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#1 |
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Amico*
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Spesso il male di vivere
Spesso il male di vivere ho incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia, era l'incattorcciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato. Bene non seppi, fuori del prodigio che schiude la divina Indifferenza: era lòa statua della sonnolenza del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato. La bufera La bufera che sgronda sulle foglie dure della magnolia i lunghi tuoni marzolini e la grandine, (i suoni di cristallo nel tuo nido notturno ti ssorprendono, dell'oro che s'è spento sui mogani, sul taglio dei libri rilegati, brucia ancora una grana di zucchero nel guscio delle tue palpebre) il lampo che candisce alberi e muri e li sorprende in quella eternità d'istante-marmo nanna e distruzione- che entro te scolpita porti per tua condanna e che ti lega più che l'amore a me, strana sorella, e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere dei tamburelli sulla fossa fuia, lo scalpicciare del fandango, e sopra qualche gesto che annaspa... Come quando ti rivolgesti e con la mano,sgombra la fronte dalla nube dei capelli mi salutasti-per entrar nel buio. Non recidere, forbice, quel volto Non recidere, forbice, quel volto solo nella memoria che si sfolla, non far del grande suo viso in ascolto la mia nebbia di sempre. Un freddo cala...Duro il colpo svetta. E l'acacia ferita da sè crolla il guscio di cicala nella prima belletta di novembre. Ricordo Lei sola percepiva i suoni dei miei silenzi. Temevo a volte che fuggisse il tempo ostile mentre parlavamo. Dopodichè ho smarrito la memoria ed ora mi ritrovo a parlare di lei con te, tra spirali di fumo che velano la nostra commozione. Ed è questa la parte di me che ritrovo mutata: il sentimento, per sè informe, in quest'oggi che è solo di rimpianto.
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la strana bellezza del mondo deve di certo fondarsi sulla pura gioia ....... |
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#2 |
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Amico*
Data Registrazione: May 2007
Messaggi: 4.033
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"Ricordo"
è davvero molto bella... non la conoscevo.. un Faby
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#3 |
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Amico*
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Sì Faby piace molto anche a me....
un
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#4 |
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Amico*
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Forse un mattino andando in un'aria di vetro
Forse un mattino andando in un'aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco. Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto alberi case colli per l'inganno consueto. Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
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#5 |
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Amico*
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Arsenio
I turbini sollevano la polvere sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi deserti, ove i cavalli incappucciati annusano la terra, fermi innanzi ai vetri luccicanti degli alberghi. Sul corso, in faccia al mare, tu discendi in questo giorno or piovorno ora acceso, in cui par scatti a sconvolgerne l'ore uguali, strette in trama, un ritornello di castagnette. E' il segno d'un'altra orbita: tu seguilo. Discendi all'orizzonte che sovrasta una tromba di piombo, alta sui gorghi, più d'essi vagabonda: salso nembo vorticante, soffiato dal ribelle elemento alle nubi; fa che il passo su la ghiaia ti scricchioli e t'inciampi il viluppo dell'alghe: quell'istante è forse, molto atteso, che ti scampi dal finire il tuo viaggio, anello d'una catena, immoto andare, oh troppo noto delirio, Arsenio, d'immobilità... Ascolta tra i palmizi il getto tremulo dei violini, spento quando rotola il tuono con un fremer di lamiera percossa; la tempesta è dolce quando sgorga bianca la stella di Canicola nel cielo azzurro e lunge par la sera ch'è prossima: se il fulmine la incide dirama come un albero prezioso entro la luce che s'arrosa: e il timpano degli tzigani è il rombo silenzioso Discendi in mezzo al buio che precipita e muta il mezzogiorno in una notte di globi accesi, dondolanti a riva, - e fuori, dove un'ombra sola tiene mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita l'acetilene - finché goccia trepido il cielo, fuma il suolo che t'abbevera, tutto d'accanto ti sciaborda, sbattono le tende molli, un fruscio immenso rade la terra, giù s'afflosciano stridendo le lanterne di carta sulle strade. Così sperso tra i vimini e le stuoie grondanti, giunco tu che le radici con sé trascina, viscide, non mai svelte, tremi di vita e ti protendi a un vuoto risonante di lamenti soffocati, la tesa ti ringhiotte dell'onda antica che ti volge; e ancora tutto che ti riprende, strada portico mura specchi ti figge in una sola ghiacciata moltitudine di morti, e se un gesto ti sfiora, una parola ti cade accanto, quello è forse, Arsenio, nell'ora che si scioglie, il cenno d'una vita strozzata per te sorta, e il vento la porta con la cenere degli astri. Da "Le Occasioni" Verso Vienna Il convento barocco di schiuma e di biscotto adombrava uno scorcio d'acque lente e tavole imbandite, qua e là sparse di foglie e zenzero. Emerse un nuotatore, sgrondò sotto una nube di moscerini, chiese del nostro viaggio, parlò a lungo del suo d'oltre confine. Additò il ponte in faccia che si passa (informò) con un solo di pedaggio. Salutò con la mano, sprofondò, fu la corrente stessa... Ed al suo posto, battistrada balzò da una rimessa un bassotto festoso che latrava, fraterna unica voce dentro l'afa.
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#6 |
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Amico*
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Verso Vienna
Il convento barocco di schiuma e di biscotto adombrava uno scorcio d'acque lente e tavole imbandite, qua e là sparse di foglie e zenzero. Emerse un nuotatore, sgrondò sotto una nube di moscerini, chiese del nostro viaggio, parlò a lungo del suo d'oltre confine. Additò il ponte in faccia che si passa (informò) con un solo di pedaggio. Salutò con la mano, sprofondò, fu la corrente stessa... Ed al suo posto, battistrada balzò da una rimessa un bassotto festoso che latrava, fraterna unica voce dentro l'afa.
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#7 |
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Senior Member
Data Registrazione: Jan 2008
Località: barbaggia
Messaggi: 163
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Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr'occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue. Questa e' la mia preferita.
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“Sotto il cielo tutti sanno che il bello è bello, da cui il brutto. Che il bene è bene, da cui il male. È così che essere e non essere si danno nascita fra loro”. Lao Tze |
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#8 |
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Amico*
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A LIUBA CHE PARTE
Non il grillo ma il gatto del focolare or ti consiglia, splendido lare della dispersa tua famiglia. La casa che tu rechi con te ravvolta, gabbia o cappelliera? sovrasta i ciechi tempi come il flutto arca leggera - e basta al tuo riscatto Grazie Fabio un
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#9 |
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Amico*
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NUOVE STANZE
Poi che gli ultimi fili di tabacco al tuo gesto si spengono nel piatto di cristallo, al soffitto lenta sale la spirale del fumo che gli alfieri e i cavalli degli scacchi guardano stupefatti; e nuovi anelli la seguono, più mobili di quelli delle tua dita. La morgana che in cielo liberava torri e ponti è sparita al primo soffio; s'apre la finestra non vista e il fumo s'agita. Là in fondo, altro stormo si muove: una tregenda d'uomini che non sa questo tuo incenso, nella scacchiera di cui puoi tu sola comporre il senso. Il mio dubbio d'un tempo era se forse tu stessa ignori il giuoco che si svolge sul quadrato e ora è nembo alle tue porte: follìa di morte non si placa a poco prezzo, se poco è il lampo del tuo sguardo ma domanda altri fuochi, oltre le fitte cortine che per te fomenta il dio del caso, quando assiste. Oggi so ciò che vuoi; batte il suo fioco tocco la Martinella ed impaura le sagome d'avorio in una luce spettrale di nevaio. Ma resiste e vince il premio della solitaria veglia chi può con te allo specchio ustorio che accieca le pedine opporre i tuoi occhi d'acciaio.
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#10 |
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Amico*
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L'Arca
La tempesta di primavera ha sconvolto l'ombrello del salice, al turbine d'aprile s'è impigliato nell'orto il vello d'oro che nasconde i miei morti, i miei cani fidati, le mie vecchie serve - quanti da allora (quando il salce era biondo e io ne stroncavo le anella con la fionda) son calati, vivi, nel trabocchetto. La tempesta certo li riunirà sotto quel tetto di prima, ma lontano, più lontano di questa terra folgorata dove bollono calce e sangue nell'impronta del piede umano. Fuma il ramaiolo in cucina, un suo tondo di riflessi accentra i volti ossuti, i musi aguzzi e li protegge in fondo la magnolia se un soffio ve la getta. La tempesta primaverile scuote d'un latrato di fedeltà la mia arca, o perduti.
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#11 |
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Junior Member
Data Registrazione: Mar 2009
Messaggi: 5
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È ridicolo credere
È ridicolo credere che gli uomini di domani possano essere uomini, ridicolo pensare che la scimmia sperasse di camminare un giorno su due zampe é ridicolo ipotecare il tempo e lo é altrettanto immaginare un tempo suddiviso in piú tempi e piú che mai supporre che qualcosa esista fuori dall'esistibile, il solo che si guarda dall'esistere. (Eugenio Montale, Satura; Satura II)
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Pierre |
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#12 |
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Amico*
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Portami il girasole
Portami il girasole ch'io lo trapianti nel mio terreno bruciato dal salino, e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti del cielo l'ansietà del suo volto giallino. Tendono alla chiarità le cose oscure, si esauriscono i corpi in un fluire di tinte: queste in musiche. Svanire è dunque la ventura delle venture.
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#13 |
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Amico*
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Felicità raggiunta, si cammina
Felicità raggiunta, si cammina per te su fil di lama. Agli occhi sei barlume che vacilla, al piede, teso ghiaccio che s'incrina; e dunque non ti tocchi chi più t'ama. Se giungi sulle anime invase di tristezza e le schiari, il tuo mattino è dolce e turbatore come i nidi delle cimase Ma nulla paga il pianto del bambino a cui fugge il pallone tra le case.
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#14 |
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Amico*
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Hai dato il mio nome ad un albero? Non è poco
Hai dato il mio nome ad un albero? Non è poco pure non mi rassegno a restar ombra, o tronco di un abbandono nel suburbio. Io il tuo l'ho dato a un fiume, a un lungo incendio, al crudo gioco della mia sorte, alla fiducia sovrumana con cui parlasti al rospo uscito dalla fogna, senza orrore o pietà o tripudio, al respiro di quel forte e morbido tuo labbro che riesce, nominando, a creare; rospo fiore erba scoglio - quercia pronta a spiegarsi su di noi quando la pioggia spollina i carnosi petali del trifoglio e il fuoco cresce. Giorno e notte Anche una piuma che vola può disegnare la tua figura, o il raggio che gioca a rimpiattino tra i mobili, il rimando dello specchio di un bambino, dai tetti. Sul giro delle mura strascichi di vapore prolungano le guglie dei pioppi e giù sul trespolo s'arruffa il pappagallo dell'arrotino. Poi la notte afosa sulla piazzola, e i passi, e sempre questa dura fatica di affondare per risorgere eguali da secoli, o da istanti, d'incubi che non possono ritrovare la luce dei tuoi occhi nell'antro incandescente - e ancora le stesse grida e i lunghi pianti sulla veranda se rimbomba improvviso il colpo che t'arrossa la gola e schianta l'ali, o perigliosa annunziatrice dell'alba, e si destano i chiostri e gli ospedali a un lacerìo di trombe... Casa sul mare ll viaggio finisce qui: nelle cure meschine che dividono l’anima che non sa più dare un grido. Ora I minuti sono eguali e fissi come I giri di ruota della pompa. Un giro: un salir d’acqua che rimbomba. Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio. Il viaggio finisce a questa spiaggia che tentano gli assidui e lenti flussi. Nulla disvela se non pigri fumi la marina che tramano di conche I soffi leni: ed è raro che appaia nella bonaccia muta tra l’isole dell’aria migrabonde la Corsica dorsuta o la Capraia. Tu chiedi se così tutto vanisce in questa poca nebbia di memorie; se nell’ora che torpe o nel sospiro del frangente si compie ogni destino. Vorrei dirti che no, che ti s’appressa l’ora che passerai di là dal tempo; forse solo chi vuole s’infinita, e questo tu potrai, chissà, non io. Penso che per i più non sia salvezza, ma taluno sovverta ogni disegno, passi il varco, qual volle si ritrovi. Vorrei prima di cedere segnarti codesta via di fuga labile come nei sommossi campi del mare spuma o ruga. Ti dono anche l’avara mia speranza. A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla: l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi. Il cammino finisce a queste prode che rode la marea col moto alterno. Il tuo cuore vicino che non m’ode salpa già forse per l’eterno. Altro effetto di luna La trama del carrubo che si profila nuda contro l'azzurro sonnolento, il suono delle voci, la trafila delle dita d'argento sulle soglie, la piuma che si invischia, un trepestìo sul molo che si scioglie e la feluca già ripiega il volo con le vele dimesse come spoglie. La belle dame sans merci Certo i gabbiani cantonali hanno atteso invano le briciole di pale che io gettavo sul tuo balcone perché tu sentissi anche chiusa nel sonno le loro strida. Oggi manchiamo all'appuntamento tutti e due e il nostro breakfast gela tra cataste per me di libri inutili e per te di reliquie che non so: calendari, astucci, fiale e creme. Stupefacente il tuo volto s'ostina ancora, stagliato sui fondali di calce del mattino; ma una vita senz'ali non lo raggiunge e il suo fuoco soffocato è il bagliore dell'accendino. Sulla colonna più alta Moschea di Damasco Dovrà posarsi lassù il Cristo giustiziere per dire la sua parola. Tra il pietrisco dei sette greti, insieme s'umilieranno corvi e capinere, ortiche e girasoli. Ma in quel crepuscolo eri tu sul vertice: scura, l'ali ingrommate, stronche dai geli dell'Antilibano; e ancora il tuo lampo mutava in vischio i neri diademi degli sterpi, la Colonna sillabava la Legge per te sola DA "LA BUFERA E ALTRO" La Bufera La bufera che sgronda sulle foglie dure della magnolia i lunghi tuoni marzolini e la grandine, (i suoni di cristallo nel tuo nido notturno ti sorprendono, dell'oro che s'è spento sui mogani, sul taglio dei libri rilegati, brucia ancora una grana di zucchero nel guscio delle tue palpebre) il lampo che candisce alberi e muro e li sorprende in quella eternità d'istante - marmo manna e distruzione - ch'entro te scolpita porti per tua condanna e che ti lega più che l'amore a me, strana sorella, - e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere dei tamburelli sulla fossa fuia, lo scalpicciare del fandango, e sopra qualche gesto che annaspa... Come quando ti rivolgesti e con la mano, sgombra la fronte dalla nube dei capelli, mi salutasti - per entrar nel buio. PIOVE Piove. È uno stillicidio senza tonfi di motorette o strilli di bambini. Piove da un ciclo che non ha nuvole. Piove sul nulla che si fa in queste ore di sciopero generale. Piove sulla tua tomba a San Felice a Ema e la terra non trema perché non c'è terremoto né guerra. Piove non sulla favola bella di lontane stagioni, ma sulla cartella esattoriale, piove sugli ossi di seppia, e sulla greppia nazionale. Piove sulla Gazzetta Ufficiale qui dal balcone aperto, piove sul Parlamento, piove su via Solferino, piove senza che il vento smuova le carte. Piove in assenza di Ermione se Dio vuole, piove perché l'assenza è universale e se la terra non trema è perché Arcetri a lei non l'ha ordinato. Piove sui nuovi epistèmi del primate a due piedi, sull'uomo indiato, sul cielo, ottimizzato, sul ceffo dei teologi in tuta o paludati, piove sul progresso della contestazione, piove sui works in regress, piove sui cipressi malati del cimitero, sgocciola sulla pubblica opinione. Piove, ma dove appari non è acqua né atmosfera, piove perché se non sei è solo la mancanza e può affogare. "Meriggiare pallido e assorto" Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d'orto, ascoltare tra i pruni e gli sterpi schiocchi di merli, frusci di serpi. Nelle crepe del suolo o su la veccia spiar le file di rosse formiche ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano a sommo di minuscole biche. Osservare tra frondi il palpitare lontano di scaglie di mare mentre si levano tremuli scricchi di cicale dai calvi picchi. E andando nel sole che abbaglia sentire con triste meraviglia com'è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
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la strana bellezza del mondo deve di certo fondarsi sulla pura gioia ....... |
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#15 |
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Amico*
Data Registrazione: Jan 2008
Messaggi: 1.887
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Probabilmente già c'è...vorrei riproporla
![]() «Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.» Eugenio Montale, da Ossi di Seppia. |
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