un cuore vero da un illusionista." A questo pensa mentre la realtà, sotto le stelle, assume toni dannatamente più sopportabili. ************************************************** ****************** Cassandra |
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