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#1 |
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Amico*
Data Registrazione: Jun 2008
Località: bosco degli urogalli
Messaggi: 1.199
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Tentato suicidio
I Ognuno di voi avrà sentito il morbido sonno, il vortice dolcissimo che si adagia sul letto e poi l'albero, la scorza, l'alga gli occhi non resistono e i flaconi non sono più minacciosi nella luce chiaroscura del pomeriggio mentre mille animali circondano la lettiga, frenano gli infermieri il disastro del respiro sempre più assopito nei vetri zigrinati dell'autombulanza, appare il davanzale di un piano, il tempo che sprigiona i vivi e li fa correre con la corrente nelle pupille, l'attimo dell'offerta, per scintillarle. E improvvisa, la quiete della vigna e del pozzo, con la pietra levigata dividendo la carne una calma sprofondata dentro il grano mentre la donna sul prato partorisce sempre più lentamente, finché il figlio ritorna nella fecondazione e prima ancora, nel bacio e nel chiarore di una camera, il grande specchio, il desiderio che nasce, il gesto. II E poi avrete sentito, almeno una volta quando il liquido, delicatissimo, esce dalla bocca, scorre giallo nel lavandino e la sonda e le sirene sempre più lontane. Il respiro si affanna, finisce, riprende quanta pace nella spiaggia gelata dal temporale: una canoa va verso l'isola corallina e sotto l'oceano si accoppiano le cellule sessuali non ci sono eventi irreparabili ma solo le spugne cicliche, gli insetti che hanno coperto l'aria: ecco un colore di madreperla, una roccia nella sabbia, l'accappatoio che toglie con un solo gesto solennità della luce, la meraviglia, la prima e la femmina del pellicano chiama la nidiata sparsa nella tempesta e forse vede qualcosa, tra gli scogli, qualcosa che si muove domani correrà con i suoi bambini mescolata, per respirare nel turchese profondo della marea che sale in superficie, sta rinascendo adesso e trova una terra diversa, un'altra voce. |
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#2 |
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Amico*
Data Registrazione: Jun 2008
Località: bosco degli urogalli
Messaggi: 1.199
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Vedremo domenica
* Tutto era già in cammino. Da allora a qui. Tutto il tempo, luminoso, sfiorava le labbra. Tutti i respiri si riunivano nella collana. Le ombre di Lambrate chiusero la porta. Tutta la stanza, assorta, diventò il primo battito. Il nero dei tuoi capelli contro il giallo dell’ultimo raggio. Da allora a qui. Era il primo giorno dell’estate. Il silenzio ci riempiva la fronte. Tutto era già in cammino, da allora, tutto era qui, unico e perduto, nostro e remoto, ardente. Tutto chiedeva di essere atteso, di tornare nel suo vero nome. * C’è stato un compleanno, all’inizio, certamente. Cinque candeline azzurre, i parenti mai visti, gli evviva. C’è stato, quello c’è stato. Il quindicesimo fu in Monferrato, ricordo, con Luisella e Cristiana, il torneo di lotta sul Po, il corpo vinto, il seno intravisto. E’ stato lì. Nel misterioso tumulto si formava un’ossatura, il senso delle ore troncate. Tutto era più vicino al sangue che all’arcobaleno. C’è stato. C’è stato. Gli occhi cercavano, nella materia inquieta, un’incisione. Nel viso invecchiato di una donna, il mondo intero appassiva. Poi, in una paladina, rinasceva. Latte e croce. Via degli smarriti. Compito scritto. * Affogano le nazioni, crollano le torri, un caos di lingue e colori, traumi e nuovi amori, entra alla Bovisasca, spazza via il novecento della solitudine maestra, del nostro verso sospeso nel vuoto. Altre donne si aggirano tra gli scarti del mercato, nella nuova miseria di questo istante. Io siedo al caffè sottocasa, guardo il paesaggio che fu di Sironi, in un solitario dodici agosto, inizio a convocare le ombre. Rivedo mio padre in una città di mare, una brezza di Belle Epoque e un sorriso sperduto di ragazzo. E poi Paoletta che sul tatami trovò la vittoria a tre secondi dalla fine. E Roberta che ha dedicato la sua vita. E Giovanna, in un silenzio di ospedali, quando il tempo rivela i suoi grandi paradigmi. “Torneranno vivi gli amori tenebrosi che in mezzo agli anni lasciarono una spina, torneranno, torneranno luminosi.” Scena Muta * L’essenza della carne ferita vagava tra due muri, l’amore usciva dal presente e il lenzuolo dei volti era lì, ed era cemento tra le dita ed era buio tutta la luce era chiusa nel petto, tutte le parvenze della rosa, tutta la forza dell’ora persa. * Un improvviso ci porta nel dolore che tutto ha preparato in noi, nell’attimo strappato al suo ritmo, nel suono dei tacchi, nel respiro che si estingue: era un pomeriggio d’agosto tra le ombre della tangenziale, il nostro niente da dire, filo di voce, scena muta. * Eri l’ultima donna della vita, eri il temporale e la quiete, il luogo dove la luce è insanguinata e il sangue fiorisce: pochi minuti, pochi metri, sempre lì, nel cemento che parla, nella città degli amanti, nel silenzio dei lavandini, il bacio avvenne e noi non abbiamo voluto più uscire. Si muore così, all’ingresso di una scuola, un cerchio perfetto. * Noi che abbiamo conosciuto il cuore di ogni giorno e il cuore senza età, l’idea che illumina la carne, la sapienza delle misure e il lampo, noi ci lasciamo qui, in due metri di cemento, con un atto di presenza, un battito estivo, uno scambio di persona. Trovare la vena Nessuna gloria in excelsis, ma un groviglio nervoso un raschiare di suoni e occhi fissi all’ingiù, quel niente che tiene freddo il pensiero, quel tremito di lampadine e aghi, qualcosa che s’incarcera dove grida. Il viso toccava già la sua terra, vedeva lo scorrere pallido dei fenomeni oh dormi, dissi, dormi eppure io ero con te e tu non eri con me. * I battiti carnali si stringono a una doccia, chiedono una tregua, una posizione per il sangue, a strappi, a morsi, gli aghi entrano in te che cerchi di stare con le cose. Ci dev’essere un’alba terrena, dicevi, un seme intatto, una fiammella, un preludio che esce dagli ospedali, suonato da una piccola mano, una corona di spighe regalata al guaritore. * Toccandoti la fronte sentivi il mare, parlavi di un mattino aperto come in guerra nel buio dell’ora smarrita parlavi senza domani e senza libri, parlavi alla presenza assoluta di una lacrima, una rapida memoria di ulivi e di luce, una gloria dell’uno e di ogni altro, ma non si trova la via per la sorgente, ma non si trova la vena, dio mio, non si trova. * Quel lontano di noi Ci viene restituita una corsa a Villa Sheibler, il legno della porta, un verde esteso per nomi e anni fino a qui, fino all’ora più discorde, fino al lungo terminale. E tu sorridi e ti disseti in quella goccia, accordi le lancette del polso a quelle celesti, episodio episodio tornato al ritmo, essenziale nudità, quel lontano di noi che risuona, placato, nelle labbra. * Nella stanza, nel modo esatto di disporre gli oggetti, c’era la tua attesa e tutto si preparava all’istante dell’ingresso, ai piedi scalzi che varcano il confine, ogni confine, tutto si illuminava di te, lieta pronuncia di tavoli e pareti, brivido preciso, battito estivo che porta il disordine alla sua pura linea, al sorriso, all’annuncio, calda voce dell’al di là. * Sulla fronte restava un segno della notte, l’amore che sfugge all’udito, forse, una sazietà di ore. Vagando nella stessa ruga, sfiorando la linea in cui non si entra, mi chiedo dove andrà il tuo sangue, l’estate di Roserio, la cicatrice, la stretta di mano. * Quell’ignoto che in pieno giorno ci porta via, quella rosa affranta che appare nell’unione, sull’orbita segreta, siamo noi. Siamo noi il luogo della cronaca e il luogo del fiore senza età. Hotel Artaud Ti alzi e ti tuffi, vuoi inghiottire la vita e invochi il fiore della luna, il grande osanna oscuro che dà tutto il piacere agli amanti. Invochi l’unisono dei corpi e la scintilla risorta, il sangue in tumulto, le spalle nell’assoluto. Fuori, macchie di gasolio, cavi sospesi, pezzi di requiem. Ne senti la minaccia fino allo stridere delle lenzuola. Mi chiedi se giungeranno qui, se noi potremo ancora salvarci. * Quando su un volto desiderato si scorge il segno di troppe stagioni e una vena troppo scura si prolunga nella stanza, quando le incisioni della vita giungono in folla e il sangue rallenta dentro i polsi che abbiamo stretto fino all’alba, allora non è solo lì che la grande corrente si ferma, allora è notte, è notte su ogni volto che abbiamo amato. Visite serali A te, amore, una semplice poesia, quel sorriso umano e trascorso che vedevi in ogni sillaba, a te una sola dedica, cenere che si fa respiro, atto unico. * Nella tua estrema voce la vita fu simultanea. Un semplice attimo e un sempre insanguinato confondevano le sillabe nella tua estrema gola bambina che cerca un viso qualsiasi, lo bacia, lo fa suo, gli crede, gli cede. * Camminavi con la coscienza del sangue e l’attimo strappato al suo giorno, mia arciera, mia trafitta che ogni notte ti accendi nel cielo ora che il corpo si è fatto musica delle sfere, voce consacrata, silenzio. * Sotto la camicetta verde c’era un vuoto di secoli, un atto di bestemmia e perdono che andavano intrecciati nei viali di ogni cellula. Sei felice, forse, cammini verso un punto che ti chiama, che ti ama senza una parola, con la sola certezza del tuo piangere. * Ora si è spezzato l’ordine, ora ti avvicini alla stanza e resti nuda per tutta l’estate, con la mano che gira all’infinito la maniglia. * All’appello totale, all’appello che conduce al sorriso, che conduce e fa nostro ogni globulo, manchi soltanto tu, arciera, bambina, tu puntaspilli, tu che parli al sangue, tu furtiva e assetata tu filo di voce, canta il bel raggio sepolto nelle parole, la scapola, la pungitura, la fitta, gli antichi numeri di telefono, oh tu fra coloro che attendono, che sono lì lì, che bevono l’acqua passata, il canto del cigno, la chiara sorte di questa domenica. |
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#3 |
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Amico*
Data Registrazione: Jun 2008
Località: bosco degli urogalli
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Milo De Angelis è un grande poeta contemporaneo , milanese ; sperimentatore infaticabile , visionario di scene indescivibili (come nella raccolta Millimetri) , spero che vi piaccia tanto come a me è piaciuto .
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#4 |
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Amico*
Data Registrazione: Jun 2008
Località: bosco degli urogalli
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Milo è venuto nella mia città , circa due mesi fa , e "perdonatemi" se lo chiamo solo per nome ; dopo aver letto tanto di lui , provavo ad immaginarmi il suo aspetto fisico , la voce , le movenze che poteva avere ed eccomi esaudito in un bellissimo venerdi di fine maggio.
La mia città è una città medio piccola , e non richiama grossi nomi della cultura di solito , insomma non è nè Bologna , nè Urbino o Capalbio , quindi la sorpresa è stata ancor più bella. Non è venuto tuttavia per leggere le sue opere , cosa che tutti fanno ovviamente per promuoversi e vendere , ma per leggere le opere più belle di Cesare Pavese , autore che io personalmente adoro specialmente come poeta piuttosto che come prosatore. De Angelis ha infatti una specie di rapporto mistico e sublime con Pavese e questo ciclo di letture e conferenze è l'ulteriore riprova della sua grande umanità e umiltà , difatti non ho mai visto nè sentito di grossi letterati che facciano conferenze se non su loro stessi. E' stato molto gentile e competente ovviamente , leggendo con enfasi e passione , i passi di colui che definisce un "amico" , pur se postumo e rispondendo ai questioni sollevate dai pochi presenti in sala , ahimè. Dopo un paio di interventi pure da parte mia , ho avuto la fortuna di chiacchierarci a fine conferenza , approfondendo certe questioni sulle sue poesie e addirittura mi ha invitato a fermarmi con lui ed altri critici e studiosi per una cena informale che di lì a poco si sarebbe tenuta in un ristorante lì nei pressi. A me è sembrato di toccare il cielo con un dito , cenare con una persona che ammiri da tanto tempo e che conosci solo per fama non capita tutti i giorni , ma tant'è , ho rifiutato , preferendo tenermi un pizzico di sogno nel cuore , ancora da vivere. Non lo so se ho sbagliato , forse ho perso una grossa opportunità , ma sono comunque contentissimo di aver vissuto un'esperienza cui tenevo da tanto tempo e che mai avrei pensato di poter vivere. :
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