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#1 |
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Amico*
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La terra e la morte
Terra rossa terra nera, tu vieni dal mare, dal verde riarso, dove sono parole antiche e fatica sanguigna e gerani tra i sassi &endash; non sai quanto porti di mare parole e fatica, tu ricca come un ricordo, come la brulla campagna, tu dura e dolcissima parola, antica per sangue raccolto negli occhi; giovane, come un frutto che è ricordo e stagione; il tuo fiato riposa sotto il cielo d'agosto, le olive del tuo sguardo addolciscono il mare, e tu vivi rivivi senza stupire, certa come la terra, buia come la terra, frantoio di stagioni e di sogni che alla luna si scopre antichissimo, come le mani di tua madre, la conca del braciere. 27 ottobre 1945
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"...Perché so che dove sono stato con te si va solo con te, attraverso te." pedro salinas
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#2 |
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Amico*
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Hai viso di pietra scolpita,
sangue di terra dura, sei venuta dal mare. Tutto accogli e scruti e respingi da te come il mare. Nel cuore hai silenzio, hai parole inghiottite. Sei buia. Per te l'alba è silenzio. E sei come le voci della terra; l'urto della secchia nel pozzo, la canzone del fuoco, il tonfo di una mela; le parole rassegnate e cupe sulle soglie, il grido del bimbo; le cose che non passano mai. Tu non muti. Sei buia. Sei la cantina chiusa, dal battuto di terra, dov'è entrato una volta ch'era scalzo il bambino, e ci ripensa sempre. Sei la camera buia cui si ripensa sempre, come il cortile antico dove s'apriva l'alba.
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#3 |
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Amico*
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Sempre vieni dal mare
e ne hai la voce roca, sempre hai occhi segreti d'acqua viva tra i rovi, e fronte bassa, come cielo basso di nubi. Ogni volta rivivi come una cosa antica e selvaggia, che il cuore già sapeva e si serra. Ogni volta è uno strappo, ogni volta è la morte. Noi sempre combattemmo. Chi si risolve all'urto ha gustato la morte e la porta nel sangue. Come buoni nemici che non s'odiano più noi abbiamo una stessa voce, una stessa pena e viviamo affrontati sotto povero cielo. Tra noi non insidie, non inutili cose; combatteremo sempre. Combatteremo ancora, combatteremo sempre, perché cerchiamo il sonno della morte affiancati, e abbiamo voce roca fronte bassa e selvaggia e un identico cielo. Fummo fatti per questo. Se tu od io cede all'urto, segue una notte lunga che non è pace o tregua e non è morte vera. Tu non sei più. Le braccia si dibattono invano. Fin che ci trema il cuore. Hanno dette un tuo nome. Ricomincia la morte. Cosa ignota e selvaggia sei rinata dal mare. 19-20 novembre 1945
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#4 |
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Amico*
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Poesie tratte da: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
(11 marzo - 11 aprile '50) Hai un sangue, un respiro. Sei fatta di carne di capelli di sguardi anche tu. Terra e piante, cielo di marzo, luce, vibrano e ti somigliano; il tuo riso e il tuo passo come acque che sussultano; la tua ruga fra gli occhi come nubi raccolte; il tuo tenero corpo una zolla nel sole. Hai un sangue, un respiro. Vivi su questa terra. Ne conosci i sapori le stagioni i risvegli, hai giocato nel sole, hai parlato con noi. Acqua chiara, virgulto primaverile, terra, germogliante silenzio, tu hai giocato bambina sotto un cielo diverso, ne hai negli occhi il silenzio, una nube, che sgorga come polla dal fondo. Ora ridi e sussulti sopra questo silenzio. Dolce frutto che vivi sotto il cielo chiaro, che respiri e vivi questa nostra stagione, nel tuo chiuso silenzio è la tua forza. Come erba viva nell'aria rabbrividisci e ridi, ma tu, tu sei terra. Sei radice feroce. Sei la terra che aspetta. 21 marzo 1950
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#5 |
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Amico*
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Verrà la morte e avrà i tuoi occhi;
questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio. Così li vedi ogni mattina quando su te sola ti pieghi nello specchio. O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla. Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso. Scenderemo nel gorgo muti. 22 marzo 1950
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#6 |
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Amico*
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I mari del Sud
(a Monti) Camminiamo una sera sul fianco di un colle, in silenzio. Nell'ombra del tardo crepuscolo mio cugino è un gigante vestito di bianco, che si muove pacato, abbronzato nel volto, taciturno. Tacere è la nostra virtù. Qualche nostro antenato dev'essere stato ben solo &endash; un grand'uomo tra idioti o un povero folle; per insegnare ai suoi tanto silenzio. Mio cugino ha parlato stasera. Mi ha chiesto se salivo con lui: dalla vetta si scorge nelle notti serene il riflesso del faro lontano, di Torino. "Tu che abiti a Torino…" mi ha detto "…ma hai ragione. La vita va vissuta lontano dal paese: si profitta e si gode e poi, quando si torna, come me a quarant'anni, si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono". Tutto questo mi ha detto e non parla italiano, ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre di questo stesso colle, è scabro tanto che vent'anni di idiomi e di oceani diversi non gliel'hanno scalfito. E cammina per l'erta con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino, usare ai contadini un poco stanchi. Vent'anni è stato in giro per il mondo. Se n'andò ch'io ero ancora un bambino portato da donne e lo dissero morto. Sentii poi parlarne da donne, come in favola, talvolta; ma gli uomini, giù gravi, lo scordarono. Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino con un gran francobollo verdastro di navi in un porto e augurî di buona vendemmia. Fu un grande stupore, ma il bambino cresciuto spiegò avidamente che il biglietto veniva da un'isola detta Tasmania circondata da un mare più azzurro, feroce di squali, nel Pacifico, a sud dell'Australia. E aggiunse che certo il cugino pescava le perle. E staccò il francobollo. Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero che, se non era morto, morirebbe. Poi scordarono tutti e passò molto tempo. Oh da quando ho giocato ai pirati malesi, quanto tempo è trascorso. E dall'ultima volta che son sceso a bagnarmi in un punto mortale e ho inseguito un compagno di giochi su un albero spaccandone i bei rami e ho rotta la testa a un rivale e son stato picchiato, quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi, altri squassi del sangue dinanzi a rivali più elusivi: i pensieri ed i sogni. La città mi ha insegnato infinite paure: una folla, una strada mi han fatto tremare, un pensiero talvolta, spiato su un viso. Sento ancora negli occhi la luce beffarda dai lampioni a migliaia sul gran scalpiccío. Mio cugino è tornato, finita la guerra, gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro. I parenti dicevano piano: "Fra un anno, a dir molto, se li è mangiati tutti e torna in giro. I disperati muoiono così". Mio cugino ha una faccia recisa. Comprò un pianterreno nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina e sul ponte ben grossa alla curva una targa-réclame. Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi e lui girò tutte le Langhe fumando. S'era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza esile e bionda come le straniere che aveva certo un giorno incontrato nel mondo. Ma uscí ancora da solo. Vestito di bianco, con le mani alla schiena e il volto abbronzato, al mattino batteva le fiere e con aria sorniona contattava i cavalli. Spiegò poi a me, quando fallí il disegno, che il suo piano era stato di togliere tutte le bestie alla valle e obbligare la gente a comprargli i motori. "Ma la bestia" diceva "più grossa di tutte, sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere che qui buoi e persone son tutta una razza". Camminiamo da più di mezz'ora. La vetta è vicina, sempre aumenta d'intorno il frusciare e il fischiare del vento. Mio cugino si ferma d'un tratto e si volge: "Quest'anno scrivo sul manifesto; Santo Stefano è sempre stato il primo nelle feste della valle del Belbo; e che la dicano quei di Canelli". Poi riprende l'erta. Un profumo di terra e vento ci avvolge nel buio, qualche lume in distanza: cascine, automobili che si sentono appena; e io penso alla forza che mi ha reso quest'uomo, strappandolo al mare, alle terre lontane, al silenzio che dura. Mio cugino non parla dei viaggi compiuti. Dice asciutto che è stato in quel lungo e in quell'altro e pensa ai suoi motori. Solo un sogno gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta, da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo, e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole, ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia. Me ne accenna talvolta. Ma quando gli dico ch'egli è tra i fortunati che han visto l'aurora sulle isole più belle della terra, al ricordo sorride e risponde che il sole si levava che il giorno era vecchio per loro.
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#7 |
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Amico*
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Poesia tratta da: Dopo
Incontro Queste dure colline che han fatto il mio corpo e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla. L'ho incontrata, una sera: una macchia piú chiara sotto le stelle ambigue, nella foschía d'estate. Era intorno il sentore di queste colline piú profondo dell'ombra, e d'un tratto suonò come uscisse da queste colline, una voce più netta e aspra insieme, una voce di tempi perduti. Qualche volta la vedo, e mi vive dinanzi definita, immutabile, come un ricordo. Io non ho mai potuto afferrarla: la sua realtà ogni volta mi sfugge e mi porta lontano. Se sia bella, non so. Tra le donne è ben giovane: mi sorprende, e pensarla, un ricordo remoto dell'infanzia vissuta tra queste colline, tanto è giovane. È come il mattino, Mi accenna negli occhi tutti i cieli lontani di quei mattini remoti. E ha negli occhi un proposito fermo: la luce piú netta che abbia avuto mai l'alba su queste colline. L'ho creata dal fondo di tutte le cose che mi sono più care, e non riesco a comprenderla.
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#8 |
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Amico*
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Notturno
La collina è notturna, nel cielo chiaro. Vi s'inquadra il tuo capo, che muove appena e accompagna quel cielo. Sei come una nube intravista fra i rami. Ti ride negli occhi la stranezza di un cielo che non è il tuo. La collina di terra e di foglie chiude con la massa nera il tuo vivo guardare, la tua bocca ha la piega di un dolce incavo tra le coste lontane. Sembri giocare alla grande collina e al chiarore del cielo: per piacermi ripeti lo sfondo antico e lo rendi più puro. Ma vivi altrove. Il tuo tenero sangue si è fatto altrove. Le parole che dici non hanno riscontro con la scabra tristezza di questo cielo. Tu non sei che una nube dolcissima, bianca impigliata una notte fra i rami antichi.
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#9 |
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Amico*
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Anche tu sei l'amore.
Sei di sangue e di terra come gli altri. Cammini come chi non si stacca dalla porta di casa. Guardi come chi attende e non vede. Sei terra che dolora e che tace. Hai sussulti e stanchezze, hai parole - cammini in attesa. L'amore è il tuo sangue - non altro. (23 giugno 1946)
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#10 |
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Amico*
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Stasera, per un attimo,
sul palcoscenico aperto hai danzato per me. Tra le povere scene di carta, sotto le luci false, nel frastuono di note e nel respiro della folla piegata, s'è fatta per un attimo una pausa altissima, un brivido di estatica purezza, e hai sfiorato i tappeti in un cielo d'aurora. Sei stata per me, un attimo, la raffica di musica che da una porta schiusa si riversa in un turbine nella strada notturna. Per un attimo solo, in una luce splendida, poi sei tornata nuda. Cesare Pavese, Le poesie, Einaudi, Torino 1998
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#11 |
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Amico*
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Per tutta l'esistenza
ti avrò, fragilità, nella stanchezza ardente del mio sangue. Mi sei venuta accanto colla promessa viva di un'aurora, sconvolgendomi il sangue come un grande tesoro che si potrà conoscere e possedere fino a sazietà. Racchiudevi un mistero di dolore e di gioia profonda, sconosciuta. Oh un attimo solo di te e mi saresti stata per la vita un ricordo di sogno. Ma non ti sei svelata. Hai saputo il tuo gioco. Sei ritornata a un tratto in mezzo al mondo rinascondendo in te il segreto degli occhi arrovesciati, della tua bellezza più grande, dell'attimo che gioia e sofferenza si fanno un solo brivido. Mi hai strappate le lacrime dal cuore. E da quel giorno buio dinanzi al tuo ricordo per tutta l'esistenza dovrò soffrire ancora la febbre del mistero che ho perduto. ( 12 agosto 1928 ) (C. Pavese da "Le Poesie Ed. Einaudi)
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