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Vecchio 03-11-2013, 09:29 PM   #1
gaetano97napoli
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Data Registrazione: Mar 2013
Messaggi: 2
Predefinito Sarà nel tuo ricordo, che ritroverò me stesso.

Quella mattina mi svegliai prima del solito, con un gran mal di testa ed i suoi occhi che rimbombavano nella mia mente.
La sera prima, io e lei, avevamo cenato insieme. Fu una cena a base di pesce, inaugurata con un buon Chianti del 64, regalatomi da mio nonno per l’occasione. Lei, come al solito, arrivò in ritardo. Mi porto un regalo. Si, era il mio compleanno, il mio 26esimo compleanno e me n’ero dimenticato. Ricordo che mi regalò una di quelle collanine d’oro, con una grande croce. Accettai il regalo, nonostante non fossi credente, e le risposi indossando il mio miglior sorriso, che equivale ad una delle peggiori paralisi facciali. Ci sedemmo, era già tutto pronto. Tutto rigorosamente preparato da me, cuoco improvvisato.
Non ricordo cosa avessi preparato, ma iniziai a cucinare 4 ore prima, armato di pazienza e buona volontà. Oh sì, tanta buona volontà.
Ricordo che presi il libro di ricette di mia nonna dalla cantina, sporco e rotto. Quasi sicuramente, metà del libro era andata a benedire. Ma, d'altronde, quelle quattro ore erano servite solo per procurarmi una soddisfazione personale.
Iniziammo subito a mangiare. Ricordo come se fosse ieri che, per tutta la serata, scambiammo solo qualche parola, riguardante il più ed il meno. Quella cena oscillava tra la voglia di uno sguardo ed il rimorso di averla invitata.
Finimmo di mangiare. Ci alzammo. Le stavo per chiedere come fosse stata la cena, ma, ad un tratto, qualcosa mi colpì: il suo sguardo. Era da anni che non mi guardava così. Per un attimo, mi sembrò di averla ritrovata. Mi sembrò che quella cena fosse servita a qualcosa, a riunirci.
Quei suoi occhi mi fecero sentire l’uomo più importante della terra, od, ancora meglio, l’uomo più importante per lei. Sul suo volto stava per disegnarsi un leggero sorriso. Un sorriso che mi avrebbe fatto rivivere, ma, come tutte le cose belle, durò poco. Squillò un cellulare, era il suo.
Disse che era suo padre. Voleva che tornasse a casa prima del solito, perché lui sarebbe uscito con dei suoi amici.
Suo padre era una bella persona, lo ricordo bene. Aveva la straordinaria capacità di sorridere, ed il suo sorriso era contagioso. Uno di quei sorrisi che ti fa cadere in uno stato di ebbrezza da cui difficilmente riesci ad uscire.
Era un uomo che passava le giornate facendosi calpestare moralmente dal suo capo, un bastardo di prima categoria. Per diventare come lui bisogna studiare. Quel pover uomo lavorava 13 ore al giorno, 6 giorni su 7, e la domenica doveva essere part-time fino alle 2 del pomeriggio.
Passava il poco tempo libero alimentando un vizio che l’avrebbe portato alla morte: l’alcolismo.
Iniziò a bere dopo la morte di sua moglie. L’alcool gli sembrava l’unica possibilità di riemergere dal mare di problemi in cui stava affogando. Sua moglie era l’unica persona che lo aiutava a nuotare in quel mare. Non l’ho mai conosciuta, ma so che lavorava in un ospedale. Faceva clown terapia. Anche lei sorrideva molto, più che altro per nascondere la sofferenza, e faceva di tutto per donare un po’ di allegria ai suoi pazienti, molto spesso non riuscendoci.

Lei alzo lo sguardo. Mi mostrò per la seconda volta i suoi occhi, quella sera. Non era mai successo. Le sorrisi. Gli occhi le si illuminarono. Era diversa, era positiva. Lo capii, nonostante non volesse farmelo capire. Qualcosa di bello le era successo, e spero di cuore che quel qualcosa fosse il vedere me.
Le aprii lentamente la porta, lei uscì… Rimasi sulla soglia, ad osservare i suoi lenti passi che smarrivano il suo corpo nel buio di quel palazzo. Richiusi la porta. Tutto sommato, era stata una bella serata.
Mi lavai e misi il pigiama e, stanco morto, tornai in cucina per riposare il libro che mi aveva salvato quella sera.
Di fianco a quest’ultimo c’era una lettera, una sua lettera. Non sapevo cosa potesse scrivermi, e, per questo, temevo mi avrebbe lasciato, o mi avrebbe detto qualcosa di brutto.
Quella sera, però, ero troppo stanco, troppo confuso ed anche troppo ubriaco per subire un altro eventuale colpo. Decisi così di andare a letto, dimenticando persino di riposare il libro. Mi avviai, e, stanza dopo stanza, con ½ litro di vino in corpo, arrivai nella mia camera. Mi appoggiai sul letto. Chiusi gli occhi. Trascorsi circa un’ora a ricostruire in ogni singolo dettaglio quella serata. Dalla preparazione della cena, al suo volto che quasi mi sorrideva.
Lentamente , i contorni degli oggetti che prima mi erano familiari, cominciavano a diventare solo linee confuse nella penombra di quella stanza. Mi addormentai.
Come ho detto, quella mattina mi svegliai con un gran mal di testa e l’immagine dei suoi occhi, che era ormai un quadro fisso nella mia mente. Fu il telefono a svegliarmi, ora ricordo, ecco perché mi alzai prima. Ancora dormiente, mi avviai verso la cucina, nella qualche si trovava il telefono. Entrando, rividi di nuovo la sua lettera. Sembrava mi fissasse, aveva l’aria di essere importante e così mi ripromisi di leggerla dopo aver risposto al telefono. Alzai la cornetta incuriosito, dal momento che erano mesi che nessuno mi cercava.
-“Pronto?”
-“Buongiorno, qui è il dipartimento di polizia di Madrid. E’ lei il signor Rodriguez, Martìn Rodriguez?”
In quel momento, il rumore del mio cuore che batteva divenne udibile anche alle mie orecchie. I battiti echeggiavano lungo tutto il corpo. Avevo un brutto presentimento.
-“Si, sono io. Dica, è successo qualcosa?”
-“Signor Rodriguez. Sappiamo che lei era fidanzato con la signorina ******. Stanotte, la signorina è stata coinvolta in un incidente d’auto. Abbiamo fatto il possibile ma, al nostro arrivo, la signorina era già morta”.
Gettai il telefono a terra, ancora confuso. Non poteva finire così. I suoi occhi non dicevano questo, la sera prima. Quegli occhi avevano ritrovato la vita.
Non seppi e non so ancora cosa fare. Quella telefonata spazzò via tutte le mie certezze. Dopo di lei c’era il vuoto, lei era l’artista che colorava la mia vita, che disegnava il mio futuro.
Passai la seguente settimana steso nel letto, con affianco la lettera da lei lasciatami. Non sapevo quando l’avrei aperta, ma era l’ultimo dei miei pensieri.
“E se quel sorriso avesse voluto dirmi qualcosa?”
“Se suo padre non avesse chiamato?”
“E se avesse dovuto perdonarmi qualcosa?”
Passai quelle giornate cercando di immaginarla ancora viva. Mi torturavo continuando ad immaginare una vita insieme a lei. Ma, dovevo affrontare la realtà. Avrei vissuto per sempre con il ricordo di quella sera, con l’immagine dei suoi occhi ed il suo della sua voce. Avrei cercato di viverla e sentirla in ogni mio gesto, ogni giorno.
Circa 7 giorni dopo la sua scomparsa, decisi di aprire quella lettera. La tensione era alle stelle.
Ma, ormai, nulla mi faceva più paura. Ero già perso in un pozzo profondo, senza uscita.
Ogni mio movimento era rallentato di mille volte. Volevo godere del suo profumo impresso su quella carta. La apri. C’era solo un bigliettino. In corsivo e con inchiostro ancora fresco, erano impresse queste parole:” Se mai dovrò andarmene, non sarà per mia volontà. Se mai non dovrò più sorridere, non sarà per mia volontà. Se mai dovessi negarti i miei occhi e la mia presenza, non sarà per mia volontà. Ti amo.”.
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