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Vecchio 12-05-2011, 06:17 PM   #1
Alien
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Talking La felicità come realizzazione

Parlando e riparlando di felicità, mi sono ritrovato a bazzicare in rete e a ritrovarmi a leggere il seguente articolo
http://www.angoloweb.net/upload/docu...re_ottobre.pdf
Lungo e non immediato, tuttavia bello e costruttivo. L'autore si ricollega all'etica di Aristotele per sostenere che la strada per la felicità passi attraverso l'esercizio della ragione e l'adempimento della funzione che ritiene di dover compiere. Un pensiero decisamente interessante che colloca la felicità individuale in un contesto collettivo.
Buona lettura

PS: Antonio, credo apprezzerai, o almeno lo spero
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Vecchio 12-05-2011, 06:55 PM   #2
Antonio.1986
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Wè, letto letto... Assolutamente condivisibile... Merita approfondimenti, sicuramente li faremo in seguito... Solo una cosa però, giusto un dubbio: l'autore sembra affermare che una vita buona è una vita felice: perciò chi esercita la bontà è felice, per cui i buoni sono necessariamente felici, dunque per essere felici devi essere buono. Andiamo anche un pò per logica dai... Ma io provo a capovolgere la cosa ragionando quindi in paradosso: non è chi è felice ad essere necessariamente buono, piuttosto di chi essendo buono non per forza di cose è felice?? Forse interpreto male io il 3° e 4° paragrafo dell'articolo perchè a dire la verità l'autore dice un pò di cose... Anche perchè io penso che vita buona è una cosa, vita felice altra, se poi la felicità è una attività indipendente o meglio che deriva dalla perfetta attuazione di sè stessi...
Comunque quando parlavo di medietà da non confondere con mediocrità mi è venuto in mente proprio Aristotele...
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Vecchio 12-05-2011, 06:59 PM   #3
Alien
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Conoscendo l'autore forse farei un interpretazione di parte, ma non lo leggerei con una razionalità così ferrea, o meglio a doppio senso. La prima parte è quella che mi ha colpito di più e ha trovato maggior condivisione: l'uomo è felice quando, per prima cosa, capisce quale sia il suo posto nel mondo e quindi quale sia il suo compito, in secondo luogo quando riesce a realizzare il suo scopo. Chiarissimo, dietro le spalle di Aristotele, è il fantasma di Socrate con il suo "conosci te stesso"
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Vecchio 12-05-2011, 10:07 PM   #4
Antonio.1986
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Conoscendo l'autore forse farei un interpretazione di parte, ma non lo leggerei con una razionalità così ferrea, o meglio a doppio senso. La prima parte è quella che mi ha colpito di più e ha trovato maggior condivisione: l'uomo è felice quando, per prima cosa, capisce quale sia il suo posto nel mondo e quindi quale sia il suo compito, in secondo luogo quando riesce a realizzare il suo scopo. Chiarissimo, dietro le spalle di Aristotele, è il fantasma di Socrate con il suo "conosci te stesso"
Su questo non ci sono dubbi... Ok... Forse sono stato un pò rigoroso... Ma oggi è più difficile attuare il detto di Socrate perciò "conoscere sè stessi" (aggiungerei "essere sè stessi" che sembra diventato impossibile poichè si recitano parti non scritte da noi e per noi) e capire il proprio posto nel mondo, attuare la propria personalità, passami l'espressione costituzionalistica poichè sono abituato a ragionare in questi termini più che in quelli letterari in senso stretto, oppure non è più difficile?? Ecco per dirla pure "terra terra", si stava meglio, sotto ogni punto di vista, quando si stava peggio come spesso si ode dagli anziani?? O il passato è una sciocca speranza, un rinchiudersi dinanzi ai cambiameti??
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Vecchio 12-06-2011, 11:48 AM   #5
Alien
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io la farei molto più semplice.
1) Tutti si possono autorealizzare se agiscono in modo tale da soddisfare la propria indole, cioè capiamo quello che vogliamo e lo realizziamo
2) Il concetto di felicità individuale si collega a quello di felicità collettiva, cioè il mio essere felice, essendo un essere civile, si realizza all'interno della società
3) Essendo la mia felicità connessa con quella collettiva, io sarò facile quando oltre al mio bene si realizza quello della comunità...
...
Insomma: siamo partiti da Aristotele e ci ritroviamo con Rousseau?
Strano ma non più di tanto: entrambi sono molto razionali e collocano la felicità sulla terra. Ora qua mi fermo: scrivendo sono arrivato ad un punto che non avevo previsto. Devo meditarci, intanto lascio la parola a voi
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Vecchio 12-06-2011, 05:23 PM   #6
Antonio.1986
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io la farei molto più semplice.
1) Tutti si possono autorealizzare se agiscono in modo tale da soddisfare la propria indole, cioè capiamo quello che vogliamo e lo realizziamo
2) Il concetto di felicità individuale si collega a quello di felicità collettiva, cioè il mio essere felice, essendo un essere civile, si realizza all'interno della società
3) Essendo la mia felicità connessa con quella collettiva, io sarò facile quando oltre al mio bene si realizza quello della comunità...
...
Insomma: siamo partiti da Aristotele e ci ritroviamo con Rousseau?
Strano ma non più di tanto: entrambi sono molto razionali e collocano la felicità sulla terra. Ora qua mi fermo: scrivendo sono arrivato ad un punto che non avevo previsto. Devo meditarci, intanto lascio la parola a voi
Io volevo citare questo piccolo passaggio già precedentemente ma me lo sono tenuto, perciò lo faccio ora:
"[...] è proprio vero che la felicità, di qualsiasi tipo essa sia, costituisca l'unico fine della specie umana? In tal caso il nostro cammino sarebbe davvero ristretto e la nostra destinazione ben poco elevata. Non c'è uno solo tra noi che, a voler abbassarsi, restringere le sue facoltà morali, svilire i suoi desideri [...], non potrebbe abbruttirsi ed essere felice. No, signori, chiamo a testimone la parte migliore della nostra natura, quella nobile inquietudine che ci perseguita e ci tormenta, la brama di ampliare i nostri lumi e le nostre facoltà; non è alla sola felicità, è al perfezionamento che il nostro destino ci chiama; e la libertà politica è il mezzo più possente e il più energico di perfezionamento che il Cielo ci abbia dato." (Constant, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni)
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Vecchio 12-06-2011, 07:49 PM   #7
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Quindi la felicità come realizzazione di sè e anche degli altri. Di conseguenza solo chi fa del bene non solo per sè , cercando di esprimere le sue potenzialità, ma anche agli altri , facendo sì che anche loro possano esprimere le proprie potenzialità, sarà realmente felice.
La libertà politica per attuare il perfezionamento la considero cosa giusta purché sia conforme a ciò detto prima.

Complimenti per l'argomento!
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Vecchio 12-06-2011, 09:39 PM   #8
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Quindi la felicità come realizzazione di sè e anche degli altri.
effettivamente l'opera di partenza era un testo di etica, non di morale, quindi si: la felicità si può realizzare pienamente (cioè in modo che non sia solo personale), quando l'individuo è immerso positivamente nella società. Ovviamente la società di cui parla Aristotele è quella circoscritta delle poleis greche... Magari fosse ancora così!
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Vecchio 12-06-2011, 09:41 PM   #9
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"e la libertà politica è il mezzo più possente e il più energico di perfezionamento che il Cielo ci abbia dato." (Constant, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni)
mi manca, recupererò nelle vacanze natalizie. Grazie della citazione
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Vecchio 12-07-2011, 08:56 AM   #10
Antonio.1986
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mi manca, recupererò nelle vacanze natalizie. Grazie della citazione
Figurati... é un discorso tenuto dall'autore nel 1819, 50 pagine al max... Poi confesso, è soddisfacente quando un porf. ti dice, "non lo sapevo".. AH AH...
Comunque sia, vorrei un pò scendere dall'empireo delle parole tutte condivisibili, giuste e belle e fare una domanda più concreta e tentare di dare qualche risposta... La domanda è la seguente: attraverso cosa un individuo tende al perferzionamento, tende a raggiungere lo stato che si chiama felicità? Come un uomo attua sè stesso? E' solo nella testa o nel cuore per chi preferisce altri organi? Allora penso un pò e mi dico: ad es. il lavoro è un mezzo per perseguire la prorpia realizzazione, non è solo un fare e produrre qualcosa, è un valore con il quale si collabora al cd. progresso socio-individuale, mira alla formazione di sè stessi; mi viene in mente ad es. lo studio, l'istruzione, che non è solo conoscenza, informazione, no, ma deve essere sopratutto formazione, elevazione ma non chiusura nelle torri d'avorio; Cos'altro? Beh ci sono altre cose alle quali possiamo arrivare tranquillamente... Però le nostre parole, cozzano inevitabilmente contro la realtà di ogni giorno, la differenza tra il dover essere e l'essere è schiacciante; non basta avere una buona dimensione spirituale se ad essa non nè segue una pratica realizzazione sociale ed individuale, e non è tanto alla bontà che dovremmo fare appello, secondo me, a un qualcosa che spesso mi suona moralistico-pedante, perdonatemi, ma penso, e la mia è una solo e semplice opinione, che non basta essere contenti, quando anche tutto un popolo lo fosse, ma occorre innalzare ogni uomo alla più alta dignità morale. Non basta lasciare che ognuno segua il suo cuore. Ma poi ecco, ti guardi attorno e ti rendi conto che non è proprio così; le nostre parole, quelle citate, assumono una valenza di utopie, ma le utopie non sono mete da raggiungere, ma viaggi da iniziare; forse nessun uomo attuerà mai il perfezionamento completo come lo abbiamo inteso, ma questa non è solamente una meta, un fine da perseguire, è un viaggio.
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Vecchio 12-07-2011, 11:02 AM   #11
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Ottima la considerazione di Rosanna... non si può essere felici pensando solo a se stessi almeno per due classi di ragioni:
1) siamo inseriti in un tessuto sociale e quindi ciò che di spiacevole capita al prossimo si ripercuoete inevitabilmente si di noi (e viceversa)
2) la nostra realizzazione include autamaticamente l'altro da me infatti quale uomo con un buon lavoro e una buona posizione economica ma perfettamente SOLO potrebbe essere felice? l'altro fa parte della mia gioia ed io della sua, ovviamente in questo caso per "altro" intendo le persone care con cui si sceglie di vivere.

Detto ciò mi colpisce molto il punto in cui si richiama alla teoria potenza/atto, per Aristotele si realizzano le virtualità che noi già possediamo... e in ambito di realizzazione questo vuol dire vivere una vita in cui si diventa consapevoli delle proprie abilità e poi si fa di tutto per svilupparle.
Sottolineo questo passaggio perchè a mio avviso, benchè alcune potenzialità siano virtuali in ogni uomo, se io non le identifico attraverso una approndita e aìsesso sofferta conoscenza di me stesso, non saprò di possederle e, quindi, non penserò a svilupparle...

Ultima considerazione: nel mondo greco la razionalità e il dominio sugli istinti sono alla base della vita vrtuosa per ovvie ragioni storiche e culturali... ma nel mondo attuale, globalizzato, dominato dalla corruzione del potere e del denaro, malato di finto perbenismo e ipocrisia, dove la ragione stessa viene strumentalizzata al raggiungimento di biechi scopi...dove la virtù è una parola desueta e sconosciuta, in questo contesto che funzione ha la ragione?
e quanto ha davvero a che vedere la ragione con le motivazioni umane più profonde, che sono tutt'altro che razionali???
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Vecchio 12-07-2011, 01:03 PM   #12
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Figurati... é un discorso tenuto dall'autore nel 1819, 50 pagine al max... Poi confesso, è soddisfacente quando un porf. ti dice, "non lo sapevo".. AH AH...
Non nascondo che i limiti della mia ignoranza siano infiniti, ma ho scelto coscienziosamente, non potendo estinguerli totalmente, si sapere almeno quello che mi interessa. Ora quel libro è entrato in quello che mi interessa

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La domanda è la seguente: attraverso cosa un individuo tende al perferzionamento, tende a raggiungere lo stato che si chiama felicità? Come un uomo attua sè stesso? E' solo nella testa o nel cuore per chi preferisce altri organi?
Provo a risponderti con la mia esperienza personale, così magari diventa più facile da capire. Da giovane mi sono accorto che alcune cose mi davano felicità, altre invece no. Ad esempio mi sono scoperto, ai tempi del liceo, felice quando usavo la logica per risolvere un problema, quando scoprivo cose nuove, quando aiutava qualcuno, quando leggevo poesie, quando soprattutto vedevo che grazie a quello che io dicevo o facevo per lui, anche lui aveva dei giovamenti, sia umorali che culturali. Risultato presto fatto: ho intuito che forse fare l'insegnante metteva insieme sia il mio desiderio di sapere sia la soddisfazione che nasceva dal comunicare al altri il mio sapere. Ora faccio l'insegnante, o ci provo almeno, nonostante le difficoltà e le problematiche non connesse all'insegnamento che ci sono, ma quando discuto con gli alunni sulle poesie, su qualche periodo storico, quando vedo in loro che si accende quella scintilla di rivelazione che mi fa capire che hanno capito, mi sento realizzato.
Troppo banale?
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Vecchio 12-07-2011, 01:04 PM   #13
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Ultima considerazione: nel mondo greco la razionalità e il dominio sugli istinti sono alla base della vita vrtuosa per ovvie ragioni storiche e culturali... ma nel mondo attuale, globalizzato, dominato dalla corruzione del potere e del denaro, malato di finto perbenismo e ipocrisia, dove la ragione stessa viene strumentalizzata al raggiungimento di biechi scopi...dove la virtù è una parola desueta e sconosciuta, in questo contesto che funzione ha la ragione?
Troppe domande, ci penso e ti rispondo dopo pranzo. Per ora ti dico solo che vorrei avere un T.A.R.D.I.S. qui con me
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Vecchio 12-08-2011, 02:57 PM   #14
Rosanna
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Amare gli altri dovrebbe essere la prima cosa e la ragione dovrebbe servire per questo e per capire come mai a volte gli altri non ci amano, e riuscire ad amarli lo stesso non solo per la nostra felicità ma anche per la loro, per migliorare le cose, per cambiare in meglio, ma deve esserci prima l'amore per il prossimo altrimenti....
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