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| Durante sarà preso dall'Amore per Lisetta e si ucciderà |
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| Lisetta tornerà in vita |
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| Durante sarà preso dall'Amore per un'altra donna |
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#1 |
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Junior Member
Data Registrazione: Jun 2004
Località: (Angelia-città degli Angeli) viale Grande Reggia Imperiale,23 - Isola degli Angeli e delle Stelle
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Capitolo I
L’Amore è come un dono “ – Durante non sporgerti così sull’Arno, potresti cadere! – gridò una donna. -Madre so badare a me stesso. – rispose quello. -Hai solo nove anni, Durante. – precisò lei. -So badare a me stesso. – ripeté il figlio. - Certo, figliuolo, ma devi stare attento. Non c’è chi ti raccoglierà in questo fiume. – gli disse altezzoso il padre; poi lo lasciò da solo e si allontanò con la moglie. Il bambino guardò a lungo il fiume e poi alla sua destra. Anche una bellissima bambina dai capelli dorati e dagli occhi celesti, come quelle acque, si sporse per guardare l’Arno. Durante la fissò durevolmente notando l’abbigliamento di lei, del colore rosso come l’amore e la passione spirituale e una cinta, consoni certo ad una bambina di quell’età. Fu distratto da un uomo che strattonò la ragazzina e la sgridò per il gesto ardito. - Non si preoccupi, Messere, se cade la prendo io. – azzardò il bambino L’uomo sorrise ironico, guardò lo stemma della casata sulla parte superiore dell’abito e poi dritto negli occhi. -Ti chiami Durante? – chiese l’uomo -Si, Messere. – rispose educato il bambino. -Sei qui con Monna Gabriella? -Si, è lì con mio padre. L’uomo si raccomandò alla bambina e camminò verso i genitori di Durante. Questi sentì i parenti chiamare il padre di quella bambina con il nome di Messer Folco e pareva che si conoscessero tra loro. Il bambino guardò il suo coetaneo che gli sorrideva. -Gradirei sapere il tuo nome. – disse il maschietto dopo aver fissato, senza aver riconosciuto, lo stemma del casato di appartenenza sul cercine di lei – Io mi chiamo Durante. – e detto questo si inchinò rispettoso. -Io mi chiamo Bice della casata dei Portinari, – disse a sua volta inchinandosi. – ma mi è stato vietato di parlare con sconosciuti fiorentini. -Credo che i nostri genitori si conoscano. – e dicendo questo indicò con un cenno i tre adulti. – Dov’è tua madre? – chiese incuriosito - Mi pare di non vederla. -Non la vedrai, -rispose lei – mio padre ha rivelato che è andata a fare un viaggio lunghissimo e non sa ancora quando sarà di ritorno. -Da sola? -No, con la mia sorellina. Sarebbe dovuta nascere qualche mese fa, ma mentre giocavo nei giardini di casa, mio padre mi ha avvertito che erano partite. -Secondo me è andata via per far nascere tua sorella in un altro luogo con levatrici migliori. Bice sorrise dolcemente a Durante, ma fu subito richiamata da Messer Folco per ritornare a casa. -Spero di rivederti presto… – disse il bambino – …e fammi sapere quando tornano tua madre e tua sorella a casa: vi verrò a trovare. -Spero anch’io di poterti rivedere. La bambina si inchinò di nuovo e corse verso il genitore che la prese in braccio e la portò lontano dal ponte, sicuramente verso casa.” *** Durante fu svegliato da un servo e due servette che bussarono alla porta della camera più volte. Il giovane si girò dall’altro lato facendo finta di non aver sentito nulla; ogni volta che cadeva l’anniversario del giorno nel quale aveva incontrato quella bambina, faceva lo stesso sogno, in memoria di ciò che era avvenuto, e ogni anno ritornava sull’Arno speranzoso di rivederla. Quel giorno, però, non avrebbe avuto il tempo per andare in quel luogo. Le servette, infatti, si scusarono con il ragazzo e tirarono via le tende dalla finestra per fare entrare luce nella stanza; il servo, invece, stava preparando il necessario per far lavare Durante: quel giorno avrebbe dovuto partecipare al secondo matrimonio del padre. Monna Giovanna, detta Bella, era morta alcuni anni prima lasciandolo, quattordicenne, crescere da solo nel quartiere di S.Martino, poi nel Sesto di Porta San Pietro. -Durante, sbrigati! Monna Lapa si arrabbierà con noi se tra qualche tempo non vi troverà pronto! – disse prima ragazza togliendogli le coperte da dosso. - E’ presto, Lisetta. – disse lui assonnato, mettendosi a pancia sotto e coprendosi la testa con il cuscino di seta. -Durante, alzati! Oggi è una data importantissima! Gli invitati aspettano voi. – disse la seconda ragazza afferrandolo per mano e mettendolo miracolosamente in piedi. -Neifile, c’è tempo. – ribatté lui provando a ricadere nel letto. -Non c’è tempo, ve lo assicuro! Forza, spogliatevi e fate un bagno veloce. – lo invitò il ragazzo spingendolo verso i servizi. – Avete bisogno di me? -No, Clelio, chiama Lisetta. Ho da parlarle. Il ragazzo alzò le spalle e fece una voce alla femminetta che accorse. Durante si iniziò a spogliare per poi calarsi nell’acqua calda della conca. La ragazza arrivò e chiuse le porte. -Cosa accade? – chiese vedendolo pensieroso e preoccupato. -Ho fatto di nuovo quel sogno di Bice… - disse lui - …e ancora una volta nel giorno in cui ci conoscemmo. -Credo che voi, mio caro Durante, lo fate per semplice motivo di pensarla prima di abbandonarvi al sonno. – sentenziò lei – Da più anni continuo a ripetervelo; due settimane prima sembra che il vostro pensiero sia fisso su questa giornata e magicamente sognate quell’incontro. -Non credo alle coincidenze, Lisetta. Due settimane prima inizio a pensarci, ma penso anche prima di abbandonarmi al sonno. La incontrerò ancora? – chiese speranzoso -Ne siete innamorato a tal punto? -No, è solo curiosità la mia. – disse lui bugiardo - Mio padre mi ha destinato già ad una donna, anche se vorrei che sciogliesse l’istrumentum dotis…Ma è impossibile, lo sappiamo bene entrambi. -E se lo sciogliesse che cosa farete? -Andrò a studiare e a scrivere come Maestro Brunetto mi consigliò di fare. E amerei tutte le donne fiorentine degne di essere amate per la nobiltà e il cuore gentile. – il ragazzo guardò dall’alto in basso la servetta e azzardò - Come te, Monna Lisetta. -Durante! Vi sentisse vostro padre, Messer Alighiero…! – disse arrossendo per il piacere e il pudore e prendendo un recipiente pieno di acqua bollente. -Mi chiamerebbe Dante. Cosa che non fai per nulla al mondo. – rinfacciò lui seguendola con lo sguardo mentre quella si avvicinava con il recipiente. -Lo farei se mi fosse concesso. Voi rimanete il mio padrone…- disse versandogli il liquido nella vasca e rimettendo il contenitore per terra. -E tu la mia amante. – disse lui afferrandola per un braccio e avvicinando il viso di lei al suo. -Durante giammai qui. – sussurrò lei guardandolo fisso negli occhi. – Vostro padre non… -Lisetta, - la fermò lui - ti confonderei per una donna di buoni costumi se avessi un vestito consono alla mente e al cuor gentile che, invece, possiedi da tempo. Perfino mio padre non avrebbe da difendere la casata di Manetto Donati; Corso fu grande ed importante, ma già finanziariamente decaduto e piuttosto lontano dall’interessante e attiva vita politica. Nessuna fra queste sarà mai nobile e antica quanto la mia discendenza: il nome del popolo romano che fu portato da Cacciaguida, mio trisavolo, di Alighiero I, Bellincione e Bello. E sono destinato all’alloro, secondo il sogno di mia madre. Anche tu sei d’importante casata… -Casata antica e deceduta nel fiore del suo splendore. I miei trisavoli ci hanno lasciato con poco e i miei furono venduti indegni di appartenere a codesta. – disse lei sciogliendosi dalla presa – Basta continuare a sognare… ma sarò solo una servetta. -…E la mia amante – ripeté con tono basso Durante. -Amen, Durante. – disse sorridendo lei per avergli, un’altra volta, “disubbidito”. Il ragazzo sorrise e la baciò timidamente. Quindi si alzò dalla conca e fu coperto con panni di seta grezza dalla ragazza. Dopo essersi asciugato e vestito con abiti adeguati alla cerimonia del padre, scese nel cortile della casa e vi incontrò alcuni degli invitati alle nozze. Come dovere, li salutò uno ad uno inchinandosi e baciando la mano di tutte le donne presenti, ma con un velo di superiorità. Lui era l’altezzoso Dante di Alighiero degli Alighieri. Riservato e schivo, polemico e fermamente credente nelle sue idee, inavvicinabile nei momenti di creatività della sua vita. Amico di pochi che, come lui, si dedicavano alla scrittura. Quello stesso anno, infatti, aveva conosciuto alcuni suoi coetanei amanti del suo stesso hobby: Guido dei Cavalcanti, Lapo Gianni e Cino da Pistoia; con loro aveva “aperto” un circolo di scritti poetici da dedicare alle donne che apostrofavano come la più belle e le più nobili di cuore e con i primi due nominati era diventato perfino amico intimo. E quel giorno non potevano certo mancare entrambi. Dante fu invitato da un ragazzo dai capelli biondi e dagli occhi di castani a raggiungerlo sotto il grosso ciliegio del cortile mentre che discuteva abbastanza superbamente su alcuni tratti della politica di Firenze che in quel tempo, secondo il piccolo scrittore, si stava lasciando andare troppo nell’ozio e nella corruzione. Quel ragazzo, ad ogni modo, era l’amico Guido. Un altro, invece, dai capelli castani e occhi di altrettanto colore, gli sorrise e l’abbracciò festoso e Dante fece altrettanto trovandosi tra i suoi amici più cari. Questi, infatti, non era altri che Lapo. Durante fu subito informato sugli spostamenti di entrambi e seppe che Lapo era stato per poco tempo fermo a Rimini per degli studi che avrebbe poi dovuto seguire a Bologna. -Guido ed io conosciamo il fratello del signore di Rimini. – disse subito Dante – E’ stato qui un anno fa come capitano del popolo fiorentino. Lapo lo guardò subito molto tristemente e già diceva agli amici di sedersi sotto il ciliegio. Durante e Gianni sgranarono gli occhi preoccupati e non si sedettero finché l’altro non prese l’iniziativa. -Dante, Guido, conoscete Paolo e Gian Ciotto Malatesta? – chiese Lapo. -Certo. te l’abbiamo detto, li conosciamo entrambi. – risposero subito. -E conoscete anche Francesca della casata di Guido da Polenta? -Vorrei non sbagliare: è la moglie di Gian Ciotto Malatesta. Ma cos’è? Che accadde a questi personaggi? – invitò a raccontare Guido stuzzicato da ciò che l’amico tentava di nascondergli. -Quando sono stato a Rimini, – iniziò a raccontare Lapo – ho subito notato una schiera enorme di cittadini che seguiva un carro come in una lunga processione. Mi sono avvicinato per chiedere spiegazioni ed ho saputo che Francesca da Polenta e Paolo Malatesta erano morti uccisi probabilmente da Gian Ciotto. Non ritenendo possibile una tal cosa, mi sono fatto raccontare gli episodi come accaddero. Ebbene, un giorno, essendo Gian Ciotto fuori Rimini, Paolo e Francesca per svago, da soli, iniziarono la lettura del libro di Galeotto su Lancillotto e Ginevra. Solo un passo, però, li rese dannati: quello nel quale, Lancillotto, pieno di passione, baciò l’amata Ginevra. E fu così che, con garbo, Paolo si voltò verso Francesca e la baciò timidamente. Da allora non sono più andati avanti nella lettura… -Biricchini… - sussurrò Guido mentre Dante, al suono di quelle parole, arrossiva – …Dante che accade? Mai ti ho visto così di colore! – esclamò ridendo. -…Cose di poco conto. Non sono da raccontarsi in ogni caso qui. A tempo debito… - si fermò un attimo a guardare Lisetta uscire dalla casa per servire alcuni invitati - …saprete ogni cosa. Guido guardò nella stessa direzione di Durante e sorse l’oggetto degno di tanta ammirazione da parte dell’amico; era una giovane, probabilmente non fiorentina, dalla carnagione olivastra, con capelli di color corvino e due meravigliosi e penetranti occhi neri. Abbastanza slanciata, ma dalle accentuate curve, era coperta da un vestito dell’epoca e del luogo. Guido guardò Dante e sorrise malizioso. -Che graziosa servetta quella vestita di blu e verde! E’ da poco nella tua casa, Dante? – lo stuzzicò Guido capendo in parte ciò che l’amico non voleva rivelare. -Si, qualche settimana. – rispose con aria di sufficienza. -Ti ci sei legato molto in così poco tempo? – continuò Guido. -Perché mi chiedi queste cose? Io? Con una servetta? Cosa vai ragionando! -Allora è come pensavo… -Perché? Cosa hai sbagliato? -Ti sei innamorato di quella servetta – dichiarò sottovoce Guido come in una sentenza. -Innamorato io? -Suvvia Durante! Non essere misterioso come tuo solito: siamo tra amici! Narra: hai già steso per lei? – chiese incuriosito e preso Lapo. -…qualcosina… -ammise Durante continuando ad arrossire. -Lo sapevo! – esclamò entusiasta Guido – Ormai conosco il signorino troppo bene per sbagliarmi sul suo conto… -Siamo tra amici e ve lo dico: ho avuto una notte con il lei. – rivelò Durante. -Quando è accaduto? – continuò a chiedere Lapo. -La notte tra il primo e il secondo di Maggio -Biricchini… - disse di nuovo sorridendo Guido. -Mi avete convinto… - Durante arrossì visibilmente - …meglio non raccontare nulla più di questa storia. -No, no! Giammai! Ho voglia di ascoltare tutto… e non badare al figlio di Cavalcante, non sa neanche quello che dice! – esclamò Lapo – Ti ho perfino raccontato la storia di Paolo Malatesta! -Te la racconterò. Era notte ed ero calato in giardino a causa della calura notturna. In particolare stavo scendendo verso l’Arno così da schiarirmi le idee e scrivere qualcosa riguardo le donne e la notte. Ma quando vi arrivai, fui subito catturato da tanta bellezza di una giovane seduta nell’atto di togliersi gli abiti per poi scendere piano nelle acque e bagnarsi in quel fiume che è stato portatore di tanto dolore per lunghi nove anni. Al chiarore della luna piena di quella notte vedevo lei muoversi sinuosa; ma solo quando uscì, poco dopo, dalle acque, mi avvicinai a lei. Mi presentai subito dedicandole dolci versi. Fu ammaliata, come ella dice, da così tanta loquacità e quando mi chiese di aiutarla a vestirsi, non potetti più trattenermi dall’avvicinarmi a quella donna… -E Messer Alighiero? –chiese Lapo. -Non sa nulla, altrimenti non sarei qui già da tempo. –rispose Durante. -Come si chiama? – chiese Guido. Ma per Durante non ci fu tempo per rispondere a questa domanda, che la ragazza cadde a terra come trafitta da una spada invisibile. Il ragazzo si precipitò da lei tenendole la mano e scostandole i capelli dal viso. Anche una ragazza sopraggiunse in quel momento; aveva i capelli lisci e castano chiari che incorniciavano un viso roseo e occhi azzurrissimi, non molto longilinea, ma alquanto piacevole a vedersi che infondeva gioia e vitalità a chi l’ incontrava e, sicuramente, amore. Questa, toccando prima la mano e poi la fronte della giovane svenuta, fu colta da grande stupore. -Ha una febbre altissima! – esclamò quella. -Cosa fare? La prego Madonna, mi risponda! – supplicò Durante molto preoccupato. -Non qui, portatela cortesemente dentro la vostra casa e poggiatela su di un letto. – Durante la afferrò tra le braccia e corse deponendola delicatamente nella sua stanza – Copritela con tutte le coperte che avete a disposizione – continuò lei appena giunta nella stanza e seguita dagli amici di Durante – e fatevi portare una conca con acqua gelata dell’Arno. Durante ordinò questo a Clelio che prese un recipiente e corse al fiume fiorentino. Alighiero, intanto, aveva sentito molto frastuono tra le pareti di casa ed era salito in camera del figlio. Vedendo questi per mano con una serva, andò su tutte le furie ed entrò sgridandolo per il gesto ardito. -Padre mio, è colta da una febbre troppo alta! Bisogna che la si curi immediatamente! – azzardò Durante quasi piangente, ma con accentuata sfacciataggine. -Giammai. E’ una serva, Dante, è solo una serva. Toglila dal letto tuo, figliolo e ricorda la tua nobile casata. -Anche lei è di nobile casata! – replicò il ragazzo. -Non ammetto discussioni sulle mie parole. – disse altezzoso il padre. -Mia madre Bella non avrebbe difeso la vita di questa giovane? -Tra qualche ora sposerò Lapa di Chiarissimo Cialuffi, Dante… -Che non sarà mai mia madre. – lo interruppe lui. -Perdonatemi Messer Alighiero, - interruppe prontamente la ragazza - credo che vostro figlio si sia affezionato molto a questa giovane. Dalle parole udite, potrebbe davvero essere nobile. Se non la curassimo e fosse davvero così, avreste da pagare grossa somma a Firenze e grande peccato agli occhi di Dio. Se, invece, seguiamo il consiglio suggerito da vostro figlio, potremmo dire di aver salvato una nobile e, in altro caso, saremmo meritevoli agli occhi dell’Onnipotente. Non trovate che questo sia ragionamento esatto? -Monna Gemma, vi avverto: se non riuscirete a curarla avrete da pagare un servo alla nostra casata. – sentenziò Alighiero – Per quanto riguarda te, non sentirò più volare parole simili a quelle che ho udite oggi. Ci siamo capiti, Dante? -Certo, padre. Grazie. Alighiero uscì dalla stanza e Durante guadò ammirato la ragazza che aveva parlato al padre con tanta loquacità e convinzione. -Dante mio, te la sei vista proprio brutta! – esclamò Guido. -E ora che accade a questa fanciulla? – chiese Lapo. -La prego, Madonna, mi dica: vivrà? – domandò Durante quasi pregandola di salvarla – E’ già successo in due settimane che svenisse più volte… E’ davvero tanto grave? -Messer Durante, - iniziò lei afflitta – poco ho studiato sulla medicina. So per certo che una febbre del genere potrebbe anche salvare questa giovane, ma non il bambino che nutre attraverso il suo corpo. -Cosa? Un bambino? – domandò Dante tra lo stupito e l’agitato – Dentro di sé giace un figlio? -Metterò in atto tutto quello che ho studiato per farvi felice, – disse lei sorridendo appena – spero di riuscire nel mio intento. -Madonna… - chiese con un velo di timore - mi è concesso conoscere il vostro nome? -Il mio nome altri non è che quello rispondente a Gemma di Manetto Donati. – disse lei con tono pacato. -Messer Dante, eccovi l’acqua fredda! – disse Clelio entrando con il fiatone per la corsa. -Per cortesia, Messere, mi lasci da sola con questa giovine finché non potrò darvi notizie di lei. – chiese invitandolo ad uscire dalla stanza. Durante guardò la ragazza davanti a sé e annuì spingendo i suoi amici verso il cortile della casa. E fu così che, preoccupato e triste, si avviò alla cerimonia del padre e poi al pranzo di nozze. La chiesa di Santa Maria Sopra Porta era gremita di gente, ma tra esse sembrava mancasse qualcuno e Dante avvertì un senso di vuoto interiore; subito si diede risposta credendo che il vuoto appartenesse a Lisetta, lasciata nel suo letto, abbandonata da lui a combattere contro una malattia allora così grave e ancora di più sembrava disturbarlo che il figlio, che aveva avuto da quella giovane donna, sarebbe morto. Iniziò a pregare Dio, la Madonna ed i Santi di concedergli una grazia che neanche lui, nonostante tutto, conosceva. Per la cerimonia, com’era usanza a Firenze, si festeggiò nella sua casa. Il suo animo, però, era visibilmente turbato. Non poteva salire in camera né lasciare gli invitati; quando ad un tratto, sentì dietro di sé una voce che rese il suo animo più sollevato da quell’inquietudine che lo turbava da quella mattina: dal padre gli fu presentato un uomo, che portava il nome di Messer Folco. -Messere, - disse Dante – sono onorato di conoscervi. -Caro Durante, ti conobbi quando già avevi nove anni e non credo tu ti ricordi di me. E’ passato molto tempo. – disse l’uomo sorridendo. -Oh, no, invece. Ho presente il momento nel quale ci conoscemmo. Eravamo sull’Arno e c’era anche vostra figlia. – disse lui ricordando il sogno della sera. -Certo, Bice. La conoscesti? – chiese lui incuriosito. -Ricordo che era vestita con drappi rosse e dorate, aveva i capelli lunghi e biondi e un paio di occhi colore mare. – rispose Dante in modo vago. -Mi dispiace che non sia venuta, non ti avrebbe negato il suo saluto, ma di certo la rivedrai: gira spesso Firenze con tante Madonne attorno e, gli uomini che la mirano, la chiamano Beatrice. – disse fiero lui di tanta simpatia verso la figlia - Piuttosto mi sembri turbato: ti crucci per la sua assenza? -Mio padre mi promise ad altra donna, – disse lui con un filo di voce – ma Bice resta nel mio cuore come bellissima e gentilissima Madonna alla quale non nego tanto simpatico affetto. -Domani sarà il suo compleanno – interruppe il discorso Alighiero – Potreste restare con noi la giornata. -Domani sarà impossibile: – rispose Folco – sarò fuori Firenze per alcuni affari. Ma accetterò di certo un altro vostro invito quando se ne presenterà l’occasione. In quel momento Gemma e un uomo si presentarono alla vista di Dante e degli altri invitati. Il giovane si scusò immediatamente con Folco e si diresse velocemente verso i due personaggi. Rimase per un secondo a fissarli speranzoso di buone notizie. -Messer Durante, - cominciò la ragazza - questi accanto a me è mio cugino Francesco delle Cascate ed è un medico; l’ho chiamato perché quella giovine non s’era ripresa in nessuno dei modi ch’io conoscevo. -Ora come sta, Madonna? – la interruppe Dante. -E’ sveglia, ma non è reattiva alquanto. Non sappiamo quanto ancora potrà resistere in queste condizioni. – sentenziò il medico dispiaciuto. -Non c’è più niente da fare? – chiese lui con un filo di voce. -Restatele molto vicino. – disse Gemma – Apprezzerà il vostro gesto e se ne andrà contenta. E non piangete, vi prego, ma salutatela con un sorriso: sarà il miglior modo per farle intraprendere la strada verso Dio che l’attende. - Quello che affermate è impossibile: - sentenziò borioso e arrabbiato in lacrime - Lisetta non morrà. Così dicendo, perciò, s’incamminò verso la sua camera da letto tremante e incredulo delle parole dette da Gemma, mentre sperava che tutto quello fosse solo uno scherzo o un sogno dal quale avrebbe voluto svegliarsi in fretta. Aprì piano la porta accostata e vide Lisetta immobile nel letto. In quel momento avrebbe voluto piangere o, quanto meno, versare una lacrima, ma si ricordò le parole di Gemma a proposito dei suoi sentimenti e si trattenne. -Lisetta… - sussurrò con la voce rotta dal pianto avvicinandosi piano al letto -…Lisetta, come stai? -Durante… - pronunciò con un filo di voce. -Non parlare! – disse quello preoccupato prendendole la mano e carezzandole i capelli – Risparmia le forze per guarire. Perché guarirai…vero? -Durante, io vi devo dire una cosa importante… - disse sofferente. -Lo so già: sono padre di una nostra creatura. – la anticipò lui sorridente, ma con gli occhi pieni di lacrime – Ma tu devi farcela! Dirò tutto a mio padre, gli dirò che ci vogliamo bene, che vogliamo stare insieme, che abbiamo una creatura da crescere… -No, Durante. –disse lei interrompendolo - Gli direte che volete sposare Gemma: è una brava donna; sarà un’ottima madre per i vostri figli e una perfetta moglie per voi… -No, tu sarai mia moglie! – esclamò Dante arrabbiato per quelle parole e interrompendola a sua volta. -Durante, voi vi sposerete con Gemma e avrete più di un figlio con lei, ma per quanto questa donna vi ami, né Gemma né io saremo le donne da voi adorate quanto una sola, che vi catturerà il cuore. Ed è una donna che già conoscete e che già segretamente amate. Dante ci pensò attento e con razionalità e, sgranando gli occhi sorpreso e incredulo a quelle parole, non gli venne in mente altre che la ragazza che turbava i suoi sogni da nove anni. -…Bice… ?- chiese in un soffio. -Non mi è concesso dirvi altro…. Devo andare… -NO! NON MI LASCIARE! - esclamò lui -Ti amo… Dante… E dette queste parole cadde in un sonno profondissimo, dal quale non si sarebbe svegliata mai più.
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Capitolo II
Il sogno profetico dell’Amore Dante rimase a lungo seduto nella Chiesa a piangere. Era il ventitré Maggio, giorno del suo diciottesimo compleanno. Mai avrebbe pensato che nella sua gioventù sarebbe capitato di nuovo di dover soffrire così tanto per la perdita di una persona a lui tanto cara come Lisetta. E pregava e piangeva; pregava per Lisetta e chiedeva a Dio e alla Madonna di aiutarlo a superare questo momento difficile; e piangeva perché si sentiva un po’ più solo nel mondo. Ed era così assorto nei suoi pensieri che non sentì minimamente dei passi nella Chiesa né dell’avvicinarsi di una persona a lui. Solo, perciò, quando questa gli toccò delicatamente la spalla, egli, ancora piangente, si accorse di una presenza e si voltò verso questa. -Messere Durante, mi dispiace, non era mia intenzione disturbarvi… - si scusò lei timorosa sedendosi accanto a lui. -Monna Gemma… - sussurrò lui – perché siete qui? -Messere…- iniziò lei piano - non potevo lasciarvi solo: non era giusto. Voi… non meritate queste sofferenze così grandi. -Che sapete voi di me per dire questo?- chiese lui arrabbiato – Ditemi perché volete aiutarmi. Gemma non rispose; preferì, infatti, far incrociare i loro sguardi per qualche attimo e abbassare gli occhi. Poi, gli prese una mano, gliela carezzò e tornò a fissarlo. Durante si stupì un po’ dell’atteggiamento di quella donna che aveva davanti e questo trasparì nella sua espressione. Quella, dal canto suo, mentre con una mano teneva quella dell’uomo, mise l’altra sul petto di lui, che, sussultando per il gesto, d’istinto gliela prese, ma non la scostò; e dopo aver osservato l’intreccio di mani creatosi tra lui e Gemma, riprese a guardarla negli occhi aspettando che parlasse, ma vide che, in realtà, ella stava sorridendo. -Vedete…? Se voi imparaste ad ascoltare di più il vostro cuore, Messere, - disse lei dolcemente – riuscireste a comprendere tutto quello che la parte razionale non riesce a spiegare. E tutte le risposte, che sono dettate da qui, – disse premendogli poco sul petto – non sono mai sbagliate. -Cosa voi dite? -Dico, Messer Durante, che voi pensate troppo al fatto in sé e non alle spiegazioni che vi sono dietro ad esso. Sono nascoste, razionalmente incomprensibili…eppure, da qualche parte, lì dentro, ci sono. Perché Lisetta è salita verso il cielo? Ve lo siete mai chiesto? -Perché è stata colta da una forte febbre… -Messere, – disse sorridente – avete risposto secondo la vostra parte razionale, ancora. Provate,invece, a rispondere da qui: – premette di nuovo il suo petto e Dante sussultò di nuovo – fate un respiro profondo… - aspettò che quello si mettesse a suo agio e lo facesse - …di nuovo – attese di nuovo -…chiudete gli occhi e concentratevi un attimo… - solo dopo poco che questi aveva fatto ciò che ella chiedeva, domandò – Perché Lisetta è salita verso il cielo? Durante ci pensò a lungo, ma , solo quando fu pronto, riaprì gli occhi di scatto e guardò Gemma. -…Perché non era lei la donna che amerò nella mia vita… - disse in un soffio. Gemma gli sorrise molto dolcemente e Dante rimase affascinato da quello sguardo. -Adesso pregate per lei, Messer Durante, e poi uscite da qui. E’ il giorno del vostro compleanno, non dovete abbattervi in questo modo. – e, salutandolo con una mano, fece per andarsene. -Madonna…? – la chiamò lui - …Potreste avvicinarvi? -Ma certo… - disse lei sorridendo. Dante si alzò in piedi e prendendola, la tirò a sé abbracciandola con tutta la gratitudine che nutriva per lei. Questa rimase un pochino interdetta, ma subito dopo l’abbracciò anche lei con tutta la dolcezza e la solarità che era capace di trasmettere agli altri e che arrivarono all’oramai sollevato cuore di Dante. -Devo andare ora, Messere… – si staccò lei e diresse il suo sguardo in direzione di altre donne, sue accompagnatrici. -Spero di incontrarvi ancora. – e, dicendo questo, le baciò la mano. Lei sorrise e, allontanandosi piano, raggiunse le altre che si trattenevano dall’ilarità della situazione perché erano nella casa di Dio, ma certo non l’avrebbero fatto in altro luogo. Dante la vide uscire e si sedette per l’ultima volta a pregare. Questa volta, però, i suoi occhi non erano pieni di lacrime; erano allegri, perché avevano capito una parte di un mistero di Dio incomprensibile quale la morte. E dopo aver ringraziato il Signore per i bei momenti trascorsi con Lisetta e quella stessa per avergli dato la possibilità di capire, uscì dalla Chiesa e sorridendo si avviò verso casa correndo. Pensò alle parole di Lisetta su Bice e decise che avrebbe scritto qualcosa in onore di quella donna. Così, quando fu a casa, prese tutto ciò che gli era necessario e si chiuse in camera. Pensò e ripensò a quella giornata e al volto della bambina che aveva incontrato nove anni prima; subito il cuore gli ricordò gli effetti che la vista di quella gli aveva procurato. E iniziò a scrivere una lettera. “Carissimo primo amico tra tutti i miei, giunto a casa dopo essermi soffermato in Chiesa, riesco ad aprire la mia mente verso un orizzonte nuovo. Una donna gentile mi ha aiutato a capire che in realtà niente desidero quanto una sola donna, detta dagli uomini che non la conoscono, Beatrice, colei che porta beatitudine. Quando la vidi per la prima volta, lo spirito della vita che risiede nel cuore, cominciò a tremare, trasmettendo i suoi tremori nelle arterie fino ai più piccoli battiti dei polsi e tremando mi disse: <<Ecce deus fortior me, qui veniens dominabantur mihi.>> Contemporaneamente, lo spirito animale, che presiede alla vita sensitiva e dimora nel cervello, cominciò a meravigliarsi molto e, rivolgendosi alla facoltà della vista, disse: <<Apparuit iam beatitudo vestra.>> Anche lo spirito naturale che risiede nel fegato, dove si elabora l’assimilazione del cibo, cominciò a piangere, e piangendo disse queste parole: <<Heu miser, quia frequenter impeditus ero deincenps.>> Dal quel momento Amore cominciò a signoreggiare la mia anima, ordinandomi di cercare quell’angiola giovanissima, per contemplare i suoi portamenti, che erano tali che di lei si poteva dire quella frase di Omero: <<Ella non pareva figliola di uomo mortale, ma di un dio.>> Sebbene l’immagine di Beatrice, sempre presente in me, spingesse Amore a diventare baldanzoso e a dominarmi, tuttavia essa era cosa alta, nobile e pura che non permise mai ad Amore di signoreggiarmi, senza il consiglio della ragione, nella mia vita morale. E solo durante una giornata, permettevo che Amore mi dettasse la via da percorrere, fino al luogo dove una volta l’avevo vista, ma mai più incontrata. E poiché parlare di passioni e azioni giovanili può sembrare favoloso, mi asterrò dal parlarvene e trascurando molti ricordi che si potrebbero ricavare dall’esemplare, cioè dal libro della memoria, da cui si ricavano questi che ho detto, parlerò soltanto dei ricordi che sono scritti nella memoria di questa mattina. Una donna gentile, infatti, ha fatto sì che Amore mi signoreggiasse anche quest’oggi per dare spiegazione agli eventi ai quali il cervello non riesce a darne. E ho capito di non essere tanto degno di Lisetta, quanto di Beatrice che sarà per me sempre la mia Madonna amata. Vostro, Dante. “ Entusiasta di tutto ciò, scese da casa e si recò alla vicina casa dell’amico Cavalcanti. Si presentò ai servi, ma chiese di non farsi annunciare e, piuttosto, di consegnargli quello che aveva scritto per lui. Si avviò, perciò, a girare per la città non essendo turbato più da nulla e, non sa per quale motivo, il corpo lo diresse verso il battistero di S. Giovanni, dove fu battezzato da sua madre Bella e suo padre Alighiero, ora partito con la seconda moglie verso Siena secondo richiesta di quest’ultima. Si erano già fatte le tre mentre svoltava per arrivare nella piazza, quando Beatrice gli apparve una seconda volta, vestita di colore bianchissimo, simbolo di purezza, in mezzo a due donne gentili, più anziane di lei, che Dante riconobbe come Monna Vanna e Monna Lagia, coloro che cioè, avevano catturato il cuore di Guido e Lapo. Passando per una via, la donna volse gli occhi suoi celesti verso la parte in cui si trovava Dante e, per la sua ineffabile cortesia, lo salutò con una dolcezza e una grazia di tale potenza che gli parve di attingere al colmo della beatitudine. -Messere Durante degli Alighieri, – iniziò lei – vi porgo il mio fugace saluto. – e andò via, continuandolo a guardare per qualche istante. Egli fu preso da tremolio, si arrossò alquanto in viso e non ebbe la forza di risponderle mentre si allontanava; si preoccupava piuttosto, di guardarla, ammaliato da tanta bellezza e graziosità. Non appena la vide lontana, si appoggiò al muro con fatica; l’Amore, l’aveva preso a tal punto che non riusciva a ordinare alla mente di mettere in atto ciò che i sensi chiedevano. Solo quando richiuse gli occhi e respirò a lungo e profondamente, riuscì a calmarsi. Al suono di quella voce, infatti, aveva provato tanta dolcezza che, come inebriato, si allontanò il più velocemente possibile dalla gente attorno per assaporare in solitudine tutta la gioia da cui si sentiva inondato. Corse verso casa nuovamente e verso la sua stanza, dove andò a rifugiarsi. Si gettò immediatamente sul letto, si mise a ridere contento, afferrò il cuscino e immaginò nuovamente la scena. E così, si addormentò col pensiero rivolto a Beatrice. Mentre dormiva, però, ebbe un’altra visione. Gli parve di vedere dentro una nuvola rossastra la figura di un signore dall’ aspetto pauroso, ma dal volto mirabilmente lieto. Era Amore. Egli diceva molte cose a Dante, ma questi ne capiva poche, tra le quali queste parole: <<Ego dominus tuus.>> Tra le braccia possedeva Beatrice nuda e dormiente, avvolta in un drappo leggero colore rosso sangue, come la veste della prima apparizione, e in mano stringeva una cosa ardente che mostrava a Dante dicendogli: <<Vide cor tuum.>> Quindi, svegliando Beatrice, le faceva mangiare, nonostante la sua riluttanza, il cuore di Dante; la sua letizia si trasformava in amarissimo pianto e così piangendo, stringeva Beatrice tra le braccia e con lei se ne andava verso il cielo. Dante provò grande angoscia al dissolversi della visione che si svegliò e notò che erano già le nove di sera. Ancora sotto forte impressione di ciò che aveva visto, decise di comporre un sonetto e di mandarlo a molti famosi trovatori di quel tempo, pregandoli che, nelle loro qualità di fedeli d’Amore, gli spiegassero il significato della visione che aveva avuto nel sonno. Chiamò, quindi, Clelio e gli disse di girare Firenze con quella lettera quella notte stessa, pregando gli innamorati cortesi di rispondere e scusandosi dell’ora tarda. Il servo si avviò veloce verso tutti quelli indicati da Dante che preoccupato, non dormì nell’attesa e per la paura di una visione simile. Ma quella notte, nessuno gli seppe dare un’indicazione precisa. Quello che, però, più si avvicinò fu un sonetto di Guido. “ Vedeste, al mio parere, onne valore e tutto gioco e quanto bene om sente, se foste in prova del segnor valente che segnoreggia il mondo de l'onore, poi vive in parte dove noia more, e tien ragion nel cassar de la mente; sì va soave per sonno a la gente, che 'l cor ne porta senza far dolore. Di voi lo core ne portò, veggendo che vostra donna la morte cadea: nodriala dello cor, di ciò temendo. Quando v'apparve che se 'n gia dolendo, fu 'l dolce sonno ch'allor si compiea, ché 'l su' contraro lo venìa vincendo.” Leggendolo, Dante sentì che la calma un poco gli stava circondando il cuore. La stessa sensazione, ricordò, che quella mattina l’aveva provata dopo le parole di Gemma. Era oramai troppo tardi per mandarle un messaggio e decise che il giorno dopo sarebbe passato per la sua casa per cercarla e chiederle aiuto. E decisa questa cosa, il sonno lo vinse di nuovo e dormì più serenamente. *** Dante, l’indomani, si svegliò piuttosto di buon umore, già sapiente di ciò che quella mattina avrebbe dovuto fare. Innanzitutto si diresse verso casa di Manetto Donati, dove, parlando con alcune delle dame di Gemma, gli vennero indicati più luoghi nei quali quella si poteva trovare insieme ad alcune Madonne che, quella mattina, si erano decise a passeggiare per Firenze. Girò l’intero centro della città per più di cinque ore per percorrere tutti i luoghi dove era possibile che la ragazza fosse stata e s’ingegnò alquanto per provare a percorrere le possibili strade fatte. Solo quando furono le quattro del pomeriggio, decise, irritato dalla fallita ricerca, di passare per il ponte dell’Arno per riposarsi su una delle sue sponde. Ma accadde che, mentre camminava sentì delle donne ridere e, avvicinatosi che fu al luogo da cui provenivano le voci, le vide tutte sedute in un semicerchio disposte su di un lato del ponte al centro delle quali scorse proprio colei che stava cercando: Gemma. Pieno di gioia nell’averla trovata, corse verso quelle. -Madonna Gemma! – gridò lui mentre quella si voltò verso la voce. -Messer Durante, - disse vedendolo arrivare – vi porgo il saluto mio e di queste Madonne. -Ho da parlarvi. –disse lui badando di più a ciò che doveva dire – E’ molto importante. -Certamente, allontaniamoci un poco. Mentre i due facevano ciò, le altre Madonne parlavano tra di loro e ridevano; ma, distaccati che furono da quelle, Gemma parlò per prima, senza la vergogna per il comportamento delle donne con le quali si trovava. –Messer Dante, volevate parlare? -Si, vi ho a lungo cercata. Sono per Firenze da questa mattina. -E come mai se posso chiederlo? -E’ per questo: ho da parlarvi. Ho fatto un sogno e non so dare ancora nessuna spiegazione, né coloro che io ritengo in grado di farlo, perché non usano la parte razionale, vi sono riusciti. Madonna, è molto se chiedo di interpretarlo? -Messere… - disse lei sorridendo- parlatemi del vostro sogno. -Ho sognato Amore in una nube rossastra che aveva un aspetto alquanto pauroso, ma un volto piacevolmente lieto. Egli teneva in mano il mio cuore che ardeva e tra le braccia una Madonna addormentata, avvolta solo in un drappo rosso. Poi, la svegliava con modi umili e dimessi e la nutriva, mentre era lei dubitosa, con questo cuore ardente e, piangente, volava, allontanandosi, verso il cielo. -Potrei conoscere il nome della Madonna del vostro sogno? - chiese un po’ incuriosita. -E’ semplicemente colei che porta, per alcuni, il nome di Beatrice. – rispose lui vago. -Mi ha raccontato di avervi incontrato ieri nel pomeriggio durante queste ore. –raccontò lei divertita. -Voi conoscete Bice? – chiese lui stupito. -Certo. Sono una delle Madonne con le quali spesso passeggia per Firenze, insieme alle altre con le quali mi avete trovato. Oggi non è qui, aveva avuto dei cerchi alla testa per la calura ed è rimasta a casa. Se volete potremmo andare a trovarla. -Questo mi farebbe piacere, ma ho bisogno prima di conoscere il sogno su di lei. -Vi dirò tutto quello che ho capito: credo di conoscerne la spiegazione. Innanzitutto Amore era pauroso e aveva un volto lieto perché è croce e delizia dell’uomo allo stesso tempo: croce per il tormento e la passione che ispira; delizia per la gioia immensa di cui inonda l’animo. Il cuore che mangia Bice è ardente come il drappo, ma di questo non vi saprei spiegare… -Se vi dicessi che questo drappo è della stessa fattispecie della prima volta che l’ho vista? Ricordo che aveva proprio un vestito dello stesso colore. -Vi direi che preannuncia che l’Amore colpirà il vostro cuore e quello di Bice. -Ma perché questa Madonna è dubitosa nel mangiarlo? -Credo lo sia perché promessa ad altro uomo e voi ad altra donna. Forse non vuole amarvi per non mancare rispetto a colui che sarà suo marito tra qualche tempo. Ma Amore piange e credo lo faccia perché tra voi ci saranno alcune incomprensioni che, interpreto, porteranno Bice lontano da voi. -E’ questo il sogno? E’ questa la sua interpretazione? Bice ed io saremo innamorati l’uno dell’altra? – disse Dante contento. -Si, Messere… Ma non ebbe il tempo di parlare ancora che Dante la abbracciò ancora come aveva fatto la mattina precedente e lei, più preoccupata, si sciolse. -…Vi prego, però, di non dimenticare la seconda parte del sogno… - disse lei premurosa. -Non la dimenticherò. Portate i saluti a tutte le Madonne con voi. Dante si allontanò da lei che rimase a guardarlo mentre si allontanava. La donna raggiunse quindi le altre donne che stavano continuando a ridere e la fissavano in attesa di qualche parola a riguardo delle confessioni di Dante. -Monna Gemma – chiese una di loro- cos’è ciò che quell’uomo aveva da chiedere con tanta urgenza e sottrarvi da noi? -Nulla di tanto importante. –rispose lei altezzosa. -E perché vi abbracciato? – chiese un’altra. -E’ innamorato di voi, Madonna? – domandò una terza. -Potrebbe essere. – rispose educata parando il colpo. -Qual è il suo nome?- chiese la Madonna che aveva parlato per ultima. -Si chiama Durante di Alighiero degli Alighieri. Ma vi prego, Monna Lella; finite il racconto che stavate narrando prima che io fossi chiamata via da quell’uomo. – disse lei cambiando discorso. Le donne capirono che Gemma non aveva voglia e comunque non intendeva raccontare loro ciò che lei e Dante si erano detti e così, la ragazza che era stata nominata sorrise e continuò a raccontare uno dei suoi episodi con un uomo che suscitava grande riso tra quelle. Ma Gemma rideva senza rendersi conto del perché: era troppo preoccupata per l’amico Dante che dei racconti pomeridiani delle Madonne fiorentine. Qualche tempo dopo, però, apparve sull’Arno uno dei due ragazzi che Gemma aveva visto due giorni prima con Dante durante la festa di nozze del padre. Per questo, si scusò nuovamente con le altre donne, raccontando di voler andare a casa; in realtà, si avviò verso il ragazzo poiché sentiva il bisogno di parlare con lui. -Perdonatemi Messere, - disse lei richiamando la sua attenzione – voi conoscete il figlio di Alighiero degli Alighieri, Messere Durante? -Si, Madonna. – disse lui sorridendo – Voi… siete Monna Gemma di Manetto Donati, o sto errando? -No, avete detto il giusto. Qual è il vostro nome, se mi è concesso? -A voi, Madonna, nulla può essere tenuto all’oscuro: siete troppo bella, buona e saggia. – iniziò lui prendendole la mano e baciandogliela – Il mio nome è Guido di Cavalcante dei Cavalcanti. -E colui che era con voi quel giorno? – chiese lei guardandosi attorno. -Colui di cui parlate, era Lapo Gianni, Madonna. Purtroppo è ripartito per studi verso Parigi dove si dice si possano apprendere cose che qui non si conoscono. Ma perché mi chiedete queste cose? Perché mi chiamate? – domandò. -Non avrei voluto disturbarvi, - rispose timorosa - ma piuttosto parlarvi di Messere Durante. Sono abbastanza preoccupata per lui. -Qual è il motivo? Posso venirne a conoscenza? -Se siete suo grande amico, come credo, vi avrà narrato di certo del suo sogno… -Certo. Gli ho risposto ieri sera, ma non ho capito cosa esso stesse esattamente a significare. Per questo, ho semplicemente tranquillizzato Dante, per non dargli disturbo durante la notte. Ma voi, come lo conoscete? – domandò curioso. -Quest’oggi – raccontò lei - mi ha cercata per Firenze e, trovandomi qui, mi ha pregato di interpretarlo poiché nessuno di coloro che lui riteneva capaci, è riuscito in questo intento. -E voi avete sciolto l’enigma? – chiese sempre più curioso. -Ne ho data una mia interpretazione e credo che sia quella esatta. – rispose convinta. -Quale sarebbe? – chiese dopo poco rimanendo sempre più stupito delle parole della giovane ragazza. -Lui e Beatrice sono innamorati l’uno dell’altra. E’ questa l’interpretazione del sogno. – spiegò lei. -Tutto qui? E Dante è riuscito a comprenderlo grazie al vostro intervento? – domandò Guido strabiliato. -Si. – rispose lei -Cosa c’è che vi turba? -C’è una parte del sogno che Messer Durante non considera anche se da me spiegata. – rispose. -E’ qualcosa di molto grave? -E’ qualcosa che potrebbe ferirlo. -Cosa potrebbe ancora fargli del male? -La seconda parte del sogno dice che Amore si allontanerà e piangerà portando via Beatrice. – narrò lei guardandolo negli occhi ancora più preoccupata. -Qual è la spiegazione di questa parte del sogno? -Vi sono due spiegazioni per questo. La prima, come ho spiegato al vostro amico, è che Amore li possa far allontanare a causa di alcune incomprensioni createsi tra i due, ma la seconda è più grave ed è quella della quale mi angoscio alquanto. -Spiegatemi tutto. -Mentre i due trascorrono le loro giornate gioiose, Beatrice… potrebbe… morire… - rivelò con un filo di voce e le lacrime agli occhi. -Madonna, - iniziò lui poco sconvolto da quella rivelazione – siete sicura di quello che state dicendo? -Si. – rispose seccamente. -E se quello che Dante ha sognato non fosse altro che un sogno e non una profetizzazione della sua vita? – provò a spiegarsi lui. -Amore non sbaglia. – rispose lei. -So che questo significherebbe non fidarsi della vostra parola alla quale, Madonna, io credo; ma non c’è modo di chiedere a Beatrice se ciò che Dante ha sognato è vero? E’ vero che lei è innamorata? – domandò lui. -Si, possiamo anche andare a chiederglielo; ma non so se mi risponderebbe; non riguarda tanto me, quanto lei e Messere Durante. – rispose. -Madonna, voglio provare ugualmente. Gemma ci pensò un poco, poi lo guardò negli occhi e, nonostante la sua vista fosse un poco appannata dalle lacrime, scorse tanta tristezza in quelli di Guido; abbassando il capo, perciò, annuì. Così, i due si diressero verso casa di quella bellissima donna correndo. Entrambi, nell’avvicinarsi a quel luogo, che simboleggiava la veridicità di ciò che Dante aveva sognato e ciò che Gemma aveva interpretato, sentivano come un peso sempre più voluminoso sulla loro coscienza. Quando vi furono arrivati, Gemma non entrò subito, ma si fermò un attimo e sospirò. Avrebbe voluto conoscere tanto la verità, ma aveva paura. Guido la vide timorosa e, vedendola così, Amore prese il sopravvento su di lui; così la strinse piano tra le braccia accarezzandole la testa e rassicurandola. Gemma sospirò di nuovo, sperando che quelle parole non fossero dette soltanto per calmarla, si sciolse dall’abbraccio e pregò Guido di attendere fuori; perciò, si fece annunciare da sola ai servi da Beatrice. La donna, la fece attendere poco da sola in una grande sala. Era vestita di un verde molto intenso, aveva i capelli legati da un semplice nastro dello stesso colore del vestito ed esprimeva, con il proprio sguardo, un senso di tranquillità infinita. Le due si andarono incontro per abbracciarsi, ma Beatrice notò la preoccupazione che l’amica covava nel cuore. -Gemma, come mai questa visita? – chiese dolcemente -Avevi da svolgere i servizi a causa dell’assenza di tuo padre? -No mi fa, anzi, molto piacere che tu sia venuta qui a trovarmi. Cosa mi vuoi raccontare, Gemma? -Bice, voglio chiederti una cosa che per me è molto importante. -Di cosa si tratta, amica mia? -Nonostante sia personale, ti prego, voglio che tu mi risponda: - aspettò che lei annuisse almeno e continuò - sei innamorata di Messer Dante degli Alighieri? -Gemma, ma cosa…? -Rispondimi sincera, Bice! –esclamò lei afferrandola per le maniche della veste. Beatrice la guardò negli occhi sorpresa e preoccupata della domanda così esplicita, ma lo sguardo di lei, la impressionò a tal punto che non potette non rispondere. Guido scorse le due parlarsi dalla finestra del giardino e, vedendo Gemma andarle incontro piangendo, capì cosa la ragazza avesse risposto.
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