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Vecchio 10-22-2009, 10:25 PM   #1
absinthè boy
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Predefinito Milo De Angelis

Tentato suicidio

I
Ognuno di voi avrà sentito
il morbido sonno, il vortice dolcissimo
che si adagia sul letto
e poi l'albero, la scorza, l'alga
gli occhi non resistono
e i flaconi non sono più minacciosi
nella luce chiaroscura del pomeriggio
mentre mille animali
circondano la lettiga, frenano gli infermieri
il disastro del respiro sempre più assopito
nei vetri zigrinati
dell'autombulanza, appare
il davanzale di un piano, il tempo
che sprigiona i vivi
e li fa correre con la corrente nelle pupille,
l'attimo dell'offerta, per scintillarle.
E improvvisa, la quiete
della vigna e del pozzo, con la pietra levigata
dividendo la carne
una calma sprofondata dentro il grano
mentre la donna sul prato partorisce
sempre più lentamente,
finché il figlio ritorna nella fecondazione
e prima ancora, nel bacio e nel chiarore
di una camera, il grande specchio,
il desiderio che nasce, il gesto.

II
E poi avrete sentito, almeno una volta
quando il liquido, delicatissimo,
esce dalla bocca, scorre giallo nel lavandino
e la sonda e le sirene sempre più lontane.
Il respiro si affanna, finisce, riprende
quanta pace nella spiaggia gelata dal temporale:
una canoa va verso l'isola corallina
e sotto l'oceano si accoppiano le cellule sessuali
non ci sono eventi irreparabili
ma solo le spugne cicliche,
gli insetti che hanno coperto l'aria:
ecco un colore di madreperla, una roccia nella sabbia,
l'accappatoio che toglie con un solo gesto
solennità della luce, la meraviglia, la prima
e la femmina del pellicano
chiama la nidiata sparsa nella tempesta
e forse vede qualcosa, tra gli scogli,
qualcosa che si muove
domani correrà con i suoi bambini
mescolata, per respirare
nel turchese profondo della marea
che sale in superficie, sta rinascendo adesso
e trova una terra diversa, un'altra voce.
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Vecchio 10-22-2009, 10:28 PM   #2
absinthè boy
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Vedremo domenica

*

Tutto era già in cammino. Da allora a qui. Tutto
il tempo, luminoso, sfiorava le labbra. Tutti
i respiri si riunivano nella collana. Le ombre
di Lambrate chiusero la porta. Tutta la stanza,
assorta, diventò il primo battito. Il nero
dei tuoi capelli contro il giallo dell’ultimo raggio.
Da allora a qui. Era il primo giorno dell’estate.
Il silenzio ci riempiva la fronte. Tutto era
già in cammino, da allora, tutto era qui, unico
e perduto, nostro e remoto, ardente. Tutto chiedeva
di essere atteso, di tornare nel suo vero nome.

*

C’è stato un compleanno, all’inizio, certamente.
Cinque candeline azzurre, i parenti mai visti,
gli evviva. C’è stato, quello c’è stato.
Il quindicesimo fu in Monferrato, ricordo,
con Luisella e Cristiana, il torneo di lotta sul Po,
il corpo vinto, il seno intravisto. E’ stato lì.
Nel misterioso tumulto si formava un’ossatura, il senso
delle ore troncate. Tutto era più vicino al sangue
che all’arcobaleno. C’è stato. C’è stato. Gli occhi
cercavano, nella materia inquieta, un’incisione.
Nel viso invecchiato di una donna, il mondo
intero appassiva. Poi, in una paladina, rinasceva. Latte
e croce. Via degli smarriti. Compito scritto.

*

Affogano le nazioni, crollano le torri, un caos
di lingue e colori, traumi e nuovi amori,
entra alla Bovisasca, spazza via il novecento
della solitudine maestra, del nostro verso
sospeso nel vuoto. Altre donne si aggirano
tra gli scarti del mercato, nella nuova miseria
di questo istante. Io siedo al caffè sottocasa,
guardo il paesaggio che fu di Sironi, in un solitario
dodici agosto, inizio a convocare le ombre.

Rivedo mio padre in una città di mare, una brezza
di Belle Epoque e un sorriso sperduto di ragazzo.
E poi Paoletta che sul tatami trovò la vittoria
a tre secondi dalla fine. E Roberta
che ha dedicato la sua vita. E Giovanna,
in un silenzio di ospedali, quando il tempo
rivela i suoi grandi paradigmi.

“Torneranno vivi gli amori tenebrosi
che in mezzo agli anni lasciarono
una spina, torneranno, torneranno luminosi.”

Scena Muta

*

L’essenza della carne ferita
vagava tra due muri,
l’amore usciva
dal presente e il lenzuolo
dei volti era lì, ed era cemento
tra le dita ed era buio
tutta la luce era chiusa
nel petto, tutte le parvenze
della rosa, tutta la forza
dell’ora persa.

*

Un improvviso ci porta nel dolore
che tutto ha preparato in noi, nell’attimo
strappato al suo ritmo, nel suono
dei tacchi, nel respiro
che si estingue: era un pomeriggio
d’agosto tra le ombre della tangenziale,
il nostro niente
da dire, filo di voce, scena muta.

*

Eri l’ultima
donna della vita, eri il temporale
e la quiete, il luogo
dove la luce è insanguinata
e il sangue fiorisce: pochi minuti,
pochi metri, sempre lì,
nel cemento che parla, nella città
degli amanti, nel silenzio
dei lavandini, il bacio
avvenne
e noi non abbiamo
voluto più uscire.

Si muore così, all’ingresso
di una scuola, un cerchio perfetto.

*

Noi che abbiamo conosciuto
il cuore di ogni giorno e il cuore senza età,
l’idea che illumina la carne,
la sapienza delle misure
e il lampo, noi ci lasciamo
qui, in due metri di cemento, con un atto
di presenza, un battito
estivo, uno scambio di persona.

Trovare la vena

Nessuna gloria in excelsis, ma un groviglio
nervoso
un raschiare di suoni e occhi
fissi all’ingiù, quel niente
che tiene freddo il pensiero, quel tremito
di lampadine e aghi, qualcosa
che s’incarcera dove grida. Il viso
toccava già la sua terra, vedeva lo scorrere
pallido dei fenomeni
oh dormi, dissi, dormi
eppure io ero con te
e tu non eri con me.

*
I battiti carnali si stringono a una doccia,
chiedono una tregua, una posizione
per il sangue, a strappi, a morsi, gli aghi
entrano in te che cerchi
di stare con le cose.
Ci dev’essere un’alba
terrena, dicevi, un seme intatto,
una fiammella, un preludio che esce
dagli ospedali, suonato da una piccola mano,
una corona di spighe regalata al guaritore.

*

Toccandoti la fronte sentivi il mare,
parlavi di un mattino aperto come in guerra
nel buio dell’ora smarrita parlavi
senza domani e senza libri, parlavi
alla presenza assoluta di una lacrima,
una rapida memoria di ulivi e di luce,
una gloria dell’uno e di ogni altro, ma
non si trova la via per la sorgente, ma
non si trova la vena, dio mio, non si trova.

*

Quel lontano di noi

Ci viene restituita una corsa a Villa Sheibler,
il legno della porta, un verde esteso
per nomi e anni fino a qui, fino all’ora
più discorde, fino al lungo terminale. E tu
sorridi e ti disseti in quella goccia, accordi
le lancette del polso a quelle celesti, episodio
episodio tornato al ritmo, essenziale nudità, quel
lontano di noi che risuona, placato, nelle labbra.

*

Nella stanza, nel modo esatto
di disporre gli oggetti, c’era la tua attesa
e tutto si preparava all’istante
dell’ingresso, ai piedi scalzi
che varcano il confine, ogni confine,
tutto si illuminava di te, lieta pronuncia
di tavoli e pareti, brivido preciso,
battito estivo che porta il disordine alla sua
pura linea, al sorriso, all’annuncio,
calda voce dell’al di là.

*

Sulla fronte restava un segno
della notte, l’amore che sfugge all’udito,
forse, una sazietà di ore. Vagando
nella stessa ruga, sfiorando la linea
in cui non si entra, mi chiedo
dove andrà il tuo sangue, l’estate
di Roserio, la cicatrice, la stretta di mano.

*

Quell’ignoto che in pieno giorno
ci porta via, quella rosa
affranta che appare nell’unione,
sull’orbita segreta, siamo noi.
Siamo noi il luogo della cronaca
e il luogo del fiore senza età.

Hotel Artaud

Ti alzi e ti tuffi, vuoi inghiottire la vita
e invochi il fiore della luna, il grande
osanna oscuro che dà tutto il piacere
agli amanti. Invochi l’unisono dei corpi
e la scintilla risorta, il sangue in tumulto,
le spalle nell’assoluto. Fuori, macchie di gasolio,
cavi sospesi, pezzi di requiem. Ne senti la minaccia
fino allo stridere delle lenzuola. Mi chiedi
se giungeranno qui, se noi potremo ancora salvarci.

*

Quando su un volto desiderato si scorge il segno
di troppe stagioni e una vena troppo scura
si prolunga nella stanza, quando le incisioni
della vita giungono in folla e il sangue rallenta
dentro i polsi che abbiamo stretto fino all’alba,
allora non è solo lì che la grande corrente
si ferma, allora è notte, è notte su ogni volto
che abbiamo amato.

Visite serali

A te, amore, una semplice
poesia, quel sorriso umano
e trascorso che vedevi in ogni
sillaba, a te una sola
dedica, cenere che si fa
respiro, atto unico.

*

Nella tua estrema voce
la vita fu simultanea. Un semplice
attimo e un sempre insanguinato
confondevano le sillabe
nella tua estrema gola
bambina che cerca un viso
qualsiasi, lo bacia, lo fa suo,
gli crede, gli cede.

*

Camminavi con la coscienza del sangue
e l’attimo strappato al suo giorno,
mia arciera, mia trafitta
che ogni notte ti accendi nel cielo
ora che il corpo si è fatto musica
delle sfere, voce consacrata, silenzio.

*

Sotto la camicetta verde c’era un vuoto
di secoli, un atto di bestemmia
e perdono che andavano intrecciati nei viali
di ogni cellula. Sei felice, forse, cammini
verso un punto che ti chiama,
che ti ama senza una parola, con la sola
certezza del tuo piangere.

*

Ora si è spezzato l’ordine, ora
ti avvicini alla stanza e resti
nuda per tutta l’estate, con la mano
che gira all’infinito la maniglia.

*

All’appello totale, all’appello
che conduce al sorriso, che conduce
e fa nostro ogni globulo,
manchi soltanto tu, arciera,
bambina, tu puntaspilli, tu che parli
al sangue, tu furtiva
e assetata
tu filo di voce,
canta il bel raggio
sepolto nelle parole, la scapola,
la pungitura, la fitta, gli antichi
numeri di telefono,
oh tu fra coloro che attendono,
che sono lì lì,
che bevono l’acqua passata, il canto
del cigno, la chiara
sorte di questa domenica.
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Vecchio 10-22-2009, 10:33 PM   #3
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Milo De Angelis è un grande poeta contemporaneo , milanese ; sperimentatore infaticabile , visionario di scene indescivibili (come nella raccolta Millimetri) , spero che vi piaccia tanto come a me è piaciuto .
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Vecchio 08-16-2010, 11:38 PM   #4
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Milo è venuto nella mia città , circa due mesi fa , e "perdonatemi" se lo chiamo solo per nome ; dopo aver letto tanto di lui , provavo ad immaginarmi il suo aspetto fisico , la voce , le movenze che poteva avere ed eccomi esaudito in un bellissimo venerdi di fine maggio.
La mia città è una città medio piccola , e non richiama grossi nomi della cultura di solito , insomma non è nè Bologna , nè Urbino o Capalbio , quindi la sorpresa è stata ancor più bella.
Non è venuto tuttavia per leggere le sue opere , cosa che tutti fanno ovviamente per promuoversi e vendere , ma per leggere le opere più belle di Cesare Pavese , autore che io personalmente adoro specialmente come poeta piuttosto che come prosatore.
De Angelis ha infatti una specie di rapporto mistico e sublime con Pavese e questo ciclo di letture e conferenze è l'ulteriore riprova della sua grande umanità e umiltà , difatti non ho mai visto nè sentito di grossi letterati che facciano conferenze se non su loro stessi.
E' stato molto gentile e competente ovviamente , leggendo con enfasi e passione , i passi di colui che definisce un "amico" , pur se postumo e rispondendo ai questioni sollevate dai pochi presenti in sala , ahimè.
Dopo un paio di interventi pure da parte mia , ho avuto la fortuna di chiacchierarci a fine conferenza , approfondendo certe questioni sulle sue poesie e addirittura mi ha invitato a fermarmi con lui ed altri critici e studiosi per una cena informale che di lì a poco si sarebbe tenuta in un ristorante lì nei pressi.
A me è sembrato di toccare il cielo con un dito , cenare con una persona che ammiri da tanto tempo e che conosci solo per fama non capita tutti i giorni , ma tant'è , ho rifiutato , preferendo tenermi un pizzico di sogno nel cuore , ancora da vivere.
Non lo so se ho sbagliato , forse ho perso una grossa opportunità , ma sono comunque contentissimo di aver vissuto un'esperienza cui tenevo da tanto tempo e che mai avrei pensato di poter vivere. :
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