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#61 |
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Amico*
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Caro Sigu,
E' triste pensare che il tuo unico compagno di viaggio, fino a questo momento, sia stato il nulla. Come è possibile? Mi è difficile concepirlo poiché la mia vita è un susseguirsi di persone insolite che entrano all'improvviso nel mio cuore, aggiungendo un nuovo colore che non sapevo esistesse, e che spesso se ne vanno lacerando quello stesso cuore che li ha ospitati. Io stessa sono una persona atipica, nel bene e nel male e credo di avere una visione distorta di tutto quello che mi circonda. Forse è per questo che non vedo il nulla quando lo incontro o che, come temo (pensiero che nasce mentre ti sto scrivendo), gli appiccico sopra l'immagine di una persona insolita e mi convinco ad amarlo. Sarebbe triste... Devo riflettere... Ti mando un grosso bacione Cassandra
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#62 |
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Senior Member
Data Registrazione: Sep 2004
Località: Nel guscio di un uomo
Messaggi: 129
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No, il nulla non è il mio unico compagno di viaggio. Anch'io come te e molti ho incrociato vite dai colori sgargianti... vite che ti danno forse più forza che speranza e riempio e mutano il tuo cuore e i tuoi pensieri.
Se dovessi raccontare di coloro che ho conoscuto allora si che ci sarebbe da dire, ma se, viceversa è della mia vita che dovessi scrivere beh allora, come dicevo, non c'è nulla di pregevole e degno di nota da porre su carta. Non sono triste ne deluso avverto solo una punta d'insoddisfazione. Ho sogni che da anni e con fatica perseguo e in cui credo, ora però mi pesano perche si son rivelati molto più ardui del previsto. Per mia fortuna non manca molto per sapere se evolveranno o affonderanno nel nulla. Quando si fanno delle scelte queste prevedono delle rinuncie e io per quel che sto facendo ho forse rinunciato troppo, il tempo vola e se considero che molte cose hanno il loro tempo per essere vissute mi accorgo che ciò che ho trascurato o semplicemnte rimandato forse l'ho prorpio perso. Sai, non è da molto che penso che non vi dovrebbero essere scelte nella vita, o per meglio dire che quando ci si trova di fronte ad una scelta significa che i nostri pensieri non sono cristallini (ordinati) perche se lo fossero non ci sarebbe scelta (e no perche ci sia un obbligo), ma perche tutto sarebbe chiaro (e quandi non ci sarebbero rimpianti per quanto si sbagli)... va beh, altri pensieri e altre paturnie .Un caro saluto e un avolgente . Sigu.
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#63 |
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Amico*
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Caro Sigu,
La vita è costellata di scelte e, nella maggior parte dei casi, dovremmo esser felici che sia così. Se la vita fosse un binario lineare, di certo ci sembrerebbe più semplice, ma la verità avrebbe gli occhi di una creatura sadica e crudele. Non son brava a scegliere e, ogni volta che mi trovo di fronte ad un bivio, tento in ogni modo di aggirarlo, con la speranza di trovare un altro sentiero che mi permetta di uscirne senza perdere nessuna delle due possibilità. Non è facile... Non sono brava a comprendere le scelte degli altri, soprattutto quando queste scelte implicano il dovermi cacciare dalla loro vita, ma mi rendo conto, dopo un po' di tempo, che forse la gente è costretta a scegliere, proprio come me, e non sempre la scelta più facile è quella che rende felice anche me, anche gli altri. Credo che, se ami veramente una persona, prima o poi devi imparare ad accettare le sue scelte. Non è facile e può richiedere molto tempo, lo capisco, lo so... Per quanto riguarda i sogni, ci sarebbero pagine da scrivere. Da parte mia, se credo veramente in qualcosa, se il mio sogno brilla più del sole, allora combatto e non mi arrendo mai. Ho preso tante botte dal classico mulino a vento, ma questo non mi impedirà mai di lottare. E' un modo per sentirsi vivi. Arrendersi, invece, è come chiudere gli occhi e decidere che il vento ci porti dove vuole... Un bacio Cassandra
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#64 |
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Amico*
Data Registrazione: Oct 2004
Messaggi: 929
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#65 |
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Senior Member
Data Registrazione: Sep 2004
Località: Nel guscio di un uomo
Messaggi: 129
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Carissima Cassandra,
quel che dici lo condivido e riflettendoci un po su (non tanto poco a dire il vero) ciò che constato è che quando sono chiamato a scelgliere non lo sono per mia volontà. Mi è accaduto raramente di dover prendere delle decisioni di fronte a scelte da me (coscientemente) "create", il più delle volte la scelta nasce per necessita e del tutto improvvisamente o comunque presenta alternative che sfuggono la mia volonta o il mio controllo... insomma le scelte mi congolo il più delle volte impreparato. Daltronde non credo esista un modo per amare, ne credo che accettare le scelte altrui possa dirsi amare... ma forse, ciò che intendi è lasciare liberi. Del resto non si può amare chi sai non sentirsi libero con te. L'importante, per non ferire gli altri (giusto o no che siano le scelte) è comprendere dove sta la propria libertà senza illudersi e così illudere. Probabilmete non sono stato chiaro ma il tempo che avevo è terminato e le elementari passate giocando fanno vedere i loro effetti. ![]() Un saluto anche a te dolce Rosarossa. Sigu.
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#66 |
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Amico*
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LUNA KARNIVAL - Clan Ravnos
Mia sorella ed io nascemmo il sei giugno dell’anno millesettecentonovantuno, in un accampamento di gitani stanziati nel sud della Francia. Nostra madre, Etiennette Rosée, volle chiamarci Saphire ed Opalìne poiché, come mi disse diversi anni dopo, ci considerava le sue più preziose gemme. Quel bastardo di nostro padre, invece, non ci amava allo stesso modo: tre mesi dopo la nostra nascita, esattamente il nove settembre, ci abbandonò e dovettero passare dieci anni prima che gli tornasse in mente che aveva moglie e figlie. Saphire ed io crescemmo anche senza di lui, amate da nostra madre e dal gruppo di zingari che entrambe consideravamo la nostra famiglia, viaggiando di continuo da un luogo all’altro. Ero felice. Amavo lo stile di vita che l’essere nomade comportava. Ogni volta che ci spostavamo, passavo ore ed ore a fantasticare (ed a raccontare ogni mia fantasia alla mia amata Saphire!) su come sarebbe stato il luogo in cui ci saremmo fermati, quali meraviglie avrei visto, quali persone avrei conosciuto e quali tesori mi sarebbero stati donati dagli zingari che, dopo ogni furto, non scordavano mai di portare un regalo alle loro “nipotine”. A quei tempi Saphire ed io avevamo molto più oro delle figlie di tanti nobili e l’affetto non mancava, nostra madre e l’intero clan ci amavano, ma io sapevo che, nonostante tentasse di non mostrarlo, la mia gemella era infelice. Non capivo il motivo della sua tristezza; era come se Saphire si sentisse perennemente “fuori posto”. Percepivo chiaramente la sua frustrazione (eravamo unite da un forte legame empatico), ma ero troppo piccola per poterla aiutare, così mi limitavo a volerle bene ed a starle sempre vicino. Il dodici dicembre dell’anno milleottocentouno successe qualcosa che cambiò la nostra vita: nostro padre si presentò all’accampamento ed entrò nel nostro carrozzone. Saphire ed io stavamo dormendo ed io fui svegliata dalla voce turbata di nostra madre che pregava qualcuno di andarsene e di lasciarla in pace. Mi alzai e, cauta, camminai verso mia madre e la figura maschile che stava fronteggiando. Lei si avvicinò e mi fece da scudo col suo corpo. “Lascia che io la veda!” esclamò l’uomo. Sperai che mia madre non cedesse, ma lei si spostò lievemente di lato e gli permise di guardarmi. “Lei è Opalìne.” Disse mia madre, la voce ancora rotta dall’emozione. “Come sei cresciuta, ma petite étoile!” esordì l’uomo addolcendo la voce. Tentò di accarezzarmi la guancia, ma indietreggiai. “Maman...” piagnucolai. Sentii la mano di Saphire prendere la mia. Anche lei si era svegliata. “Non aver paura, Opì!” disse la mia gemella. “Chi è?” domandai a nostra madre. Saphire la precedette. “Tu sei papà, vero?” domandò guardandolo senza timore negli occhi. “Sì, Saphire, sono vostro padre.” Vidi che gli occhi di mia sorella si illuminavano e sentii il cuore frantumarsi in mille schegge di rabbia e gelosia. “Va’ via!” gli gridai. Lui parve incupirsi maggiormente. “Me ne andrò piccola, sta’ tranquilla. Domattina ripartirò, ma una di voi verrà con me. Etiennette, lascio a te la scelta di quale delle nostre figlie vorrai affidarmi.” “Non puoi farmi questo!” singhiozzò nostra madre, chinandosi su noi e cingendoci in un abbraccio protettivo. “Ti prego, non render le cose più difficili. Sapevi che sarebbe successo, avevamo un patto, ricordi?” A quelle parole mi liberai dalla rassicurante stretta delle due persone che maggiormente amavo e mi lanciai in una folle corsa disperata. Uscii dal carrozzone, oltrepassai il limitare dell’accampamento, raggiunsi un gigantesco albero immerso in un bagno di luce lunare ed ai suoi piedi scoppiai a piangere disperata, mentre mia madre, nel carrozzone, decideva se liberarsi di me o di Saphire, senza pensare che io non potevo vivere senza di lei... e viceversa. Quando la mattina successiva mi svegliai, mia sorella era sparita e l’idea che lei non fosse più con me, mi uccise. Quella fu la mia prima, vera morte. Fu anche la prima volta in cui vidi Karnival il Ravnos. La notte in cui era comparso mio padre, avevo pianto a lungo fino a quando, sull’erba madida di rugiada, ero crollata in un sonno profondo. Ero sicura di essermi addormentata ai piedi di un grande albero, ma l’indomani mi ero risvegliata nel mio letto. Tentando di capire come ci fossi arrivata, mi era tornato in mente il bellissimo volto di un uomo che, cullandomi fra le sue forti braccia, mi sussurrava “dormi, piccola!”. Non avevo alcun dubbio: non si era trattato di un sogno, ma accantonai l’avvenimento per lasciar spazio a quell’ondata di dolore che mi avrebbe spinto molto più a fondo di quanto una bambina dovrebbe andare. * * * Quando iniziai a sognare mia sorella, la vita tornò lentamente in me. I primi sogni erano confusi e, quando mi svegliavo, non ricordavo altro che l’amato viso di Saphire. Col tempo, però, divennero sempre più nitidi fino a quando mi resi conto che non si trattava di semplici sogni, bensì di un insolito modo per comunicare fra noi. Fu lo stesso Karnival a spiegarmi il senso della mia intensa attività onirica. Durante il sonno, la mia mente e quella di Saphire tornavano ad essere una sola, permettendoci così di condividere storie ed emozioni. Era fantastico poiché ogni mattina, quando riaprivo gli occhi, sapevo che mia sorella stava bene, che anch’io le mancavo tanto e, soprattutto, che il nostro legame non si era affievolito con la lontananza. * * * Dalla notte in cui aveva riportato una bambina di dieci anni alla preoccupata madre, Karnival era tornato spesso all’accampamento. Non sapevo come, ma riusciva sempre a trovarci, ovunque andassimo. Un altro mistero era il suo aspetto. Pareva non invecchiare mai. La cosa mi stupiva, ma la gioia di rivederlo eclissava ogni altro pensiero. Giungeva sempre di notte e trascorreva diverse ore parlando con me ed insegnandomi le cose più svariate che aveva appreso durante i suoi lunghi vagabondaggi. Amavo stare in sua compagnia, mi faceva sentire meno sola e triste. Ogni volta che partiva, mi sentivo morire dentro, ma sapevo che avrei dovuto resistere al desiderio di cadere di nuovo in balia delle ombre perché lui sarebbe tornato... sarebbe tornato per me. All’inizio fu per me il padre che non avevo avuto, poi le cose cambiarono. Avevo da poco compiuto sedici anni quando Karnival, dopo l’ennesima assenza dalla mia vita, mi raggiunse all’accampamento. Quando lo vidi sentii che le gambe non mi reggevano. Le stelle parevano danzare nei suoi occhi neri ed accendere riverberi d’argento fra i suoi lunghi capelli corvini. Guardai con desiderio ogni suo muscolo, non comprendendo le mie emozioni, ma assecondandole. Mi sorrise ed io capii, in quell’istante, di non esser più una bambina. Provai l’impulso di baciarlo e di esplorare in una sola notte tutti i misteri che dividono e legano un uomo ed una donna, ma un verginale timore mi impedì di farlo. Ancora oggi son certa che lui percepì ogni mio pensiero. Mi lanciò una profonda occhiata, carica di emozioni alle quali non seppi attribuire un nome, poi se ne andò e, mentre arrossivo, si allontanò di nuovo da me per quello che mi parve un lasso di tempo infinito. * * * E’ strano come Karnival, nonostante le prolungate assenze, sia comparso nella mia vita allo scadere di quegli avvenimenti che oggi definisco “le cause delle mie morti”. Quando ero una mortale credevo che Karnival fosse il mio angelo custode, l’unico in grado di riportarmi in vita. Ragionando col senno di poi, mi rendo conto che il paragone non era poi tanto grottesco. Come ho già detto, la mia prima morte coincise con la partenza di Saphire. Lui era lì quella notte. La seconda volta avvenne nel milleottocentodiciasette. Le ultime luci di quella giornata di fine estate stavano scemando. Ho rimosso i particolari, ma ricordo che una guardia, all’interno di una locanda, mi aveva colta con le mani in fallo. Avevo abbandonato istintivamente la refurtiva ed avevo tentato di fuggire, ma l’uomo era molto più forte e veloce di me. Mi aveva raggiunta e mi aveva colpita violentemente al volto. Stordita, non avevo potuto impedirgli di afferrarmi per un braccio e trascinarmi fuori dalla locanda. Si era guardato attorno, poi aveva esclamato: “Ora vieni con me, sgualdrinella!”, enfatizzando la frase con un sonoro rutto. Mi aveva trascinata con la forza fino ad un buio vicolo cieco e mi aveva buttata a terra a suon di schiaffi, pugni e calci. A nulla eran servite le mie grida e le mie maledizioni. Si era slacciato i pantaloni e, bloccando ogni mio disperato tentativo di fuga, dopo avermi strappato ferocemente gli abiti e riempita di percosse, mi aveva penetrata con veemenza ed aveva instillato nel mio ventre il suo maledetto seme. “Ti ho fatto gemere di piacere, vero puttana?” aveva infine ansimato, mentre il suo volto appariva mostruoso e grottesco attraverso lacrime e sangue. “Ora...”“Ora sarai tu a gemere!” aveva ringhiato una voce alle sue spalle, una voce che nulla aveva di umano. Ricordo che udii la guardia urlare di dolore, ma quando tentai di alzarmi per vedere cosa stesse succedendo, il dolore mi fece perdere i sensi. Quando mi risvegliai, mi trovavo all’interno del carrozzone. Mia madre stava lavando le mie ferite, mentre piangeva sommessamente. Al suo fianco, una maschera priva di espressioni, si ergeva Karnival. “Dormi, piccola!” esclamò, sfiorandomi appena una guancia. Avrei voluto piangere e sprofondare di nuovo nell’oscurità, ma mi addormentai e sognai Saphire. La più cupa delle depressioni, quella che già aveva albergato anni prima in me e che non desiderava altro che tornare nel mio cuore, si allontanò scacciata dalle parole di Karnival e dal volto sempre più radioso della mia amata gemella. * * * Dopo quella triste esperienza, Karnival trascorse con me molto tempo, aiutandomi a tornare, seppur lentamente, quella di sempre. All’inizio non sopportavo che nessuno mi toccasse, scoppiavo a piangere senza una ragione, imprecavo e maledicevo chiunque si avvicinasse a me, ma Karnival sopportò ogni insulto o maledizione senza dire una sola parola ed asciugò ogni mia lacrima con pazienza e dolcezza. Il nervosismo all’interno del gruppo di zingari cresceva, ma ero troppo presa dai miei problemi per rendermene conto e chiedermi quale ne fosse la causa. Mia madre era silenziosa e sorrideva solo quando si accorgeva che la stavo guardando.Nonostante tutto, stavo iniziando a riprendermi quando mi resi conto di essere incinta. La notte in cui lo confidai, tra fiumi di lacrime, a Karnival, lui mi guardò dritta negli occhi e disse: “Lo so, Luna.”“Luna?” gli domandai singhiozzando.”Perché mi chiami così?”“Perché ho visto lontano e so che un giorno quello sarà il tuo nome. Sarà il tuo nome perché qualcuno che tu ami, in una notte bagnata di lacrime, ricordando il futuro che già conosce, ti ha chiamata così e quando dovrai scegliere... sceglierai quel nome.”“Lo sceglierò perché quella persona mi dichiarerà finalmente il suo amore?” domandai, la voce ancora rotta dall’emozione.“Lo sceglierai.” Rispose e, puntando i profondi occhi neri nei miei, avvicinò le sue labbra alle mie e la passione ci avvolse. * * * Ora che comprendo il potere, so che quella notte non fu che un’illusione che Karnival il Ravnos mi donò per alleviare le mie sofferenze, incapace forse di amarmi come un mortale si aspetta di essere amato. Ora so di non aver fatto l’amore con lui quella notte, non come la mia mente ed il mio corpo credono, ma so anche che lui mi salvò di nuovo. Trovai la forza di portare avanti la gravidanza, raccontando a me stessa che si trattasse del figlio dell’uomo che amavo. Iniziai veramente a credere nella rete di illusioni che Karnival aveva iniziato, ma che io stavo portando avanti con passione. Karnival partì quando mi trovavo al terzo mese di gravidanza. Sapevo che non potevo incatenarlo a me, sarebbe stato come voler imbrigliare il vento, ma vederlo partire di nuovo, come ogni altra volta, mi fece impazzire. * * * Al nono mese di gravidanza, esattamente in data tre giugno milleottocentodiciotto, smisi di sognare Saphire ed iniziai ad avere incubi orribili, incubi che tuttora mi perseguitano. Il sei giugno, angosciata per aver perso il legame empatico con Saphire, ebbi un parto travagliato e, dopo diciotto ore di travaglio, diedi alla luce due gemelli, una femmina ed un maschio Sopravvisse solo il secondo, il maschio. Lo chiamai Saphir. Speravo che Karnival tornasse per vedere il bambino e per prendersi cura di me, ma trascorsero tre lunghi anni prima che potessi rivedere l’uomo che amavo. Nel frattempo, avevo tentato in ogni modo di estorcere a mia madre informazioni su mio padre e su dove avesse portato Saphire, volevo ad ogni costo andare a cercarla, ma lei era irremovibile: non mi avrebbe mai rivelato nulla. Non voleva perdere anche me, così si limitava a scuotere la testa, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. * * * Quando Karnival tornò, il mondo, tutto il mio mondo, era cambiato.Il piccolo Saphir era cresciuto, ma non per merito mio. Mia madre si era presa cura di lui poiché io lo odiavo con tutta me stessa e l’avevo abbandonato. Lo odiavo perché aveva capelli dello stesso color del fuoco ed occhi di cristallo, caratteristiche ereditate dal mostro che mi aveva violentata. Ogni volta che lo guardavo, vedevo l’immagine, imbrattata di sangue e lacrime, dell’uomo che tanto dolore mi aveva causato. Mia madre l’aveva capito e, senza dire una sola parola, aveva accettato di allevare quel figlio che io non volevo. Come se non bastasse, da un anno e mezzo a questa parte, gli incubi avevano iniziato a tormentarmi anche di giorno, sottoforma di crudeli visioni. Gli altri zingari mi guardavano con sospetto e timore, persino mia madre pareva non desiderare la mia compagnia. Mi sentivo sola e sull’orlo della pazzia. Volevo che Saphire tornasse, ma una parte di me era consapevole del fatto che lei non sarebbe tornata mai più. Volevo che Karnival tornasse, ma...Quando Karnival tornò, il sette marzo milleottocentoventuno, mi ero appena gettata nel fiume. * * * Mentre già la morte allungava le sue fredde mani sul mio volto sconvolto da incubi ed allucinazioni, udii la sua voce. “Apri gli occhi!” sussurrò con voce suadente. Obbedii, seppure a fatica. “Karnival...” tentai di pronunciare il suo nome, ma emisi un gorgoglio e dalle mie labbra uscì solo acqua dolce. “Ho visto il futuro. Non è così che deve andare, mia illusione d’amore.” Sussurrò.Affondò i canini nel mio collo, poi provai un’estasi indescrivibile e dimenticai tutto quello che non rispondesse al nome di Karnival.Quando riaprii gli occhi, ero in un luogo sconosciuto. Karnival sedeva al mio fianco e mi guardava.“Ci sono molte cose che devo dirti, ma è necessario che prima ti porga una domanda, poi dovrai dormire fino a quando non verrò a svegliarti. A quel punto saprai.”Non dissi nulla. Mi sentivo strana e debole.“Ora tutto è cambiato. Con quale nome ti dovrò chiamare quando verrò a svegliarti?”Ero confusa, ancora in estasi e continuavo a sentirmi strana.Con voce flebile, ricordando la prima volta in cui mi aveva chiamato così, risposi:“Luna.”Sorrise.Posò le sue fredde labbra sulle mie. “Tornerò prima di quanto pensi, mia Luna. Ora dormi, piccola.” * * * Questo non è un racconto vero e proprio, bensì il background di un mio personaggio (live di Vampire The Masquerade). E' l'ultima cosa che ho scritto e volevo condividerla con voi. Rosarossa... Sigu... Vi adoro!!! VVTTTTTTTTTTTTTTTTTTTTTTTTTB Cassandra
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#67 |
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Amico*
Data Registrazione: Oct 2004
Messaggi: 929
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#68 |
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Amico*
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Dolce Rosarossa, preferirei crearti un personaggio tutto tuo (sono molto gelosa dei miei personaggi perché ognuno di loro rispecchia un lato del mio carattere.).
Che ne dici? Dammi qualche indicazione e cercherò di crearti un background da favola. Ti va? Un personaggio TUTTO TUO!!! Un bacione Cassandra
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#69 |
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Amico*
Data Registrazione: Oct 2004
Messaggi: 929
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#70 |
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Amico*
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Non aver mai paura di chiedermi qualcosa, dolce Rosarossa.
Se è in mio potere, per te lo farò volentieri. Ho bisogno di sapere da quale mondo e tempo proviene il personaggio (giorni nostri? pianeta terra? campagna fantasy medievale? futuro? ecc. ecc.). Una volta avute queste notizie, creerò il tuo pg. Smack, dolcissima! Cassandra
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#71 |
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Amico*
Data Registrazione: Oct 2004
Messaggi: 929
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Fantasy medievale!!!!!!!Sempre fantasy medievale ![]()
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#72 |
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Amico*
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Ne approfitto per condividere con voi alcuni momenti importanti del personaggio che sto giocando attualmente, un personaggio di cui sono follemente "innamorata"...
Si tratta del Conte Donovan Lace, un ragazzo trentenne proveniente dal mondo fantasy di Greyhawk. E' un paladino di Murlynd (una divinità conosciuta anche col nome di Paladino Bianco). I paladini di Murlynd credono che il male debba essere distrutto e che, per farlo, occorra utilizzare la tecnologia (pur essendo nativi di un mondo medievale, sono gli unici che se ne vanno in giro con oggetti "tecnologici": armi da fuoco, zippo, orologi, ecc.). Il mio Donovan, al momento, si trova in uno dei domìni dell'incubo (Ravenloft, chi gioca di ruolo sa di cosa si tratti, purtroppo per il mio personaggio!), in compagnia di Christopher (un triste, malinconico e pallido bardo che suona cupe melodie col violino e se ne va in giro perennemente seguito dal fantasma di sua moglie, nativo di uno dei domìni di Ravenloft), Karrwood (un nano di Forgotten Realms, Custode della Luce), Keele (uno stregone-guerriero anch'esso proveniente dal mondo di Greyhawk), Il Cavaliere del Leone (un misterioso uomo che ha fatto voto di non togliersi mai l'elmo e che viaggia in compagnia di un leone) e della sacerdotessa Ank-Sun-A-Mun (sacerdotessa della divinità egizia Bastet, la dea-gatto). Il mio conte è un uomo che crede fermamente nei propri ideali e non esita a seguire il volere di Murlynd, viaggiando di continuo alla ricerca di nuove tecnologie che possano aiutare il suo ordine a sconfiggere definitivamente il male. E' un uomo che soffre di mal di stomaco (a causa della frustrazione) e fuma la pipa. Il suo dio gli appare spesso in sogno per guidarlo e dargli la forza necessaria a proseguire. Al fianco porta "Benedetta", una pistola "sacra" ed una spada lunga. Indossa l'armatura tipica dei Paladini di Murlynd, ovvero un insieme di vari pezzi di armature incastrati o tenuti assieme dalla tecnica segreta che solo quei paladini conoscono. Vi allego una pagina tratta da "IL DIARIO MAI SCRITTO DI DONOVAN LACE, CONTE DI CRITWALL, PALADINO DI MURLYND" Un cielo di piombo e giaietto grava su noi stasera, rendendo ogni cosa più triste o, semplicemente, più dura da accettare. Mentre il vento lambisce il mio mantello ed i miei personali fantasmi, quasi non odo le voci dei miei compagni di viaggio. Stringo il calcio di Benedetta. Vorrei essere altrove. Christopher, pìù pallido del solito, è chino sui resti della sua cena . Ha rifiutato il mio miracoloso unguento contro il mal di mare ed ora sta pagando il suo stupido ed orgoglioso gesto. Al suo fianco, occhi ribollenti d’ira, il fiero custode della Luce sta inveendo contro di lui. E’ furioso poiché il bardo ha imbrattato il ponte della nave. Quasi sorrido quando gli lancia uno straccio e gli intima di servirsene per ripulire la disgustosa macchia. Sono certo che Christopher, come ogni volta, non gli darà ascolto. Lui non ascolta mai nessuno. A qualche metro di distanza, chino sul tetro mare, anche Keele sta rigettando.la cena. Solo il suo micetto – che ora rincorre un pezzetto di canapa - ed Ank sembrano non subire gli effetti del mareggio. Guardo la sacerdotessa di Bastet. Nei suoi occhi brilla perennemente una luce calda e benevola, forse un roseto di stelle o uno sciame di benigni fuochi fatui capaci di riportare sulla strada di casa chiunque si sia perso. Mi allontano silenziosamente, la pipa fra le mani. Ho bisogno di restar solo. Raggiungo la prua ed appoggio la mano sinistra sulla balaustra. Fumo e guardo il mare, nero come la tela su cui vengono dipinti gli incubi. Sospiro. Il nano mi affianca e mi parla. Mi chiede di tenergli lontano il bardo per evitare situazioni spiacevoli. Di nuovo sospiro, ma stavolta è un sospiro madido di frustrazione. Non sono abituato a lottare al fianco di persone che continuano a mettersi i bastoni fra le ruote. Il nemico trae sempre giovamento dalla mancanza di collaborazione fra coloro che, invece, dovrebbero combatterlo sotto un unico stendardo, ma sembra che il nano ed il bardo non si rendano affatto conto dell’importanza del reciproco rispetto e della necessità di unire le proprie forze. Parlo con Kar, ma la mia mente è distante. Si aspettano tutti grandi cose da me. Di solito accetto il mio destino, ma stasera vorrei che non fosse così. Vorrei essere un uomo qualunque che, resosi improvvisamente conto di esser veramente innamorato per la prima volta in tutta la sua vita, osservi la propria immagine riflessa sperando di poter scoprire quali occhi abbia l’Amore. Vorrei essere un uomo qualunque che si soffermi ad ascoltare il proprio cuore e si commuova sentendolo battere più forte. Vorrei essere altrove, ma non da solo. Vorrei che Miranda fosse con me e che non fossimo nulla di più di un uomo e di una donna.... due cuori senza nome. Sospiro. D’improvviso odo la voce di mia madre: “Donovan, stai navigando sul mare del destino, sotto un cielo gravido di frangenti. La perderai, figlio mio, la perderai...” Ho paura: sto affrontando un fantasma del passato o del futuro? Sto lottando contro le mie paure o sto seguendo le tracce che conducono ad un indesiderato domani? Chiudo gli occhi e mi concentro sul volto di Murlynd. D’improvviso, come ogni volta, ritrovo la calma interiore. Apro gli occhi... e Miranda è di fronte a me, bella come una dea. Il cielo è una chiara minaccia di devastazione ed oscurità, eppure è come se tutte le stelle del firmamento si fossero accese all’unisono. La guardo e le sorrido. “Buona sera, Capitano La Forge!” esclamo spegnendo la pipa. <amore mio> penso. “Buona sera, Conte Lace!” Le domando di poter parlare a Miranda e non al Capitano La Forge, sperando che, per un istante almeno, mi conceda di dirle apertamente quello che penso. Sono consapevole del fatto che non può mostrarsi debole, perderebbe credibilità ed i marinai non la rispetterebbero più, ma ora siamo solo noi due e c’è qualcosa che desidero dirle. Al suo assenso, esclamo quasi sottovoce: “Siete ancora più bella sulla vostra nave, mentre date ordini ai vostri marinai.” Ho l’impressione di scorgere un lampo nei suoi occhi, poi indossa nuovamente i panni e la maschera del Capitano La Forge. “Finché saremo a bordo della mia nave, potrò essere solo il Capitano La Forge:” esclama..Il mare ora si è mutato in una lastra di ematite, ma in questo momento la mia attenzione è rivolta alla donna che mi ha stregato. Si incammina verso la sua cabina ed io mi appresto ad accompagnarla per rubare al destino ancora qualche attimo in sua compagnia. Mentre decine di pensieri affollano la mia mente, quando sto per perdere ogni speranza di poterla amare come merita, si gira verso di me e mi bacia con passione e trasporto. Ricambio il suo bacio e, avvolto nel profumo di cui è intrisa la sua pelle abbronzata, sento crescere in me il desiderio. La amo come non ho mai amato nessuna donna. Perso in un turbinìo di emozioni, non mi accorgo che veniamo circondati da una lattescente nebbia, un perlaceo sipario che cala su questi poveri attori, gli ennesimi protagonisti dell’ancestrale commedia (o tragedia?) intitolata “il destino”. Torno ad esistere come Conte Donovan Lace nell’attimo in cui il Capitano Miranda La Forge, la preoccupazione negli occhi, si allontana da me e, dopo essersi lasciata sfuggire un “Oh, mio Dio!”, inizia a dare ordini al suo equipaggio. E’ il suo destino. Estraggo Benedetta e mi preparo ad affrontare il Male. E’ il mio destino. * * * Un abbraccio forte e tenero Cassandra
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#73 |
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Senior Member
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Giornata di sole.... sapevo che avrei torvato un'altro tuo racconto.
Ho letto LUNA KARNIVAL... molto bello. Hai una fantasia, ricca di dettagli, che mi impressiona ogni volta... non solo mi rapisce ma mi da anche da pensare. Ora mi scarico il tuo ultimo post e questa sera, prima di riposarmi lo "divoro". Mi auguro che sarete così gentili da far leggere anche a me le vicende del personaggio "tutto di Rosarossa" Sigu.
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#74 |
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Amico*
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Se Rosarossa me lo concede, sarò più che lieta di far leggere anche a te il background.
Poco tempo fa un mio caro amico mi ha detto: "ma perché non inizi a scrivere i background per gli altri, dato che ti diverti tanto?". Ho riso alla sua domanda... ed ora mi ritrovo a fare quello che lui aveva previsto!!! Un altro veggente? Forse l'influenza di Cassandra ha "contaminato" anche lui! Un bacione ai miei prediletti Cassandra
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#75 | |
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Amico*
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