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Vecchio 05-11-2009, 02:48 PM   #1
iroquoi
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Predefinito I tre atti di grazia (prima parte)

Cari lettori, questa decima perla che rende testimonianza degli atti dell’ALTISSIMO, in aggiunta alle numerose deposizioni scritte ed orali, che hanno impregnato ed impregnano tutt’ora le culture dei popoli riguardo all’esistenza dell’ETERNO, che giunge in prossimità della fine dell’anno, conclude il ciclo della prima parte del “santo sentiero onorevole”, generata ed ispirata dalle “Grandi Maestranze del Grande Agnello”, affinché le Leggi Universali di tutte le anime, governino di nuovo i passi che conducono “l’Io separato” a vestire le vesti profetiche del figliuol prodigo, nel ritorno alla Casa del PADRE.

Tutto questo sentiero fatto assieme, con la vostra fiduciosa costanza, ci ha dato la possibilità di potervi condurre con mano fraterna (come se fossimo una grande famiglia) alla comprensione di come la “Santa Porta”, da sempre usando diversi metodi vecchi e nuovi, sia da sempre aperta per chiunque voglia bussare.

A tempo e luogo, ci sarà la presentazione della seconda ed ultima parte, sotto forma di un'unica lettera, che sarà pubblicata affinché renda l’ultima testimonianza….del miracolo dei miracoli, che l’ETERNO,da sempre, tiene in serbo per tutta l’umanità: essa è l’eredità universale nonché diritto di tutte le anime.


I TRE ATTI DI GRAZIA (prima parte)


1° atto di grazia: Il risveglio del Gigante che Dorme (l’anima)


Era ormai, solito frequentare il viale del proprio villaggio per incontrare e discutere con gli amici. Dopo il suo rientro meditativo (chiamato pratica) nella terra francese.
Oltre aver appeso per sempre nell’armadio, il suo sacco a pelo e alcuni cimeli che ricordavano i suoi passi fatti in Francia, il “giovane testimone” intraprese anche una relazione molto sentimentale con una ragazza del suo villaggio.
Con lei ebbe modo di portare a conoscenza il suo pensiero mistico essendo anche lei a quei tempi, una giovane ricercatrice delle altre culture religiose, pur essendo impegnata a insegnare catechismo.
Fu un pomeriggio come tanti, che ebbe inizio la manifestazione da lui coniata col nome de “il santo riscatto”.
Questa traccia (come lui le ha sempre chiamate) fu palese un oretta prima che arrivasse la sua compagna. Seduto nella solita panchina con tre amici, discuteva del più e del meno, aspettando con fervore la sua giovane amata. Nel frattempo uno degli amici, richiamò i presenti con una bastone in mano, ad osservare un corpicino inerte di un uccellino di pochissimi giorni. Con aria di chi da per scontato che certi eventi che lo circondano non lo sfiorano (essendo essi appartenenti ad una sfera che esula dai loro affetti personali) con distacco cinico Sandro sentenziò: ”Di sicuro questo piccolo uccellino, cadendo dall’albero si è schiantato ai nostri piedi. E’ pieno di ematomi su tutta la schiena!” – e usando il legno come misura di sicurezza da un ipotetica infezione, lo girò diverse volte sull’asfalto e proseguì - ”Non per niente, ho basi di anatomia: questi sono proprio i segni del rigor mortis! E’ un cadavere a tutti gli effetti!”

Gli altri due suoi amici come “i buoni di Don Rodrigo” l’appoggiavano emanando dei mezzi suoni vocali come a dire che quella cosa non li toccava assolutamente, anzi qualcuno di loro aggiunse in modo più mero: ”Meglio lui che noi, mi sembra giusto!”

Così, concludendo la loro deplorevole presa di coscienza nei confronti del prossimo, quei tre si alzarono per andarsene salutando il giovane testimone che in un silenzio rispettoso osservava rapito da un po’ di tempo, il corpo inerte del giovane volatile.
Uno dei tre, sapendo che lui era molto sensibile, lo rincuorò salutando dicendogli che queste cose purtroppo accadono e di pensare semmai alla sua ragazza che sarebbe arrivata di lì a poco.
Mille pensieri lo tenevano assorto, scaturiti dalla sua continua sofferenza per quel corpo nell’asfalto. Egli dopo un po’ decise (com’è era il suo solito), di esporre le sue deduzioni di pensiero sulla tematica della vita affiancata alla morte. Rivolgendosi in modo chiaro e rispettoso al GRANDE SPIRITO con voce sicura interiore, così espose: “ Quando ebbi ventun’anni - ovvero 4 anni fa – mi richiamasti prematuramente (così pensava il mio giovane Io separato) in puro spirito. Anche se 12 anni prima di questo evento, ordinasti alla Luna di proiettare nella mia stanza attraverso la sua luce fulgida, l’immagine di un tuo grande uomo con una lunga vestale seduto su di un trono di pietra che con parsimonia usando una lunga piuma scriveva rotoli di parole. Tu mi cancellasti di sicuro ogni timore e rassicurandomi, mi mandasti una voce invisibile ed udibile soltanto alle mie orecchie. Facesti cadere i miei tre fratelli che mi dormivano accanto in un pesante sonno; nonostante io facessi di tutto per svegliarli. Essi al mattino ricordavano solo che durante la notte io li infastidivo interrompendogli il sonno. Loro non seppero mai della voce invisibile che Tu mandasti con l’ordine di rivelarmi nei dettagli la figura del santo uomo e del suo operato. Essa mi rincuorò sul perché del mio primo nome e del suo legame stretto con la figura dell’antico profeta in questione. Essa mi incitò a portare con orgoglio questo nome tra i miei simili, di non provare vergogna alcuna e che un domani di sicuro, a tempo prestabilito avrebbe avuto a che fare col mio operato tra i viventi. Così rincuorato portai nel cuore questo tesoro fino al giorno da me chiamato il “Gigante che Dorme”. Venne quel giorno che in un batter d’occhio la mia sicurezza basata sulla mia forza giovanile e sulle sue effimere sicurezze crollò in modo drastico, mettendo a nudo il mio “io separato”. Dolori e timori mi attanagliavano come non mai fino a quel momento. Tutti i tentativi mentali e medici a cui potevo accingere per non cadere nel grande buio della temuta morte, si sgretolarono miseramente. Capii che veramente tutto ciò che è opera dell’uomo, che non ha la Tua Benedizione come seme unico, è effimero nonché terreno incolto. Percepii già in quel momento in cuor mio, che veramente viviamo e costruiamo sulla vanità, convinti che nulla possa turbarci. Ma quando velocemente, mi facesti rivedere in un turbinio d’immagini dimenticate tutta la strada impolverata intrapresa dal mio vecchio Io, il mio animo ebbe un primo scossone. Capii nel modo più angosciante che i miei prossimi passi non avrebbero più parlato di me nel mondo. Quando ormai le ultime carezze mediche su di me erano pietosamente date per accompagnarmi al grande passo; quando ormai mi ero lasciato andare nel grande fiume, Tu mi mandasti di nuovo la stessa voce invisibile rassicurante, che oltre a prepararmi al Tuo incontro, mi guidò sia prima che dopo, affinché la mia testimonianza potesse essere prova di pura verità, di tutto ciò che la vanità del giudizio umano ha ciecamente messo al patibolo tacendo. Così accadde, che essa si mise davanti al mio silenzio dato dalla paura di perdere la mia vita e di non rivedere più i miei cari. Tanto fu il mio tacere con la lingua e con il corpo che ella, a intervalli si manifestò in tutta la sua potenza ondulatoria, sia all’interno che all’esterno del mio corpo. Non solo il mio corpo esteriore sembrava essere un estensione di grano che ondeggia velocemente fino all’orizzonte - a causa d’un vento forte e veloce - ma costernò gli occhi dei sapienti dottori, spostandosi velocemente come oscillazione ogni volta che con le loro mani ne volevano misurare la forza, per carpirne la causa fino allora sconosciuta. Tutto ciò portò davanti al mio ipotetico capezzale, un numero più alto di esperti, spinti da dall’insorgere di patologie che albergavano in quel momento nuovamente in maniera invasiva ed insolita su tutto il mio essere. Tu li mettesti in ginocchio ;mettendo il loro sapere acquisito secolare in stato di assoluta impotenza nozionistica, creando tra di loro per la prima volta, subbuglio e divisioni di giudizio. Fu allora che Tu facesti prima parlare al mio orecchio la voce amica, affinché istruendomi eseguissi nel tempo prestabilito: parole e movimenti che testimoniassero agli uomini di scienza, l’esistenza “dell’ Io superire nonché veicolo dell’anima “ indipendente dal veicolo corpo fisico, nonché Io separato”. Così fui lo strumento nelle tue mani . Facesti entrare lo spirito di verità che prima mi sussurrava all’udito nel mio cuore affinché calmandomi potesse con parole estrapolate dalla mia bocca dare testimonianza ai viventi. Essa, fu un vulcano in eruzione, nonostante il mio tentativo di mutismo dato da paure e dolori. Con parole di fuoco indusse i presenti a darmi la loro totale attenzione. Con gesti improvvisi da me rivolti al mio stesso corpo con irruenza autolesionista, parlandogli li calmai interrompendo un loro probabile pronto intervento. Convinsi loro, che quel tipo di dolori non erano più presenti in me per quanto potessero con i loro bisturi tagliare a crudo le mie carni o col fuoco bruciarmi. Dissi loro: – ovvero la voce disse con fermezza-:” Prima io gridavo e soffrivo insieme al mio corpo fisico. Ferendosi trasmetteva il suo dolore giustamente, ma ora essendo che sto risvegliandomi, non mi appartiene più il suo grido. Potete vivisezionarmi in infiniti pezzi, ma da me non sentirete un solo grido. Tutto ciò in virtù dalla percezione del mutamento che dentro di me sta avvenendo in modo inequivocabile, perché tutto ciò è giusto che sia giusto. La morte che DIO ha fissato giustamente, per tutte le creature viventi, è giunta anche per me. Le vesti scientifiche o sacerdotali che voi rappresentate nel salvare la vita - ora con affanno sincero, ora con subdole scuse perché vi sto morendo davanti decadono: lasciate fare queste cose a chi di dovere, ovvero COLUI CHE E’! ”

FINE PRIMA PARTE
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