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Amico*
Data Registrazione: Dec 2007
Località: Cintura di Orione, seconda stella a sinistra (un pò sotto Varese)
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PREMESSA:
Qualche tempo fa scrissi una sorta di "racconto a puntate" (http://www.aurorablu.it/phpBB2/viewtopic.php?t=13309) che era stato un modo simpatico per narrare una storia insieme. Ora ci riprovo cambiano un pò soggetto. Qui raccoglierò a puntate le riflessioni notturne che mi vengono quando invano cerco di dormire. Tutti pensieri scritti dopo mezzanotte o giù di lì. Nuovamente buon viaggio! Quante notti erano ormai? Cinque o forse sei che non riusciva a prendere sonno, e quella sarebbe stata la settima. Dopo una certa ora i pensieri si mescolano e si compenetrano: ricordi e presagi perdono la loro dimensione temporale creando un indistinto continuum dove smarrirsi diventa piacevole a volte, terrificante altre volte. Quelle ultime notti erano di quest’ultimo tipo. L’estate stava finendo: lo annunciavano l’aria umida sempre carica di pioggia, la sera sempre più corta e quel buio silenzioso che invadeva le notti. Quando le ore erano piccole giungevano, dalla finestra aperta, i fischi lontani del treno appena ovattato dalle strade vuote. Tuttavia, non era questa fine a non lasciarlo dormire: stava per iniziare qualcosa. Quando la vita è come un serpente che si morde la coda, un ouroboros, e tutto ricomincia senza lasciarr un attimo di sosta, pensava, alla fine si perde l’orientamento, si naufraga in un mare di dubbi. Ma lui stava naufragando in un mare di brandy anche quella notte. Nel cuor suo, però, quella era l’ultima.
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#2 |
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Amico*
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Promettente l'inizio.... attendo con ansia il resto...
Un bacino
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#3 |
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Amico*
Data Registrazione: Dec 2007
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Grazie Lunettabella, troppo gentile, come sempre.
Secondo capitolo? bho, non so: l'ho appena scritto. Quella sera chiuse la finestra. Era fresco, ma non così tanto. Quella sera voleva solo tagliare il mondo al di là dei vetri. Il mondo era cattivo, pensava, era duro, difficile, impossibile. Come lo sapeva bene! Ne aveva presi di colpi dalla sfortuna in quell’ultimo periodo, così tnati che quella sera non bastavano due bicchieri abbondandi per farlo addormentare. Il punto, in fondo, non è quanto sia duro il mondo, ma quanto sia molle te! Il mondo, lo aveva già capito Giacomino, non si accorgeva neppure che l’umanità calcava la sua schiena. E se non si accorgeva di tutta l’umanità, poteva forse accorgersi di lui? Il mondo era quello che era, ma lui si sentiva molle, inadatto, quasi avesse imboccato una strada sbagliata e ora non fosse più in grado di recuperare la retta via. Quando ormai è troppo tardi per cambiare strada, quanti bicchieri sono necessari per adeguarsi a quella sbagliata? Per dormire c’è chi conta le pecore: quella sera stava contando il brandy con la finsetra chiusa, almeno era da solo.
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#4 |
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Amico*
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ohhhh!!! povero Giacomino!
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#5 |
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Amico*
Data Registrazione: Dec 2007
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Non è buon segno quando vede la fatina verde. Insomma: bere un bicchierino di brandy prima di andare a dormire poteva sembrare normale, ma raddoppiare la gradazione alcolica e riempire il bicchiere di quel verde liquore chiamato assenzio non era indicativo di una notte serena.
Il primo sorso era amaro, pungente, restio: scendeva e bruciava la gola con i suoi settanta gradi. La mente ancora restava ancorata nel presente, infilando le proprie radici nei tanti colpi che ancora la sorte riserva. Il secondo sorso era più dolce: ormai l’assenzio aveva bruciato la sensibilità del palato e l’alcol non dava fastidio. La mente allargava le strette maglie della ragione ed il presente trapassava nel passato. Ma era solo al terzo sorso che compariva la fatina verde. Ballava nelle leggere increspature sul pelo del liquore. Ormai i sensi erano persi: l’olfatto navigava nell’odore fatuo di anice e la vista era rapita dal verde. Tutto il resto era smarrito: memoria, ragione, logica, volontà. Dal quarto sorso iniziava un dialogo ai limiti dell’assurdo: la fatina annuiva con piroette, giravolte, salti, ma non rispondeva mai direttamente.
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#6 |
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Amico*
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Alien ma questo racconto è proprio Carinooooooo!!! hai visto Giacomino!!! però!
![]() Devo provare.... se non fosse che sono allergica lla pianta da cui l'assenzio deriva! Leggendolo mi è sovvenuto alla memoria un pezzo di un film... Dracula di Brahm Stocker, quando lui e lei bevono assenzio e ballano e si perdono dolcemente nei pensieri... apparentemente ognuno nelle proprie fantasie e ricordi lontani, di un altra vita, in realtà sono dentro ricordi comuni.... sognano lo stesso ricordo, amano lo stesso sogno, sognano lo stesso amore... ![]() Chissà cosa sogna Giacomino....
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#7 |
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Amico*
Data Registrazione: Dec 2007
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Dalle tende scostate la luce del plenilunio rischiara qualche ombra e tinge di perla gli oggetti della stanza; nel silenzio della notte sento la lancetta dei secondi girare e ticchettare sul quadrante della sveglia. È tardi. Il bicchiere di brandy sul davanzale, mezzo vuoto, spande per l’aria un odore avvolgente d’autunno. Tornano i ricordi di quei prati, di quelle sere, di quella pelle e labbra, tornano ma sono labili e si dissolvono. Mentre suona una campana lontana, uno due tre rintocchi, mi accorgo di quanto quell’autunno sia lontano, ora, nel pieno freddo dell’inverno.
Quanta stupidità alberga nel muscolo cardiaco: prende un po’ di sangue dal corpo, lo spinge nei polmoni, poi se lo riprende e lo rispinge nel corpo. Per condire questo meccanico compito qualcuno ha ben pensato di ficcarci dentro un po’ di sentimenti, come se fosse più bello e divertente. Ma stasera, almeno, non è il cuore a dar fastidio ma il fegato. Prima di svuotare il bicchiere non riesco a non fissare quel colore ambrato. I suoi occhi erano uguali, ora chissà come sono.
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#8 | |
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Amico*
Data Registrazione: May 2008
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Citazione:
Quel bicchiere di brandy così colmo di nostalgia... Quest'ultimo capitolo è veramente bello
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#9 | |
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Moderatore*
Data Registrazione: Dec 2007
Messaggi: 5.805
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Citazione:
Ale...
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#10 |
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Amico*
Data Registrazione: Dec 2007
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Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. Sei bicchieri allineati in rigoroso disordine sul davanzale della finestra. Vuoti. Il peso della settimana lo vedeva da questi vetri. Uno o due erano normali; tre e quattro significava che qualcosa non andava; cinque e sei erano un chiaro avvertimento. Ma stava finendo di svuotare il settimo: serviva un chiaro segnale. Il sonno scende d’improvviso quando per la bocca ristagna il sapore pungente dell’alcol, ma è pesante, soffocante, senza sogni.
Poi non capisci se sia sogno o realtà quando ti svegli per un inaspettato frastuono. La luce, troppo dolorosa negli occhi, accecava le pupille con il suo pulviscolo iridescente. Fu il dolore sotto il piede a riportarlo alla realtà: qualche goccia di sangue scendeva dalla ferita aperta tra le dita e macchiava il pavimento ed i cocci di vetro sparsi per la stanza. Un balzo e salì sul letto. Miagolava. Entrando dalla finestra aperta doveva aver colpito i bicchieri poggiati sul davanzale. Lentamente si abituò alla luce: era un gatto bianco e rosso che non aveva mai visto prima. Si svegliò fissandogli gli occhi per interminabili minuti. Usciva dal sonno per sprofondare chissà dove. Non so quanto ci volle per tornare alla realtà a quell’ora di notte, ma quando fu in sé andò in cucina. Sulla credenza c’era ancora la mezza bottiglia di brandy dalla sera prima. Tornò in camera con una bottiglia e due bicchieri: ne riempì uno per il gatto e bevve l’altro. Poi, spente le luci, si addormentarono vicini, con un rivolo di latte che macchiava i baffi di entrambi. A volte i segnali arrivano fracassando vetri e bicchieri.
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#11 |
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Amico*
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L'una passata: era davanti al monitor da ore. Nella testa gli ronzavano decine e decine di frasi ma non riusciva a scriverle. Ne afferro una parte, solo qualche parola, ma nel tempo che impiegava a trascriverle erano già dissolte. Aveva buttato giù tre, quattro, forse cinque pezzi diversi, ma senza un reale filo, senza una logica: un'accozzaglia di idee tenute insieme dal retrogusto amaro dell'assenzio.
Avanti e indietro, monitor e finestra, la pagina bianca ed il bianco della neve. Si chiedeva come lo stesso coloro, il bianco intonso, potesse essere ora così suadente da ricordargli il mare d'infanzia, ora così macabro da presagirgli il vuoto scorrere della sua vita. In un attimo di distrazione si accorse che anche la stanza era bianca, ma era un bianco diverso, asettico come i corridoi degli ospedali psichiatrici. Anche le stelle erano bianche, ma così lontane da non scaldare l'aria gelida della notte. Anche i suoi occhi erano bianchi, come i loro occhi: pensò a Charlton Heston ed un brivido lo respinse alla vita. Fu una folgorazione. Quella notte scrisse lettere piene d'amore. La mattina dopo le usò per accendere il camino.
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#12 |
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Amico*
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Quella sera era più felice del solito: accanto al bicchiere di brandy si era regalato un piattino di biscotti all’anice. Il tutto, inoltre, delicatamente posato sopra un vassoi d’argento. Ogni tanto ci si deve coccolare, pensava.
Ma non era il bicchiere serale: aveva indugiato tutto il pomeriggio sulle sinistre notizie dei giornali, aveva commentato con una smorfia la cronaca disdicevole degli ultimi giorni e stizzito aveva risposto al telefono ad uno sconosciuto che aveva sbagliato numero – a volte capitava anche questo – sforzandosi in tutto questo di ingannare la noia. Ormai era tardi e quella era la sua cena ed il suo spuntino notturno, ormai era giunta l’ora di essere felici. Il nero scurissimo della notte gli penetrava gli occhi con un sadico piacere. Raramente capitava quel fenomeno, ben conosciuto dagli astronomi fin dai tempi più remoti, che riusciva a sorprendere le menti sublunari come la sua ma, a differenza di molti suoi simili, l’eclissi di luna gli portava gioia e serenità. Era quello il modo – tutto suo – di prendersi la sua rivincita sui poeti, sui pittori, sugli scrittori che avevano intessuto troppe false illusioni fantasticando amori impossibili divenuti reali al chiaro di luna! L’elissi riportava tutto alla realtà, a Newton, alla somma delle masse divisa per il quadrato della distanza. Nel suo brandy, in quel momento, brillava un concretissimo biscottino all’anice. ![]()
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#13 |
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Amico*
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Si era svegliato con un tamburo nella testa che martellava incessantemente contro la fronte. Era un dolore sorto e lancinante che ad ogni battito del cuore penetrava più a fondo. Era un dolore amaro di brandy invecchiato e sorseggiato troppo avidamente. Era notte tarda quando si svegliò, improvvisamente, accorgendosi di essere crollato sul bracciolo della poltrona, schiacciato sotto i cupi pensieri della giornata. La stanza era ancora pesantemente illuminata da tutte le luci che aveva acceso qualche ora prima per rischiarare la vita e portare un raggio da sole elettrico nella sua testa, ma quel raggio di sole, filtrando attraverso il bicchiere, penetrava ambrato nella sua gola in lunghi e aridi sorsi senza dare sollievo.
Quella sera beveva dolorosamente. Non si può – meditava e beveva – bere la luce. La scintilla chiara e vibrante del brandy diventava cupa non appena oltrepassava le palpebre del suo palato, lasciando solo un sapore più amaro ed irritante. Per quanto si sforzasse, non c’era abbastanza luce per illuminare l’ombra che si senta vi essere, spalmato al suolo, incatenato a seguire fedelmente qualcun altro, senza identità, privo di senso. Mentre quel liquore scendeva nella sua gola, la sua mente lentamente scendeva – inesorabile – al di là del giorno e si spegneva in qualche sogno tormentato. ![]()
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