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#46 |
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Amico*
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[CONTINUA]
[...] e la porta. Socchiuse per un istante gli occhi, forse alla ricerca di concentrazione o di un aiuto divino, poi li riaperse ed appoggiò il palmo sul freddo bronzo. La porta si aprì lasciando finalmente filtrare la luce del giorno. Andrew oltrepassò la soglia ed esortò il cacciatore di vampiri a fare lo stesso. Gus obbedì. Appena usciti, la porta ed il tunnel scomparvero come se non fossero mai esistiti. Guardandosi intorno, Gus Van Helsing vide che si trovavano nella radura in cui aveva quasi perso la vita contro lord Faber ed il demone. Alberi anneriti o tronchi spezzati raccontavano ancora la furiosa battaglia tra le forze del bene e quelle del male. Gus si chiese come fosse riuscito a sopravvivere. Rabbrividì al solo pensiero del terrore che il demone aveva suscitato in lui. Tirandolo per la camicia, Andrew lo chiamò ripetutamente strappandolo così dai propri pensieri: “Signore! Signore! Signore, per favore! C’è una cosa che dovreste vedere.” Il bambino pareva particolarmente eccitato. Gus lo seguì. Andrew lo prese per mano e lo condusse nei pressi di un cespuglio accanto al quale un corpo privo di vita giaceva bocconi. Pareva un inutile fardello abbandonato in un angolo. Gus strinse i pugni. Non tollerava la mancanza di rispetto nei confronti dei defunti, perlomeno quando non si rialzavano e non vagavano alla ricerca di sangue. Si chinò sulle ginocchia e dolcemente lo girò. Le gambe gli cedettero per lo spavento e cadde seduto sul freddo terreno. “Non è possibile!” esclamò strabuzzando gli occhi. Il cadavere era quello di Gus Van Helsing, non c’erano dubbi. Andrew si avvicinò all’uomo e gli porse la manina per aiutarlo a rialzarsi. Gus la ignorò e si portò le mani alla testa. “Non capisco!” ripetè più volte. I nervi cominciavano a cedere. “Il mio corpo giace morto ed io continuo a vivere! Come è possibile?” Andrew sedette al suo fianco. “Sono stato inviato a cercarvi non appena siete morto, signore.” Rispose. “Il demone e lord Faber non erano riusciti ad impossessarsi della vostra anima a causa della croce, così Lui ha pensato che ci fosse ancora una speranza. < Riportalo indietro! > mi ha detto e così ho fatto. Se nel tunnel aveste proseguito invece di ripercorre i vostri passi, sareste giunto nel luogo dove tutte le anime pure meritano di arrivare.” Gus soppesò le parole del bambino. Rimase a lungo in silenzio prima di rivolgere ad Andrew tutte le domande che vorticavano nella sua mente. “Mi è stata negata la pace eterna perché ho ancora un conto in sospeso, vero?” Il bambino annuì. “L’equilibrio è stato spezzato. Il demone deve tornare all’inferno. E voi, signore, siete l’unico in grado di poter riportare le cose alla normalità. Lui ha fede in voi così come voi ne avete sempre avuta in Lui. Voi non l’avete mai abbandonato e Lui non abbandonerà voi.” Gus estrasse la croce dalla tasca della camicia e la baciò. Una luce accecante lo avvolse e quando i suoi occhi riuscirono nuovamente a vedere, scorsero il cielo gonfio di nubi. Si rialzò faticosamente sotto lo sguardo protettivo del bambino. “Sono vivo!” esclamò soddisfatto. Raccolse le proprie armi sparse sull’erba, mentre Andrew attendeva di esser riportato nel luogo da cui era stato strappato. Urla disperate lacerarono improvvisamente la tranquillità della foresta. Con la croce al collo, Gus prese a correre in direzione di quelle grida ed il bambino lo seguì. Entrambi sapevano con certezza che era giunto il momento di affrontare il demone e lord Faber. Si inoltrarono nella foresta lasciandosi guidare dalle grida strazianti di quella che pareva una donna. Giunti in prossimità della radura in cui si trovavano il demone, le streghe e Fay, Gus si fermò e con un gesto fece capire al bambino di non parlare. Andrew obbedì. Il cacciatore di vampiri si arrampicò su un albero e guardò. Cinque streghe stavano cantilenando ed una sesta osservava immobile la scena che si stava consumando sotto le fronde della vecchia quercia. Una donna legata al tronco dell’albero stava subendo ogni tipo di violenza da parte del vampiro. Gus Van Helsing sentì la rabbia esplodergli in petto. Scese velocemente dall’albero, si avvicinò al bambino ed esclamò: “Non entrare in quella radura per nessun motivo. Mi hai capito? Non seguirmi, rimani qui!” Andrew annuì. Il cacciatore di vampiri corse via. Doveva impedire alla creatura delle tenebre di uccidere quella donna. Entrò nella radura gridando “Lord Faber!” nell’attimo stesso in cui la malvagia creatura stava per addentare Fay sul collo. Le streghe indietreggiarono, consce del potere del cacciatore di vampiri. Dylena bestemmiò e maledisse l’intera stirpe dei Van Helsing. Il demone era stato interrotto proprio nel momento in cui stava per uccidere l’odiata Fay! Si strappò la croce dal collo e la mostrò alla creatura. I tre rubini presero a brillare e l’intera croce parve mutarsi in una sfera di luce cremisi e d’oro. Il demone emise un grido di frustrazione. Come era possibile che quel miserabile uomo fosse ancora vivo? Si allontanò da lui. La croce danneggiava il corpo di Owen ed allo stesso tempo gli impediva di usare appieno tutti i poteri di cui disponeva. Sempre tenendo la croce ben in vista, Gus si avvicinò alla donna legata e sentì il cuore balzargli in gola quando la riconobbe. Fay Faber, la sorella di sua moglie. Era ancora viva, ma il suo viso ed il suo corpo erano devastati dai lividi e dai graffi. Sfiorò le corde e la magia si dissolse. Fay si accasciò. Gus la sostenne con un braccio e le parlò: “Fay, guardami! E’ tutto finito. Ora ti riporterò a casa.” Fay non alzò lo sguardo. I suoi occhi sbarrati osservavano un punto sul terreno. “Ti ucciderò, maledetto!” gridò l’uomo rivolgendosi al demone che si teneva a debita distanza dalla croce. Sapeva che non avrebbe potuto combatterlo ora. Doveva prima portare in salvo la donna. L’avrebbe condotta all’accampamento dei Vistana dove Madame Ada l’avrebbe protetta e curata. Si avviò oltre la quercia sostenendo la donna che camminava a malapena. In quelle condizioni avrebbero impiegato ore per giungere a destinazione, ma fino a quando avesse tenuto la croce in mano, il demone non si sarebbe potuto avvicinare. A pochi passi dalla quercia, con il demone che ruggiva di rabbia alle loro spalle, Dylena attaccò Gus in un ultimo, disperato tentativo di fermarlo. Dissolse l’incantesimo di invisibilità che la proteggeva e, approfittando dell’elemento sorpresa, gli strappò la croce dalle mani. Gus pose delicatamente Fay sul terreno e corse verso la strega. Doveva assolutamente riavere la croce. Dylena prese ad urlare di dolore. La luce l’avvolse e quando si spense, di lei non rimaneva che un mucchietto di cenere. Il suo sacrificio, come lei già aveva pianificato, non fu però inutile. Privato della croce, Gus era inerme ed il demone ne approfittò per tentare di ucciderlo. Abbandonò il corpo di Owen e si trasformò nuovamente nell’incubo che già una volta aveva distrutto il cacciatore di vampiri. Lord Faber, finalmente libero dalla presenza del demone e di nuovo in possesso di tutte le proprie facoltà, scorse per una frazione di secondo Gus Van Helsing, il demone e Fay distesa sull’erba. Non ebbe però il tempo di fare nulla. Perse i sensi e si accasciò al suolo. Il demone avanzò ed in un attimo fu di fronte a Gus. Era la creatura più orribile che il cacciatore di vampiri avesse mai visto. Alto più di due metri, si ergeva su poderose zampe culminanti in zoccoli fessi. La sua pelle dello stesso colore del magma pareva avere la stessa consistenza del cuoio, mentre la lunga coda rossa terminava in un ciuffetto di peli ispidi. Aveva un torace enorme, anch’esso ricoperto di una folta peluria cremisi. Le zampe anteriori erano munite di poderosi artigli. Il muso era orripilante. Occhi di fuoco brillavano malvagi su quel grugno degno del peggiore incubo che un uomo potesse concepire; zanne spropositate attendevano impazienti di lacerare le carni del cacciatore di vampiri. Gus indietreggiò, allontanandosi ulteriormente dalla croce che giaceva accanto a quello che restava di Dylena. La creatura ruggì di piacere ed avanzò. Con un balzo repentino, l’uomo tentò di raggiungere la croce. Il demone fu più veloce e lo colpì in pieno volto con una poderosa zampata. Gus cadde stordito a terra sputando sangue. Il demone gli si avventò contro. L’uomo tentò di rialzarsi, ma tutto il mondo aveva preso a girare vorticosamente intorno a lui. Era la fine. Si rialzò a fatica, barcollando ed incespicando nei propri piedi. Il demone approfittò di quel momento di debolezza e lo colpì una seconda volta al viso scaraventandolo a terra. La vista gli si annebbiò e la testa gli si riempì di ronzii. Era la fine. “Fermo lì!” esclamò Andrew frapponendosi tra il demone e Gus. “Non ti permetterò di uccidere quest’uomo!”. Davide contro Golia, Andrew contro la Bestia. Il demone ruggì di rabbia. Il bambino stringeva la croce d’oro nella mano destra. Volse per un attimo lo sguardo verso Gus. Non lo avrebbe rivisto mai più. Gli occhi gli si empirono di lacrime. Non interferire avrebbe significato lasciar morire il cacciatore di vampiri; sconfiggere il demone, invece, lo avrebbe strappato alla vita che gli era stata promessa. Andrew aveva scelto di salvare Gus Van Helsing, l’Angelo avrebbe dato la propria vita per proteggere uno degli Amanti, così come Korral aveva profetizzato. La Bestia ed il bambino presero a correre, l’uno verso l’altro. L’impatto fu tremendo. L’intera radura fu investita da una luce abbagliante e le grida strazianti di Andrew si fusero con quelle furiose del demone. Le cinque streghe fuggirono. Fay e lord Faber rimasero a terra, apparentemente privi di vita. Gus si rialzò, seppure a fatica ed attese che la luce si smorzasse. Quando questo accadde, vide che il sacrificio del piccolo Andrew non era stato vano. Il demone era stato rispedito all’inferno. Anche il bambino, però, era sparito. Gus raccolse l’unica testimonianza rimasta di quello scontro, ovvero la croce d’oro. Con le lacrime che gli offuscavano la vista, se la legò al collo. “Non ti dimenticherò mai, mio piccolo Andrew.” Esclamò a voce alta. “Resterai per sempre nel mio cuore!” Se avesse saputo che quel bambino era in realtà lo spirito di quello che stava crescendo nel ventre di sua moglie, sarebbe sicuramente impazzito. Grazie a Dio, era all’oscuro di tutto. Chinò il capo profondamente addolorato. Avrebbe voluto lasciarsi cadere sul terreno e piangere sino a non avere più lacrime, ma Fay Faber aveva ancora bisogno di lui. C’era sempre qualcuno che aveva bisogno di Gus Van Helsing. Aiutò la donna ad alzarsi e, sorreggendola con le ultime forze rimaste, la condusse in direzione dell’accampamento dei Vistana. Quando Lord Owen F. Faber riprese i sensi, la radura era completamente deserta. Il demone, il bambino, le streghe, Gus Van Helsing e Fay erano scomparsi. Si sforzò di comprendere cosa potesse essere successo, ma tutto era avvolto da una totale oscurità. L’ultima cosa che ricordava era la voce del demone che gli imponeva di dimenticare Fay. Fay. Dov’era ora la sua amata compagna? Strinse i pugni in preda alla frustrazione. Doveva assolutamente ritrovarla. Se qualcuno le aveva fatto del male, avrebbe pagato con la vita. “Fay, amore mio!” pensò “Ti ritroverò, dovessi venire a cercarti tra le fiamme dell’inferno o fra gli angeli del paradiso. Ti ritroverò ad ogni costo e ti porterò a casa. Te lo prometto!”. ADA, JOY E GUS, FAY ED OWEN Nell’attimo stesso in cui Andrew morì nello scontro con il demone, Joy Van Helsing perse il bambino. La donna stava cavalcando assieme a Madame Ada in direzione della vecchia quercia dove la zingara sapeva con certezza avrebbero trovato Fay Faber. Improvvisamente, Joy aveva fermato il cavallo ed era scesa. I pantaloni da viaggio erano zuppi di sangue e la donna si teneva le mani premute sul ventre. Era pallida come uno spettro. “Ada!” aveva urlato isterica. “Sta succedendo qualcosa al bambino! Aiutami!” La Vistana era smontata rapidamente dal cavallo ed aveva fatto tutto il possibile per fermare l’emorragia. Grazie alle conoscenze ed alla magia, era riuscita a salvare la madre, ma non c’era stato nulla da fare per il feto. Il figlio di Gus Van Helsing era morto per la seconda volta. * * * Gus e Fay giunsero all’accampamento dei Vistana nel cuore della notte. Durante il viaggio, la donna non aveva mai parlato né dato segno di riconoscere l’uomo che l’aveva salvata. Si era limitata a seguirlo appoggiandosi a lui ogni qualvolta le forze le venivano meno. Aveva rifiutato cibo ed acqua per un intero giorno. Aveva accettato solamente il mantello che lui le aveva offerto. I suoi abiti laceri non offrivano più tanta protezione dagli artigli dell’inverno, così Gus Van Helsing le aveva posto il suo mantello sulle spalle. Una tremante Fay vi si era avvolta automaticamente, senza però degnare di un solo sguardo il suo benefattore. La cosa che maggiormente aveva preoccupato Gus, però, erano le ferite sul corpo della cognata. Ovunque guardasse, scorgeva tagli profondi. Temeva che le ferite potessero infettarsi prima del loro arrivo all’accampamento. A metà mattina si erano fermati in riva ad un torrente ed il cacciatore di vampiri, dopo aver strappato strisce di stoffa dalla propria camicia, le aveva imbevute di acqua ed aveva pulito tutti i tagli della donna. Fay era rimasta seduta, completamente immobile, per tutto il tempo, con lo sguardo fisso sull’acqua gelida e trasparente. * * * Gus entrò nella tenda in cui riposava sua moglie. Una candela posta sul tavolo illuminava debolmente la stanza e colorava d’arancio il volto pallido della donna addormentata. L’uomo si avvicinò in silenzio per non svegliarla. Quando fu a pochi passi dal letto, si soffermò ad osservare quel viso che troppo a lungo aveva visto solamente in sogno. Ada gli aveva raccontato la verità riguardo al bambino. Gli aveva detto che Joy era già incinta quando lui era partito alla ricerca di lord Faber e che la donna aveva perso il figlio durante il tentativo di ritrovare sua sorella. Aveva evitato con cura, però, di rivelargli il vero motivo per cui il bambino era morto. La sua anima si era dissolta nello scontro con il demone. E nessun essere umano può sopravvivere senza. Quanto doveva aver sofferto Joy! Gus le accarezzò delicatamente una guancia. Si sentiva terribilmente in colpa. Non avrebbe mai dovuto lasciarla sola. Se il bambino era morto, se lady Faber era in quelle pietose condizioni e se il cuore di sua moglie piangeva stille di sangue, la colpa era interamente sua. Disperato, si portò le mani al volto. “Gus!” mormorò improvvisamente Joy aprendo gli occhi e scorgendo il marito “Amore mio!”. Tentò di rialzarsi, ma era ancora troppo debole. Cadde sui cuscini. Il cacciatore di vampiri assunse un’aria tranquilla. Non voleva che lei lo vedesse in quello stato. Aveva già sofferto abbastanza. “Sono qui, piccola!” esclamò dolcemente. “Sono tornato e questa volta non ti lascerò sola!” La baciò sulla fronte e sulle labbra. La donna tentò una seconda volta di alzarsi. “Non affaticarti, Joy. “ sussurrò amorevolmente stringendole una mano. “Presto starai meglio e, finalmente, potremo tornare a casa.” “Stenditi accanto a me, ti prego!” implorò la donna. Gus si distese al suo fianco e la tenne stretta a sé chiedendosi come avesse fatto a sopravvivere così a lungo senza di lei. “Mi sei mancata!” mormorò l’uomo cullandola dolcemente. “Mi sei mancata da morire!” “Anche tu.” Rispose Joy sentendosi finalmente al sicuro. “Ti amo da impazzire!” La voce di Gus era poco più di un bisbiglio “Ti amo anch’io!” Trascorsero diversi minuti in quella posizione, avvolti da un silenzio palpabile. “Nostro figlio è morto!” esclamò improvvisamente Joy scoppiando a piangere e liberandosi così del peso che l’opprimeva. Gus non parlò e si limitò a baciarle i capelli profumati, il volto ed il collo. Continuò ad accarezzarla ed a cullarla fino a quando i singhiozzi si placarono ed il sonno la portò via con sé. Solo allora, sicuro di non essere visto da nessuno, Gus Van Helsing, il più grande cacciatore di vampiri, inondò il mondo di lacrime. * * * Fay appose il proprio sigillo, il pipistrello nero dei Faber, sulla pergamena poi rilesse quello che aveva scritto. *** Mia dolcissima Joy, Sorella ed amica carissima, non sapevo quanto potesse essere profondo il dolore. E’ come esser prigionieri nel cuore di una lacrima. Oltre i confini di quest’insolita cella, il mondo continua a respirare, ma tu non percepisci che un sibilo (di agonia? Di rabbia?) lieve ed inquietante. E tremi… Oh, Joy, se solo tu sapessi! Non posso gridare il mio dolore perché Lui potrebbe sentirmi… Non posso rimanere in silenzio… ci ho provato, sai? Tutto bisbiglia il suo nome… Owen, Owen, Owen… Di lacrime non voglio versarne. Ho paura di rafforzare la mia già impenetrabile prigione. Ed allora mi siedo sul nulla… ed attendo… e mi tormento. Non c’è luce che possa penetrare questa barriera; non c’è suono che distorto dal dolore non sembri un inno funebre. Mi ero insinuata con l’inganno (sì, perché l’amore non è che un inganno!) oltre le finestre semichiuse del Suo cuore addormentato ed avevo soffiato calore sulla Sua anima. Credevo di esser riuscita a sciogliere il ghiaccio nei suoi occhi … ero felice ed ho gridato al mondo la mia gioia, ma non avrei dovuto. Lui si è svegliato ed ha chiuso la finestra. Ed ora, sorellina, Fay Faber, come l’anima di una bolla di sapone, è prigioniera della pazzia. Cosa è successo? Owen era il cielo ed io la terra avida di azzurro. Riempiva di turchese ogni mio pensiero increspando emozioni ed agitando sogni (non volevo pensare alla sua vera natura!). Mi colmava d’immensità con un solo sguardo. (non volevo pensare alla sua vera natura!). Mi ha ucciso. Fay Faber è morta, Fay Faber è morta, Fay è morta. Tu non sai, piccolina, (e mai dovrai saperlo!) cosa sia l’inferno. Non credo che vorrò ritornarci…Spero solo che tu e Dio mi perdoniate perché io non riesco a farlo. Ho amato un mostro. Ho amato una creatura delle tenebre. Ho amato un vampiro. Ma sono stata a sufficienza punita per questo. Non ho più voglia di vivere, mio piccolo sole! Non più voglia di vivere, sorellina adorata! Non ho più il diritto di vivere, Joy! Ho paura, tanta paura. Provo vergogna, dolore, rabbia, frustrazione, odio, vergogna, dolore, rabbia, frustrazione, odio, vergogna…Potrei proseguire all’infinito, stellina. La mia mente non sa più pensare ad altro. Del cuore non restano che chiazze rosse sparse sulle pareti dell’anima. Dell’anima non resta che un involucro sporco di sangue. Di Fay Faber non resta che una tristissima parodia. Non posso che volare via da tutta questa sofferenza. Sarò sempre al tuo fianco. Fay Faber *** Ada la vide uscire dalla tenda con indosso la camicia da notte bianca ed i lunghi capelli castani sciolti. La vide allontanarsi. Sapeva dove era diretta, ma non la fermò. La donna si sarebbe buttata nel fiume, proprio come aveva visto nella sfera di cristallo. Fay Faber doveva morire, questo le aveva detto Korral. Le forze del bene e del male dovevano tornare in equilibrio. Il demone era stato sconfitto; Gus e Joy erano di nuovo insieme; Lord Owen F. Faber era tornato se stesso ed il suo amore per Fay sbilanciava nuovamente l’equilibrio. Il bene avrebbe preso il sopravvento sul male se quella donna non fosse morta. Ada non poteva permetterlo. Lady Faber doveva morire, era ovvio. Il vampiro avrebbe cercato vendetta e per l’ennesima volta le forze sarebbero tornate in equilibrio. La guardò sparire nella notte, poi rientrò nella tenda e, completamente esausta ed in pace con se stessa, si coricò. Il suo compito, almeno per quella notte, era terminato. EPILOGO Joy la guardò un’ultima volta. Il sole stava tramontando ed i suoi raggi cremisi accendevano lievi riverberi sulle guance pallide e fra i capelli castani della donna distesa nella bara. L’incantesimo di Ada le aveva restituito la bellezza che il dolore e la morte le avevano strappato. Pareva addormentata. “Svegliati, Fay!” pensò Joy. Sfiorò la sua mano. Era gelida come dovevano esserlo state le acque del fiume che le avevano tolto la vita. Barcollò. Suo marito la sostenne. Doveva trattarsi di un incubo. Sua sorella non poteva essere realmente morta. Le aveva promesso che non l’avrebbe mai abbandonata! “Dovevi restare al mio fianco, Fay!” strillò Joy accanendosi contro qualcuno che non poteva più sentirla. “Me lo avevi promesso! Maledizione, Fay, me lo avevi promesso!” Scoppiò a piangere. Perché sua sorella si era arresa? Perché non le aveva concesso l’opportunità di scacciare le tenebre che l’avevano inghiottita? “Perché?” gridò fra le lacrime. “Perché l’hai fatto?” I singhiozzi la scuotevano come il vento autunnale le foglie. Gus la prese fra le braccia. Seppure in silenzio, anche il cacciatore di vampiri stava piangendo. Era tutta sua la colpa di quello che era successo. Sua e di Lord Owen F. Faber. Non avrebbero mai dovuto coinvolgere quelle due creature innocenti nelle loro vite macchiate di sangue. Fay giaceva nella bara e con lei una parte di Joy. Suo figlio era morto. Che cosa gli restava ora se non il rimorso? Ada si avvicinò e depose un giglio creato magicamente, un giglio bianco, fra le mani della donna distesa. I colori sgargianti dell’abito della Vistana duellavano furiosamente con le tinte cupe degli abiti dei coniugi Van Helsing. E lo stesso valeva per i sentimenti. Joy e Gus erano disperati, Ada era tranquilla. Non appena lord Faber avesse scoperto quello che era successo a sua moglie, la lotta sarebbe ricominciata. L’equilibrio sarebbe stato ristabilito. * * * Lord Owen F. Faber entrò nell’accampamento dei Vistana e si diresse a grandi passi verso la bara in cui riposava sua moglie. Tutti gli zingari, ad esclusione di Ada, si allontanarono il più possibile da lui. Nessuno voleva avere niente a che fare con una creatura delle tenebre. Il vampiro avanzò per niente intimorito dalla presenza del suo acerrimo rivale. Che Van Helsing lo uccidesse pure! Che senso aveva vivere in eterno ora che Fay l’aveva abbandonato? Raggiunse la bara. Non ricordava assolutamente nulla di quello che era successo nel periodo in cui il demone aveva preso possesso del suo corpo. Non era a conoscenza delle violenze inflitte alla sua amata, quindi non riusciva a spiegarsi cosa le fosse accaduto. Arrabbiato oltre ogni immaginazione, domandò velenoso: “Cosa le avete fatto?” Joy gli rivolse un’occhiata carica di odio. “Sei stato tu ad ucciderla, mostro!” rispose la donna. “Tu ed il tuo demone! Mia sorella era un fiore che voi avete strappato ed immerso in un incubo! Fay ha preferito morire nel fiume piuttosto che affrontare la vergogna e la disperazione.” Lord Faber rivolse uno sguardo interrogativo a Van Helsing. Gus annuì. “Io ero lì. Ho visto in che condizioni le vostre violenze l’avevano ridotta.” “Io non ricordo nulla, maledizione!” ruggì il vampiro. “Tu dovevi proteggerla, cacciatore di vampiri! Tu dovevi impedire al demone di farle del male!” “Io ero morto.” Il vampiro, aiutato da un incantesimo lanciato in segreto da Ada, ricordò. Rammentò l’attimo in cui Gus Van Helsing aveva esalato l’ultimo respiro, pochi istanti dopo che il demone aveva preso possesso della sua mente e del suo corpo. Ricordò la trionfante Dylena, sua madre, che con l’inganno era riuscita a condurre Fay da lui. Rammentò con orrore ogni particolare successivo. “No!” gridò con rabbia. Contro ogni regola, Gus si avvicinò e gli pose una mano sulla spalla. I loro occhi si persero per un istante gli uni in quelli dell’altro. Entrambi divennero consapevoli del fatto che sarebbe stato possibile evitare tutto quel dolore. “Allontanati da lei, assassino! Tornatene nelle tenebre!” strillò Joy. Owen abbassò il capo. Dai suoi occhi d’argento stillarono lacrime salate. “Anche le tenebre sono intrise di dolore. Quella che giace nella bara non è solo tua sorella, Joy Van Helsing. E’ anche la donna che io amavo. Le mie lacrime sono reali quanto le tue. Il mio cuore è spezzato quanto il tuo.” Owen, accecato dal dolore, giurò che un giorno avrebbe ucciso Van Helsing per non essere riuscito a proteggerla. Si chinò poi sulla bara e baciò Fay sulle labbra. In quell’attimo, sotto lo sguardo attonito dei presenti, il vampiro scomparve senza lasciar tracce e di Fay non rimase che un giglio bianco all’interno di una bara vuota. * * * Era trascorso un anno dal giorno in cui sua sorella era morta. Nonostante Gus si fosse opposto a questa sua decisione, Joy era tornata sulle rive del fiume fatale. Fra le mani stringeva il giglio bianco che tanto tempo prima Ada aveva posto sul cadavere di Fay. Il fiore non era mai appassito. Joy l’aveva conservato. Voleva deporlo nel luogo in cui i Vistana avevano rinvenuto il corpo della sorella. Si soffermò per un istante a pregare e fu in quel momento che ebbe l’impressione di sentire un tocco leggero sulla spalla. Rabbrividendo si volse di scatto e si trovò di fronte una donna avvolta da un’insolita luminescenza. La riconobbe immediatamente. Capelli castani raccolti in un’acconciatura sofisticata, occhi nocciola simili a quelli di un cerbiatto, labbra carnose e pelle chiara. Indossava l’abito malva che la sorella minore le aveva donato per il suo compleanno. Joy lasciò cadere involontariamente il fiore, mentre le sue labbra pronunciavano involontariamente un “non è possibile!”. “Non ho dimenticato la mia promessa, sorellina!” echeggiò la voce dolce di Fay nella sua mente. “Ho giurato che non ti avrei abbandonato. E così sarà.” ... |
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Amico*
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[LUCI ED OMBRE - PARTE II]
GUS VAN HELSING Il cervo rallentò la propria corsa sino a fermarsi accanto ad una grande quercia. Un raggio di sole filtrò attraverso la folta chioma dell’albero e si lasciò fendere dalle corna ramificate della bestia, prima di accendere riflessi ramati sul suo manto bruno-rossiccio. Gus si avvicinò ansante. Gocce di sudore imperlavano il volto arrossato dell’uomo e scivolavano senza tante cerimonie lungo il suo naso. Ringraziò Dio per avergli concesso quella sosta. Il dolore ai muscoli era tale che non sarebbe di certo riuscito a muovere un altro passo. Si asciugò la fronte con la manica di quella che doveva esser stata una bella camicia bianca. Non ricordava con precisione il momento in cui avesse deciso di seguire il cervo, tanto meno il motivo che lo avesse spinto a farlo. L’unica certezza che lo aveva alimentato per tutto il tempo era la necessità di non perderlo di vista.Lo aveva inseguito attraverso sentieri e foreste sconosciute; in più occasioni era stato costretto a rallentare per riprender fiato – non era più giovane come un tempo! – e, misteriosamente, ogni volta la bestia aveva frenato la propria andatura dando l’impressione di non voler uscire dal campo visivo dell’uomo; in un paio di occasioni, infine, era caduto sul freddo humus procurandosi un piccolo taglio sul labbro inferiore la prima volta ed inghiottendo un indigesto boccone di terriccio la seconda. Mai però, sino a quel momento, il cervo si era trattenuto in un luogo. Dovevano essere arrivati! Gus si lasciò cadere esausto sull’erba ancora madida di rugiada, ringraziando Dio ad alta voce. Il cielo sopra di lui pareva un’immensa lastra turchese. Pigri animali di cotone, frutto probabilmente degli esperimenti di un mago pazzo, ciondolavano contro quello sfondo limpido. Socchiuse gli occhi gustando con avidità ogni istante di quella meritata pausa. Il respiro tornò regolare, mentre il sole asciugava le ultime gocce di sudore sulla sua pelle. Gus storse il naso. Tutte quelle ore (minuti o giorni?) trascorse ad inseguire il cervo avevano reso il suo corpo appiccicoso e maleodorante. “Alzati, Gus Van Helsing!” esordì improvvisamente una voce asessuata. Gus trasalì e, faticosamente, si tirò su ignorando le proteste dei muscoli doloranti. Ebbe l’impressione che l’aria stessa gravasse su di lui decisa a schiacciarlo ad ogni costo. Si guardò intorno. Il cervo, immobile come una statua di gesso, lo osservava con liquidi occhi nocciola. “Chi ha parlato?” domandò Gus girando su stesso. Nessuna risposta. Nessuno all’infuori del cervo e della quercia. L’uomo tornò a scrutare la creatura. Il suo sguardo freddo e celeste incontrò quello bruno e vellutato della bestia. I due rimasero a lungo in quella posizione, sondando l’uno l’animo dell’altro. Gus trasalì prima percependo la potente magia di cui era intrisa la creatura, poi rendendosi conto che non si trattava di un essere fatato. Quella che aveva di fronte era in realtà un’enorme quantità di magia manipolata da un altro essere – una strega? Un demone? Un non-morto? Un mago? - al fine di apparire un cervo ai suoi occhi. Qualcuno – ma chi? – lo aveva condotto in quel luogo con uno scopo ben preciso – quale? – Avrebbe dovuto distogliere immediatamente lo sguardo per impedire al cervo di penetrare ulteriormente nel suo animo, ma non lo fece. “Quando osservi le fiamme, non puoi certo impedir loro di guardarti! E se ti bruciano gli occhi, sarà anche colpa tua!” Questo soleva dirgli sua madre. Ma sua madre non poteva capire: non era una Van Helsing. LORD OWEN F. FABER Volteggiavano a decine i pipistrelli intorno al castello di Lord Faber. Percepivano la sua agonia, la sua frustrazione e, soprattutto, la sua fame. Erano giorni che il figlio di Dylena la strega, morta ormai da più di un anno, e dell’incubo da lei evocato, ricacciato nell’inferno dal coraggioso figlio del suo acerrimo nemico, non si nutriva. Disteso su quello che un tempo era stato il talamo nuziale, Lord Owen F. Faber si contorceva in preda ad una febbre altissima. Il volto ed il corpo completamente nudo del vampiro erano devastati da pustole, croste e cicatrici. Vaiolo. La malattia, contratta probabilmente da una delle sue vittime, aveva strappato ad Owen ogni traccia di fascino e bellezza. Aveva spento le stelle d’argento che brillavano nei suoi occhi e mutato il suo sguardo magnetico in una maschera di pura follia. Aveva accentuato il pallore delle gote evidenziandone maggiormente il contrasto con il corvino dei capelli arruffati. Aveva l’aspetto di un uomo baciato dalla morte. E così era. La morte aveva realmente appoggiato le glaciali labbra sulle sue e, immediatamente, il lato umano di Lord Faber aveva ceduto alle sue promesse di pace eterna. Il sangue demonico che ribolliva nelle sue vene, invece, aveva continuato ad opporsi e, ironia della sorte, lo aveva strappato ad un’eternità di quiete. “Owen!” sussurrò improvvisamente una voce dolce al suo capezzale. Il vampiro ignorò quel suono. La testa pareva volergli scoppiare. Erano giorni che, a causa delle febbre, non faceva che udire voci. E la voce di Fay era quella che maggiormente lo torturava. Chiuse gli occhi e si passò la lingua sulle labbra. Aveva sete e fame, tanta fame. Avrebbe dato qualsiasi cosa per una goccia di sangue. “Owen!” insisté la voce femminile. “Vattene!” bofonchiò il vampiro agonizzante. “Lasciami in pace!” Quando una mano, fresca come una pioggia primaverile, sfiorò la sua guancia, Owen spalancò gli occhi. Avrebbe riconosciuto quel tocco fra mille. Nessuna delle donne che in passato avevano placato le sue voglie e talvolta il desiderio di sangue, aveva saputo accarezzarlo in quel modo. Solo lei, la ragazza che aveva abbandonato la luce per insegnargli ad amare, ne era capace. “Owen” ripeté la voce questa volta lievemente incrinata dalla trepidazione. Il vampiro si tirò su e, attraverso gli occhi febbricitanti, la vide. Ricadde pesantemente sul cuscino. “Non sforzarti, amore mio!” esclamò la donna aiutando il marito a sollevare il capo ed avvicinando il collo alle sue labbra screpolate. “Bevi e non temere. La tua Fay è qui.” Indebolito ed annebbiato dalla malattia, Owen non poté impedire che l’istinto prevalesse sulla ragione. Affondò i canini nella carne della moglie ed avidamente si nutrì del suo sangue. JOY VAN HELSING Joy camminava sospesa nel vuoto. Due spessi muri di nebbia le impedivano di scorgere le estremità del tronco sul quale stava disperatamente tentando di rimanere in equilibrio. Conosceva con assoluta certezza cosa si nascondesse alle sue spalle sotto strati di foschia ed era per questo che procedeva caparbia verso l’ignoto. Dietro di lei non esistevano che il dolore per la perdita del bambino, il ricordo traslucido di un amore puro e l’immagine fin troppo nitida del volto cereo della sorella. Avrebbe accettato qualunque cosa il destino avesse posto sul suo cammino pur di liberarsi di quella sensazione opprimente che le attanagliava il cuore da un anno a questa parte. Sotto di lei un serpente cilestrino si crogiolava al sole cocente. Di certo non lo si poteva definire fiume scorgendolo da quell’altezza!Joy camminava lentamente, un passo dopo l’altro, insicura sulle gambe come un cavallo appena nato. Spostava nervosamente lo sguardo da un piede all’altro, evitando però di posarlo sul fiume sottostante. Doveva aver pianto. Tremava vistosamente e la disperazione trapelava dai suoi occhi arrossati. Un passo falso avrebbe significato la fine della sua giovane vita, proprio come la scelta di non attraversare il baratro. Sarebbe morta schiacciata dal dolore e dai sensi di colpa. La giovane donna allontanò un ricciolo dorato dal volto, poi sfidò il tronco con lo sguardo. Un sinistro scricchiolio la mise in allarme. “Devo affrettarmi!” pensò. Il tronco gemette una seconda volta. Di fronte a lei, avvolto in un manto di nebbia costellato di perle argentee, un elfo dagli occhi simili a quelli un gatto iniziò a fischiettare un motivo che ancora doveva essere composto. Joy udì quella melodia e nello stesso attimo comprese che ne sarebbe divenuta schiava. Poi il tronco si spezzò e la giovane donna iniziò inesorabilmente a precipitare. Sotto di lei, la morte, travestita da serpente cilestrino, spalancò le fauci e rimase in paziente attesa. IRIS E LUC CHANT DU CYGNE “No, no!” strillò il bardo alzando le braccia al cielo. Iris interruppe il canto per l’ennesima volta. “Per il coro degli angeli, hai stonato di nuovo, ragazza!” esclamò adirato. “Non ho stonato!” ribatté Iris sulla difensiva. “Hai stonato, è inutile che lo neghi!”. Iris strinse i pugni. Sentì le lacrime salirle agli occhi. Erano ore che provavano quella canzone e non c’era stata una sola volta in cui Luc si fosse dichiarato contento della sua voce, del suo modo di cantare o della sua interpretazione. Erano ore che il bardo inveiva contro di lei e non sapeva per quanto ancora avrebbe resistito. Era stanca, avvilita, accaldata ed affamata, ma il suo maestro pareva volerla far provare all’infinito. Ciocche di capelli neri come le ali di un corvo le ricadevano disordinatamente sulle spalle. “Riprendiamo dal punto in cui il canto della ragazza giunge all’unicorno cavalcando il vento!” esclamò l’uomo portandosi il flauto alla bocca e dando vita alla più dolce sequenza di note mai udite. “Di nuovo?” protestò Iris trattenendosi a stento dal rientrare stizzita nel carro. Uno sguardo torvo del maestro la convinse ad arrendersi. Se solo avesse avuto il coraggio di abbandonarlo! Chissà quante cose avrebbe potuto fare! Sospirò involontariamente. Il maestro, seppur egocentrico, mitomane ed esigente ogni oltre immaginazione, era l’uomo che l’aveva allevata e, se non altro, meritava di esser trattato con riconoscenza. Avrebbe voluto almeno esser capace di odiare le sue opere, ma le composizioni di Luc Chant du Cygne riuscivano ad ispirare solamente sentimenti positivi. Il suo maestro era un genio e, purtroppo, ne era fin troppo consapevole. Iris si rassegnò e si schiarì la voce. Non la si spuntava con Luc Chant du Cygne. “Bene, maestro!” disse fra sé e sé. “Ora ti stupirò!” Prese a cantare con voce cristallina, voce capace di far commuovere gli angeli, ma non riuscì neppure a terminare la prima strofa. Luc, imprecando come un dannato, scagliò il flauto traverso nella sua direzione e la colpì di striscio al braccio. “Pensi che un unicorno potrebbe mai scomodarsi per una ragazza che raglia?” esclamò il bardo furibondo. Sotto l’abbronzatura, le gote della ragazza presero fuoco. “Tu pretendi l’impossibile, maestro!” rispose contenendo a fatica parole dure e stringendo con rabbia i pugni. Il bardo scosse deluso il capo. “E va bene, basta per oggi. Puoi andare a preparare la cena, sperando che almeno quella ti riesca bene.” Iris non se lo fece ripetere due volte. Si allontanò a passo spedito verso il carro in un frusciare di vesti e, quando lo raggiunse, due minuscoli rivoli di lacrime le solcavano il viso. Il bardo raccolse il flauto. “Pretendo il massimo solo da chi sono certo che possa darmelo!” pensò osservando la ragazza che armeggiava nervosamente con cipolle, pomodori e carote. “E tu puoi farlo, piccola! Nelle tue vene scorre il sangue del più grande artista del secolo, anche se tu non lo sai!” Avvicinò lo strumento alle labbra. “Sta piangendo.” Comprese. “E’ un bene. E’ solo attraverso le lacrime che i contorni di ciò che ci circonda divengono sfocati. Ed è solo così che un vero artista riesce a catturare la magia ed a tramutarla in poesia.” Soffiò aria nel flauto e tutt’intorno il mondo si riempì delle gioiose e vivaci note di “Pioggia di fiordalisi”. Il bardo provò un’emozione indefinibile. Aveva composto quella melodia quindici anni prima. L’aveva dedicata a Lora, una zingara di cui aveva creduto di essersi innamorato. Lunghi capelli di seta nera, occhi la cui tonalità era sospesa tra il celeste ed il viola, morbidi seni e piccole labbra simili a due languide pennellate scarlatte. Iris si girò verso di lui. “La cena è pronta, maestro!” esclamò con voce atona, probabilmente ancora indecisa se perdonarlo oppure no. Luc distolse lo sguardo incapace di guardarla. Per la prima volta, smarrito in antichi ricordi, aveva involontariamente scorto una realtà che il suo subconscio si era sforzato di non mostrargli per anni: Iris era del tutto identica a Lora, sua madre. GUS VAN HELSING Quando il cervo distolse lo sguardo, Gus si sentì svuotato. Gli occhi della bestia erano entrati in lui ed avevano messo a soqquadro la sua mente. Cosa cercassero, solo Dio e l’essere che aveva dato vita all’animale potevano saperlo! Qualunque cosa fosse, però, dovevano averla trovata perché, nell’attimo stesso in cui il magnetico sguardo della creatura si era allontanato da lui, il cacciatore di vampiri si era reso conto di aver condiviso suo malgrado un’importante parte di sé. Si portò istintivamente le mani al torace. Voleva sfiorare la croce d’oro, il simbolo sacro che più di una volta gli aveva salvato la vita. In una realtà che lentamente si stava sgretolando intorno a lui, quella croce era l’unica cosa che ancora lo tenesse ancorato alla vita. Dopo la morte di Andrew e di Fay, Joy si era chiusa in se stessa divenendo ogni giorno più estranea al marito. Vivevano insieme, dormivano insieme e, qualche volta, facevano anche l’amore, ma erano distanti anni luce l’uno dall’altra. Gli occhi verdi della donna che più di ogni altra al mondo aveva amato, erano tristi e per questo Gus si sentiva terribilmente in colpa. Avrebbe potuto impedirlo? Questa domanda lo aveva torturato per mesi, trasformandosi poi in una certezza: avrebbe potuto impedirlo. Il demone era stato sconfitto, ma quante pedine erano state sacrificate? Ogni notte, prima di coricarsi, pregava di riuscire a dimenticare, ma Dio pareva non volerglielo concedere. (La punizione per aver lasciato in vita una creatura delle tenebre? O il castigo per aver abbandonato la caccia ai vampiri?) L’immagine pallida ed esanime di lady Faber tornava spesso a tormentarlo nel sonno. Talvolta, non c’era neppure bisogno che fosse addormentato per rivederla! Ogni sera, inoltre, pensava a suo figlio e pregava per la sua anima. Non voleva che Joy lo vedesse piangere, così se ne stava chiuso a chiave per ore nel suo studio a fare i conti con il proprio dolore. Andrew era morto nell’eroico tentativo di ricacciare il demone nell’abisso da cui proveniva. Sacrificandosi aveva salvato tutti loro ed eluso il triste destino dei Van Helsing, ma aveva anche rinunciato a quella vita che gli spettava di diritto. Andrew aveva portato via con sé tutta la voglia di vivere di Gus. Cercò la croce. Toccarla riusciva ad infondergli sicurezza. Non riuscì a trovarla. Lanciò involontariamente un’imprecazione. Aveva perso sua moglie, suo figlio, la voglia di continuare a dare la caccia alle creature delle tenebre ed ora anche la sua croce d’oro, l’antico cimelio dei Van Helsing. “Ti resta la fede, Gus Van Helsing!” esclamò improvvisamente una voce asessuata. Il cacciatore di vampiri volse istintivamente lo sguardo verso la quercia. LORD OWEN F. FABER Distesa accanto al marito, cullata dal suono regolare del suo respiro, Fay si era addormentata. Owen aprì gli occhi e sollevato si rese conto che la morte della moglie era stato solo un crudele incubo. Fay era al suo fianco, i lunghi capelli castani sparsi sul cuscino ed un’espressione serena dipinta sul volto. Un timido sorriso illuminò lo sguardo triste del vampiro. Fay era ancora bella come il giorno in cui si erano conosciuti! “Quanto ti amo!” pensò lieto di averla accanto. Facendo attenzione a non svegliarla, la cinse in un abbraccio e lo scoccò un delicato bacio sulle labbra. Fay aprì gli occhi e gli rivolse un sorriso luminoso. “Ciao!” esclamò con voce impastata dal sonno. “Perdonami! Non volevo svegliarti!” si scusò Owen accarezzandole una guancia. Fay si tirò su e prese la mano del marito fra le sue. “Ti senti meglio?” domandò scrutandolo con attenzione. Ogni traccia della devastante malattia era scomparsa dal viso e dal corpo di Lord Faber. “Sono guarito!” rispose la creatura delle tenebre. Si sentiva completamente rinvigorito. “Sapessi quali orribili sogni mi hanno torturato durante questi giorni di agonia!” Fay lasciò la mano del marito, scese dal letto e si avvicinò alla finestra. Scostò i pesanti tendaggi di broccato amaranto. Fuori il cielo era un mosaico di cupe nuvole. Una pallida luce grigia illuminò appena la stanza. In lontananza un tuono squarciò la volta celeste. “E’ stato tutto fin troppo reale, amore mio!” esclamò Fay appoggiando i gomiti sul davanzale e prendendosi la testa fra le mani. “Vorrei tanto che le cose fossero andate diversamente!” Owen si alzò a sua volta dal letto. Indossò rapidamente la vestaglia di velluto nero e raggiunse la donna. Il suo sguardo era carico di dolore e rabbia. “Perché sei tornata?” domandò. “Cosa disturba il tuo riposo, amore mio?” Fay scoppiò a piangere. Owen la prese fra le braccia faticando a considerarla solo un fantasma. Riusciva a toccarla, a percepirne il calore ed il profumo! Come poteva essere solo un’apparizione? “Gus Van Helsing!” rispose la donna fra le lacrime. “Van Helsing?” domandò il vampiro trasalendo. Erano mesi che non sentiva più quel nome. “Sì!” singhiozzò Fay. “Lui avrebbe potuto salvarmi e non lo ha fatto! Ha lasciato che il demone... ha permesso che il demone... Owen, lui era lì e non ha fatto nulla per impedirlo! Rideva! Lo capisci? Sapeva che la mia morte ti avrebbe indebolito! Lo sapeva ed è intervenuto solo quando ormai era troppo tardi per me!” Owen la strinse maggiormente a sé. Come gli pareva fragile sua moglie in quel momento! E quanto doveva aver sofferto! Una furia bestiale si impadronì di lui. “No!” gridò con voce che nulla aveva di umano. Fay alzò gli occhi arrossati dal pianto verso di lui. “Io non lo sapevo...” sussurrò lord Faber incapace di destreggiarsi di fronte a quello sguardo. “Cosa devo fare, Fay? “Vendicami!” implorò la donna “Vendicami e finalmente potrò riposare in pace! Uccidi Gus Van Helsing come avresti dovuto fare tanto tempo fa!” “Lo farò!” promise il vampiro. GUS VAN HELSING “La mia fede?” domandò Gus rivolgendosi alla quercia. “Sì, ti resta la tua fede!” rispose la voce asessuata. “Mostrati!” esclamò il cacciatore di vampiri. “Sei sicuro di volermi vedere?” Gus sospirò. “Sono stanco di misteri, di inseguire animali e di parlare alle piante. Mostrati, per favore, chiunque tu sia!” “E va bene, se è proprio questo che vuoi. Chiudi gli occhi!” “E perché mai?” lo denigrò il cacciatore di vampiri. “Forse mi sbagliavo. Forse hai perso anche la fede.” Rispose la voce con una nota di amarezza. Gus chiuse gli occhi e rimase così a lungo. “Ora puoi aprirli!” esordì la voce. Gus obbedì e cadde pesantemente sulle ginocchia alla vista della creatura. Una luminosa figura umanoide alta quasi due metri e dotata di due lunghissime ali piumate stava dinnanzi a lui, lo sguardo colmo d’amore. “Un... un angelo!” balbettò. “Sì, sono un angelo. Guardami bene, Gus Van Helsing!” esclamò la creatura celeste. “Ti ricordi di me?” Gus, di nuovo, obbedì. Dove aveva già visto quei riccioli castani screziati d’oro? Dove aveva già visto quegli innocenti occhi celesti? “An... An... Andrew!” balbettò nuovamente a causa dell’emozione. Le lacrime gli annebbiarono la vista. “Sì, un tempo quello era il mio nome e tu eri mio padre. Ora sono un Suo messaggero, Gus Van Helsing.” Il cacciatore di vampiri si asciugò le lacrime. Suo figlio era divenuto bello oltre ogni immaginazione. Chissà cosa avrebbe provato Joy vedendolo! Sospirò. Avrebbe voluto abbracciarlo. Avrebbe voluto porgli centinaia di domande. Avrebbe voluto riportarlo a casa. Si rattristò. Non poteva fare nulla di tutto ciò. Andrew non gli apparteneva più. Andrew ora era un messaggero del Signore ed a Gus non restava che inchinarsi di fronte alla Sua volontà. “Perché mi hai condotto in questo luogo?” domandò l’uomo. “Devo consegnarti un Suo messaggio! Ora ascolta: un tempo sacrificai la mia vita per fare in modo che tu potessi continuare a cacciare le creature delle tenebre.” Cominciò l’angelo. “Questa era la volontà del Signore. Eri un Cavaliere della Luce, Gus Van Helsing! Il tuo compito era quello di liberare il mondo dalla progenie dell’oscurità!” L’angelo prese a brillare più intensamente. “Dopo la mia morte terrena, tu cosa hai fatto? Hai abbandonato il tuo destino per passare i giorni a piangerti addosso! Hai lasciato che il mio sacrificio divenisse inutile. Hai lasciato in vita lord Owen F. Faber! E quante altre creature generate dai peggiori incubi staranno contaminando il mondo in questo momento?” Gus arrossì vistosamente. “Io...” “Silenzio!” tuonò l’angelo. L’intera vallata si empì di luce. “Niente scuse!” Gus strinse i pugni. “Il giorno del funerale di sua moglie avresti potuto ucciderlo!” esclamò l’angelo. “Il dolore l’aveva reso vulnerabile...” Gus scosse la testa. “Per un attimo ho visto in lui solamente un uomo disperato.” L’angelo gli lanciò uno sguardo di disapprovazione. “Non sai quanto potrebbe costarti cara questa debolezza, Van Helsing! Credi che lui ti risparmierebbe? E’ una creatura malvagia! Cosa ti è successo? Sei cambiato! Il giorno in cui ci siamo incontrati ero fiero di essere tuo figlio, ora non ne sono più tanto sicuro!” “Cosa ne sapete voi angeli dei problemi che affliggono gli uomini?” domandò Gus trattenendosi a stento dal gridare. “Scendete fra di noi solo quando avete bisogno che facciamo qualcosa per voi. Non è forse così? Perché non ve le combattete da soli le vostre guerre? Perché avete bisogno degli esseri umani? Dove siete quando imploriamo il vostro aiuto?” “Povero Cavaliere della Luce! La tua rabbia è tale che neppure ti accorgi che stai bestemmiando!” Gus gli volse le spalle e si incamminò nella direzione da cui era provenuto. Quello non era Andrew. Quello era solo un angelo. “Van Helsing!” tuonò la creatura celeste. La sua voce si fece poi più dolce. “Ho qualcosa per te!” Gus si girò. L’angelo si avvicinò e gli porse una croce d’oro sulla quale brillavano tre rubini. “La mia croce!” esclamò Gus portandosela alle labbra e baciandola con affetto. “Qualunque cosa tu decida di fare, Gus Van Helsing, non perdere mai la fede. Non siamo sordi lassù. Abbiamo udito le tue suppliche, non scordarlo! Tante volte Lui ti ha parlato ma tu, perso nel tuo dolore, non hai voluto ascoltarLo.” Gus girò per la seconda volta le spalle all’angelo. “Dove stai andando ora?” domandò la creatura. “Non posso restare qui a parlare con te! Ho un conto in sospeso con un vampiro!” GUS E JOY VAN HELSING “Non andartene!” implorò Joy singhiozzando come una bambina. “Non lasciarmi sola!” Gus scosse la testa. “Devo farlo, Joy.” Rispose senza degnarla di un solo sguardo. “Devo farlo per Andrew, per tua sorella e per la felicità che ci è stata sottratta.” Questo avrebbe voluto dirle, ma le parole morirono fra le sue labbra. “Non posso sopportare l’idea che tu mi abbandoni!” esclamò la ragazza fra le lacrime. Gus calzò uno stivale di cuoio. “Non ti sto abbandonando.” Rispose infilandosi anche l’altro. “Ah no?” domandò isterica. “Se non lo capisci, allora non sei più la donna che ho sposato. Il giorno stesso in cui il prete ci ha uniti in matrimonio eri consapevole del mio destino! Sono un Van Helsing! Sono un cavaliere della luce! Sono un Suo servitore, Joy, e troppo a lungo ho trascurato la mia missione.” “Sei anche mio marito! Non hai forse dei doveri verso tua moglie?” Gus scosse la testa. “E’ stato un anno terribile, Joy. Forse la lontananza ci aiuterà a ritrovare quello che abbiamo perduto.” “E se non dovessi tornare?” L’uomo passò in rassegna per la seconda volta il contenuto dello zaino. “Tornerò, sta’ tranquilla.” Un timido sorriso illuminò appena il suo volto segnato dalla sofferenza poi, un battito di ciglia più tardi, si spense. Joy si lasciò cadere sconfitta sulla poltrona. Rimase muta ad osservare il marito che preparava le ultime cose. La rabbia incendiò lentamente le sue guance, le asciugò le lacrime ed inaridì il suo cuore. “Gus, questa volta devi fare una scelta!” esordì decisa. “Se resti, cercheremo di salvare il nostro matrimonio. Se invece decidi di andare, fra noi sarà tutto finito nell’attimo stesso in cui varcherai la soglia.” Gus raccolse lo zaino, poi si fermò di fronte alla moglie e rimase ad accarezzarla con lo sguardo per qualche momento. Non sapeva se e quando l’avrebbe rivista. Nonostante tutto, era sicuro che avrebbe sentito terribilmente la sua mancanza. “Devo andare, Joy!” esclamò. “Ho un conto in sospeso con Lord Faber.” Si chinò per baciarla, ma la ragazza volse il viso in un’altra direzione. Il cacciatore di vampiri provò una stretta al cuore. “Di quanto dolore può essere lastricata la strada che dalla nascita conduce alla morte?” pensò stringendo con rabbia i pugni. “Hai fatto la tua scelta.” Disse gelida la ragazza. “Addio Gus Van Helsing, cacciatore di vampiri!” “Addio, Joy.” Esclamò. “Arrivederci, amore mio!” avrebbe invece voluto risponderle. Uscendo sbatté con rabbia la porta lasciandosi alle spalle una statua di ghiaccio che vagamente somigliava a sua moglie. LADY FAY FABER Nell’attimo stesso in cui la giovane ed innocente Fay O’Brien si era innamorata di Lord Owen F. Faber, il Paradiso le era stato precluso. Aveva abbandonato la luce per amare una creatura delle tenebre, il frutto dell’unione blasfema tra una strega ed un demone. Aveva donato il cuore ad un essere più simile ad un vampiro che non ad un uomo. Fay, però, non era stata contagiata dal male. Il suo amore aveva placato il lato demonico della creatura ed era riuscito a far emergere quello umano, dolce e premuroso. La giovane donna aveva portato luce là dove pareva non potessero germogliare che impenetrabili tenebre. Il vampiro, infatti, aveva rinnegato le proprie origini ed ogni istinto in nome dell’amore che provava nei suoi confronti. Fay ed Owen si erano illusi di aver creato un piccolissimo paradiso nel loro castello. Il fato aveva però distrutto in men che non si dica ogni loro speranza. INFERNO: questa era sempre stata la destinazione finale per coloro che avevano osato disfarsi della vita, il dono più bello che Dio avesse fatto agli uomini. Fuoco e fiamme, sofferenze e patimenti per l’eternità. A questo Fay non aveva pensato nell’attimo in cui aveva deciso di togliersi la vita, precludendosi così anche la possibilità di trascorrere l’eternità in Purgatorio. Lacerata nel corpo e nello spirito, la donna aveva scelto la morte. La vergogna e la delusione l’avevano uccisa. Si era suicidata e, di conseguenza, sarebbe dovuta finire all’inferno. Per qualche sconosciuto motivo, così non era stato. La sua anima era rimasta imprigionata in una sacca di non-realtà al di fuori del tempo e dello spazio, della vita e della morte e sospesa in una sorta di non-esistenza. Quando i pensieri di Fay iniziarono ad accendersi come tante lucciole, la donna si rese conto di non essere in nessun luogo. Uno dopo l’altro, i ricordi della vita precedente riaffiorarono. L’esperienza traumatica della nascita, il calore della donna che l’aveva partorita, il sapore del latte materno, il timore di rimanere sola, l’amore morboso nei confronti del padre, poi la nascita di Joy, l’istinto di protezione nei confronti della sorella minore, i giochi, le risate e la complicità. I ricordi la investirono lasciandola per qualche minuto incapace di controllare le proprie emozioni. Rise, pianse, tremò, gridò, cantò, poi si chiuse in un silenzio tombale. Al ricordo di tutti i momenti trascorsi accanto a Lord Owen, dolci e crudeli, lieti e disperati, seguì inesorabilmente la consapevolezza di esser morta. Inorridita, aprì gli occhi. Non si trovava più nella bolla di non-realtà, ma in luogo fin troppo familiare: la camera di letto che a lungo aveva diviso con Owen. Non era la prima volta che veniva strappata al sonno eterno. Già in precedenza aveva aperto gli occhi e si era ritrovata sulla riva del fiume nel quale era annegata. Aveva incontrato Joy, le aveva rinnovato la promessa di non abbandonarla, poi era tornata allo stato di non-esistenza. Nei pochi istanti in cui la donna aveva riacquistato consapevolezza, si era chiesta il perché della sua insolita condizione senza però giungere ad una conclusione vera e propria. I cancelli del Paradiso non si sarebbero aperti per l’amante di una creatura delle tenebre, questo lo sapeva fin troppo bene... Il Purgatorio non avrebbe ospitato l’anima di una suicida, questo era palese... Forse anche l’Inferno non l’aveva voluta. In fondo, aveva infettato l’animo nero di un vampiro coll’amore puro... Quando Fay lo vide, pensò che sarebbe morta per la seconda volta. Era più pallido di come lo ricordava, ma ugualmente affascinante. Indossava una vestaglia di velluto nero e camminava nervosamente per la stanza. Provò immediatamente l’impulso di correre fra le sue braccia e di annegare nei suoi bellissimi occhi. Si trattenne quando si rese conto che suo marito non era solo. Accanto alla finestra, con dolcissimi occhi arrossati dal pianto, una donna lo stava guardando altrettanto intensamente. Fay ebbe l’impressione di averla già vista. Chiuse gli occhi incapace di guardare Owen, il suo Owen, con un’altra donna. Le loro voci giunsero nitide alle sue orecchie. (Dove aveva già sentito quella voce?) “Cosa devo fare, Fay?” chiese Owen alla donna di fronte a lui. Fay aprì di nuovo gli occhi udendo il suono del suo nome e ricordò dove l’aveva già vista! Suo marito stava parlando con una donna che aveva il suo aspetto ed il suo nome! “Vendicami e finalmente potrò riposare in pace!” rispose l’altra Fay. “Uccidi Gus Van Helsing come avresti dovuto fare tanto tempo fa!” "Lo farò!” promise Owen. Fay non riusciva a capire. Lei era Fay Faber! Come era possibile che un’altra Fay Faber si trovasse con suo marito? Perché era stata risvegliata? Perché stava assistendo a quella scena? “Concentrati!” tuonò una voce dentro di lei. “Guarda meglio e vedrai!” Fay obbedì. Si concentrò, guardò meglio e vide. Quella non era Fay Faber anzi, ad essere sinceri, non era neppure una donna! Si trattava in realtà di una potente magia creata per ingannare suo marito e, a quanto pareva, chi l’aveva ideata non aveva fallito. JOY VAN HELSING E LUC CHANT DU CYGNE Che senso ha che tutt’intorno sia primavera quando nel cuore domina sovrano l’inverno? Questo ed altro si domandava Joy mentre vagava senza meta al limitare del paese. Incapace di rimanere chiusa fra mille oggetti che le ricordavano Gus, aveva indossato uno scialle ed era uscita. Decine di cupi pensieri affollavano la sua mente, grevi come nubi temporalesche. Dopo la partenza del marito aveva pianto per ore, era poi scivolata in un sonno agitato, si era svegliata ed aveva ricominciato a piangere. Terminate le lacrime, era rimasta a lungo con lo sguardo fisso nel vuoto. Infine, resasi improvvisamente conto che la casa non faceva che parlarle di lui, era fuggita ed aveva chiesto asilo alla tiepida notte. Come un vagabondo ubriaco, aveva poi camminato per ore mentre sopra di lei, contro un cielo scuro parzialmente coperto di nubi simili a tetri lenzuoli, minuscoli occhi argentei parevano seguire con interesse ogni suo passo. “Dove sono?” domandò improvvisamente la ragazza tornando in sé. Si guardò intorno. Aveva appena superato il recinto che circondava una fatiscente fattoria abbandonata. “La vecchia fattoria abbandonata...” sussurrò la ragazza rendendosi conto di essersi allontanata troppo dal paese. Un brivido attraversò la sua schiena. Una ragazza sola ed indifesa nel cuore della notte, lontana da casa e da qualsiasi speranza di aiuto: sarebbe stata una preda fin troppo facile per lord Owen F. Faber! Alzò nervosamente gli occhi al cielo, come se la creatura delle tenebre potesse piombarle addosso dall’alto da un momento all’altro. Cosa avrebbe pensato Gus di lei? La moglie di un cacciatore di vampiri che si faceva uccidere in un modo tanto stupido! Fece spallucce. Non aveva più importanza ormai. Gus Van Helsing era un capitolo chiuso. Da qualche parte, in mezzo all’erba incolta, un grillo iniziò a fregarsi energicamente le elitre. Joy sussultò ed il cuore prese a batterle furiosamente in petto. Aveva paura. “Sta’ zitto, maledizione!” gridò quasi isterica. Il grillo la ignorò. “E perché dovrebbe?” chiese una voce. Joy trasalì. Avrebbe voluto fuggire a gambe levate, ma era come paralizzata. “Chi ha parlato?” domandò con voce incrinata dalla paura. “Non temete, non ho alcuna intenzione di farvi del male!” rispose la figura emergendo dall’oscurità. La ragazza rimase a bocca aperta di fronte alla bellezza sconcertante dell’uomo. “Chi siete?” chiese incapace di distogliere lo sguardo. “Luc Chant du Cygne, mia signora .“ rispose il bardo prendendole la mano destra e baciandone con delicatezza il dorso. “Luc, per voi. Bardo e poeta, al vostro servizio. Il più grande bardo che mai avrete occasione di incontrare, per l’esattezza, mia signora. Sfortunatamente, una vittima dell’insonnia, maledizione che, per la prima volta in tutta la mia vita, stasera mi trovo costretto a benedire. Come potrei non farlo? Mi ha concesso di conoscere voi! Siete forse lo spirito del silenzio voi che vagate nel cuore della notte intimando ai grilli di tacere?” Joy sorrise. “Oh, no, no di certo! Sono solo una ragazza imprudente che si è allontanata troppo da casa. Vi prego di scusarmi...” Le sue parole le parvero terribilmente scialbe di fronte a quelle poetiche di Luc. Fece per allontanarsi, ma il bardo le prese la mano. Joy si irrigidì. “Come potrò, domani, dedicarvi una poesia se neppure conosco il vostro nome? Apparizione, potrei definirvi, o anima inquieta, o driade smarrita, ma nessuno di questi termini renderebbe giustizia alla vostra bellezza.” La ragazza sospirò di sollievo. Gus si era sbagliato. Il male non si nascondeva ovunque. Luc lasciò la presa. “Mi chiamo Joy. Joy Van Helsing.” Un lampo attraversò gli occhi neri del bardo. “Il suono del vostro nome è dolce quanto il vostro sguardo... “ disse fissandola intensamente. “La mia allieva ed io ci esibiremo nella piazza del vostro paese, domani sera. Mi farebbe piacere potervi scorgere, anche solo per un istante, in mezzo alla folla.” “Ci sarò!” rispose la ragazza inebriata dalle dolci parole del bardo. “Buona notte!” “Lo è stata nell’attimo stesso in cui vi ho udita dare ordini ai grilli!” rispose il bardo sorridendo. Joy esitò. Doveva andarsene, ma non era quello che desiderava. Luc approfittò della sua indecisione e riprese a parlare: “Cosa vi porta a camminare nella notte, se è lecito domandarlo?” chiese passandosi una mano fra i lunghi capelli corvini striati di ciocche d’argento. “Non credo siano affari vostri.” Rispose la ragazza. “Vi sbagliate. Le migliori ballate sono state costruite proprio sugli affari altrui!” Il bardo rise, una risata cristallina e contagiosa. Joy non poté fare a meno di sorridere. Luc Chant du Cygne aveva pienamente ragione! “Sono lieto che questo bardo impiccione sia riuscito a far sbocciare un sorriso sulle vostre labbra. Trovo le donne imbronciate terribilmente brutte, anche se mi rendo conto che tristezza, rabbia e malinconia facciano parte della vita quanto la gioia e la serenità. Mi concedete di dirvi una cosa? Se vi guardo ora, mentre sorridete, vi trovo terribilmente affascinante e penso che, se fossi vostro marito, non permetterei a nessuno di spegnere la luce che brilla nei vostri occhi.” Joy arrossì vistosamente. “Vi chiedo scusa, signore, ma devo proprio andare. Sono una donna sposata e non penso che mio marito apprezzerebbe il mio comportamento.” “Vi vedrò domani sera, Joy Van Helsing, tra la folla?” “Forse sì.” Rispose la ragazza volgendo le spalle al bardo. “Buona notte, signore!” “Anche a voi, divina apparizione!” Joy si incamminò a passo spedito verso il paese, le gote arrossate ed il battito accelerato. Cosa le stava succedendo? Non riusciva a smettere di pensare a lui, alla sua voce, alla sua bellezza, alle sue parole dolci. Luc la guardò allontanarsi poi, quando fu sicuro che solo i grilli avrebbero potuto sentirlo, scoppiò a ridere. La sua ricerca era terminata: finalmente era riuscito a trovare Joy Van Helsing! IVY Quando Gus raggiunse l’accampamento degli Zingari, il giorno volgeva al termine. Già diversi fuochi erano stati accesi e giovani donne si apprestavano a cucinare la cena. Presto tutti gli Zingari si sarebbero radunati attorno a quelle scoppiettanti fiamme, avrebbero mangiato e poi danzato sotto le stelle. I membri più anziani, infine, avrebbero narrato antiche leggende. Gus ricordava con nostalgia le volte in cui Madame Ada gli aveva concesso l’opportunità di unirsi a loro e di danzare con lei. Ebbe l’impressione che fossero trascorsi secoli dall’ultima volta. L’uomo fermò il cavallo. Perché aveva deciso di tornare all’accampamento? “Ho bisogno di tutto l’aiuto possibile!” aveva mentito a se stesso, convincendosi che Ada fosse in grado di garantirgli maggiori possibilità contro lord Faber. La verità, lo stava comprendendo in quell’istante, era che desiderava rivederla. Scese con disinvoltura dal cavallo, lo impastoiò ad un albero e si diresse a grandi passi verso l’inconfondibile tenda variopinta della donna. “Signore!” esclamò una voce alle sue spalle. “Fermatevi, signore!” Gus si girò. Due zingari, un uomo ed una ragazza, stavano avanzando nella sua direzione. Il primo, un vecchio dalla pelle rugosa che si appoggiava ad un bastone, ripeté: “Signore, dico a voi! Avvicinatevi, per favore!” Gus li raggiunse. Non ricordava di averli mai visti all’accampamento. “Posso fare qualcosa per voi?” domandò indugiando involontariamente con lo sguardo sugli occhi vacui della ragazza. “Il mio nome è Primo e questa è mia nipote Ivy.” Disse il vecchio piuttosto rudemente. Gus sentì che presto avrebbe iniziato a spazientirsi. “Gus Van Helsing.” Rispose. “Lieto di conoscervi. Se non c’è altro...” Ivy trasalì nell’udire il suo nome. “Non siate scortese!” replicò duro il vecchio. “Non vado in giro a fermare gli stranieri a meno che non abbia una buona ragione!” La ragazza si frappose fra i due uomini. “Nonno, ti prego!” esordì. La sua voce era dolce ed inquietante al tempo stesso. Seguì una pausa. “Voi siete quel Van Helsing? Il famoso cacciatore di vampiri? Per tutti gli spiriti, la faccenda si complica!” esclamò avvicinandosi a lui. “Lasciate che vi guardi!” Allungò le mani in direzione del volto del cacciatore di vampiri. Gus, istintivamente, indietreggiò. “Non siate codardo!” lo apostrofò il vecchio. “Temete forse che una ragazza cieca possa farvi del male, cacciatore di vampiri?” “Non temo lei, ma mi spaventa la forza della magia che vibra nelle sue dita.” Il vecchio sghignazzò. Gus finse di ignorarlo. Ivy posò le mani sul volto dell’uomo e ne esplorò ogni centimetro. Al termine, domandò: “I vostri capelli sono dello stesso colore dell’oro?” “Sì, suppongo di sì...” rispose Gus imbarazzato. “Ed i vostri occhi sono celesti come le acque dei torrenti?” “Sì.” “Non ci sono dubbi. Siete l’uomo che stavo cercando... Ho visto la magia prendere la forma di un cervo, entrare nel vostro sogno, allontanarvi dal corpo e guidarvi in una foresta fittizia, di fronte a quella che sembrava una quercia. Ho assistito all’apparizione di un angelo e, incapace di udire qualsiasi parola, sono rimasta ad osservarvi mentre parlavate.” “Ma come è possibile?” la interruppe Gus. “Lasciatela terminare!” ruggì il vecchio. Gus si concentrò sul volto angelico della ragazza per non perdere le staffe. Ivy riprese. “Siete stato ingannato, signore. Nulla di quanto è stato sottoposto ai vostri occhi era reale!” “Non capisco...” disse il cacciatore di vampiri. “Solo voi ed io eravamo reali. Il cervo, la foresta, la quercia e l’angelo non erano che una potente forma di magia. Qualcuno si è insinuato nella vostra mente.” “Magia? E chi può aver fatto una cosa simile? E per quale motivo?” domandò Gus. Ivy scosse la testa e ciocche di capelli color miele si liberarono dall’abbraccio del fazzoletto variopinto che le teneva prigioniere. “Non lo so. Ho paura che la soluzione stia nelle parole che il mio potere, la chiaroveggenza, non mi ha permesso di udire. Avete dei nemici? Immagino di sì, data la vostra posizione...” Van Helsing sorrise, un sorriso amaro. “Ogni creatura delle tenebre sulla faccia della terra vorrebbe vedermi morto.” “Non datevi tante arie solo perché avete stecchito qualche vampiro!” rispose il vecchio. “Nonno, ti prego...” lo interruppe la ragazza. “Non ho nemici fra i mortali.” Continuò Gus. Per un istante i suoi pensieri tornarono a Joy ed alla rabbia dipinta sul suo volto. “Ho paura che non si tratti di una creatura delle tenebre...” disse la giovane zingara. “La magia utilizzata contro di voi non era una magia tipica delle creature malvagie. Siete proprio sicuro di non aver nemici fra i mortali?” Gus si soffermò a riflettere, poi si portò le mani alla testa. “Tutto questo mi farà impazzire!” pensò. “Qualcuno vi aveva mai detto che sarebbe stato facile essere un cacciatore di vampiri?” echeggiò nitida la voce di Primo nella sua mente. Non aveva mosso le labbra, eppure Gus era certo di aver udito quelle parole. “Non ho nemici fra i mortali...” tornò a ripetere senza distogliere lo sguardo dal volto del vecchio. “Lord Owen F. Faber è figlio di una mortale e di un demone. Non potrebbe esser stato lui?” Ivy sospirò. “Cosa vi ha detto l’angelo?” domandò. Gus chiuse per un istante gli occhi. Aveva creduto che l’angelo fosse realmente il suo Andrew. “Mi ha ricordato quale fosse il mio compito. Avevo smarrito la strada e lui ha fatto sì che la ritrovassi.” “Tutto qui?” domandò il vecchio. “Non ha senso.” Disse Ivy. “Forse vi siete sbagliata, Ivy. Forse l’angelo era realmente un angelo. O forse era tutto un semplice sogno, ma che importanza ha? Quello che conta è che Gus Van Helsing sia tornato a combattere.” “Non mi sono sbagliata, signore.” Rispose la ragazza. “Non volete prendere in considerazione l’idea che qualcuno abbia manipolato questa vostra scelta?” “Che differenza fa?” chiese Gus. “In fondo, era una scelta che avrei dovuto fare tanto tempo fa.” “Non volete proprio capire!” Disse arcigno il vecchio. “Stupido, cocciuto cacciatore di vampiri!” “Vi ringrazio per avermi messo in guardia. Ora, se non vi dispiace...” Ivy estrasse un mazzo di tarocchi. “Un’ultima cosa, signore, poi spariremo dalla vostra vita. Pescate una carta.” “Hai il cuore tenero, mia cara!” bisbigliò adirato il vecchio alla nipote. “Non dovresti proprio aiutarlo!” Gus finse di non sentirlo ed accontentò Ivy. Pescò la carta e la consegnò a dorso coperto alla zingara, poi se ne andò senza neppure attendere il responso. Il vecchio scosse la testa. “E’ decisamente uno sciocco!” “Nonno, è come sospettavo. Il cacciatore di vampiri è in grave pericolo!” rispose agitata Ivy. Mostrò la carta al vecchio. “Il diavolo?” domandò incredulo Primo. “Quello sciocco ha decisamente bisogno di noi, mia cara.” ADA “C’è nessuno?” domandò Gus scostando la tenda che ostruiva il passaggio. L’aveva chiamata diverse volte, ma Ada non aveva risposto. “C’è nessuno?” ripeté entrando nella tenda in penombra. Quattro piccole candele si stavano lentamente consumando sul tavolo ed erano l’unica fonte di luce. “Madame Ada?” chiamò per l’ennesima volta. Di nuovo nessuna risposta. Si guardò intorno. Era come se il tempo si fosse fermato. Non era cambiato nulla dall’ultima volta in cui aveva fatto visita all’amica. Il tavolo quadrato, le tre sedie, la cassapanca di mogano, la tenda che celava la camera da letto... tutto era come Gus ricordava. Solo il profumo che aleggiava nell’aria era diverso. Non era l’incenso che Ada era solita bruciare. Era un odore strano, un odore che Gus non aveva mai sentito. “Sapevo che saresti venuto!” esclamò una voce femminile alle sue spalle facendolo trasalire. Gus si girò di scatto. “Non dovresti lasciarti sorprendere tanto facilmente, mio buon amico!” rise la gitana. “Sei decisamente fuori allenamento se persino una donna riesce a...” “Voi non siete una donna qualunque, Madame Ada!” la interruppe Gus. Provò l’irrefrenabile desiderio di abbracciarla, ma si trattenne. La zingara sorrise, un sorriso malizioso. Era invecchiata, decisamente troppo se si teneva in considerazione il fatto che era trascorso solamente un anno dall’ultima volta in cui si erano incontrati. Piccole rughe si erano formate sotto i suoi occhi e fra i suoi splendidi capelli corvini si erano accesi riflessi d’argento. Gus ebbe l’impressione che il suo sguardo fosse divenuto più cinico di come lo rammentava, ciononostante pensò che fosse ancora molto bella. “Avevo bisogno di rivedervi.” Esordì Gus rompendo il silenzio che pareva averli inghiottiti entrambi. “Siediti, cacciatore di vampiri!” rispose la donna. “Non amo parlare di cose importanti standomene in piedi.” Gus abbozzò un sorriso ed obbedì. La zingara prese una sedia e sedette accanto all’amico. “Cosa ti turba?” domandò scrutandolo con occhi penetranti. L’uomo chinò il capo. “Ho scelto di tornare a combattere.” Rispose con un fil di voce. Ada annuì soddisfatta. “La scelta migliore, amico mio!” “Ma ho perso... ho perso Joy...” L’espressione della zingara non mutò. “Sapevi a cosa andavi incontro. Sei un cacciatore di vampiri, un cavaliere della Luce, amico mio. Il matrimonio è per la gente comune. Sapevi sin dall’inizio di esser nato per portare a termine una missione. Sapevi anche che, qualunque strada avessi deciso di percorrere, prima o poi ti saresti ritrovato a dover abbandonare tutto per fare i conti col destino. Gus Van Helsing, il giorno in cui ti sposasti già sapevi cosa sarebbe successo.” “Madame Ada, io amo quella ragazza!” rispose il cacciatore di vampiri con voce increspata dall’emozione. La zingara scosse la testa. “Non mi hai ascoltata tanto tempo fa, perché dovresti farlo adesso? Ti avevo messo in guardia. Ti avevo detto che sposandoti avresti commesso un grosso errore. Avrei potuto impedirtelo, ma ti volevo troppo bene per farti del male. Ora mi rendo conto che forse tu mi avresti odiata, ma ti avrei evitato tanto, troppo dolore.” Gus alzò lo sguardo. Un tempo aveva pensato che le parole di Ada fossero state dettate da un sentimento di gelosia. “Credevo di poter dominare il destino!” Si alzò in piedi. “Ucciderò vampiri, sterminerò la progenie delle tenebre ed ogni volta che tornerò a casa, troverò mia moglie ad attendermi.” Si rivolse alla gitana. “Questo mi dicevo, Madame Ada.” Disfatto, tornò a sedersi. La zingara appoggiò una mano sulla spalla del cacciatore di vampiri. “Tutti abbiamo mentito almeno una volta a noi stessi, Gus.” Un lampo attraversò i suoi occhi neri. “Se fossi un uomo qualunque, Gus Van Helsing, ti direi di seguire il tuo cuore.” “Se fossi stato un uomo qualunque, anch’io avrei seguito il mio cuore.” Pensò Ada. “So già cosa sceglieresti ed è per questo che non mi sentirai mai pronunciare queste parole.” Rimasero in silenzio per un momento che parve interminabile ad entrambi. “Vuoi bere qualcosa?” domandò. “No, vi ringrazio.” Rispose con voce flebile. La zingara tornò a sedersi. “Gus, devi scordare quella donna!” esclamò Ada. “Il tuo matrimonio ha sottratto fin troppo tempo alla missione.” Le parole di Ada ebbero lo stesso effetto di un pugno in pieno stomaco. Il cacciatore di vampiri sentì le lacrime salirgli agli occhi, ma le ricacciò. Se fosse stato un uomo qualsiasi avrebbe potuto permettersi il lusso di piangere, ma lui era Gus Van Helsing. Si alzò. Ada fece lo stesso e lo abbracciò, poi avvicinò le labbra alle sue e lo baciò. La zingara non aveva mai fatto nulla del genere, così Gus rimase piuttosto sorpreso. Lasciò che lei lo baciasse, incapace di reagire. JOY VAN HELSING E LUC CHANT DU CYGNE La piazza era gremita di gente. Sotto una luna troppo grande e troppo rosa, Joy Van Helsing, stretta nello scialle di lana, cercava di farsi strada tra la folla. Voleva avvicinarsi maggiormente al punto in cui Luc Chant du Cygne, il bardo che aveva conosciuto la sera precedente, si sarebbe esibito. Ogni suo tentativo fu però vano. Era la prima volta che, dopo la terribile epidemia di vaiolo che aveva colpito il paese, veniva data ai sopravvissuti la possibilità di distogliere la mente da quanto accaduto e tutti, di conseguenza, erano scesi in piazza. Joy sbuffò. Riusciva a stento a scorgere il palco. Ciononostante, nell’attimo in cui il bardo entrò in scena, anche quelli che non riuscivano a vederlo seppero del suo arrivo. La folla ammutolì di colpo come se la falce della morte avesse reciso la lingua a tutti i presenti. Joy pensò che l’intero paese avrebbe udito il furioso battito del suo cuore. “Signore e signori...” esordì il bardo con voce calda e profonda. “Lasciate che mi presenti. Sono Luc Chant du Cygne, il più grande bardo che mai avrete il privilegio di ascoltare.” Joy si fece largo tra la folla e, finalmente, riuscì a scorgere il bardo. L’uomo indossava una maschera dal lunghissimo naso adunco che gli copriva la parte superiore del volto, mentre le labbra luccicavano di un’insolita luminescenza sanguigna. Suo malgrado, sentì crescere in lei il desiderio. Il bardo si esibì in un inchino, poi riprese: “Signore e signori, ho l’onore di presentarvi Iris, la mia allieva.” Con movimenti aggraziati, la ragazza raggiunse il maestro e si inchinò a sua volta. Diversi commenti e mormorii di approvazione animarono la folla. L’allieva del bardo indossava una leggera tunica bianca che, alla luce delle candele che segnavano il perimetro del palco, lasciava intravedere ogni sua forma. Sul capo portava una ghirlanda di rose nivee, in netto contrasto coi fluenti capelli corvini fra i quali, ad ogni suo ancheggiante passo, la luna accendeva riverberi blu notte. Un’inespressiva maschera argentata copriva il suo volto, lasciando scoperti solamente i suoi innaturali occhi viola e le carnose labbra. Pareva una creatura ultraterrena, forse un angelo sceso fra i mortali per ascoltare la voce del bardo. Joy provò un inspiegabile senso di gelosia. Dalla folla si levò un applauso. Sotto la maschera d’argento, Iris arrossì. Sul volto del bardo, invece, si dipinse un sorriso grottesco. Quando il silenzio tornò a regnare sovrano, Luc Chant Du Cygne riprese a parlare: “Signore e Signori, diamo inizio allo spettacolo.” Si portò il flauto alle labbra e prese a suonare. Contemporaneamente, dopo appena poche note, Iris iniziò a cantare: “Figlia d’una Nube nottilucente e del Signore delle tenebre, incurante del suo trono sulla luna, come una stella smarrita e dimentica d’esser tale, notteggiava sulla terra la regina delle stelle. Di falene e lucciole era vestita, di sospiri e segreti profumava. Il suo corpo atro e lucente si muoveva sinuoso, come una sensuale pantera, sulla terra addormentata. Cascate di stelle eran le sue chiome, vive come i serpenti di Medusa. E la sua voce... oh, la sua voce! Avreste dovuto sentirla Mentre intimava ai grilli di tacere!” Joy trasalì. Mentre intimava ai grilli di tacere? Le tornarono alla mente le parole che il bardo aveva pronunciato la sera precedente “Siete forse lo spirito del silenzio voi che vagate nel cuore della notte intimando ai grilli di tacere?”. Sorrise pensando: “Non sei tanto importante, Joy!” Alzò di nuovo lo sguardo verso il bardo e si accorse che, a sua volta, fra decine e decine di persone, mentre continuava a suonare il flauto traverso, Luc Chant Du Cygne stava fissando proprio lei. “Figlio di un poeta inaridito e di una bambina dal corpo di donna, nato nella stessa bettola in cui sua madre si vendeva e lo spirito del padre suicida vagava in attesa del perdono divino, notteggiava silenzioso il Principe degli assassini. Di lacrime e sangue era vestito, Di fiori e morte profumava, di parole mai pronunciate e di affari rimasti in sospeso. Camminava leggero, privo dell’inutile zavorra di ricordi e rimorsi. E la sua voce! ... Oh, la sua voce! Avreste dovuto sentirlo Mentre intimava ai grilli di tacere. “Di nuovo i grilli...” pensò Joy crogiolandosi nella certezza che il bardo avesse composto quei versi ricordando il loro incontro. “Quando il Principe degli assassini vide la Regina delle stelle, pensò che avrebbe dovuto esser sua. L’avrebbe posseduta, poi sacrificata sull’altare della Morte, la sua vera madre, l’unica vera dea. Intimò ai grilli di tacere poiché non rivelassero la sua micidiale presenza.” Joy si aspettò che la folla reagisse in qualche, ma tutti parevano ipnotizzati dalla sublime melodia e dalla dolcissima voce di Iris. “Quando la Regina delle stelle vide il Principe degli assassini, già era troppo tardi. Le fu addosso e senza alcun riguardo, la empì del suo seme maledetto poi, ignorando le sue suppliche, lasciò che anche il suo pugnale godesse del calore di quel corpo. Per ogni crudele stilettata, una stella cadente, forse una lacrima del Signore delle tenebre, attraversò la volta celeste. Le stelle si spensero, una dopo l’altra, mentre della loro regina non restava che una pozzanghera nera costellata di puntini luminosi. Il Principe degli assassini si allontanò leggero, privo dell’inutile zavorra di ricordi e rimorsi. Non ha importanza chi tu sia: la morte fagocita voracemente, indistintamente tutto ciò che vive. Di fronte a tale certezza, i grilli tacquero senza bisogno, questa volta, che nessuno intimasse loro di farlo.” Nell’attimo stesso in cui Iris interruppe il canto e la melodia scemò lasciando spazio al silenzio, l’aria si empì di applausi ed acclamazioni. Iris , modesta e dolce come un angelo, si inchinò, mentre le guance parevano prenderle fuoco. Luc si limitò a sorridere, più a se stesso che non alla folla. Un altro successo, ma non se ne stupì più di tanto. Era sempre così ed il bardo sapeva che non avrebbe potuto esser diversamente. Lui era Luc Chant Du Cygne, il miglior bardo mai esistito. [...] |
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#48 |
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Amico*
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[CONTINUA]
[...] MADAME ADA “Tutto questo è necessario?” domandò la zingara alla figura nascosta nell’ombra. Gus aveva abbandonato la tenda e l’accampamento da non più di un’ora ed Ada sapeva che non l’avrebbe mai più rivisto. La divinazione era stata chiara. Gus Van Helsing sarebbe morto. “E’ necessario, lo sai.” Rispose la figura emergendo dall’oscurità. La zingara si lasciò cadere sulla sedia. “L’ho ingannato, Korral. Ho ingannato il mio miglior amico, l’uomo che...” “L’uomo che amavi!” rispose l’elfo sputando quelle parole con disprezzo. “Perché l’ho fatto?” domandò la gitana, lo sguardo perso nel vuoto. “Perché ho lasciato che Fay Faber morisse? Perché ho inviato quel sogno a Gus? Perché non gli ho impedito di...” “Per il potere e l’equilibrio.” La interruppe l’elfo. Ada si portò le mani alla testa, ripetendo l’ultima frase di Korral. “Per il potere e l’equilibrio...” “Volevi il potere ed io te l’ho dato, zingara!” esclamò l’elfo. “Più potere di quanto nessun essere umano abbia mai neppure lontanamente sognato. Ti ho insegnato a percorrere le strade che portano alla conoscenza del futuro e di tutte le sue variabili; ti ho dato la facoltà di riportare la bilancia in equilibrio, bene e male sullo stesso piano, proprio come desideravi.” “Mi hai dato il potere per far sì che ti liberassi...” pensò Ada. “Ora devi essere pronta a subirne le conseguenze. Ogni guerra ha le sue perdite e tu hai sfidato il destino. Pensavi forse di uscirne illesa?” “Ma perché proprio Gus Van Helsing?” “Il cacciatore di vampiri e lord Faber si uccideranno a vicenda. Così deve essere. Devi scongiurare la possibilità che uno dei due possa prendere il sopravvento ed eliminarli dal gioco è l’unica speranza. Tutto quello che facciamo è in nome dell’equilibrio, naturalmente...” L’elfo sogghignò. Ada si alzò e lo sfidò con lo sguardo. Per la prima volta ebbe la certezza che Korral le avesse mentito sin dall’inizio. Lo sguardo di Korral divenne minaccioso. “Osi sfidarmi, umana?” “Non voglio sfidarti, Korral! Voglio solo capire cosa mi ha spinto a fare quello che ho fatto. Tutto questo non ha senso! Prima che Gus venisse qui, il nostro piano mi pareva sensato. Ora mi rendo conto che è follia. E non so spiegarmi come sia possibile che la mia mente abbia partorito qualcosa del genere!” La zingara prese a camminare nervosamente. “Tu non hai partorito nulla, mia cara. Ti sei limitata a fare quello che io volevo che facessi.” L’elfo scoppiò a ridere, una risata che nulla aveva di umano. “Non avresti dovuto permettere che il cacciatore di vampiri venisse qui. La sua presenza ti ha reso vulnerabile.” “Cosa significa che ho fatto quello che tu volevi?” “E’ così facile manipolare le vostre menti!” rispose pacatamente l’elfo. “Chi sei, Korral?” Gli occhi verdi dell’elfo parvero trafiggerla. “E’ una domanda che avresti dovuto porti prima di liberarmi, zingara!” “Chi sei? E qual è il tuo vero scopo?” ruggì la donna. “Non metterti sulla mia strada, umana!” ringhiò Korral. Ada strinse i pugni, poi uscì dalla tenda maledicendosi per non aver compreso subito la verità. LORD OWEN F. FABER Posò la mano sulla fredda lastra di marmo. “Fay, amore mio.” Esordì accarezzando i lineamenti del bassorilievo che raffigurava il volto della moglie. La sua voce danzò intorno al sarcofago, poi si perse nel silenzio dei sotterranei del castello. Il vampiro chinò il capo, i profondi occhi grigi persi nel vuoto. Strinse i pugni. Alla luce della torcia il suo viso pareva una maschera di rabbia. “Perché?” domandò. L’eco ripeté la sua domanda mentre un grosso ragno, forse infastidito dal suono, si nascose maggiormente nell’ombra. “PERCHE’?” ruggì questa volta. Non ebbe alcuna risposta. “Lei credeva in te! Lei aveva fede in te!” gridò alzando gli occhi al cielo. Si allontanò dal sarcofago in un turbinio del lungo mantello. “Lei era pura, pura! Lo capisci questo?” L’eco ripeté ogni sua parola. “Perché non le concedi la pace?” Tornò a posare le mani sul sarcofago. “Guardala! Guardala, maledizione!” I suoi occhi erano ora iniettati di sangue. “Guarda cosa le hai fatto!” Batté i pugni sul marmo. “Sì, perché la colpa è tua! Hai lasciato che Dylena la strega evocasse un demone. Hai permesso che dalla loro unione blasfema nascesse un figlio, una creatura immonda destinata a comandare i figli delle tenebre, una creatura condannata per l’eternità a nutrirsi di sangue. E non solo!” Prese a camminare nervosamente per la stanza in penombra. I ricordi lo travolsero rischiando di spezzare il suo già fragile equilibrio. Il loro primo incontro, lo sguardo dolce ed angelico della ragazza, il lato umano che in lui prendeva il sopravvento su quello demonico. “Perché?” gridò lacerando il silenzio. “Perché le hai permesso di innamorarsi di me?” Sospirò. “Perché hai permesso che mi innamorassi di lei?” “Che tu sia maledetto! Tu ed i tuoi dannati cavalieri, primo fra tutti Gus Van Helsing!” Chinò il capo. Sentì le lacrime salirgli agli occhi, ma le ricacciò. In quell’attimo si rese conto di quello che avrebbe dovuto fare già un anno prima. Rimase a lungo in quella posizione poi, quando alzò nuovamente lo sguardo, nei suoi occhi non vi era più alcuna traccia di umanità. Quando parlò, anche la sua voce parve distorta, più cavernosa e velata di una sorta di malvagità. “Io non ho mai creduto in te, dio degli uomini!” sputò quelle parole con disprezzo. “Mi sbagliavo.” “Tu esisti e sei l’essenza stessa del sadismo. Sei crudele, contorto e trovi gioia nel giocare con le pedine che tu stesso hai creato. Non sei migliore di noi creature delle tenebre. Ora so il motivo che ti spinge a darci la caccia! Temi che noi possiamo rivelare agli ignari uomini la tua vera identità!” L’eco ripeté ogni sua parola e la stanza che conteneva il corpo di Fay Faber divenne una cacofonia di bestemmie. “Io, lord Owen F. Faber, accetto il compito per il quale sono stato concepito. Ti dichiaro guerra, dio degli uomini! Ucciderò tutti i maledetti cavalieri della luce che mi scaglierai contro, a cominciare da Gus Van Helsing. Richiamerò il mio esercito e lo guiderò alla vittoria finale. Il tuo mondo diverrà il mio mondo.” Lord Owen F. Faber, il vampiro, lanciò un’ultima occhiata al sarcofago e per un istante la sua voce parve addolcirsi. “Dio degli uomini, avresti potuto evitare tutto questo. Il suo amore conteneva il mio lato demonico. Il suo amore mi aveva reso quasi umano.” La dolcezza abbandonò definitivamente il suo animo corrotto. “Avresti potuto evitarlo. Ora i tuoi figli pagheranno il tuo errore.” Uscì dalla stanza, gli occhi ora divenuti cremisi privi di qualsiasi traccia di umanità. Il silenzio tornò gelosamente a custodire le spoglie di lady Faber. In un angolo, a pochi passi dalla torcia, il fantasma di Fay osservò Owen allontanarsi e seppe che suo marito non sarebbe mai più stato l’uomo che aveva amato. JOY VAN HELSING E LUC CHANT DU CYGNE Iris, la maschera argentata che celava al pubblico le guance arrossate dall’emozione, avanzò di un passo verso la folla che applaudiva. Attese che gli applausi scemassero, poi parlò. “Signore e signori, ora il mio maestro, il sommo bardo Luc Chant du Cygne, vi farà ascoltare una delle sue prime composizioni, pioggia di fiordalisi. Spero amerete questa melodia così come io la amo.” Mentre si inchinava alla folla, Luc la guardò e ricordò che la madre di Iris aveva detto le stesse, identiche parole quindici anni prima. La sua voce cristallina echeggiò nitida nella mente del bardo: “spero amerete questa melodia così come io la amo.” Sorrise. Solo Lora aveva compreso la magia che si celava dietro ogni composizione del padre della sua bambina e proprio tale consapevolezza l’aveva uccisa. Luc scosse la testa e, mentre la ragazza vestita da angelo si apprestava a danzare, si portò il flauto traverso alle labbra. Joy provò un brivido lungo la schiena nello stesso istante in cui il bardo iniziò a suonare. Era una melodia dolce e sensuale, talmente bella che la ragazza desiderò uscire dal proprio corpo e divenirne parte. Trasalì sentendo il tocco di una mano sulla spalla. Si girò di scatto e si trovò a pochi centimetri dal bardo. Con un gesto disinvolto, l’uomo indietreggiò lievemente, si tolse la maschera e le sorrise. Joy, piuttosto sconcertata da quell’apparizione, rimase a bocca aperta. “Non sapevo di fare quest’effetto alle donne!” esordì esibendosi in un inchino. Incapace di distogliere lo sguardo da Luc Chant du Cygne, Joy arrossì. “Io... io...” balbettò. Il bardo non rise per non metterla ulteriormente in imbarazzo. Le fece, invece, il baciamano. “Cosa ne pensate della mia musica, dolce apparizione?” domandò sfoderando tutto il suo fascino, ancora tenendo la mano destra della ragazza nella sua. “Che mi succede?” pensò Joy mentre il cuore le batteva all’impazzata. Finse naturalezza, ma il tremolio della sua voce tradì l’emozione che l’aveva investita nell’attimo stesso in cui il bardo si era avvicinato a lei. “E’ la musica più bella che abbia mai udito!” rispose tentando inutilmente di allontanare lo sguardo dagli occhi magnetici dell’uomo. “Voi mi lusingate, dolce Joy. Posso chiamarvi così, mia signora?” Un lampo sinistro attraversò i suoi occhi corvini. “No!” pensò. “Sì!” rispose. “Voi tremate, dolce Joy!” esclamò Luc mentre, in sottofondo, le note di “pioggia di fiordalisi” addolcivano il mondo. “La notte è umida.” Rispose mentendo. “Il languido bacio della notte vi fa tremare, mia diletta.” Si avvicinò a lei passandosi una mano fra le nere chiome striate d’argento. “Vi siete mai chiesta quale effetto avrebbe su di voi il languido bacio del più grande bardo mai esistito?” Si portò la mano della ragazza alle labbra e ne baciò prima il dorso, poi il mignolo, l’anulare, il medio, l’indice, il pollice ed infine il palmo. Joy chiuse gli occhi temendo di sprofondare. “Se volete che me ne vada, dolce Joy, ditelo ora. Non so se fra un istante sarò più in grado di lasciarvi.” “Sì! Andatevene!” pensò. “Non lasciatemi!” implorò. Il bardo, celando a fatica un sorriso trionfante, avvicinò le labbra alle sue. “Queste sono le stesse labbra che soffiano vita nelle mie composizioni.” sussurrò. Joy, tremando come una foglia, sentì che sarebbe morta se lui non l’avesse baciata. Luc la prese fra le braccia, le labbra vellutate a pochi millimetri dalle sue. “Lasciate che vi baci, mia musa!” “No!” gridò una voce dentro di lei. Il bardo l’attirò a sé e la baciò con passione. Quando le loro labbra si separarono, la ragazza sentì il suo corpo reclamare quello dell’uomo. “Perdonatemi, mia signora.” In modo piuttosto plateale, il bardo si allontanò lievemente da lei e si inginocchiò. Queste erano decisamente le scene che prediligeva. “Non avrei dovuto baciarvi.” Chinò il capo fingendo pentimento. “Vi prego, alzatevi.” Disse desiderando che lui la baciasse altre mille volte. Il bardo l’assecondò, passandosi nuovamente una mano fra i capelli. “Non guardatemi, mia diletta! I vostri occhi fanno di me il vostro schiavo! Non parlatemi, dolce Joy! La vostra voce incatena la mia anima alla vostra! Non toccatemi, vi prego, o non saprò più resistere alla tentazione di farvi mia.” Joy si avvicinò a lui e lo baciò. Luc Chant du Cygne si congratulò segretamente con se stesso. “Voglio che siate il mio schiavo, voglio incatenarvi a me e...” la sua voce divenne un sussurro “voglio fare l’amore con voi.” “Che stai dicendo?” domandò atterrita una voce dentro di lei, una voce fin troppo simile a quella di Gus Van Helsing. Luc Chant du Cygne finse stupore. “Non so cosa mi stia succedendo, ma in questo momento non desidero altro.” Pensò. “Non arrenderti, Joy! Non arrenderti, amore mio!” implorò la voce di sua marito. “Al diavolo!” rispose la ragazza. Luc, dopo un attimo di finta esitazione, colse la palla al balzo e la prese fra le braccia. “Vi farò toccare il cielo con un dito, mia diletta.” Le sussurrò all’orecchio, poi la baciò diverse volte facendola sprofondare nel vortice della passione. Infine, lentamente, la spogliò e l’adagiò sull’erba madida di rugiada. Si tolse a sua volta gli abiti e si stese al suo fianco. Joy perse completamente ogni cognizione sotto le mani esperte ed esigenti dell’uomo. “Sì!” ansimò in preda al desiderio. “Sì!” L’uomo si spostò su di lei. Dimentica di suo marito, della folla che li circondava e delle note di “pioggia di fiordalisi” che continuava ad allietare la serata, lasciò che lui la penetrasse e le facesse toccare il cielo con un dito, proprio come le aveva promesso. Sentì che non voleva altro. Persa nell’estasi dell’amplesso non si accorse che, nell’attimo stesso in cui il seme di Luc si spargeva nel suo ventre, i canini del bardo affondavano nel suo collo e ne suggevano il caldo sangue. LORD OWEN F. FABER Korral percepì la mutazione del prescelto ed abbandonò per sempre la zingara ed i suoi poteri. Non aveva più bisogno di lei ora che il re nero aveva ritrovato se stesso. Il suo posto, lo aveva sempre saputo, era accanto al figlio delle tenebre, il generale che avrebbe guidato le armate della notte prima contro i cavalieri del dio degli uomini, poi contro gli angeli e, infine, contro lo stesso dio. Muovere i fili del destino era stato più semplice del previsto. JOY VAN HELSING Gli applausi la riportarono alla realtà. Sul palco, Luc Chant du Cygne si stava inchinando al pubblico in delirio. Qualcuno lanciò al bardo una rosa rossa. Luc la raccolse e, dopo averne delicatamente sfiorato il bocciolo vellutato con le labbra, la porse alla giovane allieva. “Che mi succede?” domandò Joy a se stessa, tremando come una foglia. “Hai fatto un sogno ad occhi aperti, amore.” Le rispose la voce di suo marito, seguita da quella risata che, non una sola volta, era riuscita ad accendere i tristi occhi celesti di Gus. “Non è possibile!” pensò. “Tutto questo è pazzesco...” “E’ pazzesco se pensi che hai sognato di far l’amore con un altro uomo.” Questa volta il tono della voce di Gus era venato di amarezza. “Che mi succede?” piagnucolò Joy. Questa volta non ottenne risposta. Si guardò intorno. Nessuno sembrava far caso a lei. Tutti gli sguardi erano rivolti a Luc Chant du Cygne ed all’angelo al suo fianco. * * * FINE TEMPORANEA Il racconto non è terminato, prima o poi lo finirò... Spero vi sia piaciuto fino a questo punto... Mi sono divertita molto a scriverlo... Un abbraccio La Vostra Cassandra
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#49 |
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Senior Member
Data Registrazione: Sep 2004
Località: Nel guscio di un uomo
Messaggi: 129
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Domenica di sole. E il sole l'ho trovato anche qui.
Ho salvato il tuo racconto, non vedo lora di leggerlo. Grazie di essere come sei e di farmi . Sigu.
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Sono uno spirito nel guscio di un uomo. |
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#50 |
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Amico*
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Mio dolce raggio di sole,
Le tue parole scaldano il mio cuore gelato dalla crudeltà umana.A volte non vorrei essere come sono (troppe persone vorrebbero cambiarmi... dicono che devo cambiare per soffrire meno, ma ho l'impressione che li spaventi l'idea che al mondo possano esserci persone in grado di amare/soffrire con un'intensità simile), ma è un pensiero fugace. Se fossi diversa, probabilmente soffrirei meno, ma non apprezzerei le vere cose belle della vita, fra le quali le parole dolci di un angelo... Grazie a te, Sigu. Un bacio Cassandra
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#51 | |
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Amico*
Data Registrazione: Oct 2004
Messaggi: 929
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Citazione:
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#52 |
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Senior Member
Data Registrazione: Sep 2004
Località: Nel guscio di un uomo
Messaggi: 129
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Non sono un angelo e questo è un bene se ci pensi, perche ciò significa che vi sono molte altre persone, e fra queste angeli veri, che posson riscaldarti il cuore.
Non è pensabile di poter esser voluti bene o semplicemnte compresi da tutti coloro che incontriamo e conosciamo, l'importante penso sia essere... e piacerci per quel che si è... sebbene non sia fra le cose più facili raggiunge quel equilibrio (in me è lontano). Nell'essere creativi e sensibili (le tue parole e le tue storie sono l'espressione di parte della tua sensibilità) secondo la nostra propria natura si finisce per forza coll'incontrare chi ci scalda il cuore... del resto ci sarà pur una ragione per cui è sbocciato questo luogo... non trovi? Rosarossa è molto più sensibile e attenta di me e anche lei a visto in te tanta bellezza...Come Rosarossa anch'io ho letto la prima parte del tuo racconto, sei veramente molto brava... e mi associo ai sui complimenti, aggiungendo che sei un petit bijou. Sigu.
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Sono uno spirito nel guscio di un uomo. |
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#53 |
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Amico*
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Se i miei racconti riescono a trasmettervi emozioni o a farvi sognare... ho già raggiunto il mio scopo e non mi serve altro!
Siete due persone deliziose, mia piccola Rosarossa o mio caro Sigu. Vi ringrazio di tutto, in particolar modo vi ringrazio del vostro "esser sempre presenti". Un abbraccio forte forte Cassandra |
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#54 |
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Amico*
Data Registrazione: Oct 2004
Messaggi: 929
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Il seguito Cassandraaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
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#55 |
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Amico*
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Mia Dolcissima Rosarossa,
sono rientrata oggi da una rilassante settimana in provincia di Bolzano e, nonostante la tristezza di dover tornare alla vita di ogni giorno (una prigione di orari, costrizioni e falsità), sorrido perché ti ritrovo qui. Ti posterei volentieri il seguito, ma ancora non l'ho scritto... Ci vorrà del tempo, è un racconto che scrissi in un periodo particolare della mia vita, un momento in cui stavo vivendo un'amicizia idilliaca con una ragazza alla quale questo racconto è dedicato (la mia Joy Van Helsing... ^_^). Son stata costretta a fare una scelta, così l'ho persa... ed assieme a lei ho perso la voglia di portare a termine il racconto... magari un giorno lo finirò, chissà... se dovessi farlo, sappi che lo farò per te. Ti abbraccio forte, mia stellina! Cassandra
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#56 |
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Senior Member
Data Registrazione: Sep 2004
Località: Nel guscio di un uomo
Messaggi: 129
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Sono doppiamnete triste
Spero tanto che Rosarossa ti possa persuadere , e così tu possa liberare il seguito del racconto dal "cuore di una lacrima" nel quale si trova racchiuso. Sigu.
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Sono uno spirito nel guscio di un uomo. |
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#57 |
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Guest
Messaggi: n/a
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Graffi l'anima. Veramente.
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#58 |
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Amico*
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Non temete: vi prometto che lo finirò, solo per voi, solo per voi...
![]() Alla fin dei conti, anch'io amo questo racconto, poiché è come se l'avessi vissuto in prima persona e piango ogni volta che lo rileggo, come se non fossi stata io a scriverlo... Una domanda: in che senso "graffio l'anima"? Vorrei riuscire a graffiare l'anima del mondo intero, anche solo una volta, per far sì che il dolce veleno d'amore e sogni possa infettare tutte le persone... Vi abbraccio forte Cassandra
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#59 |
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Amico*
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Oggi riflettevo sul fatto che il racconto più incredibili che ognuno di noi potrebbe scrivere... è la storia della propria vita.
Quanti personaggi strani, interessanti... Quanti luoghi visti... Quanti sentimenti provati... Una canzone degli Eh? (un gruppo romagnolo) dice: "scrisse le sue memorie, un foglio non terminò". Sono d'accordo. Le cose da scrivere sono veramente tante, solo che bisogna trovare il coraggio di dividerle con gli altri... o di fare i conti con i propri fantasmi... Che ne dite? Un abbraccio La Vostra Cassandra
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#60 |
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Senior Member
Data Registrazione: Sep 2004
Località: Nel guscio di un uomo
Messaggi: 129
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Ho letto e ho ripensato a quel che hai scritto.
In me ciò che trovo non è tanto il dover fare i conti con i propri fantasmi ma più il dovermi confrontare con il nulla... che, a suo modo, è il fantasma più importate che gira attorno e nella mia vita. Il racconto che ne uscirebbe della mia vita non sarebbe quel granche, e se dovessi mettermi a scriverlo credo che giungerrei a ritenermi morto cinque anni fa. Forse serve più coraggio a viverla che a raccontarla... nel mio caso. E' bello riveder comparire il ruo nome fra queste pagine. Sigu.
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Sono uno spirito nel guscio di un uomo. |
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