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Vecchio 05-17-2010, 12:20 AM   #1
alorian
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Condivido con voi altre cose che ho voluto scrivere. Grazie in anticipo per l'interessamento.

Vorrei precisare che questa è solo la prima parte di un discorso fra due lati di una stessa anima, quella "cattiva", rabbiosa, e quella "buona", matura, saggia. La poesia è spudoratamente intrisa di ironia, indirizzata a quella parte dell'anima che ha amato ed ora piange. Ma è solo rabbia, cm testimoniamo le parole consecutive aventi il fono "GR",proprio di chi è arrabbiato (gramo, ingrata, grave, grata). xD


Del simigliar fame ignorante,
accogliesti quel mio priego,
Tu, che fuor dal tuo solente,
risvegliasti me, alter ego,
luce d'alba d'una mente,
polo opposto a ciò che nego.

Basta, patetico Di Luccio
rientra e chiudi il pozzo
per cui nascea il tuo cruccio,
di que' sogni, e'l tuo singhiozzo
languido,"toccante" braccio
d'amore, inganno rozzo.

Sparisci inutile metà
pervasa da tuoi affanni,
petal arso d'altrui pietà
ove t'appaghi e trovi panni
onde fu orto. Ecco verità
ch'offuscò la vista e li anni.

MUORI! MUORI insulso insetto
e codardo, eunùco e falso,
sbiadito immàgo del tuo petto,
leon che tuba, a ruggir scarso,
sai bruciare in un "bacetto".
Nudo augello d'ali falso.

Hai "amato", ed or sei franto,
ma di frattur beffarda e vota,
amor immerita'l tuo pianto
perch'è "virtù" che zero quota
che s'avvia in geniale incanto
e in terremoto poi si rota.

Oh l'amore, oh si, l'amore !!
Acclamata ed osannata
nella luce e nel torpore
dei secoli, e cantata
ed eterna di tremore
fonte, e cercata e riamata

madre adottiva d'ogni core
voto di calcoli e di canti
e di passioni debitore.
Son solo vesti, a tanti
ha "regalato" il bel dolore
per cui ancora sono affranti

e delusi quei tuoi tratti
parenti vecchi più del mondo.
Giunge sì d'attesi fatti,
e per cui da questo fondo
il più temuto e a cor intatti
per me, vai via, la terra sondo.

Parvente maturato frutto,
credesti allor a quella polpa
e alla gol che giace in lutto
sì cedendo per tua colpa
alla promessa di quel tutto
che da tutto si discolpa.

Spirto cupo, spirto teco
ermo morituro, la cagion
che intonò quel fatal eco,
ossia l'"amore", tua ragion,
portasti alto e fiero, cieco,
sott'ora lo verbo e le stagion,

ove cadi innocuo e spento,
della lama più affilata
e disarmato. Dal vento
vien di vita abbandonata,
rivelante dell'"Io mento",
luce finora ben placata,

esta lignea gabbia aurata.
E nell'afferrar tu gramo
quell'ingrata grave grata
resistente men d'un ramo
in infame cadi ornata
scheggia d'odio d'un ricamo.

E per ciò che non esiste,
per ciò ch'è morto e che mai nacque
piangi or gemma in cui persiste
l'impuro VER che finor tacque
di vizio e gioco qui mai viste,
sensual piacer che move l'acque.

Il prox componimento rappresenta la risposta della parte"buona",saggia, dell'anima( scritta perciò in endecasillabi, e con termini + ricercati, quasi a evidenziare la calma con la quale parla) alla parte invece accecata dal fumo della rabbia, rancore, rappresantato dalla precedente poesia (scritta in ottonari max in novenari, per meglio rappresentare il tono offensivo tipico di ki è arrabiato che t scaglia addosso qualsiasi cosa gli passi per la testa).Da notare, permettetemelo, l'omaggio al primo poeta (Dante Alighieri) nelle tre terzine ke iniziano per"Amor"e che ricorda il V dell'Inferno.

No, no. Deh, quanta pièta'l cor mi bagna
e lieve, di coscienza, soffia e lambe
le fronde. Non t'affliggere alma stagna
nell'ira folle ch'orbi ti fa l'ambe
due occhi del veder lo ben di parte.
Mòstrati quella ignudo e pur le gambe
più del coverto piagner di tua arte.
L'inveir è iettar fori Amor che truona.
Somma voglia è l'odiar omai in disparte
della vita, e amar contra persona.
Non sdegnar, anima lesa, di cui
c'è fiato l'esser vero ch'entro suona.
Io son colui che t'alza poi che rùi.
Io son colui che per gran tempo fosti.
Colui che paga per l'errori tui.
Ciò ch'al volere tuo fuggonsi ascosti
sfregi e insulti come dannato in pena,
perchè non sa del vin ch'ignora i mosti.
Ritorna a tua matèr che in te si scena,
pensa ciò che t'imbocca'l primo autore.
E' l'or che tua memòr ti rieda plena.
Amor artiglia lesta'l gentil core
com'aquila suol far con la sua preda,
e'l trofeo non molla pria che more.
Amor sostène e abissa sanza meda,
di luce tigne i giorni o di tempesta,
per fato questi il pasce o li depreda.
Amor da cenre dolce si ridesta
maestoso in aer come fenice,
e volando soave il mondo assesta.
Il tuo penser ch'a Lei lo svago addice,
è pellegrin che va per fioco viaggio.
Ma questo metro a te e in eterno dice :
"Ella è folle, ma in chi ne fa un oltraggio
rifiutasi di porre sua radice.
Arde non i fiacchi. Chi ha coraggio !".
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Vecchio 05-17-2010, 12:20 AM   #2
alorian
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All'interno della prossima poesia si può capire il nome della mia cara amica. Lo so che può non importare, ma è piuttosto un modo divertente per analizzare due parole. VI HO DATO UN AIUTONE! XD


Quando spente son le luci e alme, sveglia
se''n roseo albeggiar d'insonne immago;
parmi al piovoso pianto fiacca e viva,
assetata d'amor e affetto e vago
desio ch'irradia ciò che'l cor ravviva,
in la fiata che, come incantamento,
si spiaggia, nudo, su festosa riva.
Come stuol de l'audaci nauti intento
a liberare de la santa terra
ardenti, sì vegg'io quel viso e sento
umile e altero l'obbligo alla guerra
che non volge in lo fero accento'l sangue
a l'arme, ma con maggior doglia atterra.
Armato, priega e sì la speme e piangue:
"Madre delle Madri, di tua fattur
fattura, eterna morte e ciò che tangue
vita d'om quant'alte intendi le mur
che restano all'assedio del Felice,
son, imponenti e 'mpietose. Sì dur
è lo glorioso volo che si dice
esse'l miracol de la dolce vita !
E par soave modo cui s'addice
pietà beata'l piangere smarrita;
or dunque come può cor che s'infama,
fedele a lo segnor che l'ha accudita,
intonar divo canto che reclama
que l'unico convivio colmo e voto
ov'è Amor il pane onde si sfama?".
Qual fior, in pinte foglie, che di loto,
e pur ontato da cotan fanghiglia,
clarezza e purità non vende al moto
così che più resplende e al sol s'infiglia,
tal è'l ridente tuo e leggero volto
ameno e vivo e terso cui s'abbiglia
lo mondo ignaro e da buon fato colto,
ma ver, venduto e avaro e perso, Dite,
vorace e'nsoddisfatto pur s'è vòlto.
Insigne Regia quanto calma e mite
destasi fedel la face d'esse e alta
e grave e cara veste in speme vite
che lindo o lercio ogn'om eterno essalta.
Destati allor da que l'armata veglia;
in piedi, fera mostra la ribalta
del desider potente che mai inveglia.
All'alba e'n risi incanta a gui' di mago
i cuor torpìdi con un dolce "Sveglia".
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Vecchio 05-17-2010, 12:21 AM   #3
alorian
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Il seguente sonetto è una doverosa ricambio a quello scritto da un carissimo amico piemontese.

Lo sfilare sincer del vostro verso
allieta sì d'Apollo e l'onor mio
e d'aver il favore suo desìo
che d'esto brio mai fu'l cor asperso.

Saltella ancor, scodinzola riverso
nella gioia d'un sogno've voi ed io
solchiam de l'Amicizia ilar il rio
cantando e toccan lieti l'universo.

Bendetto sia gentile piemontese,
bendetta la sua terra e sua favella,
la sua Cuorgnè e l'Orco che fe' orto,

e'l bel rimar, colore al viso smorto,
in codesta loquela piana e snella
che'l vostro nome adorna e fa "cortese".



Nel mondo che non esiste
ti ritrovo accanto muta,
mi conosci invero e insiste
su la pelle che mai muta

su' calore'l tuo crudele
sguardo'n piena come un fiume,
come tale sazio in fiele,
c'ha fame eterna in lerciume.

Non fuggiasco e non distante;
pervade, permea e invade
del silenzio più'nquietante
l'intelletto mio che cade,

e qual vela prima in sosta
perchè'l vento manca e scende
quando torna va a sua posta,
al suo voler così s'accende.

M'al svegliare de la mente
chiodo al cuore stilla il vero;
così è un mondo che mi mente ?
chè il mio pegno è sì severo ?

Mai donna amai sì tanto,
ma se amar in du' si suole
in terra allora tal canto
è p'Amor che non mi vuole.

Sono un ombra al tuo passaggio,
un dettaglio che non parla,
pover om senza coraggio,
un de' tanti e la sua ciarla.

Ma se'l mondo sarà spento
sì ti priego dolce vita
donar pò del suo talento
di parlarmi a li occhi aita !
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Vecchio 05-17-2010, 12:23 AM   #4
alorian
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La prossima poesia rappresenta il racconto di un sogno affiancato da ricordi del passato.


Correvano remoti i dì trascorsi
a sognare di noi spettri banditi;
abbozzare sbiaditi in altre e torsi
di te eterni simùlacri scolpiti.
A cader nei miraggi di Menzogna
che fa del lercio petali graditi,
che fa della paur ciò che si sogna
quando al timido cuor così s'avvinghia
come serpe alla preda che s'agogna.
M'alla nube ch'annebbia e l'occhio adunghia
lasciavo lieto acerbe esitazioni,
quand'ignara graffiavi con altr'unghia.
Crogiolavasi sciolta in bee visioni
l'anima deliziata in tal dolcezza
che gonfi fa ancor l'occhi e li polmoni.
Parevi immortal ninfa in allegrezza
a custodir piacente il bel giardino
ove l'aere di mel dorate olezza,
lontana a dimorar oltre'l confino
dell'umana semenza e conoscenza
quando rosso riflette il suol marino.
Impaziente aspettavo tal scadenza,
aspettavo, osservavo, m'incantavo,
chè allor palesavi ogni parvenza.
Oh indolente mio intelletto ignavo,
giammai sì tanto ligio e attento fosti
a seguir roba fuor l'oziare pravo !
Volteggiavi su que' color esposti,
e danzavi legger con le Esperidi;
benigna coccolavi i raggi ascosti
ch'al tuo canto tacevano lor gridi,
lenti giaceano sotto coltre d'acque,
in men d'un "si" irradiavano altri lidi.
Alle mie gaudenti guance piacque
tanto'l mirar rapite il lieve passo
che pinser se di gioia e un riso nacque,
e'l cielo tacque prima del fracasso.
Ma cara è la tormenta a quel che spera
di veder coronato azzurro casso.
Poscia la pioggia e prima della sera
cignevasi il ciel di sperate tinte;
allor scendevi come ancella d'Era.
Mai d'arcobalen fur le dipinte
luci così accese e così spesse
chè mai'n morbido passo furo intinte.
Iris il traversar miri le stesse !
Quando Notte silente il mondo avvolge
nel brun mantello e suoni e l'odor tesse
e vedi a cotal vel che invano volge
la grassetta manin la bimba in spalla
a coglier chè nel creder suo s'involge
la stella esser coriandolo o farfalla
così la mia tremante ad un bagliore
che per corpo mortale in terra ha calla
tesi ansioso sì che'l suo chiarore
di sè fe' pregni lo spirito e le ossa.
D'allora della tenebra il timore
non spaventava più lo sonno e'ndossa
ogni notte'l pensiero mio le vesti
del rimembrar di quella luce grossa.
Rischiaravano il tempo quegli onesti
sussuri del re Eolo delicati
quand'esortavi l'occhio a sguardi desti
mentre alla silenziosa volta alati
s'ergevan nivei fianchi di colomba;
rifuggi Orion e l'omini affamati !
Oh beltà rara che le membra slomba
scorsa è l'era spogliata del sfiorarmi,
scappato è'l tempo del tubar che piomba
su pulsanti ven più che illustri carmi;
d'alitar che non frega questa pelle,
di coscienza ch'abbassa li gendarmi
allo sguainar dell'iride che svelle
l'anima da le carni, e mai più torna.
Non so se come Venere t'imbelle
posarti dispettosa o se t'adorna
de' suoi violetti fior la calma Malva;
intessi'l mio destin eterna Norna !
Se come Cassiepea che ogni valva
de' tuoi capei boriosa e vanitosa
pettini e non sarìa fanciulla salva.
Fermo sarìa Perseo chè qui si osa
dir che ve n'è un tra le bellezze in terra
pietosa più di quel del mare sposa.
Se' cresciuta. Ed Or la mente m'erra.
Convien ch'alcun rimedi alla disgrazia,
chè non spiego l'amar chi non afferra.
E come tal che per pazzia o grazia
raffigur dianzi imagine divina,
e rispetto e paura fa gol sazia,
rivelamisi innanzi che abbacina
sagoma in lume legger da ogni soma
onde discernea nulla pur con trina
sì che del dir si rischia Rom per toma,
così a lei di spalle fui prostrato
sudando freddo e senz'alcun idioma.
Voltossi e'l guardo offeso e fulminato
costrinsi a ritirarsi chè tal gloria
era straniera all'occhio omai inquinato.
Animose, affettuose e senza boria
posò caro le mani sul mio viso,
sicchè sconfisse ciò che'l cor fa mòria.
Guardommi e donò allo stesso un riso
e seguitando dolce a dir :"Figliuolo".
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