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Vecchio 10-27-2004, 01:08 PM   #16
Cassandra
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Mia dolcissima Rosarossa, ricorda sempre che la piccola fiammiferaia è sopravvissuta fino a quando ha avuto modo di posare gli occhi sulla piccola fiamma che animava i suoi fiammiferi.

Magari anche la mia anima è come lei: quella che credi una piccola fiamma, potrebbe esser un caldo e luminoso fuoco che le porta conforto...

Solo un momento


Prima di qualsiasi parola, un bacio.
Due baci.
Tre baci.
“Mi sei mancata!” sussurra lui.
“Anche tu!” risponde lei.
Di nuovo un bacio, questa volta più profondo.
“Ora che il tuo calore mi avvolge, mi rendo conto di quanto siano gelide le notti senza di te!” pensa lei socchiudendo gli occhi.
“Perché sei così bella?” pensa lui stringendola più forte a sé.
“Parlano di te, amore mio!” esclama improvvisamente continuando a cingerla in un tenero abbraccio. “Li ho sentiti decantare la tua bellezza. Non fanno che guardarti! Persino le donne vorrebbero possedere il tuo fascino!”
“Sei geloso?” domanda lei civettuola.
Lui abbassa lo sguardo tentando di non perdere le staffe. E’ un suo difetto quello di prendere fuoco per un nonnulla.
“Vorrei avere la loro stessa fortuna.” sussurra amareggiato. “Ogni notte possono accarezzarti con lo sguardo. A me questo privilegio non è concesso.”
“Loro non contano nulla!” risponde lei appoggiando le labbra su quelle calde di lui.
“Sei tu quello che amo e che amerò in eterno!”
Di nuovo si baciano.
Vorrebbero fermare il tempo, ma non sanno dove Dio tenga la Clessidra.
Vorrebbero restare così, l’uno nelle braccia dell’altra, per l’eternità.
Non è possibile.
La consapevolezza del loro destino potrebbe ucciderli entrambi se non fossero legati alla promessa di amarsi fino alla fine dei giorni.
Li guardo e scuoto la testa.
Come ha potuto Dio tenerli lontani così a lungo?
Com'è riuscito a non commuoversi di fronte alle loro preghiere?
Li guardo e non comprendo.
Se fossi Dio li salverei!
Sono fatti l’uno per l’altra!
D’improvviso lei scoppia a piangere e nasconde il viso contro il corpo di lui.
Lui le accarezza la testa incapace di parlare. In fondo, cosa può dirle? Tra poco dovranno separarsi di nuovo e per mesi, forse anni, non si rivedranno. Vorrebbe odiare quel Dio che li ha creati e poi maledetti, ma non ci riesce. In fondo, è lo stesso Dio che ha donato la vita a colei che ama!
Lei trema. Lui la stringe più forte a sé.
Lei è disperata.
Anche lui. Non piange solo perché non sa farlo. E poi le lacrime si asciugherebbero ancor prima di scendere.
Li guardo e scuoto la testa.
Come può Dio separarli di nuovo?
Come può condannarli ad una vita di solitudine?
A cosa pensa quando concede loro di stare insieme una manciata di minuti?
Li guardo e non comprendo.
Se fossi Dio mi siederei sul mondo e, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia ed il volto fra le mani a coppa, resterei ore ad ammirare incredulo la profondità del loro amore.
Se fossi Dio sarei orgoglioso di averli creati.
“Ti prego, smetti di piangere!” esordisce lui con voce rotta dall’emozione. “Voglio portare con me il ricordo di un tuo sorriso!”
Lei punta i suoi occhi d’argento in quelli caldi di lui.
Si baciano come se fossero passati secoli dall’ultima volta.
“Abbiamo così poco tempo!” esclama lei mentre una lacrima di ghiaccio rotola lungo la sua guancia.
“Facciamo l’amore!” risponde lui asciugandole il viso. Lei annuisce e finalmente sorride.
Lui s'illumina, lei arrossisce.
In fondo, è nella loro natura.
Lui è il sole, lei è la luna.
E questa è la notte dell’eclissi.
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Vecchio 10-27-2004, 08:49 PM   #17
Rosarossa
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Senza parole.......dolce Cassandra.
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Vecchio 10-27-2004, 10:13 PM   #18
moby40
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bellissima davvero, grazie

Anna
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"non si vede bene che con il cuore,
l'essenziale è invisibile agli occhi. "

da Il Piccolo Principe
di A. de Saint Exupery
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Vecchio 10-28-2004, 12:39 PM   #19
Cassandra
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LA TERRA E L‘ARIA
* * *

MIRKO
Anche stasera, come ogni sera, sedeva coi gomiti appoggiati sul legno, la testa fra le mani e lo sguardo fisso sulla bottiglia di Vodka vuota per tre quarti. Anche stasera aveva ceduto alle lusinghe dell’alcool. Ogni mattina, in preda a mal di testa epici ma rincuorato dalla luce del giorno, mentre premeva sull’acceleratore per riuscire a raggiungere l’ufficio in orario, prometteva a se stesso che non avrebbe toccato mai più una sola goccia di vodka. Ogni sera, quando la notte scendeva e con lei il silenzio, rompeva la promessa.
Si guardò intorno alla ricerca del bicchiere che giaceva in frantumi sul tappeto amaranto. Bestemmiò quando lo scorse sul pavimento. Non ricordava se gli fosse sfuggito di mano o se, in un impeto di rabbia, lo avesse scagliato al suolo. Tentò di raccoglierlo. Forse avrebbe potuto ripararlo. Imprecò ritraendo la mano nell’attimo in cui il vetro aprì un minuscolo squarcio nel suo indice destro.
“Al diavolo!” esclamò succhiandosi il dito sul quale era sbocciata una piccola chiazza rossa. Prese poi la bottiglia per il collo e se la portò alle labbra. Se sentiva ancora il dolore significava che era fin troppo sobrio!
Fu in quell’istante che si accorse che l’uomo di fronte a lui lo stava fissando con occhi colmi di pietà. Abbassò lo sguardo.
“Cos’ha da guardare quello?” domandò a se stesso arrossendo involontariamente.
“Ehi, non hai mai visto uno che beve?” gridò evitando accuratamente di alzare gli occhi.
L’uomo non rispose.
Tornò allora ad alzare lo sguardo. Due occhi cerulei come le acque di un torrente alpino lo stavano ancora osservando. C’era qualcosa di familiare in quel volto. Questa volta sostenne lo sguardo. L’uomo di fronte a lui doveva aver passato da poco la cinquantina. Di quella che un tempo avrebbe potuto essere una folta chioma, non restavano che radi ciuffi di capelli grigi. Sul viso segnato da profonde rughe era ancora possibile intravedere qualche segno del fascino che doveva averlo caratterizzato in gioventù. Indossava un maglione di lana celeste a coste, dal collo alto e stretto. Sembrava un uomo solo, proprio come era lui. Non scorse cupidigia né cattiveria nei suoi occhi. Solo tristezza e solitudine. D’improvviso provò simpatia nei suoi confronti. Gli sorrise e quello sorrise a sua volta.
“Sono qui per ascoltarti!” lesse nei suoi occhi.
Mirko non aspettava altro. Aveva bisogno di confidarsi. Solo in quel modo, forse, avrebbe potuto liberarsi di un fardello che lo opprimeva da anni.
Respirò a fondo, si schiarì la voce poi, come ogni sera, iniziò a raccontare a quell’uomo la storia di Azzurra, l’unico vero amore della sua vita

AZZURRA
Era gennaio, lo ricordo bene. Faceva un freddo terribile. Rocky, molto più furbo di me, non faceva che poltrire tutto il giorno sul termosifone. Abbandonava quella posizione solo per mangiare o per fare i propri bisogni. Mai come in quei giorni avevo invidiato il mio gatto! L’inverno aveva stretto questa parte di mondo in una morsa glaciale e pareva non avere alcuna intenzione di mollare la presa.
Quella sera ero rientrato piuttosto tardi dal lavoro. Era stata una giornata catastrofica. Durante la mattinata, la mia ex moglie mi aveva telefonato in ufficio. Aveva urlato per un quarto d’ora e, per l’ennesima volta, mi aveva congedato giurandomi che avrebbe assoldato un killer per uccidermi. La cosa che più mi infastidiva non era il suo odio nei miei confronti, a questo ormai avevo fatto il callo, ma la consapevolezza che quel killer sarebbe stato pagato coi miei soldi. Mio figlio aveva telefonato dieci minuti dopo chiedendomi per quale motivo mi divertissi tanto a far soffrire sua madre in quel modo. Mi aveva poi fatto una promessa: dopo aver preso la patente, per prima cosa, mi avrebbe investito. Tutto sua madre! Il lato comico della situazione era che anche la sua auto sarebbe stata pagata coi miei soldi.
A pranzo le cose non erano migliorate. Avevo avuto la brillante idea di fare una sorpresa alla mia compagna e, dopo esser uscito in anticipo dall’ufficio, l’avevo raggiunta nella banca in cui lavorava. Contavo di portarla fuori a pranzo e, magari, di trascorrere un’oretta con lei nella stanza di un albergo. Avevo fatto i conti senza l’oste.
“Sonia è in riunione col direttore!” mi aveva detto una sua collega quando avevo chiesto di lei. Il direttore, Claudio Rubbi, era un mio caro amico così avevo chiesto alla ragazza di poterli raggiungere nel suo ufficio. La poveretta, ignara di quanto stesse realmente accadendo, aveva acconsentito.
“Bene!” avevo pensato. “Farò una sorpresa ad entrambi!”
La sorpresa, invece, me l’avevano fatta loro. Nell’attimo in cui avevo aperto la porta dell’ufficio del direttore, mi era caduto il mondo addosso. Claudio aveva avuto la mia stessa idea, però era stato più fortunato di me. Sonia stava facendo l’amore con lui!
Ero uscito sbattendo la porta ed ignorando la voce della mia compagna che continuava a chiamarmi. Avevo preso la macchina ed avevo vagato per due ore senza una meta, beccandomi pure una multa per eccesso di velocità. Rientrato in ufficio, infreddolito ed avvilito, avevo ricevuto una seconda telefonata da parte della mia ex moglie. L’avevo liquidata dicendole che avevo un impegno urgente, poi avevo sfogato tutta la mia rabbia sulla povera segretaria colpevole solo di avermela passata. Quella era scoppiata in lacrime e, pur odiando le crisi isteriche delle donne e non essendo nelle condizioni ideali per consolare un’altra persona, ero rimasto al suo fianco fino a quando si era calmata. A metà pomeriggio aveva iniziato a nevicare. Ciliegina sulla torta, quando infine avevo abbandonato l’ufficio ed avevo raggiunto la mia auto nel parcheggio, mi ero accorto di avere la gomma anteriore destra a terra ed ero stato costretto a cambiarla sotto i gelidi fiocchi.
Arrivato a casa, avevo immediatamente fatto una doccia bollente. Avevo poi indossato un paio di pantaloni neri, un maglione di lana celeste e, dopo essermi accidentalmente rovesciato addosso una quantità industriale di quel profumo che tanto mi piaceva e di cui non ricordo più il nome, mi ero rimirato nello specchio del comò. Non ero più un ragazzino, ma potevo affermare con certezza di essere ancora un uomo attraente. Avevo intenzione di uscire. Non volevo rimanere in casa a riflettere sulle mie disgrazie. Avevo preso il cappotto nero, l’avevo indossato e, dopo aver accarezzato Rocky il quale aveva ricambiato le mie attenzioni facendo le fusa, avevo preso le chiavi della macchina. Il telefono aveva iniziato a squillare proprio nell’attimo in cui avevo aperto la porta.
“Pronto?”
“Ciao, Mirko. Sono Sonia.” Aveva esclamato la mia compagna con voce apparentemente rotta dall’emozione.
“Sto uscendo.” Le avevo risposto freddo.
“Dobbiamo parlare, Mirko.”
“Di che cosa? Di quanto è stato divertente oggi con Claudio?”
“Ti prego, lascia che ti spieghi!” aveva implorato Sonia.
“Guarda, non c’è nulla da spiegare. Sei una gran troia e fra noi è finita. Salutami Claudio!”
Avevo riattaccato senza tante cerimonie ed ero poi tornato in camera mia. Mi ero sfilato il cappotto. Non avevo più voglia di uscire. Mi ero seduto di fronte allo specchio del comò e, rimirando la mia immagine triste ed avvilita, ero scoppiato in lacrime.
“Un uomo che piange?” aveva improvvisamente domandato una voce sconosciuta.
Sbigottito mi ero guardato intorno, ma nella stanza c’eravamo solo Rocky ed io e dubitavo fortemente che il mio gatto avesse improvvisamente imparato a parlare.
“Puoi aiutarmi, per piacere?” domandò la voce facendomi trasalire. Una piccola mano dalle dita affusolate uscì dallo specchio divenuto improvvisamente luminoso.
Anch’io stenterei a crederlo se me lo raccontassero, ma fu proprio così.
“Prendimi per mano! Non riesco a raggiungerti!” esclamò la voce. Non riuscivo a capire se si trattasse di un uomo, di una donna o di uno scherzo della mia mente. Non so perché, ma assecondai quella fantasia. La mano era calda ed in tutto identica a quella di un bambino, eccezion fatta per le lunghe e curate unghie.
“Tira!” esclamò la voce. Tirai. Qualunque cosa ci fosse al di là dello specchio, dopo numerosi sforzi, uscì e mi cadde pesantemente addosso facendomi perdere l’equilibrio. Sbattei la testa contro lo spigolo del comodino e finii privo di sensi sul tappeto amaranto.

* * *
Quando ripresi i sensi, pensai di essere ancora nel mondo dei sogni. Una strana creatura si stava prendendo cura di me. Aveva lunghissime orecchie appuntite e fluenti capelli color miele. Il viso era piuttosto spigoloso, gli zigomi pronunciati e la pelle dello stesso colore della luna. Aveva un piccolo naso all’insù e carnose labbra corallo. Due grandi ed obliqui occhi verdi venati d’ambra mi stavano osservando preoccupati. Rocky sedeva al suo fianco e faceva le fusa sonoramente.
“Chi sei?” domandai tentando di sfuggire al suo tocco delicato.
“Atahlazala Amin’Miellenor” rispose la creatura emettendo suoni che mai avevo udito in tutta la mia vita. Ricordavano vagamente gli scricchiolii degli alberi ed il frusciare delle foglie.
“Cosa significa il tuo nome?” chiesi sperando di poter evitare di doverla chiamare in quel modo assurdo.
La creatura si guardò intorno, poi sorrise ed indicò il mio maglione.
“Come chiami questo colore?” domandò. Più la guardavo, più mi rendevo conto di quanto fosse bella. Pensai che un solo sguardo di quella creatura avrebbe potuto tramutare le pietre in farfalle.
“Azzurro.” Risposi.
“Il mio nome significa questo.”
“Posso chiamarti Azzurra?” domandai alzandomi lentamente. Non mi sembrava il caso di rimanere disteso sul pavimento mentre chiacchieravo con lei, anche se devo ammettere che, a causa della botta, avevo l’impressione che uno sciame d’api stesse ronzando nella mia testa. “Penso che non riuscirei mai a pronunciare il tuo vero nome!”
Azzurra fece spallucce.
“Va bene. E tu come ti chiami?”
“Mirko. Mirko Minardi.”
“Posso chiamarti Miri?“ domandò la creatura.
“Anche tu non riesci a pronunciare il mio nome?”
“No, è solo che Miri mi sembra più adeguato! Nella mia lingua significa <buffo>.”
Non so perché, ma scoppiammo a ridere entrambi. Il suo sorriso era talmente bello da togliere il fiato.
A questo punto mi resi conto che non si trattava di un sogno. Azzurra era reale.
“Ho bisogno di alcune spiegazioni, ma prima sarebbe meglio che andassimo a sederci in salotto.”
Solo in quell’istante mi accorsi che stava tremando. Indossava un sottile abito di seta verde pistacchio che ricordava vagamente la sottoveste di Kim Basinger nel film “9 settimane e ½”, molto sexy ma poco indicato nel mese di gennaio. Doveva essere congelata! Mi alzai, aprii l’armadio ed estrassi un maglione verde oliva.
“Indossa questo!” le dissi gentilmente.
Azzurra osservò con sguardo interrogativo l’indumento. Pareva non avere mai visto un maglione. Le spiegai come indossarlo e lei, piuttosto divertita, seguì alla lettera le mie istruzioni. Il maglione era di due o tre taglie più grandi e la faceva sembrare una marionetta. Non risi per non metterla in imbarazzo.
“Restiamo qui!” Esclamò l’elfa allontanando una ciocca di capelli dal volto. “Mi piace questo luogo!”
Assecondai il suo desiderio e sedetti di fronte a lei sul tappeto amaranto. Rocky si acciambellò contro la coscia dell’elfa e si addormentò.
“Gli piaci!” esclamai notando l’insolito atteggiamento del mio certosino.
Azzurra lo accarezzò.
“Anche tu piaci a lui!” rispose. “Ti ritiene alla sua altezza, anche se sopporta a fatica il tuo profumo.”
“Stai scherzando?” domandai inarcando un sopracciglio.
“Perché dovrei?” Di nuovo accarezzò Rocky. “Mentre attendevamo che ti riprendessi, mi ha raccontato molte cose sul tuo conto.”
Scossi la testa.
“Nessuno è in grado di comunicare con un gatto!”
“Gli elfi lo fanno! Anche voi, un tempo, sapevate farlo. Il guaio è che avete disimparato.”
Notai un’insolita saggezza negli occhi di quella bellissima creatura.
“Perché sei entrata nella mia camera attraverso uno specchio?” Nell’attimo stesso in cui ebbi formulato la domanda, mi sentii terribilmente stupido. A cosa erano servite le sedute dallo psicologo se ora mi ritrovavo a parlare con un elfo giunto in camera mia attraverso lo specchio del comò? Lo stesso Freud si sarebbe tolto la vita di fronte ad una simile rivelazione!
“Stavo meditando accanto al fiume quando la mia dea mi ha dato un segno: ho avuto l’impressione di udire un flebile gemito seguito da un secondo, da un terzo e così via. Ho camminato per diverso tempo seguendo quel suono e sono giunta in una caverna all’interno della quale, imprigionato in una placida polla d’acqua, ho scorto il tuo volto in lacrime. Era un viso dolce quello che ho visto, dolce e bello come un tramonto.” Eccitata, si alzò in piedi, le guance arrossate.
“Gli uomini che teniamo lontani dalle nostre terre sono molto diversi. Sono selvaggi, incivili e crudeli. I loro sguardi sono duri come la roccia, i loro cuori non sono che sterili palle di fango. Non hanno alcun rispetto per la vita. Distruggono qualsiasi cosa sul loro cammino, animale o pianta che sia. Solo grazie alla magia riusciamo a contenere la loro furia devastatrice. La mia dea voleva che ti vedessi. Tu, Miri, non sei come loro.” Si soffermò un istante a studiarmi. Sentii i suoi occhi penetrare nella mia anima e rivoltarla come un calzino.
“Io sono buffo!” risposi distogliendo lo sguardo imbarazzato.
“Sei molto di più.” Si piegò sulle ginocchia e sfiorò i lineamenti del mio viso con l’indice. “Nei tuoi occhi si nascondono la profondità del cielo e la purezza dei fiumi.”
Arrossii. Sentii che stavo per perdere il controllo.
Azzurra parve rendersene conto e tornò a sedersi accanto a Rocky.
La serietà del suo sguardo mi impedì di scoppiare a ridere. Dei che ci indicano il cammino? Acqua stregata? Ero completamente ateo e non credevo a nulla che non fosse scientificamente provato. Che io sapessi, dei, elfi e magia erano reali quanto il mostro di Loch Ness. Lei, però, pareva credere fermamente in queste cose, così rispettai le sue idee pur trovandole assurde.
“Dopo averti visto, non ho saputo resistere. Ho aperto un portale e sono entrata nel tuo mondo.”
“Perché?” sussurrai.
“Perché... perché... non lo so.” Rispose abbassando il capo ed arrossendo. “Credi nell’amore a prima vista?”
Mi colse alla sprovvista. Dissi la prima cosa che mi passò per la mente.
“No. L’unica certezza che ho è che le donne sono delle grandissime...”
Azzurra mi interruppe.
“Io non sono una donna. Io sono un’elfa. Non scordarlo.”
Si alzò, lo sguardo triste ed offeso, e raggiunse lo specchio.
“Te ne vai?” domandai desiderando ardentemente che rimanesse. Mi alzai in piedi. La testa aveva finalmente smesso di ronzarmi. La raggiunsi e la fermai.
“Resta con me.” Implorai. “Stasera mi sento terribilmente solo.”
Fu proprio a causa della mia solitudine e della disperazione che quella sera finsi di non vedere che non era una donna. Desideravo che fosse reale, così sin dall’inizio mi costrinsi ad ignorare le sue vere origini. Restò con me tutta la notte ed ascoltò paziente la storia della mia vita. Il matrimonio riparatore con Anna, i miei continui tradimenti, il divorzio, la mia esperienza fallimentare come padre, la burrascosa relazione con Sonia. Quando ebbi terminato di parlare, mi sentii leggero come l’aria. Quando ebbi finito di parlare, mi resi conto di essermi innamorato veramente per la prima volta in tutta la mia vita.

LA TERRA
Azzurra ed io vivemmo felicemente insieme per ventisei giorni e sedici ore. Fu il periodo più bello di tutta la mia vita.
Una sera, rientrando dall'ufficio, la trovai in lacrime sul tappeto amaranto. Rocky era acciambellato al suo fianco. L’intero mio mondo vacillò di fronte ai suoi splendidi occhi carichi di stille salate. Accecato dalla paura e dalla frustrazione, le corsi incontro:
“Cos’hai fatto, amore mio?” le domandai prendendola fra le braccia.
Continuò a singhiozzare. La cullai e le accarezzai i capelli fino a quando la sentii rilassarsi.
“Cosa ti è successo, piccola?” chiesi.
“La magia mi sta abbandonando!” rispose, lo sguardo perso nel vuoto.
La mia mente si rifiutava di credere che la donna (elfa!) che amavo fosse capace di lanciare incantesimi. Il mio cuore innamorato, però, mandò al diavolo il cervello ed assecondò le sue fantasie.
“Ne sei sicura?” domandai accarezzandole la guancia umida di pianto.
“Da quando sono entrata nel tuo mondo, non posso più volare!” Esclamò avvicinando le ginocchia al mento e cingendole con le braccia. “Ed oggi non sono riuscita ad attraversare lo specchio!”
“Forse eri semplicemente stanca!” dissi tentando di consolarla. La mia ignoranza sull’argomento era vasta quanto l’universo stesso.
Azzurra scosse la testa.
“Miri, non è così semplice. Da quando sono nel tuo mondo ho scoperto una cosa orribile: gli uomini sono nati dalla terra, ma gli dei soffiarono aria dentro di loro per renderli vivi! Come è possibile che ora essi rinneghino quell’aria? Hanno scelto di essere terra e nulla più... La magia sta scomparendo dal tuo mondo, amore mio! Riesco appena a percepirla. E sai qual è la causa? La mancanza di fede, la stessa che ha fatto sì che si estinguessero le creature fatate e che un giorno ucciderà i vostri dei. Vi ritroverete completamente soli in questo mondo, amore mio. Anche tu sarai solo perché io farò la stessa fine.”
Se non l’avessi amata più della mia stessa vita, avrei riso delle sue credenze.
“Non lo dire neppure per scherzo! Fino a quando anche una sola persona crederà nella magia, essa esisterà!” La paura di perderla parlò al mio posto. “Sarò io quella persona!”
“Ho paura, Miri! Ho paura perché comprendo che non posso vivere nel tuo mondo senza che la tua realtà mi uccida. Ne sono sicura, alla fine accadrà!”
“Non lo permetterò, Azzurra, te lo prometto!”
Fare promesse che non potevo mantenere sembrava essere divenuta la mia maledizione personale. Azzurra mi amava e si fidò completamente delle mie parole. Ciononostante, la piccola cadde in depressione e smise completamente di mangiare.
Una settimana dopo, dovetti prendere una decisione: o vederla morire od entrare con lei nel suo mondo attraverso lo specchio.

L‘ARIA
Decisi di attraversare lo specchio perché l’amavo.
Non sapevo cosa avrei trovato dall’altra parte. Azzurra mi aveva parlato di una terra fantastica coperta di foreste di smeraldo e fiumi di diamante, un luogo dove il verde e l’azzurro dominavano sovrani su tutti gli altri colori. Mi aveva raccontato di come gli elfi fossero divenuti i custodi di quel regno meraviglioso e di come gli unicorni, i primi abitanti di quelle terre, avessero accettato la loro compagnia. Mi aveva narrato di come il suo popolo avesse imparato a manipolare la magia, utilizzandola principalmente per mantenere la pace e l’armonia.
Non credevo ad una sola parola, ma la seguii perché l’amavo. La presi per mano e ci addentrammo nello specchio. Nell’attimo in cui lo attraversammo, chiusi gli occhi. Quando li riapersi, non eravamo più nella mia camera. Azzurra lasciò la mia mano e si librò in volo.
“Guardami, Miri!” esclamò finalmente col sorriso sulle labbra. “Ho riacquistato i miei poteri!”
Fluttuò a lungo nell’aria, ridendo come una bambina, poi tornò al suolo e mi abbracciò.
“Qui saremo felici, amore mio!” disse stringendosi con tenerezza a me. “Cosa te ne pare?”
“Azzurra, qui non c’è nulla!” le risposi. Ovunque posassi lo sguardo, non scorgevo che il vuoto.
“Com’è possibile? Non capisco!” esclamò l’elfa accigliandosi. Rocky, che ci aveva seguiti, si strusciò contro le sue gambe, poi saltò su qualcosa che io non riuscivo a scorgere e si addormentò.
“Guarda meglio, amore mio! Non vedi il cielo limpido su di noi? Ed i salici che ci circondano? Non senti in lontananza il rumore delle cascate? Non odi il canto degli uccelli fra i rami?”
Scossi la testa.
“Ed il profumo dei fiori? Guarda laggiù: non vedi neppure l’unicorno?”
“Azzurra!” esclamai spazientito. “Non vedo nulla!”
“Userò la magia!” esordì l’elfa ritrovando il sorriso che si era spento alle mie affermazioni.
Non credevo nella magia, così l’incantesimo non funzionò.
“Adesso cosa vedi?” domandò dopo aver tracciato numerosi simboli nell’aria.
“Vedo solo te.” Risposi.
L’elfa non si diede per vinta.
“Aspettami qui, Miri! Chiederò consiglio all’unicorno!”
Si librò nuovamente in volo e si allontanò. Quando tornò, il suo sguardo era vuoto, i suoi occhi rossi.
“L’unicorno mi ha spiegato come stanno realmente le cose. Tu non credi!” sputò quelle parole con disgusto. Mi sentii in colpa, ma non potevo farci nulla.
“Non riuscirai mai a vedere nulla perché non credi che possa esistere un luogo simile! Non credi nella magia, negli unicorni e neppure negli elfi! Come fai ad amarmi se non credi che io possa esistere?”
“Tu esisti, Azzurra. Ed io ti amo.”
“Non potremo mai stare insieme, Miri. Non possiamo vivere nel tuo mondo poiché morirei d’inedia dopo poco e non possiamo vivere nel mio perché tu non credi che esista! Ami troppo la tua realtà per rinnegarla. Sei come la terra, amore mio! Essa crede nei fiori e negli alberi poiché li genera, ma pensa che il vento sia solo una leggenda. Ed io sono come l’aria, incapace di vivere inchiodata al suolo.” Tratteneva a stento le lacrime.
“Io per te sono solo un sogno ed i sogni, talvolta, possono essere così belli da farci desiderare di non svegliarci. Ciononostante, ogni mattina dobbiamo farlo ed il ricordo di un bel sogno svanisce col subentrare della quotidianità.”
“Non dire così, Azzurra!” replicai.
“Un giorno odierai quella tua realtà che ogni mattina ti strappa ai sogni, ma sarà già troppo tardi.”
“Non possiamo trovare una soluzione?” domandai afferrandole delicatamente l’avambraccio.
“Credi!” rispose Azzurra. “Credi ed il mio mondo apparterrà anche a te!”
Chiusi gli occhi. Non volevo perdere l’unico vero amore della mia vita.
“Credo!” mentii, ma non riuscii ad ingannarmi.
Quando riaprii gli occhi, mi ritrovai seduto di fronte al mio comò, con indosso il maglione celeste e gli occhi gonfi di pianto. Non l’avrei rivista mai più. Avevo scelto la realtà. Ero la terra e non potevo volare. Anche Rocky era sparito e non so quanto lo invidiai. A lui era stato concesso di rimanere nel mondo di Azzurra.

* * *

MIRKO
L’uomo di fronte a lui stava piangendo. I suoi occhi cerulei si erano liquefatti ed ora scorrevano limpidi sulle sue guance pallide.
“Non la troverò sul fondo di una bottiglia!” esclamò Mirko colpendo quella di vodka e mandandola a frantumarsi sul tappeto amaranto assieme al bicchiere.
L’uomo di fronte a lui continuò a piangere.
“Perché non ho mai provato ad attraversare di nuovo lo specchio? Semplice: non credo sia possibile farlo. Azzurra aveva ragione. Una mattina mi sono svegliato e del più bel sogno di tutta la mia vita non mi è rimasto che un ricordo sbiadito e la sensazione di aver perso qualcosa di importante. Quello che Azzurra non saprà mai è che non avrei potuto impedirlo. La realtà mi reclamava: in fondo, ero uno dei suoi figli.”
L’uomo di fronte a lui non parlò. Si limitò a guardarlo, forse senza comprendere le sue parole.
“Non ci credi?” domandò Mirko sfidandolo con lo sguardo. “Pensi davvero che potrei attraversarlo e tornare da lei? Allora guarda!”
Mosse l’indice destro in direzione dell’uomo e quello fece lo stesso coll’indice sinistro. Le punte delle loro dita si congiunsero. Un alone si formò nel punto in cui il dito di Mirko toccò lo specchio.
“Vedi? Il portale si è chiuso tanto tempo fa!” esclamò Mirko ricominciando a piangere.
La sua immagine nello specchio fece lo stesso.
“L’ho persa per sempre, maledizione! Non ci sei che tu in questo maledetto specchio!”

* * *


Un abbraccio speciale ed un pensiero dolce ed affettuoso a voi che, passando di qui anche solo per un istante, mi ricordate che il mondo è pieno di persone fantastiche, basta solo non fossilizzarsi...

Cassandra è offline   Rispondi Citando
Vecchio 10-29-2004, 12:17 PM   #20
Rosarossa
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Cassandra ho letto il tuo ultimo racconto e nonostante io abbia cercato di resistere ...le mani hanno fatto tutto da sole...ed eccomi un'altra volta a scriverti!.Mi ritrovo qui per farti capire quanto io ami leggere ciò che riesci a "creare",evito di rivolgerti i soliti complimenti perchè diventerei noiosa.Continua a "raccontare",ogni giorno passo di qui per "respirare" quell'universo che hai dentro,e anche se in lui dovessi "perdermi" so che non ci sarebbero "mostri" da affrontare,sei limpida piccola.Complimenti.
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Rosarossa è offline   Rispondi Citando
Vecchio 10-31-2004, 02:35 PM   #21
Cassandra
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Mia dolce Rosarossa, ogni volta che entro in questo luogo di sogno, spero sempre di trovare una tua frase. Riesci a farmi sentire speciale e questo è un sentimento che, negli ultimi tempi, in amicizia, non provavo più.
Entra nel mio cuore.
Non incontrerai mai i mostri che tormentano la mia anima poiché, per loro scelta, solo una sarà la loro vittima: io.
Puoi camminare tranquillamente, mia dolce creatura.
Nessuno, in me, ti farà del male.
Un baciottino
Cassandra

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Per restare in tema di mostri e di Halloween, ho pensato di trascrivere - per chi ha voglia di leggerlo - un racconto scritto da me proprio in occasione della festa delle streghe.
Divertitevi (spero!)

Smack
Cassandra


UNIONE MISTICA
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“To see a World in a grain of sand,
And a Heaven in a flower,
Hold Infinity in the palm of your hand
And Eternity in an hour.”

31 OTTOBRE 2001

Kate spinse la sedia a rotelle accanto alla porta di vetro che dava sul giardino. Voleva che il ragazzo vedesse le foglie castane vorticare in balia del vento. Voleva che seguisse la loro danza contro il cielo traboccante di turchese. Dopo una settimana di maltempo, finalmente, le nubi si erano dissipate e le tinte autunnali si erano immediatamente sostituite al malinconico grigio. Il giardino era un’esplosione d’oro, di ocra, di ruggine, di verdebruno e di verdebiondo. Bloccò le ruote della sedia a rotelle, poi gli scoccò un bacio sulla guancia. Il ragazzo rimase impassibile, ma l’assistente non si aspettava nessuna reazione e la cosa non la turbò.
“Kate!” la chiamò Rose dalla cucina.
La donna si allontanò per qualche minuto e tornò poi con un vasetto di yogurt alla banana ed un cucchiaino. Il ragazzo non si era spostato di un solo millimetro.
“Facciamo merenda!” esclamò esibendo un sorriso dolce. Drew non reagì. Il suo corpo era su quella sedia, di questo Kate era più che sicura, ma la sua mente dov’era?
“Dove sei, Drew?” sussurrò al giovane che aveva all’incirca l’età di suo figlio, mentre gli legava il bavaglino attorno al collo. Scosse la testa. Come poteva Dio permettere che accadessero cose del genere? Un forte trauma aveva ridotto il ragazzo in quelle condizioni e non c’era nessuno in grado di curarlo. Ai genitori in lacrime i medici avevano spiegato che il loro figlio, incapace di affrontare le proprie paure, si era rintanato in se stesso e non c’era nessuno in grado di aiutarlo. Doveva essere sua la decisione di tornare a vivere. Helen, sua madre, non si era arresa. Gli aveva fatto ascoltare le sue canzoni preferite, aveva trascorso ore leggendogli i fumetti degli X-Men che tanto adorava o raccontandogli i progressi della sorellina. Diverse volte Kate l’aveva sentita piangere o pregare. Carl, suo padre, era venuto invece a trovarlo solo due o tre volte ed in ogni occasione era uscito dalla stanza di Drew con dieci anni in più di quando vi era entrato. Il suo cuore non reggeva la vista del figlio in quelle condizioni. Era passato quasi un anno e, a dispetto di tutti i tentativi della disperata madre e della sofferenza di entrambi i genitori, Drew non aveva dato alcun segno di miglioramento.
Avvicinò il cucchiaino alle labbra del ragazzo che d’istinto aprì lievemente la bocca.
“Bravo, così! Mangia!” esclamò la donna tentando di mantenere un’aria sorridente. Non era facile guardare negli occhi castani del ragazzo senza scorgerne l’espressione terrorizzata. Kate provava un brivido lungo la schiena ogni volta che lo faceva.
Rose, impacciata dalla grossa mole, la raggiunse nell’istante in cui stava riponendo il vasetto di yogurt vuoto nella pattumiera.
“Guarda, Kate!” esclamò esibendo una zucca nella quale erano stati intagliati due occhi ed una stranissima bocca a forma di melanzana. “Pensi che possa andare?”
La donna fissò prima la zucca, poi Rose, poi ancora la zucca. Sorridendo rispose:
“Bella, se non tieni conto che ha la stessa bocca del dottor Thompson!”
L’altra donna scoppiò a ridere. Kate scosse la testa. La risata di Rose non era di certo la massima espressione della femminilità.
“Prima di tornare a casa vi infilo dentro una candela e la metto in bella mostra sulla soglia. Ci penseranno le due ragazze che ci danno il cambio a tenerla accesa tuta la notte. In fondo, è Ognissanti anche per loro, non credi?”
Kate non rispose.
“Ehi, mi ascolti?” domandò offesa l’altra. “Non…”
Si bloccò rendendosi conto di quello che aveva attirato l’attenzione di Kate. Drew Johnson aveva girato la testa nella loro direzione e fissava inorridito la zucca che Rose stringeva fra le braccia. Una lacrima rigava il suo volto.

31 OTTOBRE 2000

“Sesso, cuginetta! Il Libro parla chiaro!” dichiarò Audra intingendo il dito nel vasetto di gel tempestato di brillantini. Cheryl scosse la testa. Era convinta che le cose avrebbero preso una brutta piega. “Ma sta’ tranquilla! E’ un privilegio che spetta solo a chi compie l’evocazione!”
“E con chi vorresti farlo?” domandò scandalizzata la ragazza quindicenne.
“Visto che posso scegliere, lo farò col ragazzo più bello di tutta la città.”
“E chi sarebbe?” chiese Cheryl pensando ad una nuova storia della cugina.
“E che ne so?” rispose maliziosa Audra. “Devo ancora conoscerlo! Sarà talmente bello che diventerai verde dall’invidia vedendomi fare sesso con lui!”
Cheryl deglutì. L’idea di esser costretta a guardare una scena del genere le rivoltava lo stomaco.
“Non potremmo semplicemente andare alla festa in discoteca? Tutti i nostri amici saranno là stasera!”
Audra smise per un istante di passarsi i brillantini sul volto e puntò i propri occhi grigioverdi in quelli celesti di Cheryl. La ragazza distolse lo sguardo. L’ombretto ed il rossetto neri conferivano alla cugina un’aria insolita, quasi diabolica. Cheryl pensò che in un’altra epoca Audra sarebbe sicuramente finita sul rogo.
“Sei patetica, Cheryl!” sibilò la ragazza. “Se vuoi andare in discoteca, nessuno ti trattiene. Pensi che per me sia tanto difficile rimpiazzarti?”
Cheryl non rispose. Audra riprese a passarsi i brillantini sul volto e continuò fino a quando la sua pelle divenne un caleidoscopio di colori. Soddisfatta, ripose il vasetto sulla mensola del bagno e tornò davanti allo specchio per un’ultima occhiata. Rimase estasiata dalla propria bellezza. Indossava un insolito indumento di seta nera, piuttosto simile ad un passamontagna ma molto, molto più leggero, che le nascondeva i lunghi capelli corvini e lasciava scoperto solo il viso dalla fronte al mento. Un enorme diadema raffigurante due scheletriche mani che reggevano un teschio ghignante le cingeva il capo. Incurante degli sguardi attoniti della cugina, piroettò su se stessa. Non si era mai sentita così a proprio agio! Aveva diciassette anni, ma quella sera ne dimostrava almeno venticinque. Un lungo abito rosso sangue, stretto in vita da una larga cintura la cui fibbia rappresentava un pipistrello e reso sensuale da uno spacco vertiginoso sul davanti, abbracciava il suo corpo mettendone in risalto le forme. Lucide calze nere in microfibra e stivali di pelle che imitavano lo stile di quelli medievali a becco completavano l’opera. L’essenza muschiata di cui tutta la sua pelle era intrisa la precedeva e la seguiva ovunque si spostasse.
“Non credevo che una sacerdotessa della morte potesse essere tanto bella!” esclamò rivolgendosi all’immagine nello specchio.
“E tanto piena di sé!” avrebbe voluto risponderle Cheryl, ma scelse di tacere. Litigare con Audra equivaleva a gridare insulti al vento. Attese che la cugina si stancasse di guardarsi, poi si specchiò a sua volta. Zia Grace aveva raccolto i suoi capelli biondo cenere in uno chignon, eccezion fatta per alcuni boccoli lasciati ad incorniciare il viso. Aveva fatto un bel lavoro, ma la ragazza, abituata alla semplicità, si sentiva a disagio. Audra l’aveva truccata e Cheryl era convinta che la cugina ne avesse approfittato per mostrarle tutto il suo disprezzo. Di sicuro, dopo quella sera, nessuno l’avrebbe più vista con l’ombretto, il mascara ed il rossetto color argento, tanto meno con quegli stupidi brillantini sulla pelle. Il lungo ed attillatissimo abito di velluto nero e paillettes argentate era l’unica cosa accettabile. Avrebbe però fatto volentieri a meno dello scialle di ragnatela. Aveva acconsentito ad andare alla festa di Halloween solo perché era stato Drew ad invitarla e, per lo stesso motivo, aveva accettato di agghindarsi come una strega. O come una puttana. La differenza stava solo nello scialle. Si calò il cappello da strega sulla testa e decise che non si sarebbe più specchiata per tutta la sera. Uscì dal bagno e raggiunse Audra che stava bevendo l’ennesimo bicchiere di vino bianco.
(...) l’evocatore dovra’astenersi per dodici ore dal sesso e dal cibo solido. Per le prime sei ore, inoltre, dovra’ bere solo acqua, poi, un bicchiere di vino ogni volta che avrà sete...
Così diceva il Libro. Cheryl era convinta che, dopo tutto quel vino, sua cugina avrebbe potuto evocare un angelo, un demone, Topolino, un elefante rosa o persino Woody Allen. L’indomani, però, di quell’evocazione non le sarebbe rimasto che un forte mal di testa ed un sapore amaro in bocca. Sorrise immaginando la vanitosa Audra in preda a conati di vomito nel bel mezzo del rito.
“Chissà se sarai ancora capace di sorridere quando avrò portato a termine il rito!” pensò cinica la ragazza scorgendo l’espressione divertita della cugina.
“Andiamo?” domandò impaziente Cheryl guardando l’orologio. Avrebbe dovuto incontrare Drew alle dieci e non voleva arrivare tardi al suo primo appuntamento con lui.
Audra indossò l’anello preparato apposta per il rito, una fede di rame sulla quale brillava un minuscolo smeraldo, e, dopo aver preso il libro, rispose:
“Andiamo!”

* * *

Il cielo gravido di stelle era uno spettacolo che avrebbe potuto sciogliere una pietra, ma nessuno pareva aver voglia di guardarlo. I bambini si aggiravano emozionati da una casa all’altra gridando “dolcetto o scherzetto!”, i ragazzi avevano studiato per giorni il modo di divertirsi ed ora stavano mettendo in pratica quanto pianificato e gli adulti non facevano che seguire i loro piccoli maghi, vampiri, scheletri, streghe o diavoli per le strade della città. Molte persone avevano trascorso la giornata preparando biscotti, torte e dolciumi vari ed ora attendevano ansiose la visita dei bambini. Chi detestava Halloween, infine, se ne stava chiuso in casa a guardare la TV e ad imprecare ogni volta che il campanello suonava.
Audra, la sacerdotessa della Morte, e Cheryl, la strega, camminavano a passo spedito, fianco a fianco, in mezzo a quel baccanale di suoni e colori, silenziose e cupe come due ombre. I pensieri della più giovane erano concentrati su Drew Johnson. Quanto le piaceva quel ragazzo! Il cuore le batteva forte all’idea che fra poco l’avrebbe rivisto. Chissà, forse stasera si sarebbero baciati. Sospirò pregando che succedesse. Cheryl aveva già baciato un ragazzo, Angel, ed era stata un’esperienza fantastica. Era successo circa tre mesi prima, sulla spiaggia, alla festa del suo quindicesimo compleanno, lontano dagli occhi dei loro amici e, soprattutto, lontani da Sylvie, la ragazza di Angel. Cheryl sospirò. Doveva a tutti i costi fare in modo che Drew la baciasse. E chissà, magari dopo il rito, lui avrebbe voluto portarla da qualche parte per fare l’amore. Sentì le ginocchia tremarle alla sola idea. A differenza della cugina, non l’aveva mai fatto ed era piuttosto nervosa. Allo stesso tempo, però, desiderava ardentemente che accadesse. I pensieri di Audra, del tutto diversi da quelli della cugina, erano completamente rivolti verso il rito. Nessuno conosceva il vero scopo dell’evocazione, tranne la ragazza stessa. Tutti pensavano si trattasse di un gioco, un po’ come fare una seduta spiritica in un cimitero, ma si sbagliavano. Kedemiel sarebbe realmente apparso ed avrebbe concesso alla ragazza ciò che maggiormente desiderava: la bellezza. Non era mai riuscita ad accettare l’idea che potessero esserci al mondo ragazze più belle di lei. Da quella sera in poi, grazie a Kedemiel, non avrebbe più avuto rivali. Audra May avrebbe insegnato al mondo il vero significato della parola bellezza. Quanti ragazzi sarebbero caduti ai suoi piedi! Quanti soldi avrebbe potuto guadagnare grazie ad un viso e ad un corpo perfetto!
La voce ansante di Benjamin Mc Kane riportò le due ragazze alla realtà:
“Audra, Cheryl, siete proprio voi?” domandò squadrandole dalla testa ai piedi.
“Tu cosa ne dici, Ben?” domandò la sacerdotessa della morte appoggiando le labbra su quelle dell’amico e sfiorandole appena per non rovinare il rossetto nero. Il ragazzo indietreggiò. Audra gli impedì di allontanarsi cingendolo in un abbraccio. Il ragazzo socchiuse gli occhi e la strinse a sé.
“Mi sei mancata, piccolina!” pensò.
Ben era un bravo ragazzo, timido, dolce e sensibile, ma Audra non riusciva a provare niente nei suoi confronti che non fosse un affetto fraterno.
“Allora, siamo noi?” domandò Audra liberandosi dalla stretta.
Benjamin arrossì vistosamente sotto il cerone bianco.
“Direi di sì!” farfugliò imbarazzato. Il profumo muschiato della ragazza aveva scatenato forti emozioni in lui. Completamente a disagio, lisciò le pieghe del lungo mantello nero, poi estrasse da una tasca dei pantaloni due canini da vampiro e se li sistemò. Audra notò che gli tremavano le mani.
“Cofì la fmetterai di baciarmi, Audra, fe non vuoi che ti dia un bel morfo sul collo!” esclamò il ragazzo.
Cheryl scoppiò a ridere.
“Ben, sei il vampiro più buffo che abbia mai visto!”
“Fono l’unico che tu abbia mai incontrato, ftupida ragazza!” rispose fingendo di avvicinarsi pericolosamente all’amica. “Poffo prendere un po’ del tuo fangue, Cheryl?”
Audra sbuffò.
“Ben, per favore, piantala di dire stronzate ed accompagnaci alla radura!”
“Fì fignora!” rispose il vampiro mettendosi sull’attenti.
“E togliti quei canini, maledizione!” ringhiò impaziente.
Come un bravo cagnolino ammaestrato, Ben obbedì.
“Da questa parte, tenebrose creature!” esclamò precedendole.

* * *

La Morte, seduta a gambe incrociate sul cubo bianco, con una lunga falce stretta nella mano destra, un’ampia tunica nera con cappuccio ed uno splendido paio di anfibi numero quarantatre, attendeva impaziente l’arrivo di Cheryl, Audra e Benjamin. Trasalì quando l’orologio della chiesa, in lontananza, batté le nove e mezza, poi sbuffò per l’ennesima volta dietro la maschera opalescente. Si stava annoiando a morte. I suoi amici erano in ritardo e non gli piaceva restare da solo in quel luogo dimenticato da Dio. Per non lasciarsi suggestionare dal silenzio che avvolgeva la radura iniziò a canticchiare fra sé e sé “Blue” degli Eiffel 65. Il vampiro, la strega e la sacerdotessa giunsero proprio nell’attimo in cui la Morte, in piedi sull’altare, ballava e cantava a squarciagola.
“Angy, maledizione!” ringhiò Audra lanciandosi minacciosa verso di lui “Scendi immediatamente! Quello è il mio altare!”
La Morte interruppe la danza sul cubo e, con un agile balzo, tornò a terra. Audra gli si parò di fronte con le mani sui fianchi, lo sguardo furente.
“Sei più bella quando ti arrabbi, te l’ha mai detto nessuno?”
A quel complimento, Audra ingoiò le dure parole che stava per vomitare.
“Hai portato la roba?” domandò invece.
Ben e Cheryl si avvicinarono.
“Bel costume, Angel!” esordì Ben esibendosi in un inchino. La Morte non lo degnò neppure di uno sguardo. Benjamin Mc Kane era il tipo di persona che Angel Russell non avrebbe mai voluto frequentare. Era uno sfigato e, se non fosse stato che Audra aveva un debole per lui (un po’ come nei confronti di un animale domestico), l’avrebbe volentieri riempito di botte.
“E’ tutto nello zaino, Audra.” Rispose Angel. “Dunque, ricapitoliamo: ti ho portato la carta col cerchio, il cartoncino col come si chiama disegnato sopra…il coso… dai, hai capito!… e poi, la terra, il sale, l’incenso, i fiammiferi, il candeliere, i petali di peonia… un bicchiere, l’acqua piovana… non me la dovrò mica bere io?"
“No, tu rappresenterai la terra.” Rispose Audra. “Continua, per favore”
“Okay. Acqua piovana, una corda, un drappo di seta…”
“Verde smeraldo come ti avevo detto, vero?” si accertò la ragazza.
“Sì, verde, sta’ tranquilla. Ah, sono riuscito anche a trovare una candela di cera d’api. Non chiedermi però dove l’ho presa!”
Per tutto il tempo, Cheryl rimase nascosta dietro Benjamin. Audra non le aveva detto che anche Angel avrebbe preso parte al rito e, quando si era accorta che dietro la maschera della morte si celava il suo ex, aveva provato il folle desiderio di fuggire… o di uccidere la cugina. Angel parve notarla solo in quel momento e le rivolse un “ciao Cheryl!” privo di emozioni. La ragazza rispose annuendo col capo.
“Bene, hai portato tutto.” Esclamò sollevata Audra frugando nello zaino. “Cheryl, raggiungi Drew e, quando hai finito di spassartela con lui, e deve essere prima delle undici, portalo qui. Ha accettato di partecipare al rito.”
Cheryl desiderò che sua cugina morisse. Annuì.
“Ben!” esclamò melliflua rivolgendosi al timido vampiro. “A te il compito di procurarmi una rosa.”
Benjamin arrossì dai capelli alla punta dei piedi. Avrebbe trovato una rosa a costo di rubarla dal giardino dell’eden.
“Vado, mia signora!”
“Me ne vado anch’io!” esclamò Angel. “Sylvie mi aspetta a casa sua… non ci sono i suoi, mi capite?”
Cheryl avvampò sotto il fondotinta chiaro e fu un bene che sua cugina avesse abbondato col trucco.
Audra fece spallucce. “Divertiti, ma vedi di essere qui alle undici, okay?”
Angy si tolse la maschera e, davanti ad una gelosissima Cheryl e ad un furioso Ben, abbracciò Audra e la baciò. La ragazza si liberò dall’abbraccio e lo schiaffeggiò.
“Mi rovini il trucco, stupido!” esclamò attirandolo però nuovamente a sé e baciandolo a lungo. Cheryl corse via con le lacrime agli occhi pensando “puttana! Puttana! Puttana!”, mentre Benjamin volse loro le spalle e, stringendo i pugni, rimase a fissare Orione e Cassiopea fino a quando sentì Angel allontanarsi fischiettando un’altra canzone degli Eiffel 65.
“Ti sei incantato, Ben?” domandò Audra avvicinandosi all’amico.
Ben non riuscì a guardarla negli occhi.
“Vado a prenderti la rosa, Audra.” Rispose evitando accuratamente il suo sguardo.
Si allontanò rapido nella notte, silenzioso come un’ombra e triste come un angelo caduto dal cielo.

* * *

Audra May, rimasta sola, nascose accuratamente lo zaino e la lunga corda all’interno del cubo e tornò in paese. Doveva trovare un ragazzo bello come un dio e convincerlo a fare l’amore con lei. Sarebbe stato più semplice chiederlo ad Angy, sempre disponibile quando si trattava di fare sesso, o a Drew, solo per il piacere di rubarlo alla cugina, ma voleva qualcosa di diverso. Benjamin? Fuori discussione! Troppo emotivo ed inesperto! C’erano diversi ragazzi in paese con i quali Audra aveva stretto delle relazioni che si aggiravano dai venti minuti ai sette giorni ed altrettanti che avrebbero volentieri accettato un’offerta del genere, ma Audra voleva uscire dalla routine. Voleva concedersi ad un estraneo, ad un perfetto sconosciuto venuto in paese per la festa di Halloween. Sarebbe stato divertente. Passeggiò a lungo per le strade del paese in festa, sempre tenendo d’occhio l’orologio, guardandosi intorno. Di ragazzi carini ce n’erano parecchi, ma Audra cercava il colpo di fulmine. E quello, forse spinto dalla magia di Halloween, arrivò quando ormai la ragazza aveva preso in considerazione l’idea di scegliere Angy come partner per il rito. Non era un adolescente, bensì un ragazzo sulla trentina. Indossava una lunga tunica blu notte bordata di rune color argento ed un lunghissimo mantello corvino tempestato di minuscole paillettes dello stesso colore delle rune. Audra si avvicinò al tavolo al quale il ragazzo, seduto con uno scheletro, un vampiro ed un diavolo, stava sorseggiando un caffè. Aveva lunghi capelli neri stretti in una coda di cavallo da un nastro celeste ed occhi di un innaturale blu elettrico. Lenti a contatto colorate, pensò Audra. Originale! Peccato non aver avuto la stessa idea. Ignorando i commenti volgari dei tre compagni, raggiunse lo stregone e, avvicinando le labbra al suo orecchio, sussurrò:
“Posso?”
Il profumo dell’uomo la inghiottì ed Audra desiderò non respirare altro per tutta la vita. Lo stregone la guardò incuriosito. I loro nasi si trovarono a pochi centimetri l’uno dall’altro.
“Chi sei?” domandò l’uomo inarcando le sopracciglia.
“Risposta sbagliata, stregone!” bisbigliò la ragazza appoggiando poi le labbra sul suo collo. Il diavolo, lo scheletro ed il vampiro osservarono divertiti la scena. Le gote pallide dello stregone si tinsero di un delizioso incarnato.
“Posso?” domandò nuovamente riportando le labbra al suo orecchio.
“Io…” replicò imbarazzato.
“Tu ed io è la risposta esatta, stregone!” la mano di lei scese lungo la sua schiena.
“Chi sei?” domandò lottando contro se stesso per respingere le emozioni che quella misteriosa fanciulla stava risvegliando in lui.
“Una sacerdotessa della morte. Non lo vedi?”
“Chi sei veramente?”
Audra smise di accarezzarlo. Lo stregone parve risvegliarsi da un sogno.
“Fai troppe domande, stregone!”
“Ci conosciamo?”
“No, non ci conosciamo. Ma ci conoscemmo e prima di quanto tu possa immaginare, ci conosceremo!”
Un sorriso sconcertato apparve sulle carnose e sensuali labbra dell’uomo.
“E’ ora che li mandi via.” Sussurrò Audra con aria annoiata.
“Chi?”
“I tuoi amici. Non vuoi restare solo con me?”
L’uomo scosse la testa sospeso fra incredulità e desiderio.
“Io…”
“Tu ed io è la risposta corretta, mi sembra di avertelo già detto.!”
Lo stregone si alzò in piedi e per poco non fece cadere la tazzina.
“Eric, Joe, Fratellino!” esclamò deciso “Ci vediamo più tardi! Ho incontrato questa vecchia amica che…”
Il diavolo, suo fratello, esibendosi in un sorriso malizioso, lo interruppe: “Vorrei avere anch’io un’amica del genere!”
Chissà quanto sarebbe stata felice sua cognata sapendo Jake in compagnia di quel gran pezzo di figliola!
“Buona serata, Jake!” esclamò il vampiro alzando il bicchiere nella sua direzione per salutarlo.
Lo scheletro mandò un bacio ad Audra. I tre compagni si scambiarono poi occhiate interrogative mentre lo stregone e la sacerdotessa si allontanavano mano nella mano.


* * *

“Fra un’ora? Un rito? ” domandò Jake disteso sul prato mentre Audra sedeva a cavalcioni su di lui con addosso la sola biancheria intima.
“Sì, un rito. Devo farlo alle undici e trenta, ora in cui è possibile ottenere i maggiori vantaggi da Venere. Sei uno stregone, dovresti avere dimestichezza con queste cose!” L’uomo le sorrise, i lunghi capelli sciolti e la fede abbandonata sul prato.
“E cosa dovrei fare, piccola strega?” domandò slacciandole il reggiseno.
“Niente di complicato!” rispose la ragazza con voce dolce mentre mani esperte accarezzavano il suo corpo. “Dovrai solo fare l’amore con me.”
Avvicinò le proprie labbra a quelle dell’uomo.
“Non trovi eccitante l’idea di possedere una sacerdotessa durante un rito di evocazione, mio bellissimo stregone?”
“Non mi va di aspettare!” disse imbronciato Jake.
Audra si passò la lingua sulle labbra nere.
“E chi ti ha detto che non possiamo farlo anche adesso, stregone?”

* * *

Drew estrasse l’ennesima sigaretta dal pacchetto e la prese fra le labbra. In lontananza, il campanile batté dieci colpi. Prese l’accendino dalla tasca, poi vide che Cheryl si stava avvicinando e decise di rimetterlo a posto. Ripose anche la sigaretta. Avrebbe fumato più tardi. Cheryl, che si stava dirigendo nella sua direzione a passo spedito, rallentò l’andatura quando si rese conto di essere arrivata al luogo dell’appuntamento.
“Ma come ti sei conciata?” avrebbe voluto chiederle il ragazzo che odiava ogni genere di travestimento. Si era però scordato di avvertirla che, a differenza di tutti i loro amici, non si sarebbe travestito e, di conseguenza, il buonsenso gli suggerì di non farlo. In effetti, in un paese pieno di streghe, vampiri, demoni ed affini, il diverso era lui.
“Ma le streghe non erano tutte racchie?” domandò scrutandola con attenzione dalla testa ai piedi. Cheryl arrossì e la timidezza le impedì di rispondere. Sentì il cuore batterle come un tamburo. Aveva trascorso giorni fantasticando sulle mille frasi che avrebbe potuto dire in un’occasione del genere ed ora se ne stava lì, immobile e zitta come un palo della luce. “Dì qualcosa, cretina!” La voce di Audra echeggiò nitida nella sua mente. Nonostante provasse antipatia verso la cugina, c’erano momenti in cui avrebbe voluto essere spigliata come lei.
“Ciao Drew!” esordì. Le mancò il coraggio di dire qualsiasi altra cosa.
Accortosi della sua timidezza, il ragazzo prese in mano la situazione.
“Pensi che una strega uscirebbe volentieri con un ragazzo in jeans e felpa?” chiese sorridendole.
Cheryl sorrise a sua volta.
“Ne conosco solo una di streghe e penso che non se lo farebbe ripetere due volte!” rispose abbassando lo sguardo.
“Bene, allora! C’è un posto dove vorresti che ti portassi?” domandò. “Mio padre mi ha lasciato la macchina, quindi possiamo andare dove ci pare.”
Estrasse le chiavi dalla tasca dei jeans e le fece tintinnare sotto il naso di Cheryl.

* * *

Quando Audra e Jake giunsero alla radura, Benjamin aveva già sistemato l’altare. Doveva essere rivolto verso est (il lato divino, la direzione da cui proviene la luce), come più volte si era raccomandata la ragazza, ma Ben aveva dimenticato la bussola a casa e non era tanto sicuro che quello fosse proprio l’est. Così, dopo aver trascorso diversi minuti chiedendosi se rivelarle oppure no la verità, aveva optato per il silenzio. Le conoscenze di Audra erano limitate – magia, cosmetici e vestiti! – e Ben era sicuro che la ragazza non si sarebbe accorta di nulla. Ben pensava che Audra fosse più bella quando si arrabbiava, ma non ci teneva ad essere riempito di insulti. Quando la vide le andò incontro con un sorriso idiota dipinto sul volto ed una rosa nella mano sinistra.
“Bravo, Ben!” esclamò la ragazza prendendo con cautela il fiore tra le mani e passandosi il bocciolo vellutato sulle labbra.
“Chi è lui?” domandò sottovoce il vampiro indicando con un gesto del capo lo stregone che li stava raggiungendo.
“Un amico.” Rispose Audra con noncuranza. “Ora lasciami lavorare, per favore.”
Ben obbedì e si diresse verso Jake.
“Benjamin Mc Kane, signore di tutti i vampiri!” esclamò il ragazzo porgendo la mano allo straniero.
“Jake Drake.” Rispose l’uomo serrando la mano del ragazzo in una morsa d’acciaio.
“Ottima stretta, signor mago!” rise Ben massaggiandosi le dita.
Jake sorrise e sedette poi con la schiena contro il tronco di un albero, gli occhi puntati sulla ragazza che stava sistemando alcuni oggetti sull’altare. Ben, invece, si avvicinò all’amica in attesa di ricevere l’ordine di creare il circolo di protezione.
Audra si concentrò su quello che stava facendo. Un piccolo errore nella preparazione avrebbe potuto significare il fallimento dell’evocazione. Per prima cosa stese il drappo di seta verde sul cubo bianco. Poi, con le mani che le tremavano per l’emozione, estrasse dallo zaino il sacchetto con la terra, terra raccolta in prossimità di un incrocio, lo aprì e ne rovesciò il contenuto su quello che credeva essere il lato dell’altare rivolto a nord (la direzione dalla quale provengono i demoni). “Uriele!” chiamò con voce limpida. Chiuse gli occhi e ripeté altre sei volte quel nome. Riaprì gli occhi. Prese un fiammifero ed accese lo stoppino della candela di cera d’api. Una piccola fiamma cremisi e d’oro iniziò a danzare nella notte. “Michele!” esclamò Audra. Di nuovo chiuse gli occhi e pronunciò altre sei volte quel nome prima di riporre la candela sul lato a sud (la direzione dalla quale giungono gli spiriti buoni). Jake osservava con attenzione e desiderio ogni suo movimento. Gli piaceva il gioco in cui quella ragazzina l’aveva coinvolto. Ben, invece, timoroso di disturbare l’amica, se ne stava immobile come una statua di cera. Audra estrasse dallo zaino una bottiglia piena d’acqua, un bicchiere ed una saliera. Versò l’acqua piovana nel bicchiere e si preparò a consacrarla col sale, l’emblema dell’eternità.
“Io ti esorcizzo, o Creatura dell’Acqua!” esclamò ad alta voce aggiungendo il sale all’acqua. “Te exorcizo per Dei omnipotentis virtutem qui regna per saecula saeculorum. In nominibus Martelliae, Dophaliae, Nemaliae, Zitanseiae, Goldaphairae, Dedulsairae, Gheninairae, Geogropheirae, Cedahi, Gilthar, Godieth, Ezoliel, Musil, Grassil, Tamen, Puri, Godu, Hoznoth, Astroth, Tzabaoth, Adonai, Agla, On, El, Tetragrammaton, Shema, Ariston, Anaphaxeton, Segilaton, Primeraton, Amen.” Audra prese fiato, poi gridò con voce stridula: “Gabriele!”, “Gabriele!”, “Gabriele!”, “Gabriele!”, “Gabriele!”, “Gabriele!”, “Gabriele!”. Appoggiò lentamente il bicchiere sul lato ovest (il lato dell’uomo). Infine, estrasse la carta con sopra il cerchio, simbolo esoterico dell’Aria, e lo collocò di fronte a lei sull’altare. Sette volte chiamò “Raffaele!”, scandendo con cura ogni sillaba.
Si fermò di nuovo a riprendere fiato, poi ordinò a Ben di creare il circolo magico. Il ragazzo prese la corda e la dispose a cerchio intorno all’altare, senza però far combaciare le due estremità, così come in precedenza Audra gli aveva spiegato. Solo una volta che tutti si fossero trovati all’interno del circolo questo sarebbe stato chiuso. Contemporaneamente, la ragazza dispose tre pietre piatte in tre differenti punti all’interno di esso e su di ognuna, con un gesso, tracciò arcani nomi: Shaddai El Chai sulla prima, Tetragrammaton sulla seconda ed Ararita sulla terza. A questo punto, la ragazza dovette consultare il libro di magia per sapere quale fosse la successiva mossa.
“Giusto!” esclamò dopo qualche minuto richiudendo il tomo con cura. Dallo zaino estrasse il vasetto pieno di petali scarlatti di peonia che utilizzò per disegnare sulla terra battuta, all’esterno della parte orientale del circolo, un piccolo triangolo inscritto in un secondo tracciato col sale. Lungo i lati del triangolo di sale, con un rametto, la ragazza incise tre nomi di potere: Anexhexation, Primemmaton e Tetragrammaton. Jake, ancora seduto con la schiena appoggiata al tronco, sbadigliò. Si stava annoiando a morte, ma decise che sarebbe rimasto. Se se ne fosse andato, avrebbe poi rimpianto per tutta la vita quella fantastica occasione! Voleva ripetere l’entusiasmante esperienza di possedere quella ragazzina indemoniata.
All’interno del triangolo più piccolo, in corrispondenza degli angoli, Audra incise le sillabe CH, MI ed AEL. Lo scopo principale del triangolo di sale, sulla base di quanto riportato nel libro di magia, era quello di rendere visibile qualsiasi elementale o essere angelico evocato. I petali di peonia, invece, servivano per rinforzare la barriera. Si sarebbero rivelati utili se per errore fosse comparso un demone anziché Kedemiel! Terminati questi preliminari, Audra tornò all’altare. Estrasse dallo zaino la carta col pentacolo e la dispose accanto alla candela accesa. Secondo il testo di magia, tale simbolo salomonico aveva la capacità di tenere lontano il maligno. In caso di pericolo, Audra non avrebbe dovuto far altro che sventolarlo di fronte alla creatura evocata. Spostò la rosa al centro dell’altare, infilò un bastoncino di incenso nel mucchietto di terra e lo fece bruciare, poi si fregò le mani soddisfatta mentre si diffondeva nell’aria un intenso profumo di sandalo. Tutto era pronto per cominciare il rito.

* * *

Cheryl pensò che durante il rito si sarebbe sicuramente distratta centinaia di volte. Non riusciva a fare a meno di guardare Drew e di trovarlo irresistibile. Si divertiva a lanciargli tenere occhiate, ma era lesta ad abbassare lo sguardo nel caso il ragazzo volgesse lo sguardo verso di lei. I suoi pensieri tornavano continuamente ai baci che si erano scambiati in macchina e, sinceramente, del rito non le importava più nulla. Desiderava solo appartarsi col suo ragazzo. Il suo ragazzo! Era fantastico! Drew Johnson e Cheryl May stavano finalmente insieme! Sospirò. Se si trattava di un sogno, avrebbe ucciso chiunque l’avesse svegliata. La voce della cugina la riportò alla realtà:
“E tu, Cheryl, dovrai tenere in mano questo candeliere per tutta la durata del rito. Mi raccomando, non lasciare che la candela si spenga!”
Cheryl annuì meccanicamente.
“Hai capito quello che ti ho detto?” domandò acida Audra.
“Sì, sta’ tranquilla! Non sono deficiente!” ribatté Cheryl sulla difensiva.
Audra le girò le spalle ed andò a posizionarsi al centro del cerchio, accanto ad un uomo che Cheryl non aveva mai visto prima. Di fronte a loro si trovava Drew. In una mano teneva la carta raffigurante il cerchio. Dalla parte opposta, alle spalle dei due ragazzi, si trovava invece Ben, il vampiro. Stringeva fra le mani un bicchiere colmo d’acqua e sorrideva divertito. Cheryl la strega si trovava a sud della cugina e dello sconosciuto e, suo malgrado, di fronte a lei, alla sinistra dell’evocatrice, stava Angel, la morte. Ai suoi piedi giacevano un mucchietto di terra ed un bastoncino fumante di incenso.
“Da questo momento in poi, fino a quando il rito sarà terminato, vi chiedo di rimanere in silenzio!” esclamò Audra mantenendo un tono distaccato. “Ho bisogno della massima concentrazione.”
Inspirò profondamente, poi, con un ampio gesto del braccio, tracciò nell’aria un’ideale stella a cinque punte. Jake, istruito in precedenza dalla ragazza, si distese ai suoi piedi.
“Yhvh!” pronunciò Audra puntando il dito verso il centro della stella.
Qualche istante di pausa, poi ripeté lo stesso gesto rivolta a sud, ad ovest ed infine a nord. Questa parte del rito era molto importante in quanto i quattro pentagrammi immaginari avevano la funzione di proteggere l’evocatrice da eventuali assalti. Tornò a rivolgersi verso est e si preparò a salutare i quattro re elementali.
“Rafahel!” pronunciò cercando di visualizzare l’Arcangelo avvolto in abiti giallo oro increspati dal vento. Lo immaginò in piedi su una collina viola e lo salutò con queste parole:
“Salve Raphael cuius spiritus est aura e montibus orta et vestis aurata sicut solis lumina. “
Dopo aver pronunciato questa frase, visualizzò l’Arcangelo Gabriele, vestito di blu e circondato da cascate d’acqua, l’Arcangelo Michele dagli abiti dello stesso colore delle fiamme che avvolgono la sua spada rivolta al cielo ed Uriele avvolto in una veste marrone e verde, le tinte del più fertile dei paesaggi. Audra fece attenzione a salutarli tutti correttamente.
“Salve Gabriel cuius nomine tremunt nymphae subter undas ludentes! Salve Michael, quanto splendidior quam ignes sempiterni est tua majestas! Salve Uriel, Nam tellus et omnia viva regno tuo pergaudent.”
Ebbe un attimo di esitazione. Sapeva che avrebbe dovuto visualizzare la stella a sei punte, ma non ricordava le parole che doveva pronunciare. “Maledizione!” Pensò stizzita.
“Non... non...” ripeté sull’orlo della disperazione.
“Non accedet!” esclamò Cheryl che aveva aiutato per giorni la cugina ad imparare quelle formule strane.
Audra, ingrata, la fulminò collo sguardo.
“Non accedet ad me malum cuiuscemodi quoniam angeli sancti custodiunt me ubicumque sum” riprese con voce limpida. Si sentì improvvisamente eccitatissima. Aveva appena proclamato la propria fiducia nella protezione angelica invocata ed ora si apprestava ad entrare nel mondo astrale.
“Excubitore, in nomine Gabrieli, fas mihi tangere limina illa.”
Un brivido freddo le percorse la schiena. D’improvviso ebbe l’impressione che Qualcuno avesse posato il proprio sguardo sovrumano su di lei.
“Nescio quid sim, nescio unde veniam, nescio quo eam. Qaero, sed quid nescio.” Con questa formula dichiarò la propria ignoranza sui misteri sublimi che avrebbe scorto fra poco. Si umettò le labbra. La notte era divenuta più fredda, eppure il suo corpo era invaso da insolite vampate di calore.
“Kedemiel!” pensò intensamente comunicando ai quattro arcangeli il desiderio di entrare in contatto con tale spirito planetario. Rimase per diversi minuti immobile come una statua, poi iniziò a spogliarsi. Per prima cosa si tolse il diadema ed il copricapo di seta nera. Si passò una mano fra i lunghi riccioli corvini che, incorniciandole il viso, mettevano maggiormente in risalto gli splendidi occhi grigioverdi. Proseguì slacciandosi la cintura e sfilandosi uno dopo l’altro, lentamente, quasi a voler rendere ancora più sensuale la scena, l’abito da sacerdotessa, le calze nere, gli stivali e la lingerie rossa. Ben arrossì incapace di smettere di fissare il corpo della ragazza, Drew distolse lo sguardo imbarazzato, Angel deglutì combattendo con l’impulso di prenderla di fronte a tutti e Cheryl, disgustata, rivolse le proprie attenzioni alla fiamma che tremolava sulla candela.
Audra, completamente nuda, alzò le braccia al cielo.
“Kedemiel!” chiamò. Un passero, apparentemente materializzatosi dal nulla, si posò sulla sua spalla e scomparve nell’attimo stesso in cui dieci occhi (Jake, dalla sua posizione, non riusciva a scorgere altro che il corpo di Audra e le stelle) presero a fissarlo incuriositi.
“Kedemiel!” ripeté la ragazza, poi si chinò sul corpo dell’eccitatissimo mago steso a terra. Lo aiutò a sfilarsi il mantello, la tunica di velluto, gli anfibi neri, i calzini, la maglietta di lana ed i boxer.
“Ora!” esclamò esortandolo ad amarla. Jake non se lo fece ripetere due volte. Si stese su di lei e la penetrò con impeto. D’improvviso, Audra lo vide mutare. I suoi occhi divennero dello stesso colore degli smeraldi, i lunghi capelli si accorciarono, si arricciarono ed assunsero la stessa tonalità verde degli occhi. Le labbra si assottigliarono, il naso divenne piccolo e leggermente all’insù. Audra sentì la pressione di un seno femminile contro il proprio e, spaventata, tentò di ritrarsi. “Netsah!” pronunciò la bellissima donna con un accento che non pareva avere nulla di umano. “Mio Dio!” esclamò terrorizzata Audra. La sua mente continuava disgustata a gridarle che stava facendo sesso con una donna, ma il suo corpo pareva non desiderare altro. Gridò, senza rendersi conto se per l’orrore o per l’estasi.

* * *

Audra aprì gli occhi. Jake, inginocchiato accanto a lei, la stava guardando con apprensione. Era pallido e spettinato. Doveva essersi rivestito in fretta e furia. La maglietta di lana, infatti, giaceva ancora nel mucchio dei vestiti. Aveva perso una lente colorata e sul suo volto ora brillavano un occhio nocciola ed uno blu elettrico. Con dolcezza l’aiutò a tirarsi su. Era ancora completamente nuda, ma qualcuno doveva averla coperta col mantello di Jake.
“Cos’è successo?” domandò provando un senso di nausea e di vertigine. L’uomo rivolse lo sguardo in direzione degli altri ragazzi. Audra fece lo stesso. Ben doveva aver pianto. Angel aveva un’espressione incredula dipinta sul viso. Drew teneva per mano una spaventatissima Cheryl.
“Qualcuno vuole dirmi cosa cazzo è successo?” gridò Audra alzandosi.
“Sei svenuta.” Rispose Ben con voce rotta dall’emozione. Angel le porse gli abiti.
“Nient’altro?” domandò la ragazza infilandosi il perizoma rosso.
Nessuno rispose.
“Cosa sono tutti questi misteri? Sono svenuta! E allora? E’ da stamattina che non mangio! Penso che non ci sia niente da...”
“Guardati!” disse improvvisamente Cheryl avvicinandosi e porgendo alla cugina uno specchietto.
Audra continuava a non capire. Prese lo specchietto e si guardò. Rimase a bocca aperta vedendo l’immagine di una ragazza bella oltre ogni immaginazione.
“Ha funzionato!” gridò cominciando a saltellare come un’indemoniata. “Ha funzionato! Non esiste al mondo ragazza più bella di me!” Scoppiò in una risata isterica.
“Ti rendi conto di quello che abbiamo fatto?” domandò Cheryl ad un passo dalle lacrime.
“Invidiosa?” la stuzzicò Audra. “No? Dovresti esserlo!”
Cheryl distolse lo sguardo. Drew la cinse in un abbraccio. Ben si avvicinò cautamente all’amica.
“Audra, sei diventata così bella che qualcuno potrebbe uccidere per te!” esclamò serio. “Mio Dio! Come hai fatto? E’ stato lo spirito che hai evocato a renderti bella come una dea? Mio Dio! Pensavo che non sarebbe successo niente, anche perché non avevo portato la bussola e non ero sicuro che l’altare fosse proprio rivolto ad est...”
“Dobbiamo chiudere l’entrata!” gridò improvvisamente la ragazza rendendosi conto dell’importanza dell’affermazione di Ben. Iniziare un’evocazione coll’altare rivolto a nord equivaleva ad invitare i demoni ad entrare nel nostro mondo! Il cuore prese a martellarle furiosamente in petto. “Fa’ che non sia rivolto a nord! Fa’ che non sia troppo tardi!” pregò in preda alla disperazione.
“Tornate ai vostri posti!” esclamò ai compagni. “Dobbiamo chiudere il rito. Jake, portami la carta col pentacolo!”
Audra si sistemò al centro del circolo con Ben, Angel, Cheryl e Drew intorno ad indicare rispettivamente l’ovest, il nord, il sud e l’est.
“Monstrum et locis emissum summis abi nunc ex oculis meis!” recitò la ragazza. Con questa formula Audra congedò lo spirito evocato. Batté nove volte le mani e sospirò sollevata.
“E’ finita!” esclamò esibendo un sorriso capace di far spuntare i fiori sui sassi.
“Cos’è quel vapore?” domandò Jake porgendole la carta col pentacolo e scomparendo insieme ad essa l’attimo successivo.
Cheryl gridò.
“Qualcosa non ha funzionato!” esclamò Angel.
“Audra!” urlò Ben isterico. “Là, nel triangolo!”
Una creatura mostruosa stava tentando di eludere la prigione creata dai due triangoli all’esterno del circolo. La testa, le braccia ed il busto erano quelli di una donna. La parte inferiore, invece, era un ammasso di spire culminanti in un sonaglio. Pareva una creatura uscita da un incubo.
Audra scoppiò in lacrime terrorizzata.
Angel raggiunse la ragazza e la schiaffeggiò:
“Fa’ qualcosa! Sei l’unica in grado di salvarci!”
Audra, in preda a violenti singhiozzi, tentò di pronunciare la formula.
“Mon... monstrum et lo... et locis emissum sum... summis abi nunc ex ocu... oculis meis. “ Batté le mani nove volte, poi si coprì il viso e ricominciò a piangere.
“E’ scomparso!” esclamò Angel sollevato. “Ce l’hai fatta, piccola!”
“Dov’è Jake?” singhiozzò Audra.
Tutti tacquero. Anche Ben scoppiò in lacrime.
“Smettila di piangere, idiota!” ringhiò Angel. Furono le sue ultime parole, poi il demone apparve dietro di lui e lo sbatté al suolo con violenza. Dalla terra uscirono intere legioni di vermi che in pochi istanti lo divorarono sotto lo sguardo terrorizzato degli altri ragazzi.
“TERRA!” scandì il demone con una voce che faceva accapponare la pelle, poi si esibì in quella che pareva la parodia di una risata.
“ACQUA!” disse volgendo il proprio sguardo verso Ben. Gli occhi gialli e crudeli del demone furono l’ultima cosa che Benjamin Mc Kane vide fra le lacrime, poi il suo corpo esplose e di lui non rimase che una lugubre pozzanghera di sangue.
“ARIA!”
“No!” esclamò Cheryl spingendo con veemenza Drew al fine di allontanarlo dal raggio di azione del demone. Il ragazzo inciampò nella corda, perse l’equilibrio e volò bocconi fuori dal circolo di protezione. Si rialzò in tempo per vedere Cheryl avvolta dalla fiamme.
“FUOCO!” gridò trionfante il demone.
“Cheryl!” urlò Drew in preda alla disperazione. Il Demone avanzò strisciando verso di lui. Raggiunse poi la corda con l’intenzione di uscire dal circolo di protezione, ma non riuscì ad oltrepassarla. Ruggì di frustrazione. Drew cadde pesantemente sulle ginocchia. Cheryl gli aveva salvato la vita. Il demone, adirato, si diresse verso Audra. La ragazza continuava a piangere incurante del pericolo ed inerme come un neonato.
“Audra, esci dal circolo di protezione!” gridò Drew con tutta la voce che aveva in gola tentando di sovrastare le ultime, angoscianti urla di dolore di Cheryl. La ragazza parve non sentirlo. Il demone si avvicinò alla bellissima fanciulla e si fermò di fronte a lei.
“Audra!” gridò Drew incapace di muoversi mentre cascate di lacrime inondavano il suo viso.
Audra alzò il viso verso il demone ed incontrò il suo sguardo malvagio. Lanciò un urlo di terrore e si accasciò al suolo svenuta. Drew chiuse gli occhi incapace di guardare. La creatura, apparentemente, non le fece però del male. Si limitò a sfiorarle il capo con una mano squamosa poi, così come era apparsa, scomparve.

* * *

Jake si guardò intorno e non vide che infinite distese di papaveri contro un cielo arrossato dal tramonto. L’aria era troppo calda ed odorava insolitamente di zolfo.
“Dove sono?” domandò a se stesso. Fra le mani stringeva ancora il foglio sul quale in precedenza si trovava il pentacolo. Il disegno era scomparso ed al suo posto brillava ora una macchia color cremisi. Lo lasciò cadere e rimase attonito ad osservarlo mentre si appoggiava al suolo e prendeva fuoco a contatto con la terra.
“Mio Dio, dove sono?” esclamò involontariamente ad alta voce.
Alle sue spalle, qualcuno rispose con dolcezza alla sua domanda:
“Sei nel mio regno, Jake Drake.”
Jake si volse di scatto verso quel suono e si trovò faccia a faccia con una bellissima donna seminuda.
“Chi sei?” domandò osservandola. La donna aveva lunghi capelli color cremisi, occhi ambrati e due labbra di porpora. Indossava solamente un lungo pareo amaranto. Era particolarmente abbronzata ed ostentava due piccoli seni rotondi.
“Feyt.” rispose
“Piacere di conoscerti Feyt!”
“Sto sognando!” pensò Jake. “Dopo tutto quel sesso con Audra devo essermi addormentato ed ora sto sognando!”
“Vieni con me!” esclamò Feyt prendendolo per mano. Jake ebbe l’impressione di stringere un tizzone ardente.
“Dove mi porti?” domandò.
“E’ una sorpresa!” rispose la donna. “Ti fidi di me?”
Non si fidava di lei, eppure la seguì. Mentre correvano tra i papaveri, una donna seminuda ed un uomo vestito da stregone, Jake non riusciva a fare a meno di distogliere lo sguardo dalle sue curve sensuali e, più passavano i secondi, più si sentiva eccitato.
D’improvviso, Feyt si bloccò.
“Perché ci siamo fermati?” domandò Jake.
Feyt si slacciò il pareo e lo lanciò in aria. Jake lo osservò ondeggiare a lungo, in un movimento quasi ipnotico, prima di raggiungere il suolo. Anch’esso, come il foglio, prese immediatamente fuoco a contatto con la terra.
“Guardami!” ordinò la donna senza dolcezza alcuna nella voce.
Jake, come un marionetta, obbedì.
“Sei bellissima!” esclamò accarezzando con lo sguardo ogni parte del suo corpo abbronzato.
“Baciami, allora!” tuonò imperiosa.
Di nuovo Jake non seppe resisterle e la baciò. L’uomo ebbe l’impressione di appoggiare le labbra sulle fiamme e di sfiorare con la lingua una guizzante lingua di fuoco. Tentò di ritrarsi, ma la donna glielo impedì. La vista gli si annebbiò a causa del dolore. Sentì le lacrime rigargli il volto. Quando Feyt lo lasciò andare, Jake barcollò e cadde a terra supino. I suoi abiti ed i capelli si incendiarono immediatamente a contatto col suolo, ma le fiamme non gli causarono dolore alcuno. Nudo come un verme, completamente calvo, debole ed impaurito come un bambino, tentò di rialzarsi, ma Feyt lo bloccò col peso del proprio corpo.
“Ora possiedimi!” ruggì la donna.
“No!” tentò di gridare l’uomo, ma il bacio gli aveva ustionato le labbra, la lingua e le corde vocali.
“Sei in mio potere, stupido mortale!” esclamò Feyt scoppiando poi a ridere sguaiatamente. “Ed ora io voglio che tu faccia quello che ti ho ordinato!”
Jake non poté ribellarsi al demone. Per interminabili ore fu costretto a fare l’amore, mentre la sua pelle bruciava ad ogni contatto con quella di Feyt. Alla fine, stancatosi del nuovo passatempo, il demone assunse la sua vera forma e scomparve lasciandolo febbricitante e completamente ustionato fra i papaveri.

* * *

Jake si svegliò lieto che l’incubo fosse terminato. Si sbagliava. Quello che credeva esser stato un bruttissimo sogno si rivelò invece essere fin troppo reale. L’intero suo corpo era annerito e martoriato da vesciche biancastre e purulente. Il dolore era insopportabile. Aveva assolutamente bisogno di cure o sarebbe morto. Tentò di gridare, ma non riuscì ad emettere alcun suono. Ancora non si rendeva conto che non sarebbe mai più stato in grado di parlare. Si rialzò a fatica.
“Dove sono?” pensò in preda alla disperazione. La risposta alla sua domanda non tardò ad arrivare colpendolo come un pugno in pieno stomaco. Era prigioniero in quella che sembrava una gigantesca gabbia per uccelli.
Oltre le sbarre, una creatura orripilante lo stava osservando incuriosita. Il volto assomigliava vagamente a quello di Feyt, ma la parte inferiore del corpo era quella di un gigantesco serpente a sonagli.
“Non morrai, sta’ tranquillo. Vi ho resi tutti immortali sì che la mia collezione duri in eterno. Dovresti sentirti orgoglioso di esser entrato a far parte del mio zoo!” esclamò con voce cavernosa il demone. “Mi mancava un essere umano!”
Jake sentì l’intero mondo crollargli sulle spalle. Attraverso le sbarre, fin dove i suoi occhi riuscivano a vedere, non riuscì a scorgere altro che decine di gabbie come la sua. In quella di fronte a lui vide quello che doveva essere stato uno splendido angelo. Uno stretto collare di metallo intarsiato di rune cingeva il suo collo e ad esso era collegata una lunga catena. Le candide ali piumate erano lacerate in più punti e gocce di luce stillavano da numerose ferite. Con orrore si rese conto che alla creatura celeste erano stati strappati gli occhi. Tentò per la seconda volta di gridare. Cadde poi al suolo piangendo come un bambino. Il demone si allontanò.
“Ti abituerai, umano, così come si sono abituati tutti! Non esiste via di scampo!” esclamò prima di scomparire.
Nella gabbia di fronte a lui, l’angelo cieco percepì il suo dolore e lanciò uno straziante grido in direzione del cielo. Dopo centinaia di anni di prigionia, ancora non si voleva arrendere all’idea che Dio li avesse abbandonati.
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Vecchio 10-31-2004, 07:25 PM   #22
Rosarossa
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Dolcissima Cassandra....unione mistica.....è proprio così.Il rapporto sessuale tra uomo e donna è ricco di simboli cabalistici.Quel riunirsi in un solo corpo per "ricreare"la perfezione.,quell'attimo che ti avvicina all'estasi divina,ricollegarsi per qualche istante con "l'armonia" da cui proveniamo.In quell'attimo si diventa capaci di "creare" ....una nuova vita.La sessualità vista come un mezzo per riavvicinarsi a "Colui" che ci ha "ideato",non vista come allontanamento. Unione durante la quale si sviluppano "energie" molto potenti. (Sto uscendo fuori da come la intendi tu nel racconto,ma sono cose che ho sempre pensato con grande imbarazzo dei miei professori,sentivo il bisogno di scriverlo e l'ho fatto.)Comunque.....bravissima
__________________
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Vecchio 11-01-2004, 03:29 PM   #23
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Dolce Rosarossa , condivido appieno il tuo commento. L'atto sessuale, in un rapporto di vero amore, assume un significato al di sopra dell'immaginazione di chi ne compie solo per pura lussuria.
E' il desiderio di essere una sola persona, le anime gemelle che tornano a divenire un'unica, bellissima, felice anima.
Il desiderio di poter accarezzare l'anima di chi amiamo si avvera nell'attimo in cui si diviene un'unica entità di luce ed amore...
Ti mando un abbraccio, mia tenera amica
Cassandra


* * *
SCHEGGIA DI LUCE

* * *

Dove sei in questo momento?
Seduta su uno scoglio, osservo il punto in cui il mare ed il cielo si fondono. Il sole si è liquefatto, lasciando una macchia di porpora e d’oro contro un azzurro che, lentamente, va spegnendosi. Qualche gabbiano lancia ancora il suo stridulo richiamo, mentre il crepuscolo si appresta a soffiare sulle ultime candele del giorno. La brezza porta con sé i profumi della Città Sommersa ed i canti dolcissimi delle Nereidi che la abitano.
Il mio sguardo si perde, per qualche istante, fra le spumose onde che, tristi, inquiete o disperate, si lasciano morire tra le braccia della calda madre rena. Mi chiedo se sia proprio quel calore ad attirarle...
Sapessi quanto sa essere freddo il mare!
Per quanto mi sforzi, i miei pensieri corrono nella tua direzione, ai tempi in cui vivevamo nell’Unità. Rammento il fortissimo legame con tutte le anime a me contigue. Quale indescrivibile intimità avevamo raggiunto! Il contatto era l’unica cosa che veramente avesse importanza.
Il segreto della felicità era racchiuso nell’esser parte di un’unica, meravigliosa entità... Dio...
Fu poi per amore che l’Entità decise di frantumarsi in migliaia di schegge di luce e di donarne una ad ognuna delle sue creature.
Ed eccoci qui, ora, rinchiuse in involucri di carne, prive della capacità di fonderci l’una nell’altra. Siamo spiriti intrappolati nella materialità!
Oh, quale indicibile sofferenza!
Ricordi?
La prima volta mi fu affidato un corpo meraviglioso! Divenni l’anima di un delfino. Credo sia questo il motivo per cui, tuttora, ho l’impressione che il mare cerchi di parlarmi. Cavalcavo i flutti con leggiadria, scortavo le Sirene ed i Tritoni ai cancelli della Città Sommersa e trascorrevo ore a giocare, spensierata, coi miei simili.
La sera, però, in cui scorsi quel gabbiano fendere l’aria infiammata dal tramonto, mi resi conto di quale sacrificio fosse stato fatto in nome dell’amore. Provai l’irrefrenabile desiderio di lasciare l’involucro e di ricongiungermi allo spirito di quell’uccello, come ai vecchi tempi.
Non doveva accadere, lo so. Non era previsto che noi schegge di luce fossimo in grado di riconoscere le altre anime che, nell’Unità, si erano trovate a strettissimo contatto con noi. C’era stata concessa solamente la facoltà di percepire una certa affinità, nulla di più. Ed io, contro ogni regola, non solo avevo scorto in quel gabbiano una delle schegge a me più care, ma avevo addirittura riconosciuto con esattezza di chi si trattasse. Eri tu, amica mia!
Ma tu non mi riconoscesti... Ti gettasti a capofitto su un piccolo pesce argentato, poi te ne volasti, soddisfatta, al tuo nido.
Mi chiedo se, quando il giorno successivo tornasti alla ricerca di cibo, scorgesti il corpo di un delfino arenato sulla sabbia d’oro...
Il Destino, custode delle Leggi di Dio, mi riportò nel luogo del grande Raduno e, dopo appena un frammento di tempo, mi affidò un altro corpo...
I secoli si sono susseguiti da quel fatidico giorno ed io sono stata l’anima di un’innumerevole quantità di corpi. L’ultima volta in cui il mio involucro mi è stato strappato dalla Morte, il Destino mi ha donato un corpo umano.
Non sapevo che anche tu ne avessi uno...
Sai, credevo che lo scorrere del tempo mi avesse finalmente privata della capacità di riconoscervi... mi sbagliavo...
Da quando occupo questo involucro, ho già incontrato una decina delle schegge di luce che tanto amavo. Ho sopportato, quasi con rassegnazione, il fatto che riuscissero a percepire solo una forte affinità di spirito e non quel meraviglioso legame che c’era stato un tempo. Infine, sei arrivata tu ed il mondo ha ripreso a vacillare pericolosamente sotto i miei piedi. Ti nascondevi nel corpo di un uomo dalla sguardo tenebroso e dagli occhi dello stesso colore dell’oceano baciato dalla tempesta. Ciononostante, ti ho riconosciuta immediatamente. Non ne conosco la ragione, ma questa pare essere una maledizione riservata a me soltanto!
Conscia dell’assurdità del mio desiderio, attendo, nonostante tutto, il momento in cui anche tu mi riconoscerai e, con te, tutte le altre anime.
Accadrà mai?
Non posso vivere in eterno accontentandomi di parole fugaci o di timidi sorrisi.
Fiumi d’amore scorrevano fra noi!
Quanti cuori strazierò prima che mi venga concesso di ricongiungermi a voi?
Quante volte accarezzerò la Morte in attesa che torni a consolarmi la Vita?
Sai, se fossi ancora priva di involucro, scorgeresti la mia luminosità affievolirsi.
In queste attuali condizioni, però, non mi sono concesse che le lacrime ed è per questo, allora, che, mentre la notte srotola lentamente il suo corvino tappeto lastricato di stelle, piangerò, piangerò e piangerò ancora...
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Vecchio 11-01-2004, 05:42 PM   #24
Rosarossa
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Dolcissima Cassandra...anche se le lacrime che versi sono tante...non riuscirai mai a smorzare quella "scintilla" che ad ogni tua nuova "nascita" brilla sempre di più.Ti confesso,mia tenera amica,che io non riesco a "ritrovare" i miei "compagni".Manca una grande parte di me.Li ho cercati in tanti sguardi,ma forse mi sono "allontanata" troppo da loro;mi consola il fatto che anche loro,forse,staranno cercando me.Questa vita,la nostra scuola,mi sta insegnando molto,forse troppo,mi butta continuamente a terra,ma io ho imparato ad affrontarla a "muso duro",sbagli ne ho fatti tanti,e adesso sto apprendendo che soprattutto attraverso questi miei sbagli capisco cosa significa la sofferenza.Sono un'anima "giovane" e la mia strada è ancora lunga,ho "scelto" alcuni degli ostacoli che ho davanti per "crescere",li affronterò...sono "tornata" per questo,e ad ogni ostacolo superato,ad ogni nuova consapevolezza,ad ogni "abbraccio" ad un'altra "anima"....la mia "luminosità" crescerà,abbiamo l'eternità davanti.Forse i miei "compagni" sono molto più avanti nel "cammino",ma mi impegnerò a raggiungerli.Mi mancano...ed è molto triste non riuscire ad averli accanto.Quando tornerò nella "luce" non voglio essere una "zona d'ombra",tornerò e ritornerò ,e sceglierò ostacoli sempre più "grandi".
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Vecchio 11-06-2004, 04:34 PM   #25
Cassandra
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FOGLIE
* * *

“Non guardare!” esclamò Esmeralda tentando di non farlo a sua volta. “Ne è caduta un’altra! Ed un’altra ancora…” Angosciata non riuscì a terminare la frase. Un fremito scosse il suo fragile corpo.
“Non guardare, te ne prego…” bisbigliò, forse più rivolta a se stessa che alla sorella maggiore.
In cielo, dove prima splendeva il sole, non restava che una macchia rutilante contro un azzurro che lentamente pareva spegnersi. Già la notte allungava dita di tenebra fra gli alberi ed il suo gelido soffio smorzava il ricordo del tepore diurno. Riccioli di nebbia salivano dal terreno conferendo al bosco un aspetto spettrale.
Esmeralda lacerò il silenzio per la seconda volta.
“Quando?”
La voce della sorella suonò limpida e cristallina:
“Quando cosa?”
Nessuna risposta.
Di nuovo il silenzio avvolse i suoi tentacoli intorno all’albero.
Fu solo nell’attimo in cui le prime stelle apparvero in cielo come palpitanti cuori luminosi che Esmeralda riprese a parlare.
“Quando il vento tornerà a soffiare furioso fra i rami? E chi porterà via con sé questa volta?” La sua voce era carica di rabbia.
Dorata sorrise accendendo per un istante un puntino luminoso nell’oscurità.
“Piccola Esmeralda, ci sono cose che ancora non comprendi. Non tormentarti! Ora dormi tranquilla. Sono qui per proteggerti.”
“E chi lo farà quando lascerai l’albero e come una ballerina danzerai con Lui il tuo ultimo ballo?” Molte sorelle sussultarono di fronte a quella verità.
Nessuna di loro sarebbe sopravvissuta! Gemiti e grida si levarono ovunque.
“Silenzio!” gridò improvvisamente Dorata tentando di smorzare quella cacofonia di suoni. Le sorelle le ubbidirono. Dorata era la foglia più vecchia ora che Ocra e Bronzea giacevano esanimi ai piedi dell’albero.
Nuovamente il silenzio tornò a regnare sovrano mentre tutte le costellazioni splendevano meravigliose in cielo, più luminose del solito in quell’autunnale notte priva di luna.
Dorata non riuscì a prender sonno. Al suo fianco, la piccola Esmeralda singhiozzava sommessamente.
“Il vento non è crudele, Esmi” sussurrò con affetto l’anziana foglia. “Gioca fra i rami degli alberi, del tutto inconsapevole della nostra esistenza. E lo stesso vale anche per gli altri! Ti faccio un esempio. Per l’autunno non siamo che labbra di smeraldo sulle quali imprimere baci di ruggine e d’oro! Per il sole non siamo che bersagli contro i quali scagliare dardi di luce! E’ solo per noi stesse, piccola mia, che siamo vive. Ed è per questo che soffriamo ed abbiamo paura. Ma non è il vento ad ucciderci! Non è il sole a toglierci la vita! E’ l’ineluttabilità della morte!”
Esmeralda smise di piangere e valutò corrucciata le sagge e complicate parole di Dorata.
“Tutto finisce?” domandò poi più curiosa che spaventata.
“Si’.” Fu la risposta atona della vecchia foglia.
“Anche le stelle?”
Dorata alzò gli occhi al cielo e quasi rimase abbagliata dal loro lucore. C’erano state notti in cui non era riuscita a scorgerle, ma questo non significava nulla. Le stelle non morivano, questa era la verità. Ma come spiegarlo alla piccola? Perché la morte le risparmiava?
“Anche le stelle muoiono, Esmi” mentì improvvisamente. “ E come candide lacrime vestite di pizzo, si staccano dal cielo e delicatamente volteggiano nell’aria fino a quando raggiungono la terra.” Quelli che stava descrivendo erano in realtà fiocchi di neve, meraviglie di cui spesso le avevano parlato i pettirossi, ma questo Esmeralda non poteva saperlo. “E lì, avvolte in un silenzio magico, spirano.”
Esmeralda chiuse gli occhi immaginando una dolcissima pioggia di stelle. Quando poi il vento tornò a giocare veemente fra i rami e la strappò con forza dall’albero, la piccola affrontò con coraggio la morte. Vide le sorelle allontanarsi sempre più, ma non gridò né oppose resistenza. In balia delle correnti, piroettò a lungo nell’aria, delicata e silente come un fiocco di neve, poi, pochi istanti prima di sfiorare il terreno, esclamò:
“Guardami Dorata! Sono una stella di smeraldo!”.
La vecchia foglia la vide posarsi ai piedi del grande albero e morire.
“Avrei dovuto esserci io al suo posto!” pensò con rabbia. “Esmeralda era la più giovane di tutte noi!”
“Tutto bene?” domandò Bruna con dolcezza, preoccupata per la sorella maggiore.
“Per la morte ed il destino non siamo che pedine di un gioco di cui non riusciamo a comprendere le regole.” pensò Dorata con le lacrime agli occhi. “Crediamo di essere padroni delle nostre vite, ma non è così.”
Bruna tornò a ripetere la domanda.
“Sì, tutto bene!” mentì alla sorella. “Ora dormiamo!”
Bruna obbedì. In cuor suo già sapeva come si sentiva Dorata. Era lo stesso sentimento di inevitabilità ed impotenza che tutte loro provavano.
Il silenzio avvolse nuovamente l’albero.
Le due vecchie foglie, dopo qualche istante, si avvicinarono l’una all’altra, alla ricerca di conforto reciproco e, sotto un cielo gravido di stelle, si addormentarono chiedendosi quando il vento sarebbe tornato a giocare.

_ _ _





Mia dolcissima Rosarossa, la tua frase "sono un'anima giovane" mi ha fatto riflettere. Anch'io sono giovane, ma è come se la mia anima fosse molto più antica di me. Non so bene come spiegarlo, ma deve aver vissuto molto, molto più a lungo di quanto vivrò io. In cuor mio spero che nelle precedenti esperienze non sia stata costretta a soffrire così tanto.
Questa, per la mia povera anima, è una vita confusa. Ho sempre creduto fortemente nell'amicizia, lottando come Don Chisciotte, ed ho sempre preso delle terribili botte nei denti... sempre a causa dell'amicizia!!!
Il mondo continua a chiedere amore, ma io perdo sempre la gente che amo poiché di amore ne concedo troppo.
Oggi sono molto triste, il vuoto che vive in me è più freddo del solito e sento tremare la mia anima. Le persone perdute non tornano più e per quanto io mi disperi, per quanto mi riprometta di non far più certi sbagli, li ho persi... e nessuno prenderà mai il loro posto.
Una parte di me si sente terribilmente sola e, piccola piccola, se ne resta fra le pieghe del cuore a piangere sommessamente.
Ti abbraccio, piccolina
Cassandra
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Vecchio 11-07-2004, 09:03 PM   #26
Sigu
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Ho trovato entrambe le prime due storie molto belle, tristi come molto spesso la vita si presenta a noi.
Nella racconto del delfino quello che mi ha più catturato è stata la profonda comprensione e compassione che la protagonista possiede. La compassione che si discosta dal perdono (quel perdono che il più delle volte è una gratificazione che l'"io" stesso si concede -parlo per ciò che è accaduto di osservare in me-) e che riesce a tramutare ferite e tristezza in dolcezza nel cuore... in ciò che l'amore è. Leggendo il seccondo racconto mi è balzato alla mente un pensiero che non avevo mai afferrato a pieno prima, che tutti gli esseri umani, di qualunque razza, credo, "buoni" o "cattivi" sono uguali. Uguali nelle sofferenze, nel dolore, nelle paure, nella solitudine che literrorizza e nella prigionia dei pregiudizi.

Sai scrivere meraviglisamente!! Come fai ad essere così triste portado in te tanta creatività? E' forse la tristezza stessa la tua fonte?

Probabilmete non centra alcunchè ma mi chiedo spesso, sopratutto negli ultimi tempi e ora leggendo i tuoi racconti, cosa sia l'amore. A volte ho dato il nome "amore" ("voler bene", "amicizia") a ciò che amore non era, ovvero paura, necessita di sicurezza, fuga dalla solitudine, routine di un rapporto. Forse è difficile ammetterlo ma quando si giunge a non voler più bene a qualcuno in relatà si dovrebbe essere abbastanza onesti per capire che non si è mai voluto bene. Non si può smettere di voler bene ed è assurdo pensare che il tempo possa soffocare un sentimento, uno stato dell'essere. Il tempo puo dissolvere ricordi, pensieri, mutare i desideri, sostituire emozioni e attaccamenti con altri, questo fa il tempo ma non puo cancellare uno stato del cuore se è tale.
Nelle tue storie c'è la fiamma di un "voler bene" che non è egoismo, che del resto è ciò che arde anche in questo luogo.

Leggerò con calma e avidità i racconti che non ho potuto leggere ora, e spero di trovarne altri quando riuscirò a rimetter piede in questo luogo... il lavoro e il poco tempo in questo (lungo) periodo non mi consentono di tuffarmi nel forum come vorrei.

Un abbraccio. Sigu.
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Vecchio 11-08-2004, 12:20 PM   #27
Rosarossa
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Dolce Cassandra...vai fiera di quello che sei e di tutto l'amore che riesci a provare...a volte spaventa il ritovarsi difronte ad "occhi" così luminosi e spesso si scappa perchè non si regge quella intensità,senza rendersi conto che scappando abbiamo perso l'occasione di provare la sconvolgente forza di un amore allo stato puro.Non piangere piccola...continua ad amare...non aver paura...capiranno prima o poi che il "sole" se brucia non lo fa perchè è cattivo...ma solo perchè è nella sua natura.Tornerai di nuovo ad "amare" con tutta la tua forza,è inevitabile perchè è nel tuo "dna".Continua a brillare,è inutile nasconderti...ti "vedi" ugualmente
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Vecchio 11-11-2004, 01:05 PM   #28
Cassandra
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Caro Sigu,
Vorrei avere più tempo per soffermarmi a rispondere alle tue domande ed a "parlare" con te.
Quello che hai scritto mi ha colpito molto.
Per ora, dato che fra poco dovrò tornare al lavoro, mi limito a rispondere alla tua domanda.
Sì, è il dolore che mi spinge a scrivere o, in termini più poetici, è il dolore che si serve della mia mano per evadere dal carcere di massima sicurezza che è il mio cuore.
Quando sono in pace con me stessa e con il mondo (non capita spessissimo...), quasi non riesco a scrivere.
Sai, in me convivono due persone. La prima è una bambina dolcissima, una bimba che resta a bocca aperta ogni volta che vede un tramonto o un fiocco di neve, che ama tutti al massimo, che si affeziona ad ogni persona che le rivolga un sorriso.
La seconda è una ragazza triste, cinica e destinata a pagare le conseguenze del comportamento istintivo della prima, una ragazza che porta in grembo un senso di solitudine che non la lascerà mai e l'eterna sensazione di portar sulle spalle il peso di un mondo crudele, così come la certezza di dover fare qualcosa di importante nella vita, ma di non riuscire a trovare la strada giusta per incontrare il proprio destino.

Ora devo scappare...
Appena possibile tornerò...

Appena possibile scriverò anche te, mia dolce Rosarossa... ho tante cose da dirti, stellina...

Un bacio
Cassandra
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Vecchio 11-15-2004, 12:37 PM   #29
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Predefinito A proposito di angeli...

DEDICATO CON AFFETTO ALLA MIA DOLCISSIMA ROSAROSSA

IL CARCERIERE

Aprì gli occhi di scatto e solo in quell’istante si accorse di aver dormito. Incredulo tentò invano di librarsi in volo per ricongiungersi alla Luce, ma le candide ali piumate non risposero ai suoi comandi quasi fossero divenute due inutili appendici di marmo. Provò improvvisamente paura. Mai nessun Angelo aveva dormito dall’inizio dei Tempi, mai nessun Angelo aveva perduto il potere di riunirsi ai suoi simili. Tentò di comprendere, ma qualcosa (o qualcuno?) nel vuoto che lo circondava gli impedì di pensare chiaramente. Il panico lo sopraffece. Lanciò un richiamo in una lingua antica quanto il mondo stesso, una, due, più volte, fino a quando si rese conto che le sue mani stringevano qualcosa di liscio, duro e freddo. Allora, interruppe la preghiera, lasciò la presa e guardò. Ciò che vide lo investì come un’orda di demoni inferociti. Le sue impronte luminose brillavano ancora su due sbarre di uno sconosciuto e sicuramente magico metallo. Il vuoto si era stretto intorno a lui ed aveva assunto la forma di una gabbia! L’Angelo lanciò nuovamente il suo richiamo, questa volta in modo così straziante che se gli uomini lo avessero udito sarebbero morti di dolore all’istante. Nessuno rispose. Una lacrima di luce rigò il viso della creatura celeste…

* * *

Il Carceriere sedette accanto alla gabbia magica ed osservò divertito il comportamento della sua seconda, gigantesca preda.
“Una bella battuta di caccia!” esclamò con orgoglio ripensando all’Angelo che gemeva in gabbia ed al demone che si lanciava con tutte le sue forze contro le sbarre.
La creatura dalla pelle dello stesso colore del magma e dalle poderose corna taurine prese a ruggire così forte che avrebbe potuto frantumare vetri, porcellane e timpani umani. Fortunatamente, non v’era nulla di fragile o di umano nel luogo in cui viveva il Carceriere.
Il padrone di casa si alzò e si diresse fluttuando verso il demone che a sua volta si erse sulle zampe posteriori in un chiaro gesto di sfida. Silenzioso come una foglia autunnale, il Carceriere si avvicinò alla gabbia tanto da poter sentire l’alito fetido della bestia sul viso. Negli occhi del demone si accese un bagliore maligno. Era l’occasione per uccidere colui che lo aveva imprigionato con l’inganno! Vomitò una cascata di lava su quell’essere piccolo ed insignificante, poi ruggì di piacere, compiaciuto della sensazione inebriante che il dolore e la morte provocavano in lui. Presto il suo Padrone lo avrebbe liberato e riportato nel girone da cui proveniva. Osservò le ceneri del Carceriere e rise di gusto, una risata che avrebbe potuto uccidere all’istante un essere umano. La risata gli morì in gola. Dalle ceneri, come una fenice, il Carceriere risorse e si parò di fronte a lui con fiero cipiglio.
“Ancora non hai capito con chi hai a che fare, vero?” esclamò con voce quasi atona.
Il demone indietreggiò impaurito per la prima volta in tutta la sua millenaria vita.
“Perché io?” ringhiò con rabbia mista a timore.
Il Carceriere sorrise divertito.
“Oh, no! Non solo tu, progenie del Diavolo! Anche lui farà parte del mio gioco!”
Detto questo fece apparire la gabbia che conteneva l’essenza del bene. In un solo istante, l’intera stanza (se così la si poteva chiamare) si riempì di angelici richiami e di ruggiti demoniaci, suoni che non si fusero neppure per un solo momento.
“Silenzio!” tuonò il Carceriere.
Entrambe le creature tacquero.
“Ed ora ascoltate quello che ho ideato per voi.”
Rimase in silenzio per un istante, assaporando la trepidazione quasi palpabile che si diffuse nell’aria.
“Per prima cosa, osservate ciò che si sta muovendo sul palmo della mia mano.”
Inizialmente, né l’Angelo, né il demone parvero scorgere nulla, poi una minuscola sferetta blu comparve per incanto e prese a pulsare a pochi centimetri dal palmo del Carceriere. All’Angelo rammentò una stella, al demone il battito del cuore di una creatura impaurita. Il Carceriere sorrise percependo i pensieri di entrambi. Il colore della sfera passò dal blu all’indaco, dal nero al grigio, dal bianco al celeste per poi tornare al blu. Infine, smise di pulsare, si posò delicatamente sulla mano che l’attendeva e mutò forma. L’Angelo sospirò alla vista del nuovo aspetto della sfera, un sospiro delicato come un timido alito di vento e dolce come una lacrima di miele. Il demone digrignò i denti e ruggì di eccitazione ed avidità.
Una bellissima creatura stava rannicchiata sul palmo del Carceriere. Aveva forma umana, ma l’intero suo minuscolo corpo era caratterizzato da una miriade di particelle argentate e dorate in continuo movimento. Un essere umano si sarebbe sicuramente chiesto quale forza potesse essere in grado di tenere unite tutte quelle particelle, sempre se fosse riuscito a sopravvivere alla vista di una tale meraviglia.
“Un’anima!” esclamò il Carceriere mostrando con orgoglio ai due prigionieri il risultato del suo incantesimo. “Una piccola, innocente e neutrale anima.”
Il demone si lanciò con furore contro le sbarre della gabbia e ruggì: “E’ mia! Dammela!”
L’Angelo volse il viso verso il soffitto e lanciò un gemito straziante.
Il Carceriere strinse il pugno, prima con delicatezza, poi sempre più forte fino a quando l’anima parve esplodere in una miriade di coriandoli d’oro e d’argento. Dove le schegge si posarono, si accese una delicata fiammella celeste che arse per un battito di ciglia. Quando riaprì la mano, il suo palmo era vuoto. Una stilla luminosa rigò il volto dell’Angelo.
“Adoro questi giochetti di prestigio!” esclamò il Carceriere divertito. “Ora, veniamo finalmente al dunque. Non ho posto termine all’esistenza di quell’anima, non temere, creatura celeste! L’ho semplicemente nascosta all’interno di un corpo che voi dovrete individuare. Una volta ritrovata, l’anima abbandonerà l’involucro e seguirà spontaneamente colui che l’ha scoperta e reclamata. Un bel premio per il disturbo, non trovate?”
Si fermò un istante ad osservare il demone che continuava eccitato a gridare “mia, mia, mia!” e batté le mani fragorosamente. Il pavimento tremò.
“Un po’ di attenzione, figlio del demonio! Ci sono delle regole alle quali entrambi dovrete sottostare. Prima di tutto, chi di voi non riuscirà a trovare l’anima, morirà. Il suo nome, il suo volto, o muso nel tuo caso, creatura infernale, scompariranno dal ricordo come se non fossero mai esistiti. Il suo corpo, di lava o di luce che sia, svanirà senza lasciare traccia. Il vincitore, invece, potrà tornare indenne dal suo Signore e portargli l’ambita anima come omaggio da parte mia.”
Prima che potesse esporre ulteriori regole, l’Angelo domandò: “Perché?”
Il Carceriere volse lo sguardo impietoso verso di lui e, puntando i suoi occhi di ghiaccio in quelli colmi di miele della creatura celeste, rispose:
“Perché io sono il Destino e, fino a questo momento, mi stavo annoiando terribilmente! Ed ora, se non avete altro da aggiungere, finirò di elencarvi le regole del gioco. Come vi ho già detto, chi di voi fallirà la ricerca, morirà. Il tempo a vostra disposizione sarà breve, non più di sette giorni. Avete familiarità col modo di imbrigliare il tempo degli umani? Sette giorni sono un alito di vento, un fugace battito di ciglia… “ Si schiarì la voce. “Se entrambi tornerete a mani vuote, allora sarà il Caso a decidere chi di voi resterà in vita. Provate ad immaginare la scena: un Angelo ed un demone che combattono fra di loro per guadagnare il diritto di sopravvivere. Persino il Tempo fermerà la sua inarrestabile corsa per assistere ad uno spettacolo del genere!” Sospirò già pregustando il momento. “Chi riuscirà a sopraffare l’avversario conquisterà la libertà. Bene, a questo punto credo che non ci sia altro da aggiungere. Non vi resta che cominciare a giocare!”
Detto questo, la stanza, le gabbie ed il Carceriere stesso si dissolsero (o furono l’Angelo ed il Demone a scomparire?) e di tutta questa intricata storia parve non rimanere che un timido, evanescente ricordo.

* * *

L’Angelo aprì gli occhi e per la seconda volta si rese conto di aver dormito. Guardandosi intorno notò con triste stupore di non trovarsi nel Regno dei Cieli, bensì all’interno di una statua raffigurante un Angelo, scelta sicuramente non casuale da parte del Destino. Con facilità estrema uscì dall’involucro in cui era stato rinchiuso ed immediatamente la Luce Divina lo avvolse, lo coccolò, lo rassicurò e lo rinvigorì rendendogli tutto ciò che la prigionia gli aveva sottratto. Dalla sua gola uscì un inno al Signore che investì dolcemente ogni angolo della piccola Chiesa in cui il Carceriere lo aveva spedito. Le candele si accesero, i vetri colorati tremarono producendo un insolito stridio e lo stesso organo prese a suonare una melodia antica quasi quanto l’Angelo stesso. Fuori, il prato si empì di rose e di gigli bianchi.

* * *

Il pozzo pareva non aver fine. Il demone aveva iniziato ad arrampicarsi nel momento stesso in cui si era risvegliato e solo ora cominciava a scorgere la sgradevole luce delle stelle attraverso l’apertura circolare. Lame appuntite che costellavano le pareti lisce ed umide del pozzo e che già avevano gustato in tempi remoti il sapore del sangue, lacerano le carni della bestia. Qualche goccia di lava stillò dalle ferite sulle sue braccia poderose, ferite che si rimarginarono nell’arco di pochi istanti. Continuò a salire ignorando tutto quello che lo circondava. Non appena la creatura diabolica si ritrovò all’aria aperta, emise un inquietante ruggito. Le margherite che dormivano silenziose sul prato circostante avvizzirono come se fossero state sfiorate dalla Morte stessa. Il Demone ruggì nuovamente. La sfida aveva inizio.

* * *

Il demone vagò per cinque giorni sulla Terra prima di trovare quello che stava cercando. Il primo giorno, dopo essersi mutato in un affascinante uomo, aveva approfittato dell’occasione per convertire qualche stupido essere umano alla causa del Male. Era stato più semplice del previsto. Le poche persone che lo avevano riconosciuto nonostante il travestimento erano morte fra dolori atroci. Gli altri avevano venduto le loro anime per una manciata di cose futili. Il demone non si era mai divertito tanto. Il suo Padrone sarebbe stato orgoglioso di lui. Avrebbe trovato l’anima nascosta dal Destino e gliela avrebbe servita su un piatto d’argento. Già pregustando il sapore della vittoria, fiutò l’odore inconfondibile della sua preda e partì alla carica.

* * *

L’Angelo aveva trascorso i primi giorni sulla Terra volando da una parte all’altra ad aiutare tutti gli umani in difficoltà. Ovunque venisse innalzata al Cielo una preghiera, là la Creatura di Luce si recava senza indugi. Come avrebbe potuto rimanere insensibile? Eppure sapeva che il tempo incalzava e che allo scadere della settimana la sua vita sarebbe terminata. Infine, all’alba del sesto giorno, il pensiero che il demone potesse trovare l’anima e portarla con sé nel regno del Male lo riportò alla realtà. Ed in quell’attimo la ricerca divenne una priorità assoluta.

* * *

Il Destino sedette sulla riva del lago nella caverna interdetta agli uomini e sfiorò l’acqua con la mano. Il lago si increspò, poi la superficie tornò piatta come una lastra di vetro.
“Bene!” esclamò osservando l’immagine che stava lentamente prendendo forma sull’acqua. Era eccitato all’idea di poter seguire quello che le pedine del suo gioco stavano facendo. Notò con piacere che entrambi erano molto vicini al luogo in cui si trovava colei che portava dentro di sé la tanto agognata anima. Pensò che presto avrebbe assistito ad una delle più grandi lotte mai viste. Era così stanco di torturare, illudere o rendere felici solo insignificanti essere umani. Il suo potere si era accresciuto nei millenni ed ora poteva anche concedersi il lusso di giocare con qualcosa di più grosso. Guardò una seconda volta le immagini che si susseguivano sulla superficie del lago. Il demone era appena giunto al cospetto della sua preda. L’Angelo, invece, l’avrebbe raggiunta fra poco. Poveri ingenui! Nessuno dei due immaginava cosa il Destino avesse in serbo per loro. L’Angelo però doveva arrivare in tempo affinché il suo piano riuscisse, così soffiò sull’acqua rendendo la Creatura di luce due volte più veloce. Rise di gusto crogiolandosi nell’idea di essere veramente geniale.

* * *

La bimba osservò divertita quelle deliziose creature che volteggiavano sul suo capo emettendo una musica dolce e piacevole. Non poteva sapere che si trattava di un gioco ideato appositamente per i piccini, né che la melodia proveniva da un carillon. Non poteva saperlo perché era ancora troppo piccola per comprenderlo. Mosse lentamente una manina in direzione delle creature volanti e, dietro al ciuccio rosa, sbocciò un sorriso. La mamma scorse l’espressione gaia della bimba e sorrise a sua volta.
“Ora dovresti dormire, piccolina!” sussurrò dolcemente la mamma accarezzandole la manina ancora sospesa a mezz’aria. Lasciò che il carillon terminasse di suonare, poi intonò una ninna nanna. La bimba socchiuse gli occhi, lieta di sentire la voce della madre.
Il demone, appoggiato alla porta della cameretta, osservò disgustato la scena, poi si avvicinò alla culla. La donna non lo vide, ma per un istante provò l’irrefrenabile impulso di prendere la figlia e di fuggire il più lontano possibile. La bimba, invece, si addormentò con un’espressione beata sul volto roseo, ignara del fatto che probabilmente non si sarebbe svegliata mai più.
Il demone allungò la mano verso la bimba con l’intenzione di reclamare l’anima che si trovava dentro di lei, quando la voce dell’Angelo ruppe il silenzio:
“Non la toccare, figlio del Traditore!”
Il demone volse lo sguardo rovente verso la Creatura di Luce e, nella stessa antica lingua in cui l’Angelo gli aveva parlato, rispose:
“Hai perso, Angelo, per te è finita! Sarai polvere ancor prima di riuscire a sbattere le ali!”
Per la seconda volta tentò di allungare la mano verso la piccina indifesa, ma il suo rivale gli si parò dinanzi.
“Non la toccare!” gridò nuovamente l’Angelo brandendo quella che pareva una lunga spada di fiamma celeste.
Il demone indietreggiò lentamente poi, con un balzo felino, si scagliò contro l’eterno nemico. Le sue zanne acuminate penetrarono nel collo dell’Angelo. Dalla ferita fuoriuscì un raggio luminoso. L’Angelo urlò di dolore, ma non si arrese. Con un’agile mossa parò il secondo attacco del rivale e lo scaraventò a terra. Il demone, allora, mutò forma. Nessun essere umano avrebbe potuto guardarlo senza perdere il senno ed io non potrei descriverlo senza rischiare di impazzire a mia volta. Vi basti sapere che si trattava di qualcosa di ancora più spaventoso dei nostri incubi, un concentrato di odio, crudeltà e follia. L’Angelo indietreggiò. La lingua di fiamma celeste che teneva fra le mani scemò rapidamente. La Bestia avanzò verso di lui. L’Essenza del Bene alzò gli occhi al cielo, salmodiò parole nella sconosciuta lingua degli Angeli ed esplose nello stesso istante in cui il demone gli si gettò addosso. Per qualche momento la stanza si riempì di macchie di luce e chiazze di tenebra ancora più nere del nero stesso, poi tutto parve tornare alla normalità.

* * *

Il Destino rise di gusto, una risata sadica e trionfante. Come aveva previsto, l’Angelo aveva vinto. Fece schioccare le dita ed il Signore del Male dimenticò di avere avuto alle sue dipendenze quel demone. Rise nuovamente. Ora sarebbe finalmente giunta la parte più divertente del suo piano, quella che avrebbe mostrato a tutto l’universo il potere del Destino.

* * *

L’Angelo si rialzò quasi del tutto incolume da terra. Sapeva di avere combattuto e di essere riuscito ad impedire qualcosa di veramente orribile, ma l’immagine del suo nemico era misteriosamente svanita dalla sua mente. Ricordava solo di dover reclamare l’anima della piccina per poter salvare la propria vita.
Quando volse lo sguardo verso la culla comprese che, in quel giorno di inizio primavera, a dispetto del mondo dei mortali che stava ricominciando a vivere, lui sarebbe morto.
Non poteva farlo. Non poteva condannare la bimba ad una morte prematura a causa di un capriccio del Destino. Sedette accanto alla culla osservando il cucciolo di essere umano. La bimba aprì gli occhi e lo guardò. Lo riconobbe immediatamente e sorrise. La madre, ignara della battaglia che si era tenuta nella camera e della presenza dell’Angelo, esclamò:
“La mia piccolina ride! Sorridi forse agli angeli, amore mio?”
L’Angelo socchiuse gli occhi. Non poteva farlo. Il Destino gli aveva giocato uno scherzo orribile. Se il demone lo avesse sconfitto, sarebbe morto per sempre, cancellato dal ricordo degli Altri come se non fosse mai esistito. Allo stesso tempo, se fosse riuscito a distruggere il rivale, non avrebbe mai potuto reclamare l’anima. Non era nella sua natura, e questo il Destino lo sapeva fin dall’inizio! Qualunque strada avesse scelto, sarebbe giunto là dove il Destino voleva che andasse. Non sapeva cosa fosse la rabbia, così si limitò ad accettare la cruda realtà.
“Mio Signore!” iniziò a pregare attendendo che il Destino reclamasse quello che gli spettava, “sacrifico la mia esistenza per questa bambina e lo faccio con gioia estrema. Sia fatta la Tua volontà.”
Si volse verso la bimba e con delicatezza la baciò sulla fronte.
“Questo ti proteggerà, piccolina!”

* * *

Il Destino si fregò le mani compiaciuto. Il gioco era terminato. Schioccò le dita. L’Angelo scomparve, ma la Luce Divina lo avvolse prima che l’oblio potesse portarlo via con sé. Il Destino fece spallucce. A volte anche lui doveva sottostare a piccole limitazioni. Ora che questo passatempo era terminato, cos’ altro avrebbe potuto fare? Pensò alla sua collezione di statuine di carne ed ossa e sorrise. Aveva lasciato gli esseri umani in balia di se stessi per troppo tempo. Si sedette accanto alla ricostruzione di un teatro e, dopo aver scelto alcune statuine a caso, giocò con loro causando dolore, gioia, delusioni e sorprese alle creature corrispondenti sulla Terra. Preso da questo antico passatempo, ben presto si dimenticò del demone, dell’Angelo e, soprattutto, della bimba che, grazie al bacio dell’Angelo, sarebbe divenuta la più devota e caritatevole figlia di Dio.
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Vecchio 11-15-2004, 02:50 PM   #30
Rosarossa
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Mia dolcissima Cassandra....che dirti....questa volta sei riuscita a farmi piangere...ma un pianto di un'emozione così forte che "dentro" è diventata talmente immensa da straripare ...grazie amica mia.
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