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Vecchio 06-19-2011, 12:25 PM   #1
delfina
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Predefinito Scene da matrimonio

È lungo ma io l'ho trovato molto simpatico

Da “Mogli, mariti e figli come so’…te li pigli” di Pierluigi Bartolomei, 49 anni, laurea in Economia e commercio, cinque figli, “romano de Roma”, figlio di un poliziotto, Gregorio, e della sora Margherita, un passato da aspirante attore cinematografico e una forte passione per il teatro


Il matrimonio di una mia amica, una storia veramente accaduta. Finalmente stava tornando nuovamente l’estate, il clima si era addomesticato e con la bella stagione i miei pensieri erano ormai andati in ferie. Una mattina, citofona il portiere che mi avvisa di una lettera in carta pergamena. Scendo e la apro insieme a mia moglie scoprendo che si trattava di una partecipazione ad un matrimonio.
“Ma proprio a noi doveva capità, chi saranno e perché ce vogliono rovinà, ma che javemo fatto de male”.
Mia moglie: “E adesso che mi metto? Non ho niente. E tu che ti metti?”.
Le rispondo: “Io ho il fresco di lana che va bene anche d’estate. Piuttosto la lista di nozze pare che stia a Roma nord mentre noi siamo a sud, bisogna sbrigasse così troviamo ancora tutto e ce la caviamo con 'na cornicetta d’argento. Altrimenti toccherà comprargli la statua del moro di Venezia o i servizi in oro zecchino”.
Nella partecipazione siamo addirittura testimoni di nozze della sposa mentre per lo sposo vengono indicati due amici carissimi, lui un ingegnere di quelli che spaccano il capello in quattro parti.

La destinazione è Subiaco, un paesino a pochi chilometri da Roma, al Sacro Speco, una delle principali mete di pellegrinaggio per tantissimi devoti. Telefono a Roberto, l’ingegnere, per mettermi d’accordo sulla partenza da Roma che si dimostra subito poco conciliante sul programma: “Dobbiamo partire alle 5,45 se vogliamo arrivare in tempo e con leggero anticipo su tutti essendo i testimoni”.
Rispondo: “Alle 5,45 di mattina? Ma non sarà un pò presto? In fondo Subiaco è a una trentina di chilometri da Roma. Mica dovemo annà a caccia”. La replica di Roberto è fulminea: “Ma sei pazzo? Devi calcolare la varianza, lo scostamento quadratico medio se proprio vuoi star tranquillo”.
Gli dico: “ Non ho capito……., che dovemo fa?”
Mi dice: “Ma Pierluigi mi meraviglio di te, possibile che non prevedi nulla, proprio nulla…e se per esempio quando arrivi al casello non hai i soldi spicci e magari a quell’ora il casellante non ha il resto? Oppure se dovessi forare una gomma e magari non sei pratico per non parlare che potresti non ricordare dov’è collocato il cric nella tua macchina, se non l’hai mai usato prima? O se per esempio subisci un tamponamento e devi fare il cid ma non ce l’hai e magari l’altro non concilia e vuole chiamare la municipale che arriva non prima di un’ora? Insomma potrebbe capitare di tutto e sono cose normali, ti assicuro”.
Gli dico: “ma lo sai che non ci avevo pensato, hai proprio ragione, forse dovremo anticipare di una mezz’ora per stare proprio tranquilli”.
Partimmo alle 5,45 puntuali ed io avevo i soldi spicci, il cid a portata di mano e i piedi sciolti e pronti ad una frenata morbida per evitare eventuali tamponamenti. Non successe nulla e alle 6,20 eravamo a Subiaco. “E mò che famo? Annamo a svejà la sposa?”.

Ci siamo addormentati in macchina fino alle 12 poi dopo una veloce sistemata eravamo in posizione, inginocchiati e con lo sguardo fisso verso l’altare aspettando l’ingresso degli sposi che non tardò ad arrivare.
Si udì dapprima la classica marcia nuziale e quindi l’ingresso dalla navata centrale dello sposo, un ufficiale di marina in alta uniforme, accompagnato dalla madre, una donna sui 75 anni con un vestito celeste di seta morbida e un cappello di colore intonato a falde larghe. Lei fiera e visibilmente commossa, cammina con scarsa sicurezza anche perché indossa un paio di scarpe con dei tacchi altissimi che probabilmente non è abituata a portare. Arrivata in prossimità dell’altare deve scendere tre scalini, particolarmente levigati e poco regolari tra loro. L’ultimo gradino le risulta fatale e all’improvviso prende un volo staccandosi dal suolo e ricadendo di peso sulla povera schiena.
Dico a mia moglie: “Manuela, è cascata la vecchia”.
Lei impietrita mi risponde: “Non ti muovere, siamo testimoni”.
Gli dico: “Ma si sarà fatta male, magari è pure morta, qui ce danno omissione de soccorso e annamo a finì pure in galera”.
Mia moglie: “Pierluigi, ti ripeto fermo, possibile non ti rendi conto? Siamo i testimoni di matrimonio”.
Io: “Siamo i testimoni di una sciagura, io vado e cerco di metterla in salvo”. Dico alla signora: “Si è fatta male?”. Mi risponde: “Mi ha visto qualcuno?”. Replico: “A Signò, ce stanno almeno 500 persone in basilica”.

La cerimonia ha il suo epilogo e gli sposi sono pronti ad uscire dalla chiesa per ricevere gli applausi di tutti gli invitati. Il picchetto d’onore è pronto e i marinai hanno innalzato le loro spade formando un tunnel entro il quale i novelli sposi devono passare così come vuole la tradizione. Alla fine del picchetto due energumeni subbiacensi pronti con dei sacchi di riso da 50 chili per “festeggiare” il matrimonio come da usanza popolare. I due poveretti vengono impallinati a tal punto da sembrare due supplì maxi farciti. Alla fine si va tutti al ristorante e qui l’ultima sorpresa.
Il papà della sposa prega i camerieri di entrare con la torta, una palazzina di 10 piani di morbidezza che viene posta al centro del tavolo nuziale. Uno dei portantini apre il tetto ma non succede nulla e allora viene scosso il baldacchino per cercare di recuperare, ma ancora nulla. A questo punto un cameriere infila una mano all’interno della torta e tira fuori con fatica due piccioni che sarebbero dovuti volare in alto provocando lo stupore dei commensali. I piccioni raggiungono invece un’altitudine piuttosto modesta, poco al di sopra delle nostre teste e si capisce guardandoli che non avevano una gran voglia di farsi il solito giretto. Erano ormai giunti al loro trecentesimo matrimonio e se avessero potuto ci avrebbero mandato tutti a quel paese.

Le feste, le tradizioni e tutto quello che c’è intorno al matrimonio non finirà mai di stupirci. Sono quelle occasioni che ti fanno parlare per altri dieci anni ed è così bello riconoscersi tra le tantissime testoline nelle famose foto di gruppo assieme alla zia Cornelia, zio Paolino, il cuginetto Franco e i nonni vestiti sempre fuori moda. Tu, lei, magari eravate gli sposi oppure come in questo caso i testimoni, più giovani di adesso. E quel pranzo che non finiva mai e non ti potevi nemmeno alzare o magari toglierti la cravatta. Riuscivi soltanto ad allentarti un po la cinta dei pantaloni dopo la sedicesima portata e con molta prudenza, di nascosto, senza essere visti. Le macchine fiammanti, lucidate per l’occasione e con il nastrino bianco fissato sull’antenna e poi tutti perfettamente in fila, guai a perdere la posizione. Peee, peeeee, pepeee, i clacson a palla e in barba ai regolamenti della strada, “siamo al matrimonio di Francesca e Peppino”. Ma c’eravamo davvero o eravamo semplici figuranti ingaggiati per la realizzazione di una scena di massa?
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