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Amico*
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Romeo fece la sua comparsa allo stabilimento balneare "Diana" nell'estate del 1993. Tutti i clienti furono presto colpiti dai modi signorili e dall'incedere elegante. Occhiali fumè, camicia candida aperta fino all'ombelico, catenina dorata, che competeva, quanto a lucore, con il sorriso costante, ai limiti della paresi, sigaretta tenuta blandamente tra le dita e di cui le labbra ignoravano l'esistenza. Due elementi soprattutto gli fruttarono l'amicizia con gli habituè della spiaggia: la sciolta parlantina ed una certa facilità nello spendere al bar, in cui si acquartierò fin dal primo giorno. Talvolta egli li intratteneva magnificando un non meglio precisato ma sostanzioso conto in Svizzera. Altre volte faceva cadere il discorso sul suo passato ( ormai chiuso ) di professore universitario o sulla sua attività ( ancora aperta) di cantante di piano bar, di istruttore in Vietnam ( nessuno seppe mai di quale disciplina ), di socio in affari di certi suoi amici a Toronto, di portiere di notte a Riccione, di marinaio a Genova e a Bristol. In breve, fatti i debiti calcoli, doveva avere un'età non inferiore ai trecento anni! Ma l'argomento su cui più frequentemente si diffondeva erano le donne. " Ho avuto due mogli, di cui una parigina" - diceva. Ma di donne ne aveva avute a vagoni: bionde, brune, alte, magre, pingui, tedesche, americane, svedesi, cinesi del nord, coreane del sud, mediorientali ninfomani, danesi frigide, berlinesi mute e moscovite logorroiche. E molte , precisava, se le era ormai dimenticate. Vantava una conoscenza superiore circa le tecniche di seduzione. A sentire lui, era un vero maestro nel campo. " Quella lì dai capelli rossi, vedi? - mi disse un giorno - Ecco, lei con quell'uomo si annoia. E' il primo punto da considerare, capisci? " Ma per i successivi venti minuti i due rimasero avvinghiati prodigandosi in un bacio alla francese così prolungato, che il bagnino tirò fuori il pallone ambu. Inoltre, poichè Romeo alla teoria abbinava la pratica, avvicinò da subito alcune donne del Bagno "Diana". La prima alzò la voce e lo fece allontanare. La seconda si allontanò lei, con una scusa. e da allora non la vedemmo più. Da tali comportamenti, Romeo concluse che dovevano avere inclinazioni saffiche. E poi non erano neanche un granchè! Niente infatti riusciva a smontare la sua incrollabile certezza di essere un consumato tombeur de femmes. Finchè un giorno comparve lei: Margherita. Margherita frequentava saltuariamente quella spiaggia. Ci voleva tutto il calore del sole di luglio per evocarne la presenza. Era una bionda appariscente, Margherita, dai lunghi capelli lisci a dalle lunghe gambe. Indossava provocanti minigonne attillate o vestiti trasparenti da cui debordava un seno tanto generoso, quanto finto. Finto come le labbra. Come le ciglia. Come i capelli. Come le unghie delle mani e dei piedi. Tutti, nella spiaggia, erano a conoscenza che la bella Margherita era in realtà il più celebre viado della città. Tutti, tranne Romeo! Il quale, infatti, alla vista della bionda sollevò gli occhiali sulla fronte, drizzò il busto e sfoderò, in successione, tutti i sorrisi di cui disponeva. Al cenno di saluto di Margherita, egli partì come un soldato, cui l'ufficiale superiore avesse ordinato l'attacco. Nessuno saprebbe riferire quali parole intercorsero tra i due nei lunghi minuti, che li videro seduti, occhi negli occhi, al tavolo del bar. Ma tutti li videro lasciare il locale e allontanarsi insieme in auto. Su cosa sia avvenuto in seguito, fiorirono le più sbrigliate e fantasiose congetture. Chi sosteneva che si fossero diretti all'aeroporto e da lì a Casablanca e da lì... Chi fantasticava sulla metamorfosi di Romeo in pappone. Chi giurava di averlo visto coi propri occhi affrontare impavido, coltello alla mano, un cliente di circa due metri che si era rifiutato di pagare, perchè il profilattico era di marca Durex e non Condom. Sia come sia, quella fu l'ultima volta che si vide Romeo alla spiaggia. Da allora entrò nella leggenda. E ancora oggi al Bagno "Diana", quando qualcuno vanta le proprie conquiste femminili, c'è chi chiede: " Ma non è che ti chiami Romeo anche tu?".
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Amico*
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Era il millenovecentottanta. Da qualche tempo, al bar "Pino" non si parlava d'altro. Era stato aperto, proprio accanto al cinema del paese, un night dall'allusivo nome di "Messalina". Elio, che era scapolo, l'aveva già visitato. " Un sogno - lo definiva - Dieci bellezze slave, che da venerdì a domenica salgono a venti." Qui fece una pausa, per controllare l'effetto delle parole sui volti degli ascoltatori. Nonno Telemaco, che aveva visto l'ultimo seno il giorno prima dell'entrata in vigore della legge Merlin, spalancò la bocca e in tale posizione rimase fino al termine del racconto. Luigi, invece, che lavorava come rappresentante, affermò con sufficienza che cose del genere se ne vedevano in qualsiasi locale di Milano e di Monza da tempo. Bernardo de Dominicis, l' accigliato cronachista del giornale conservatore locale, stigmatizzò la cosa come avvilimento del corpo femminile. " Mi meraviglio di te!" - sbottò. E giù a dire che la condizione di scapolo non lo sollevava dalla rettitudine morale e che ai suoi tempi cose del genere neanche a parlarne. Da parte sua, protetto dal bancone, il barista sospirò. Nel frattempo Elio aveva aggiunto altre potenti pennellate al quadro. " Dentro ci sono otto pali. Otto, capite? Le ragazze vi si attorcigliano intorno come serpenti." E aggiunse che il clou si raggiungeva il venerdì notte, quando si esibiva "La Figlia Del Deserto", una gnocca da svenire, la più giovane di tutte. " Vi dico solo questo: ad un certo punto, lei scende tra il pubblico e sceglie uno degli spettatori. Poi lo porta sul palco. Gli si strofina addosso e si lascia baciare, spogliare e toccare in ogni parte del corpo!" Un coro di "oh!", " da non credere !" e di " porca miseria! " unitamente al serrarsi delle mascelle di nonno Telemaco, segnò la fine del racconto. " Ma ditemi un po' voi dove siamo arivati! " - protestò l'accigliato. " Una ragazza che avrà sì e no l'età di mia figlia in un postribolo del genere! Se penso che quando la mia bambina va a studiare dalla sua amica Liuba io temo per i brutti incontri che potrebbe fare per strada! Che mondo! Che mon-do!" sillabò scuotendo la testa. Elio tacque e il barista sospirò, accarezzando un flute.
Alle ventitre e trenta del venerdì successivo una luna indiscreta osservava lo scapolo Elio mentre sgattaiolava nel night "Messalina". Lì, in una decadente penombra, gli apparvero venti bellezze slave, tutte inguainate dentro minigonne lamè e tutte ancheggianti su tacchi altissimi. La voce di Gloria Gaynor diffuse nel locale le parole della celebre " I will survive" e venti giovani corpi balzarono di fronte ad altrettanti pali, cominciando a dimenarvisi di fronte, come fossero dei focosi amanti. Di lì a poco, Elio distinse chiaramente la voce del barista sparare un "cazzo-che-gnocca", mentre, in prima fila, si agitava, fischiava, e applaudiva, in modo così scomposto, che un unno, al paragone, sarebbe sembrato un gentleman inglese. A mezzanotte in punto il locale piombò nel buio. Solo un secco chiudersi di mascelle turbò il silenzio quasi religioso che si era formato. Un occhio di bue illuminò la sola area sinistra del palco e la colonna sonora di "Lawrence d'Arabia" indicò l'inizio della performance della "Figlia Del Deserto". Entrò una giovanissima ragazza, dal volto coperto da un velo che lasciava liberi i soli occhi. Ai polsi tinnavano braccialetti. La gonna trasparente e i generosi spacchi lasciavano poco spazio all'immaginazione. Il corpo iniziò ad ondeggiare sensuale: era la tanto attesa danza del ventre. Mano a mano che gli indumenti cadevano, le grida degli uomini si facevano più forti e gli epiteti lanciati in direzione della ballerina divenivano pesanti come macigni. Ma quando la ragazza, ormai nuda, fece cadere il velo dal viso, un "Eh-no,-cazzo,-questo-no!" attraversò il locale come una cometa. Era il giornalista de Dominicis, che aveva riconosciuto nella ballerina la propria figlia! A quel punto, all'entrata del locale comparve una giovane donna con il figlio seienne Piero. La donna intendeva portare il piccolo nel cinema accanto, a vedere " Biancaneve e i sette nani". Ma aveva sbagliato locale. Il piccolo rimase a lungo traumatizzato dalla vista delle seducenti slave. Sembra che ancora oggi, prossimo ai quarant'anni, si rechi al cinema tutte le volte che proiettano " Biancaneve e i sette nani ". " Magari, un giorno o l'altro, ce la faccio a rivedere quella versione del millenovecentottanta!" - dice
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Amico*
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Rino, Marco e Giovanni, tre pensionati, solevano ritrovarsi sull'unica panchina dell'unica piazza del paese tutti i pomeriggi dell'anno, ove si escludano i giorni di maltempo. Come quegli uccelli che si danno convegno sui fili dell'alta tensione, per trascorrervi ore di silenzio a fissare il vuoto.Talmente puntuali, da far nascere il sospetto che il comune controllasse l' esattezza dell'orologio al loro arrivo. Fino all'imbrunire, come consumati spadaccini, i tre incrociavano i loro dibattiti. Uno di essi cominciava col gettare una frase che aveva l'unica funzione di avviare i discorsi: " Ah, andiamo bene, andiamo! " Oppure: " Al giorno d'oggi noialtri non si campa più, non si campa!". E, in alternativa: " Che cosa vi avevo detto io? ". Quanto ai temi, essi variavano dalle condizioni atmosferiche al culo di Belen Rodriguez. Uno degli argomenti più ricorrenti era quello delle malattie. Qui essi sfoderavano una competenza inarrivabile. Si muovevano con disinvoltura dall'alluce valgo alle vulvovaginiti da batteri. E di ognuna elencavano dettagliatamente sintomi, eziologia e terapie, dissentendo sui primi e litigando sulle seconde. Per un fatale quanto inesorabile meccanismo, infatti, due di essi si trovavano sempre su posizioni opposte. Il terzo taceva. Un giorno, in cui si parlò di Berlusconi, fu Rino ad aprire le ostilità. " Se quello lì è stato capace di mettere in piedi un partito in tre mesi, qualcosa vorrà dire! O no? Se solo, dico, non ci fossero i giudici di Milano! Di Pietro, poi, basta guardarlo in faccia! " " Ah, sì? - controbattè Marco - " E allora sai che ti dico? " Seguirono alcuni minuti di silenzio, nel corso dei quali si aggiustò la dentiera, deglutì, si schiarì la voce, si toccò gli occhiali sul naso, mise il busto in una posizione eretta e battagliera. " Se Berlusconi ha messo su un partito in soli tre mesi, qualcosa, e di molto brutto, vuole dire. O no? Se non ci fossero i giudici di Milano a resistere! E poi, basta guardarlo in faccia! " Poi sorrise soddisfatto di aver ribaltato le conclusioni di Rino. Il giorno in cui i discorsi dei pensionati caddero sugli ufo, Rino si prese la rivincita. Si formarono immediatamente due partiti. Rino, più razionalista, ne negava decisamente l'esistenza. Marco, spiritualista, ne affermava con certezza la realtà. Il terzo taceva. Quando il duello raggiunse la sua fase più cruenta, Marco mise in campo l'argomento decisivo, che spiazzò tutti e gli fece conseguire la vittoria. " E allora, - cominciò calmo e deduttivo - se, come voi dite, non esistono gli ufo, chi ha costruito le piramidi, identiche in Egitto e in Messico?" Confuso dalla cogenza del ragionamento, Rino tacque, sentendosi schiacciato come Bruto a Filippi. Ma per non darla di vinta a Marco espresse un blando quanto inutile dissenso sotto forma di reiterati " Uhm!" e "Mah!".
Tuttavia, anche adesso, specialmente nelle notti di luna piena, è facile a chiunque si trovi a passare nelle vicinanze della casa di Rino sorprenderlo in piedi, di fronte alla finestra, intento a fissare il cielo, con occhi perplessi. E, guardando meglio, tra le mani tiene un libro, sulla copertina del quale è leggibile la seguente scritta: " Carcopino Storia delle piramidi d'Egitto ."
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Amico*
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Nel corso della propria vita, ad Astolfo era già capitato di osservare corpi morti. Ma questa volta egli si trovava di fronte alla donna con la quale aveva trascorso l'intera vita. Si era, chissà perchè, illuso che ella fosse immortale, che nulla mai li avrebbe divisi. Quel corpo inerte faceva franare tutte le fondamenta della vita di Astolfo, che veniva invaso da un'immensa desolazione. Quella donna! Erano dolcissimi i momenti in cui ella gli si avvicinava, al solo scopo di riempirlo di carezze, baci ed effusioni di ogni genere. Certo, Astolfo non si capacitava del perchè talvolta , quando era lui a prendere l'iniziativa e le toccava le gambe, con un gesto sgarbato, lei si allontanasse. In verità, era come se una parte della vita di Gabriella ( questo il nome della donna ), si svolgesse in un mondo segreto, retto da leggi e abitudini, sulla natura delle quali egli era sempre rimasto all'oscuro. Quando invece ella si lanciava in lunghi monologhi, alla fine dei quali gli rivolgeva la domanda : " Hai capito?", Astolfo si sentiva intimo . Egli la capiva, interpretava alla perfezione ogni suo gesto, ne indovinava in anticipo gli sbalzi d'umore. Perchè nutriva per lei un amore sconfinato. Ora, nel vederla così bianca e fredda, nell'animo di Astolfo si faceva lentamente avanti un unico desiderio: avrebbe voluto dissolversi anch'egli nella nebbia della morte, svanire, al modo di una nave che s'inabissi, in un Nulla eterno di cui forse la defunta era già parte.
" Povero cane!" - dissero le sorelle quando si avvidero dell'animale esanime ai piedi del letto. " Voleva così bene a Gabrielle che non è riuscito a sopravviverle! Povero Astolfo: è morto di dolore!"
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Amico*
Data Registrazione: Jan 2010
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Me l'hanno confermato in molti. E i resoconti collimano con le mie impressioni. Si tratta di oggetti dalle sagome scure e di forma oblunga. Compaiono ad ogni ora del giorno e della notte. Sospesi in alto. La loro permanenza si protrae per alcune ore. Dopodichè si allontanano. In certi periodo dell'anno se ne osserva una concentrazione più elevata in punti determinati. Non hanno arti. Per muoversi, scivolano, senza rumore. Ufo. Ho visto oggetti filiformi scendere silenziosamente dai loro lati . Questi restano immobili per qualche tempo. Poi si spostano verso l'alto e scompaiono nel blu. Chissà se così intendono comunicare qualcosa? Li vedo anche adesso. Come sempre, non si muovono. Oggi voglio proprio soddisfare la mia curiosità. Mi chiedo se sia prudente avvicinarsi e toccare. Provo. Qualcosa mi è entrato in bocca. Sento dolore e sanguino, mentre sto salendo nel blu. Percepisco delle voci. Adesso c'è qualcosa di duro sotto di me. E intanto l'aria mi manca, sempre di più.
" E' andata bene. Quanti chili? E' una cernia. E' il periodo,sì" - dicono i marziani
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Amico*
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#37 |
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Amico*
Data Registrazione: Jan 2010
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Marx è morto esattamente il nove novembre millenovecentottantanove. Lo ricordo bene: fu il giorno in cui crollò il muro di Berlino. Un epilogo di polvere. Tuttora, a distanza di anni, mi dispiace che sia finita così. Nostalgicamente, ne conservo ancora l'immagine, da qualche parte. " Perchè proprio Marx? " Mi sono sentito ripetere questa domanda non so quante volte, sgradevole quanto insistente. Come se quel nome fosse una colpa, povero gatto!
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Amico*
Data Registrazione: Jan 2010
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In quella calda giornata di luglio, per la prima volta, il signor Luigi si soffermò ad osservare incuriosito una fila di formiche, procedenti in bell' ordine lungo il muretto che delimitava il giardino di casa sua. Esse avanzavano incolonnate, l'una continuando la traccia lasciata dalla precedente. Lo colpì la regolarità dei movimenti. " C'è una mano invisibile che governa le cose: ad essa alludiamo, senza comprenderla appieno, quando parliamo di bellezza. " Ogni accadimento possedeva in quel momento una magia segreta, in grado di toccargli l'animo, empiendolo di meraviglia ed estatica beatitudine. Così la luce, riverberante con grazia sulle foglie del gelso e quelle nuvole zuppe di pioggia in dialogo con un azzurro festoso, degno di una veduta di Vermeer. Fino ad allora infatti aveva considerato le formiche soltanto insetti inutili e dannosi, che a periodi facevano la loro nera comparsa sul davanzale. E mai si era commosso di fronte alla magnificenza del creato. Luigi aveva trascorso la vita nei cieli tersi delle scienze matematiche, dove l'emozione raggelava nella chiarezza stringente delle dimostrazioni. Al di sotto di quei cieli egli scorgeva un brulichio di vite, lanciate come palle impazzite per le sconnesse strade della vita, spinte da contrastanti passioni alla ricerca, vana quanto disperante, di un punto fermo, attorno al quale far ruotare la propria parabola terrena. Ma adesso quelle vite gli sembravano ognuna la singola onda di un mare, in cui avrebbe desiderato gettarsi, per conoscerne da vicino i fondali e carpirne i segreti più intimi. Anche il volto rugoso e arcigno della vicina, gli parve ingentilito da una grazia insolita, come celasse doni insospettati, sepolti nell'animo di quell'essere che sempre aveva tenuto sospettosamente a distanza, al pari delle formiche. Adesso avrebbe voluto sapere tutto di lei e delle formiche. Adesso che aveva appena fatto ritorno da quello studio asettico, in cui le parole del medico erano risuonate chiare: " Una neoplasia a carico dell'apparato respiratoro. Devo comunicarle che, purtroppo, le metastasi sono in stato avanzato. "
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Amico*
Data Registrazione: Jan 2010
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Un arco, la luna, confitto nel buio. La città, un lungo fuggire di strade, confuse di luci e primavera. Dapprima furono passi affrettati, che portarono i due corpi ad incrociarsi. Poi un fugace toccarsi di sguardi, solo impercettibilmente prolungato. Quindi lei scomparve oltre la porta anonima di un negozio. Lui salì su un auto e fu inghiottito dalla notte.
In un attimo, che non cercarono più, per entrambi l'occasione di ripensare il mondo.
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Amico*
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Trasse dall'armadio l'abito della consorte. Era ancora nuovo, dagli eleganti arabeschi, che cadevano sul tessuto nero come sottili virgulti di vite. Lo contemplò attentamente. Quando insieme avevano acquistato quell'indumento, la donna si era riproposta di indossarlo solo nelle occasioni importanti, affinchè l'uso non lo sciupasse. L'uomo procedette verso la camera adiacente e depose delicatamente il vestito su una sedia accanto al letto. Sopra di esso giaceva priva di vita la donna. Era deceduta quella mattina, prima che il suo corpo avesse avuto occasione di scivolare dentro quell'abito. " Ecco - mi disse - lei ha voluto conservare l'abito per una grande occasione, che non si è mai presentata. " Fissò il pavimento, intento a raccogliere i propri pensieri. " Da oggi - si risolse poi - quando andrò al supermercato, indosserò la mia camicia più nuova e mi profumerò, prima di uscire per una passeggiata. Ho compreso che dobbiamo vivere ogni giorno come fosse il nostro momento più importante, perchè potrebbe essere l'ultimo. "
Da allora lo vidi sempre cordiale con le altre persone, con un sorriso sul volto sereno, anche quando guardava le nubi o sorseggiava il caffè.
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Amico*
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Chi trova un amico trova un tesoro! That's, I believe in love
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Amico*
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" Wunderbar! Eigentlich wunderbar! " - dice un Tedesco.
" Very, very lovely! " - gli fa eco un'estasiata turista inglese. " This is a very important masterpiece of Gentile da Fabriano " - insegna una guida tanto esperta quanto multilingue. " Ah! Centile ta Fapriano !" - ripete a modo suo il Tedesco. Simile ad uno sciame di api impazzite, una torma di turisti anglo-tedeschi va percorrendole sale della Galleria degli uffizi. Il Gotico internazionale versa sfondi dorati nelle golose iridi nordeuropee. " Das gemalde wurde von gentile in Auftragt des Palla Strozzi angefertigt " - spiega adesso magnificando le bellezze dell'italica arte. " Macchiètuttastagente "? - si chiede Alcibiade, senza tirare il fiato. " Epperchèpoiparlanoinquestomodostrano ? Eppoituttistiquadrimancomipiacciono!" - conclude con disappunto. In quella un grido di orrore rimbalza nella calma del luogo e guizza rapido sui dipinti. " Was ist los? " - dice con voce stridula l'incredulo Tedesco. " What's happen ? " - dice con voce stridula l'incredulo Inglese. " Ehi, dicho, signore: oichell'è impazzito " ? - tuona una voce. Due braccia forzute e decise afferrano il malcapitato, spingendone risolute la massa corporea oltre la soglia d'entrata del museo fiorentino. " E' perchè mi manca la parola ! " - riflette lo sconsolato Alcibiade - Ma avrei voluto dirglielo al mio amato padrone: noi pastori maremmani non siamo adatti alle visite museali. E' per la stazza: non ci vogliono. Proprio non ci vogliono!" -
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Amico*
Data Registrazione: Jan 2010
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Non riesco a rammentare la primissima volta, in cui mi accadde di cogliere quelle nuvole di stupore sui visi dei miei interlocutori. Dico solo che vi fu un tempo nella mia infanzia, in cui, alla domanda " chi sei?", provenisse essa da persone conosciute o, viceversa, a me perfettamente estranee, ero solito rispondere con la parola " io". Ai miei occhi quella parola possedeva una natura sincera, cui si aggiungeva un' immediatezza unica. Sono io, infatti, così ragionavo, colui che cammina svagato nei viali ingombri di foglie autunnali, io colui che si tuffa tra le spumeggianti onde dell' Adriatico, sfavillanti sotto il sole d'agosto. E sono sempre io, infine, il possessore di tutti i miei ricordi. Ma constatavo non senza rammarico che tale innocua parola, questa mia certezza metafisica, sortiva l'effetto di una pietra scagliata con forza sul viso del domandante. Costui, infatti, era solito ripetere: " Io? " , con tono più acuto e sgomento, come se si trovasse a tu per tu con il più inesplicabile degli enigmi dell' universo. Ricordo, tra le tante, una volta, in cui mi trovavo nella drogheria di mio padre. Egli mi aveva lì condotto per la prima volta. Immaginatevi un bambino confuso in un bailamme di spezie, odori e generi alimentari di ogni sorta! Dovevo risultare, per gli avventori, una curiosità sui cui chiedere lumi. Quando qualcuno mi pose l'inevitabile domanda, risposi nel modo consueto, costringendolo in un vortice di domande e risposte senza fine. Mio padre si lanciò allora in improvvisate quanto improbabili spiegazioni. Riempì dapprima il negozio con la più fragorosa delle risate, quindi, con un'occhiata tesa a cercare la complicità del cliente, spiegò: " E' un originale! Mio figlio è un o-ri-gi-na-le! Vero, Filippo? " E, congedandomi, sigillò la frase con una nuova risata. Ma, pensai, non è così anche per gli altri? Non sono forse anche essi un centro, da cui scaturiscono pensieri e azioni? Quel centro, che unanimemente chiamiamo "io" ? Una volta soli, però, comprensivo e severo a un tempo mio padre mi trasse da parte. " Figlio, - iniziò con una voce pacata ma austera. " tu possiedi un nome e un cognome. " Capii di trovarmi di fronte alla rivelazione di una delle grandi Verità della vita. " Ti chiami Filippo Rensi! Comprendi? Filippo Rensi. E dunque, quando qualcuno ti chiede come ti chiami così devi rispondere. Non è bene che tu dica "io" . Non è cortese costringere chi ti parla in quel garbuglio di domande e risposte." A questo punto mi fissò negli occhi, in silenzio. " Filippo Rensi - concluse perentorio - Non te lo devo più ripetere, vero? " Mi scaricò addosso quelle esortazioni, facendomi sentire un condannato sotto il fuoco di un plotone d'esecuzione. Non ebbi il coraggio di difendere le mie posizioni, coinvolgendo mio padre in una discussione circa la sensatezza dei miei interrogativi filosofici. Lo sapevo poco incline alle discussioni. temevo soprattutto finisse con l'inquietarsi, troncando in modo brusco la discussione. Decisi in cuor mio di fare tesoro degli insegnamenti paterni. L'occasione di metterli a frutto si presentò giusto due giorni dopo, quando da sotto un cappello di un rosso sgargiante un'amica di mia madre, incrociata per strada, mi sparò in faccia l'odiata domanda. Meccanicamente le mie labbra si aprirono lasciando uscire un inaudito " Filippo Rensi". La soddisfazione parve staccarsi dal sorriso della donna, che pensò di aver compreso tutto di me, per andare a posarsi sulle vie circostanti, sui muri delle case, sulle piante nei giardini. Tutto apparve di colpo felice e soddisfatto. Come se, d'incanto, avessi trovato il mio posto nel mondo. O meglio. l'esatto punto, da cui raccordarmi con il mondo. Ero finalmente stato riconosciuto. Avendo obbedito alle stolide leggi del linguaggio, ne ero stato ricompensato con quello che sembrava uno dei più ambiti premi presso gli umani: il riconoscimento sociale! Ecco dunque quel che ero: una cosa identificabile, come una panchina, un' automobile ferma in un parcheggio. Uno di quegli oggetti che è così e non muta. " Forse è questo il senso della realtà, sul quale tante volte e tanto inutilmente ha cercato di rendermi edotto mio padre " - riflettevo. Ma mi risultava difficoltoso identificarmi con quel nome. Avrebbe potuto appartenere ad un altro, indicando così un'altra persona. Come un indumento, che, se indossato, non tocca quel che percepiamo essere il nostro io vero e proprio. " Dunque, la vita è una sorta di gioco, ove ciascuno recita una parte. Devi sempre essere quello che gli altri dicono di te. Tu e il tuo ruolo, tu e il tuo nome: ecco quel che conta! Sorrisi di rimando, salutai e mesto e perplesso mi avviai per quel viale che mi aveva visto per l' ultima volta bambino.
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Amico*
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Victor de Loiseau era un infaticabile libertino, le cui imprese erotiche risultavano note in Francia al pari di quelle militari, nelle quali si era largamente distinto al seguito del generale Massena. " Da avveduto soldato, io avanzo, sforzandomi di spostare sempre più in là i confini di quanto ritengo essermi lecito!" Era una delle frasi, con cui nelle occasioni mondane egli amava suscitare lo stupore e il risentimento degli astanti. " Non c'è in Francia abate o prete, cui il tenente Loiseau sia secondo in fatto di licenziosità. " - si diceva di lui. Dotato di sbrigliata fantasia, considerava i propri vizi come lame, di cui aumentare costantemente l'efficacia.
Ma quale atto di libertinaggio può sedurre un uomo versato nel vizio che superi quello di abbracciare uno stile di vita virtuoso? Raggiunta dunque la soglia dei trentacinque anni, cominciò ad accarezzare l'idea di sposarsi. La designata fu una popolana dal viso virginale, a digiuno di tutto quel che riguardasse il sesso. " Niente è più seducente dell'educazione di una giovin principiante! Poter trionfare sulla sua mente! Strapparle con gesto imperioso la virtù come un vestito inutile! Adergersi a suo mentore sulle strade della lussuria! " Tali i pensieri di Victor Loiseau alla vigilia del proprio matrimonio. Si sentiva simile ad un artista, sotto le cui esperte mani prendesse forma dal nulla l'opera destinata a perpetuarne la fama nei secoli. La madre della ragazza, perfettamente al corrente della natura dello sposo, volle in poche parole educare l'ignara figlia, fornirle uno scudo, con cui proteggersi dagli eccessi dello smaliziato satiro. "Allora, figlia mia - cominciò - non mi dilungherò su argomenti che la decenza mi vieta di trattare. Ti dò solo il seguente consiglio: diffida della prima richiesta che ti rivolgerà tuo marito. Con fermezza gli risponderai: no! Non così è bene trattare una donna : in qualunque altro modo vogliate e fintanto che vi piacerà, ma non così! " Venne la prima notte di nozze e per un imperscrutabile motivo il libertino volle offrire alla novella sposa, almeno per quella volta , solo i casti piaceri dell'imeneo. Ma quella, memore dell'avvertenza materna, protestò a gran voce: " No! Non così è bene trattare una donna : in qualunque altro modo vogliate e fintanto che vi piacerà, ma non così! " L'uomo rimase interdetto. Provò ad abbozzare una difesa. "No! - tornò ad opporsi la donna - Neanche intendo ascoltare le vostre parole. Vi ripeto: così, mai!" Una luce sinistra attraversò lo sguardo del libertino. " Ebbene, vi accontenterò" - disse Victor de Loiseau, mentre prendeva possesso della piazzaforte preferita.
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Il pessimista deve inventarsi ogni giorno nuove ragioni di esistere |
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#45 |
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Amico*
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Come tutti gli incontri fatali, anche il nostro fu casuale. Ci conoscemmo in treno. Io andavo a Bologna, per compulsare qualche libro all'Archiginnasio. Lei andava e basta. Alta. bionda, poca stoffa addosso, dopo venti minuti di conversazione e futilità, manifestai i miei sentimenti sfiorandole un seno. Lei proclamò la propria disapprovazione colpendomi in pieno viso. Capimmo di amarci. Seguirono giorni di manzo e branzino. A lei piaceva il manzo, a me il branzino. Le notti . più economiche dei giorni, le passavamo a guardare le stelle. Continuò così fino a ieri, quando lei mi porse una frase con dentro, ben celato alla vista e all'intelletto, un qualche sentimento di benevolenza nei miei confronti. " Mi piace uno " - così si espresse. Aggiunse alcune parole di delucidazione: " Michele, camionista, disoccupato" " Gli hanno rubato il mezzo a Bolzano " - precisò. " Però ( mutò il tono di voce) però, lui ( qui strinse gli occhi) mi dà sicurezza " ( qui strinse i pugni e li agitò). " Un bel partito!" - fu il mio commento. Lei aprì gli occhi, ma non i pugni. " Tu non puoi ca-pi-re!" - concluse. Stabilimmo di vederci un ultima volta, per formalizzare la separazione, credo. Due giorni dopo, al ristorante, misi insieme qualche frase. Un salvagente per il nostro rapporto. Ma senza crederci troppo. Quando mi avvicinai per baciarla " Questo, però, è l'ultimo" - avvertì sgarbata. "Sì" - confermai , colpendola a morte con la forchetta, ma garbatamente.
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